E BRAVO GIULIO !

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DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

“Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra filosofia”
William Shakespeare – Amleto – Atto Primo – Scena Quinta.

Continuando di questo passo, siamo certi che Giulio Tremonti scoprirà che le galline fanno le uova e che le rose profumano. Dandogli ancora tempo, arriverà a capire come facciano le mucche e fare il latte e, magari, perché il Sole scalda.
L’uomo del Monte x 3 non la smette mai di stupirci; va là – italiani! – ve lo dico io come si vive meglio: con il posto fisso [1]! Lo crediamo bene: lui ce l’ha!
Adesso che abbiamo risolto tutto con il posto fisso, forse non ha più senso parlare di reddito di cittadinanza, d’energia rinnovabile, di truffa sulla moneta…non serve più a niente…oppure sarebbe meglio proporre schede gratis per i telefonini e una moratoria per tutte le infrazioni stradali causate dall’alcolismo? Dai, Giulio.
Ma…sbagliamo o questo Giulio Tremonti è la stessa persona che, solo un anno fa, firmò i famosi decreti dei “100 giorni”, quelli che hanno visto nascere, nella scuola, le classi di 30-40 persone e che hanno cacciato sulla strada decine di migliaia d’insegnanti? O abbiamo sognato? Il sospetto che ci siano in giro dei replicanti – signori miei – a questo punto non è più fantasia.

Oppure, nel miglior stile sovietico, Giulio ha fatto autocritica. Comprendiamo.
Non va più di moda sbattere la gente in Siberia…no…però – a questo punto – vorremmo vedere i fatti. Altrimenti, il replicante che parlava al convegno della Banca Popolare di Milano – facendosi credere il Ministro dell’Economia della Repubblica – in una baita sopra Sondrio dovrebbe andarci da solo. E restarci.
Il lavoro non è un argomento “gettonato”, eppure trascorriamo spesso più tempo al lavoro che con i nostri familiari: ora, se a parlare di lavoro è uno scrittore, passi, ma quando a farlo – ed in modo così esplicito! – è un Ministro dell’Economia, dovrebbe trarne le conseguenze. Oppure scegliere la parte d’Amleto e recitarla fino in fondo, sempre che riesca a reggere il ruolo.
Siccome non crediamo una parola delle riflessioni del nostro bel Amleto da Sondrio, proveremo noi a parlare di lavoro: come sappiamo farlo, visto che non siamo ministri economici.

Come si può parlare di lavoro, di quel che è diventato il lavoro, di cosa potrebbe (e dovrebbe) essere il lavoro, sul perché lavoriamo, per quanto tempo, come…
Quante ore fai? Quanto prendi? Ti fai il culo?
Ecco, forse in questo modo tutti capirebbero – come fanno in TV, che la vincono sempre – però il Web è il luogo dove pochi, fra quelli che non sanno leggere un grafico, arrivano: dunque, parlare di lavoro senza le pelli di salame agli occhi, dovrebbe essere ancora possibile. Sempre che s’abbandoni la triplice domanda appena esposta.

Il primo aspetto da valutare, per quanto riguarda la natura del lavoro, è il fabbisogno energetico: più è elevato, meno lavoro manuale esiste. Le immagini dei cinesi che costruivano le strade a forza di braccia sono oramai storia, come le nostre di quasi un secolo fa: difatti, anche il loro fabbisogno energetico è schizzato alle stelle.
La gran parte dell’energia consumata va a sostituire la forza muscolare umana ed animale, mentre una quota certamente minore viene utilizzata per sostituire l’intelligenza umana, dai semplici computer alla miriade di schede elettroniche utilizzate nelle macchine di processo, ossia nell’enorme “cascata” tecnologica che, partendo dalla macchina che vernicia automaticamente le autovetture, giunge alla macchina che ha costruito quella macchina.
Il fenomeno è noto e possiamo analizzarlo meglio partendo da un dato relativo agli ultimi 30-40 anni: l’occupazione nelle grandi imprese è scesa all’incirca di un punto percentuale l’anno, mentre la produttività è cresciuta pressappoco del medesimo valore.
Senza spilluzzicare i decimali, potremmo semplicemente affermare che le macchine fanno le cose più in fretta dell’uomo e costano di meno: perciò, gli uomini dovrebbero lavorare sempre di meno. Non me lo invento io: basta rileggere Marx, invece ci viene chiesto di lavorare sempre di più. E poi manca il lavoro: per forza! Se lo fanno le macchine…

L’equilibrio ha retto fin quando il capitalismo di matrice keynesiana ha vissuto, ossia fino alle grandi ristrutturazioni industriali degli anni ’70, giacché la “spinta” sindacale era sorretta da molti fattori, quali il gran numero di lavoratori sindacalizzati, l’assenza di un’informazione pianificata in modo spietatamente orwelliano, la presenza di 160 divisioni sovietiche di là dell’Oder.
Ciascuno di quei fattori aveva il suo peso e contribuiva a destinare ai lavoratori una quota consistente dell’aumento di produttività, che si trasformò per decenni in diminuzione dell’orario di lavoro ed in aumento reale delle retribuzioni, mentre il trattamento previdenziale ed assistenziale era sicuramente più favorevole rispetto all’oggi ed a quello che il futuro prospetta.
Se vogliamo scendere un attimo fra gli esempi, ricordiamo che la sanità era praticamente gratuita, che in ospedale s’andava anche “per analisi”, ossia per stilare una diagnosi precisa, e non solo per nascere, per morire o per qualche accidente improvviso. Oggi, ti fanno correre come un pazzo fra le varie strutture, e ti paghi praticamente tutto.

Il trattamento previdenziale era diversificato fra il settore pubblico e quello privato, ma in ogni modo molto vantaggioso rispetto all’oggi: nel pubblico, le famose “pensioni baby” erano un espediente della classe politica per salvaguardare la fedeltà dei ceti medi, mentre chi aveva lavorato nel settore privato – ed aveva iniziato a lavorare presto – a circa 50 anni terminava la propria vita lavorativa, giacché bastavano 35 anni di contribuzione.
Da ultimo, la generazione nata negli anni 20-30 del ‘900 riuscì spesso ad acquistare o costruire una casa, a far studiare i figli, a concedersi quello che oggi è considerato quasi un lusso: due o tre settimane di vacanza, magari in tenda o roulotte, ma vacanze erano.
A fronte di quella situazione – idilliaca, se paragonata all’oggi – il debito pubblico era attestato intorno al 60% del PIL: quindi, quando narrano che sono stati lavoratori le “idrovore” del bilancio pubblico, raccontano solo frottole.

Il punto di “viraggio” di quella situazione possiamo allocarlo fra il 1980 ed il 1990: l’elezione di Ronald Reagan non fu la causa scatenante del processo di mutamento, bensì il suo giungere a maturazione.
La “Guerra Fredda” aveva concesso enormi investimenti alla ricerca militare, soprattutto per quanto riguardava la miniaturizzazione dell’elettronica (missili, ecc), la quale fu gran dispensatrice di una nuova gestione del lavoro, nel quale la fatica umana diventava un nemico da sconfiggere non tanto per questioni etiche, quanto perché meno redditizia. Difatti, proprio negli anni ’80, la FIAT assorbì la COMAU (robotica industriale) e, dopo pochissimi anni, segmenti importantissimi delle catene di montaggio (si pensi alla verniciatura, con quel che si trascinava appresso per problemi di nocività) furono completamente automatizzati.
Fin qui l’aspetto tecnologico e produttivo, che toccava ogni ambito del lavoro, dall’agricoltura ai servizi, passando – ovviamente – per l’industria, i trasporti, la sanità, ecc.
Rimaneva il problema di non cedere più i benefici della maggior produttività ai lavoratori, e non era faccenda così semplice da risolvere.

L’aspetto internazionale del problema è stato, a nostro avviso, poco valutato: ricordiamo che Enrico Berlinguer, prima delle elezioni del 1976, candidamente affermò che «se il PCI avesse vinto le elezioni, l’Italia sarebbe stata naturalmente schierata nel Patto di Varsavia
Ovvio che quella fr ase non può essere presa per oro colato – i mezzi per ovviarla erano molti, il Cile insegna – però la presenza sovietica nel Pianeta richiedeva sempre attenzione sul fronte interno.
Il grande “sogno” di un nemico sconfitto e nella polvere fu realizzato dall’amministrazione Reagan, mentre – precedentemente – la “trappola afgana” di Brezinskji ne aveva creato i prodromi. La fulminea, nuova impostazione americana della difesa – ricordiamo la “Marina delle 600 navi” – condusse l’URSS ad aumentare le spese militari fino al 16,5% del proprio PIL, mandando a catafascio la programmazione sovietica. Zeppi d’armi di tutti i tipi, con l’industria pesante completamente assorbita a costruire “bisonti” di cielo, mare e terra, i russi attendevano per mesi il motore di ricambio per il frigorifero, ed imprecavano.
Terminiamo qui la trattazione dell’aspetto geopolitico del problema – non perché manchino gli argomenti! Le spese militari che giunsero al 7% del PIL statunitense (UE circa 1-2%) con inevitabili ricadute, la “liberazione” al capitalismo selvaggio di tante nazioni prima legate al carro di Mosca, che si rivelò un boomerang proprio per l’industria a stelle e strisce, ecc… – e ci fermiamo qui soltanto perché ci condurrebbe lontano dai nostri obiettivi.

Gli eventi di quegli anni – l’avvento dell’elettronica a basso costo, il crollo dell’URSS, la nuova “informazione libera”, che solo oggi osserviamo nella sua completa acquiescenza al potere – crearono le basi per il passaggio a quello che viene definito “Turbocapitalismo”, “Liberismo selvaggio”, eccetera.
La differenza precipua, rispetto al capitalismo di matrice keynesiana, risiede in un semplice principio: il lavoratore non è più considerato un attore del processo produttivo, non deve accampare diritti, le rappresentanze sindacali possono essere comperate un tanto al chilo od ignorate, nel nome del supremo interesse nazionale. Il che, incrina quella “repubblica fondata sul lavoro” che recita il primo articolo della Costituzione, giacché i Costituenti pensarono al mondo del lavoro come ad un universo dialettico, non un diktat determinato dal “supremo interesse nazionale”, che sa tanto di Ventennio.
Ovvio che questo “interesse nazionale” è un pio eufemismo: si tratta della somma fra gli interessi delle classi dominanti (finanza, industria, ecc) e di quelli dei loro lacché, la Casta politica. Il che, apre uno scenario che riguarda il debito pubblico.

A metà degli anni ’70, il debito pubblico iniziò a “correre”: ovviamente, la colpa fu addossata ai lavoratori (scala mobile, ecc), mentre sfuggì completamente che l’Italia aveva moltiplicato a dismisura la spesa pubblica non nella fornitura di servizi alla collettività, bensì per creare un vasto elettorato – fedele poiché retribuito – mediante la de-localizzazione.
La riforma regionale del 1970 doveva decretare la fine delle Province – della serie: o l’impianto di stampo napoleonico (Province), oppure quello di matrice tedesca (Regioni), poiché mantenerli entrambi sarebbe stato troppo costoso – ed invece avvenne il miracolo. Le Province furono “salvate” assegnando loro una “quota” del personale scolastico (un vero e proprio non sense) ed altre competenze che riguardavano la caccia e la pesca. Di più: nacquero le comunità montane e le circoscrizioni, altre idrovore di soldi pubblici.
Per citare un solo esempio, prima della polverizzazione delle competenze, sul fiume Po aveva voce in merito un solo ente: il Magistrato del Po. Oggi, sono 28 diverse amministrazioni, con il gran caos che ne consegue.
Infine, poiché ancora non bastava, ecco spuntare una miriade di fondazioni ed enti – alcune già esistenti, altre creati ex novo – per avere una sorta di “cassa di compensazione” per i “trombati” oppure per parenti, amici, mammasantissima di turno. Tutto ciò, lo possiamo osservare ogni anno nel consueto “assalto alla diligenza” che è la Finanziaria: ridotti al lumicino i provvedimenti d’assistenza sociale, si moltiplicano le “fondazioni” che ricevono denaro, la stampa pagata direttamente dalla politica, ecc.

Si tratta del necessario frutto per nutrire un elettorato fasullo, certo della propria sicurezza sociale soltanto grazie al voto ed all’appoggio politico: anche le famose pensioni d’invalidità, di democrista memoria, sono tornate a crescere.
In fin dei conti, solo 30 italiani su 100 si sono recati, alle ultime elezioni europee, a sorreggere i partiti di governo: sommiamo tutta la Casta con i suoi aggregati (fondazioni, enti inutili, consulenze, ecc) famiglie, parenti ed amici e capiremo che una buona fetta di quei voti sono comprati.
E il lavoro? E i lavoratori?

Il primo passo, sconfitto l’orso sovietico, fu quello di fare man bassa per tutto ciò che c’era d’appetibile: la famosa “riunione” sul Britannia è storia nota, meno le condizioni di quello che fu “appetito”.
La Società Autostrade – finanziata per decenni dall’ANAS, soldi pubblici, di noi tutti – era una fiorente società pubblica: basso indebitamento, occupazione in calo dell’1% l’anno (tessere autostradali al posto degli esattori, poi Telepass), bilancio ampiamente in attivo: passata di mano per un piatto di lenticchie.
La barzelletta che hanno raccontato per decenni fu che lo Stato, in economia, era uno sfracello: difatti, si guardarono bene dal privatizzare ciò che non conveniva o doveva mantenere un ruolo sociale. Oggi, tentano nuovamente la stessa carta, con le continue pressioni per privatizzare Italcanieri, un’azienda pubblica, florida ed in espansione. Zeppa di “posti fissi”, quelli che oggi – 19/10/2009, teniamolo a mente, magari domani cambiano replicante… – piacciono tanto a 3Monti.

Dopo quelle belle trovate – siccome lo Stato s’era privato di fonti di reddito, ed i boiardi di Stato reclamavano ampia “libertà d’impresa” – giunsero gli accordi sindacali del 1993, i quali sancirono anch’essi il principio del “supremo interesse nazionale”.
Il recupero salariale dell’inflazione fu affidato alla cosiddetta “inflazione programmata”, la quale fu una presa per i fondelli come mai se n’erano viste: “programmo” un tasso d’inflazione (lo desumo dalle analisi dei “guru” economici, me lo faccio dire dal Mago di Forcella, lo invento di sana pianta…) e la differenza sarà – in seguito (!) – recuperata. Ovvio che, quel “seguito”, assommava altra inflazione ed altre perdite di valore delle retribuzioni le quali, dalla fine della scala mobile, hanno perduto circa il 30%, forse più, del loro valore reale.
Tutti gli attori di quella sciagurata rapina ai danni dei lavoratori furono sontuosamente premiati: l’artefice (Ciampi) con la Presidenza della Repubblica, mentre quelli che facevano il “palo” (i sindacalisti venduti) con le presidenze di “succosi” enti. Ma non bastava ancora.

Si narra che l’appetito vien mangiando: ecco allora – benedetto da tutti: Treu, Maroni, Bassanini, Sacconi, ecc – il grande escamotage per privare i lavoratori dell’ultimo appiglio che rimaneva loro per mettere insieme il pranzo con la cena: il contratto di lavoro. Entra in scena la “flessibilità”: come?
Si prende un accurato studio sul lavoro svolto da un docente universitario (Biagi), si opera un sapiente “taglia ed incolla” per prendere tutto ciò che può essere favorevole agli imprenditori e s’eliminano tutte le garanzie per i lavoratori. Quando, poi, il professore si lamenta che il suo lavoro è stato stravolto, che non era quello il frutto del suo pensiero, lo si abbandona e gli si toglie la scorta. Lui, ancora si lamenta perché ha ricevuto minacce: a quel punto, delle “provvidenziali” Brigate Rosse lo ammazzano e, quello che è oggi Ministro delle Attività Produttive (Scajola), lo definisce un “rompicoglioni”. In qualsiasi Paese europeo, un simile elemento – dopo un’uscita del genere – non sarebbe mai più entrato in un’aula parlamentare, ma siamo in Italia.
Ha così inizio l’odissea di tanti giovani, i quali non hanno più ferie pagate, accantonamenti pensionistici, liquidazioni: il bello della faccenda è che, sulla carta, questi diritti ancora esistono mentre, nella realtà, sono stati completamente depotenziati. Quale sarà la pensione di un lavoratore a progetto? Ha solo da sperare nell’assegno sociale.
A quel punto, il disegno d’appropriarsi totalmente degli incrementi di produttività era quasi completato: mancavano ancora due tasselli.

Il primo è la necessità di un vasto sottoproletariato, qualcuno che sia ancor più ricattabile e sul quale (possibilmente) scaricare la rabbia e la frustrazione: ecco all’orizzonte le barche dei migranti, i nuovi schiavi non si devono più rastrellare nella savana! Basta dar fuoco alla savana: arrivano da soli!
Nell’agro casertano e nel foggiano, in agricoltura, si sono consumate pagine da piantagione dell’Alabama del secolo scorso, con tanto di guardiani armati. La stampa qualcosa ha riportato [2], ma basta qualche velina, più il solito rumeno delinquente (al pari del delinquente italiano), per saldare tutti i conti. Mica i giornalisti delle testate di regime e delle TV di partito li strapagano per niente.
Una volta trovato qualche milione di capri espiatori, ecco la nuova puntata: bisogna aumentare l’età della pensione! I conti sono in rosso!

In realtà, prima della controriforma Damiano, l’INPS era in attivo per la parte previdenziale di 1 miliardo di euro l’anno, dopo la riforma Damiano (dati 2007) per ben 17 miliardi di euro. Eppure, altre nubi s’addensano sui lavoratori: l’ultima “puntata” del reality pensionistico è stato portare (da oggi al 2018) a 65 anni l’età di pensionamento delle dipendenti pubbliche. Perché solo quelle pubbliche? E’ ovvio che, giuridicamente, non sta in piedi. La risposta di Sacconi (ma…parlerà con Tremonti? Con quale dei replicanti? Boh…) è stata molto interessante e ci apre uno scenario che, per la definizione odierna di “lavoratore”, è quasi un incubo.
«Perché hanno un lavoro sicuro.»
Ora, stabilire che chi ha un lavoro sicuro debba lavorare più di altri ci sembra un poco stiracchiato, giacché – con questa bella uscita – si fa passare il concetto che un lavoro sicuro sia quasi un privilegio. Da oggi, grazie al buon Giulio, sappiamo che è tornato una buona cosa. Ne siamo felici.

Eppure, lavorare semplicemente tutta la vita (se lo si desidera) in un’azienda, non ci sembra chissà quale concessione: milioni d’italiani delle generazioni precedenti l’hanno fatto. Erano anch’essi privilegiati?
Il furbo Sacconi vuole far credere che il lavoro “normale” – quello che tutti dovrebbero avere, perché “giusto”, “coerente” con lo sviluppo infinito della spirale produzione/consumo, utile a mantenere “giovane” il lavoratore perché vive stimoli sempre nuovi, ecc – sia quel claudicare fra un lavoretto di qualche mese ed un “progetto” di settimane. Il tutto, ovviamente, inframmezzato da periodi di disoccupazione: chi non gode di questo trattamento è un privilegiato, e dunque deve pagare dazio. Purtroppo, questa è stata la vulgata imperante fino a ieri, giacché tutti i media e le forze politiche lo sorreggevano, ma da oggi...
La Costituzione Italiana prevede ben altro per il lavoratore, e pare che il buon Giulio – recatosi da Napolitano per altre questioni – ne abbia ricevuto una copia in omaggio e, finalmente, l’abbia letta. Sentitamente, ce ne rallegriamo.
Ecco quel che Tremonti deve aver scoperto:

Art. 35. La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Riconosce la liberta di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.

Art. 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa e stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Art. 37. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

Art. 38. Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L'assistenza privata è libera.

A leggere questi articoli, c’è da chiedersi in quale Paese viviamo. Signor Presidente della Repubblica: cos’ha da dire al riguardo dei contratti di flessibilità, con l’art. 36 – “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi” – correlato con gli attuali ritmi del lavoro “flessibile”, nel quale le ferie sono, spesso. semplice disoccupazione?
Signori giudici della Corte Costituzionale, cos’avete da dire riguardo all’art. 38 – “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria” – in special modo per chi rimane disoccupato? E ancora, l’art. 35 – “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa” – dov’è finita la dignità di mantenere la propria famiglia con 800 euro il mese?

Adesso, caro Giulio, affermi che “la Costituzione non è stata pienamente applicata”: scusa, da una ventina d’anni a questa parte, dove hai vissuto? E le pensioni?

Le riforme pensionistiche italiane (sempre con la scusa del debito pubblico, da loro creato ad hoc, sul quale campano tutti: politici, imprenditori e banchieri) sono peggiori di quelle francesi e tedesche, le quali hanno sì l’età della pensione a 65 anni, ma sono completamente diverse come impianto generale.
In Francia, ad esempio, si può andare in pensione a 60 anni (uomini e donne) scegliendo un minor assegno, mentre in Germania, chi ha avuto periodi di disoccupazione, può andarci a 61 con una riduzione della prestazione. Ovviamente, queste riduzioni sono calcolate sulle loro retribuzioni, ben diverse dalle nostre.
Qualcuno sa, ad esempio, che la maternità in Europa rientra nel calcolo previdenziale, con la riduzione dell’età pensionabile (in genere, un anno per figlio)? Che in Spagna si va in pensione a 61 anni con 30 anni di contributi?

Porre de iure un numero d’anni di lavoro, altrimenti non si potrà andare in pensione – in Italia! – è una barzelletta: quanti anni di lavoro perso, in nero, con truffe d’ogni genere hanno subito gli italiani? Dopo aver chiuso un occhio su tutte le nefandezze del passato, nel 2007, Damiano pose l’asticella a 37 anni di contribuzione per il 2012. Mettere insieme 37 anni non è proprio da tutti, e così si lavora fino a 65: un bel trucco delle tre carte. Se qualcuno, nel frattempo, crepa è tutto grasso che cola per le loro pensioni da nababbi, maturate in 36 mesi, non anni. Compresa quella di Giulio.
Dunque, privare il lavoratore della possibilità di scegliere – almeno nell’arco 55-65 anni, con diverse opzioni sulla fuoruscita: orario ridotto negli ultimi anni, assegno decurtato, ecc – ci porta fuori dal concetto di previdenza e ci fa entrate in quello di “fine pena”, che ha a che fare più con una condanna penale che con il “lavoro” immaginato dai Costituenti.

Senza quasi rendercene conto, per foraggiare i ceti che li sostengono, ci hanno condannati – tutti – a 37 anni: perché? Non avendo mai affrontato, colpevolmente ed in mala fede, la separazione della previdenza (pensioni) dall’assistenza (ad esempio, la cassa integrazione), è ovvio che nei periodi di “vacche magre” si deve allungare la vita lavorativa per far cassa, da destinare ai miseri sussidi che percepiscono i disoccupati.
Quando, poi, tornano periodi di vacche…diciamo “non fameliche”, perché “grasse”…l’appetito del ceto politico reclama la sua parte, e viene immediatamente compensato trasferendo gli aumenti di produttività al gran calderone della spesa pubblica (soprattutto periferica), mediante la quale – con la consueta pratica tangentizia – campano tutti, imprenditori e politici.
Di là degli aspetti morali o delle pruderie, cos’ha mostrato la vicenda di Berlusconi, delle “escort” e di Tarantini? Che, nel “libro paga” sessuale del faccendiere pugliese della sanità, c’erano tutti: assessori di Vendola compresi. E chi ha pagato migliaia di euro alla D’Addario? Noi, con le nostre tasse: per questa ragione tutti devono essere “soddisfatti”, perché una voce fuori del coro farebbe saltare la baracca.

L’ultimo afflato è quello di legare l’età della pensione all’aspettativa di vita, perché qui s’oltrepassa un altro limite.

"Art. 600 (Riduzione in schiavitù o in servitù):
Chiunque riduce una persona in schiavitù o in servitù è punito con la reclusione da otto a venti anni. Agli effetti della legge penale si intende per schiavitù la condizione di una persona sottoposta, anche solo di fatto, a poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà, o vincolata al servizio di una cosa. Agli effetti della legge penale si intende per servitù la condizione di soggezione continuativa di una persona costretta mediante violenza, minaccia o abuso di autorità all'accattonaggio o a rendere prestazioni sessuali o lavorative. La pena è aumentata se i fatti di cui al primo comma sono commessi a danno di minori di anni diciotto o sono diretti allo sfruttamento della prostituzione". [3]

Riflettiamo un attimo sui termini dell’art. 600: Agli effetti della legge penale si intende per servitù la condizione di soggezione continuativa di una persona costretta mediante…abuso di autorità…a rendere prestazioni…lavorative.
Se in Italia esistesse ancora un sindacato – ossia, se tutte le forze sindacali avessero pari dignità, e non solo la “Triplice” + l’UGL le quali, a parte la CGIL, sono soltanto dei centri servizi e non hanno quasi più seguito sindacale – queste decisioni dovrebbero derivare da accordi stipulati fra le controparti. E non potremmo sostenere quel “abuso di autorità”.
Se, invece, gli accordi sono una truffa, i referendum confermativi pure – al referendum per l’approvazione della “Riforma Damiano” non riuscii a votare, perché aprirono i seggi solo in luoghi “sicuri” – rimane solo l’imposizione de iure, appena camuffata.

Quando il bel faccione di Bonanni compare in televisione – “segretario della CISL” – nella vulgata imperante quello è un segretario sindacale: nel loro database [4] indicano gli iscritti alla CISL nel 2008 in un numero spropositato: 4.427.037. Se fosse vero quel dato, un quarto dei lavoratori dipendenti italiani sarebbero tesserati CISL! Ma chi credono di prendere in giro? Per mettere insieme un simile numero, non basta conteggiare i morti: si deve aggiungere anche il cane del morto!
Se, invece, credete che queste siano balle, guardate i collegamenti in nota su Youtube [5], con una precisazione che riguarda la oramai “nota” imparzialità di questo network: un paio d’anni or sono, erano presenti filmati tratti dalle assemblee interne della FIAT Mirafiori, dove si vedevano i sindacalisti della “Triplice” fuggire dalla presidenza dell’assemblea, incalzati dagli insulti degli operai. Ovviamente, quei filmati sono oggi introvabili, mentre campeggiano decine di filmati “embedded” dei sindacati di regime.

Per il disastro del sindacalismo italiano vale lo stesso discorso fatto per i politici: la grande finanza li ha fatti accomodare nel salotto buono, dove se ne stanno tranquilli e buonini, mentre a prendersi le randellate del liberismo ci vanno altri, quelli che dovrebbero difendere. Stessa cosa per i servizi legali della “Triplice”, che riescono a farti perdere anche le cosiddette “cause vinte in partenza”.
La componente sindacale attiva, oggi in Italia, è rappresentata soltanto da una minoranza della CGIL e, soprattutto, dai COBAS-SdL: l’unica voce che ancora parli il linguaggio dei lavoratori.
Per finire, ricordiamo che Guglielmo Epifani faceva parte della “componente socialista” della CGIL – e lo ha ricordato recentemente Gianni de Michelis “Alla Cgil c’è Epi­fani, che nel PSI è sempre stato alla mia destra, prima demartiniano poi craxiano [6] – accomunandolo per appartenenza politica ad altri “socialisti” dell’epoca: Brunetta, Sacconi, Cicchitto. C’è bisogno d’aggiungere altro? Con quale spirito il buon Epifani affronterà una trattativa, avendo come controparte gli amici di un tempo?

Per queste ragioni, che sono soltanto la somma di combine economico-politiche del medesimo ceto, si calpestano i diritti del lavoratori e la Costituzione – caro Giulio, che oggi cerchi di fare lo gnorri – precipitando chi lavora nell’incubo di chi è oramai senza diritti e senza nessuno che possa farli valere: un servo.
Legando la vita lavorativa all’aspettativa di vita, non apparteniamo più all’universale dei lavoratori – ossia diritti e doveri, codificati ed accettati dalle parti – bensì a quello dei servi, e gli oligarchi potranno (fosse la prima volta, ricordiamo i falsi dati promulgati da Brunetta sulle assenze nel pubblico impiego, smentiti dall’ISTAT stessa) “inciuciare” per bene i dati per farci lavorare quanto desiderano.
Indicare un numero di anni fisso per accedere alla pensione, non tiene in conto le differenze fra gli italiani: c’è chi preferirebbe andarci prima con un assegno minore, chi dopo con più soldi. Da cosa dipende? Da moltissimi fattori: avere oppure no una casa di proprietà, le condizioni di salute, figlio o non figli e di quale età, problemi personali, desideri personali, ecc. In fin dei conti, si riduce la diversità fra gli esseri ad una tabula rasa, nella quale tutti devono scontare la stessa pena. E, non dimentichiamo, con uno sviluppo tecnologico che tende a ridurre fortemente la forza lavoro.
E, questa, in che altro modo si può chiamare se non servitù?

Dopo aver fatto a pezzi anche la Costituzione, c’è stato qualche risultato positivo? Il debito pubblico è tornato a correre (andiamo verso il 120% del PIL), l’industria italiana è a pezzi, manca totalmente la capacità di promuovere la ricerca e l’innovazione – che, ricordiamo, era in gran parte patrimonio delle grandi aziende pubbliche (nomi come Ansaldo e tanti altri non dicono nulla? ) – mentre, un Paese di vecchietti al lavoro e di giovani disoccupati, affonda.
La totale acquiescenza ai desideri dei poteri industriali e finanziari, non produce migliorie: sicuri di poter ottenere sempre una “revisione” al peggio degli accordi, gli imprenditori italiani guardano più all’accordo con la Casta politico-sindacale che a cercare nuove vie. In altre parole, invece di percorrere la via dell’innovazione – la quale è praticabile solo con personale di qualità, e dunque ben trattato [7] – scivolano a far concorrenza alla Cina od all’India. Il che, è una battaglia persa dall’inizio: difatti, Francia, Germania, e oggi anche la Spagna, non si curano troppo della concorrenza sui beni di scarso contenuto tecnologico od artistico, bensì cercano nuove vie, ossia vendere bene il primato tecnologico, proprio ai Paesi che producono beni di largo consumo.

La cosiddetta opposizione, poi, sul lavoro – che, ricordiamo, è uno degli aspetti più importanti della vita – ha partorito tanti topolini da riempire una fogna. Nessuno degli “oppositori” si pone il problema di fondo: è possibile pensare ad uno sviluppo sempre in crescita, nei secoli dei secoli? Gli infiniti sono soltanto astratti concetti matematici: nella realtà, le Scienze non ammettono processi infinitamente in crescita, giacché il primo fattore limitante (energia, popolazione, cibo, ecc) fa crollare il castello di carte.
Il problema concettuale che gli eredi del PCI si trovano ad affrontare è la revisione del loro pensiero, che da dogmatico non è mai riuscito a diventare dialettico, aperto alla critica: crollata l’URSS, la “chiesa” sovietica, tutto quello che riguardava quel mondo era da dimenticare. Bisognava, ovviamente, trovare una nuova “chiesa” alla quale appartenere: la trovarono nelle ricette liberiste, che tutti sposano da Vendola a D’Alema, da Ferrero a Bersani.

E, per concludere, vorrei proporre una riflessione ai “sancta sanctorum” del signoraggio come unico male: spero di non scatenare un dogmatismo pari a quello dei sostenitori della “crescita infinita”.
Nessuno nega la truffa sulla moneta e, se qualcuno non la conosce, troverà molti siti [8] che la spiegano (meglio sarebbe leggere ciò che scrisse il prof. Auriti): il problema è un altro.
Stabilito che l’emissione monetaria concede un privilegio, oggi goduto dai banchieri, qualora l’emissione tornasse totalmente allo Stato, esso sarebbe goduto da Berlusconi, Fini, Casini, D’Alema, ecc. Contenti così?
Si porta ad esempio Hitler, che effettivamente riportò la potestà monetaria allo Stato, ma come usò quelle risorse? Qualcuno ricorda, per caso, che condusse la Germania al peggior disastro della sua Storia?

Se il debito pubblico, schizzato alle stelle dopo la riforma regionale, il Britannia, la cessione della Banca d’Italia alle banche private, gli accordi sindacali del 1993, ecc, fosse soltanto un dato economico, potremmo chiederci come risolvere il problema del debito per uscirne definitivamente. In realtà, il debito è stato artatamente creato come una spada di Damocle da presentare, ogni giorno, nel piatto degli italiani. In altre parole, se non ci fosse, lo inventerebbero: l’hanno fatto. E’ un dato politico, non economico.
Nel nome del debito, l’oligarchia riesce a far passare ogni bruttura: possiamo credere che la sanità gratuita degli anni ’70, le pensioni d’anzianità con 35 anni di contributi, l’età pensionabile a 55-60 anni (donne e uomini) dipendessero dall’assenza del debito? E se così fosse, chi ha creato quel debito? Perché?
Qui, bisogna intendersi: nessuno nega che l’espropriazione dell’emissione di moneta abbia creato una voragine, ma la ragione di quella scelta è anzitutto l’arma di ricatto che, nelle generazioni, potranno esercitare sui lavoratori. Perché, ad esempio, non si toccano mai le succose “consulenze”, le missioni di guerra all’estero, gli stanziamenti per le “fondazioni”…e si finisce sempre per limitare il potere d’acquisto dei lavoratori e per togliere loro dei diritti?

Perciò – pur concordando che il problema della moneta esiste, e che deve essere sempre più conosciuto – qualsiasi rivoluzione che ci liberi da questa cappa d’oligarchi non potrà che partire dalla ribellione su due temi convergenti: riportare il lavoro alla sua dignità, sancita dalla Costituzione, e ricondurre i lavoratori alla loro, che significa tornare a sedersi intorno ad un tavolo per avere un rapporto dialettico fra esseri umani, non fra feudatari e servi della gleba. L’alternativa?
Andarsene. Oppure, credere all’ennesimo affabulatore: San Giulio da Sondrio.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/10/e-bravo-giulio.html
19.10.2009

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1] Fonte: www.repubblica.it
[2] Vedi : http://www.peacelink.it/migranti/a/22949.html
[3] Fonte: www.giustizia.it
[4] Fonte: http://www.cisl.it/Sito-Iscritti.nsf/PagineVarie/Iscritti%5E2008R
[5] http://www.youtube.com/watch?v=MbSmaj7qj2Q oppure http://www.youtube.com/watch?v=Fcr6PTqGYJ4
[6] Fonte: www.corriere.it
[7] “Puoi raggiungere risultati altamente superiori con un team molto motivato, che dispone di macchinari vecchi e fatiscenti dislocati in un vecchio capannone, rispetto a quello che riuscirai a raggiungere con un team demotivato e privo di stimoli, che ha accesso alle migliori attrezzature e infrastrutture.” Reinhold Würth, imprenditore tedesco che ha costruito, partendo da una ferramenta, un’azienda di levatura mondiale, che occupa 51.000 dipendenti e che spazia dai sistemi di fissaggio ai pannelli solari.
[8] Vedi, ad esempio: http://www.signoraggio.com/index2.html

Commenti (59)

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    1. lucamartinelli 20 ottobre 2009

      caro Bertani, innanzitutto esprimo il mio dispiacere per i piccoli bisticci dell'altro giorno. ho apprezzato molto questo articolo, molto esaustivo, anche se non totalmente ma non poteva esserlo giocoforza. i punti affrontati sono certo fondamentali per spiegare la nostra povera situazione. vorrei solo sottolineare che, siccome sono stato io a ricordare cosa fece subito il ministro delle finanze di Hitler, non è che gli avvenimenti bellici voluti da Hitler (solo lui?) tolgano qualcosa all'importanza della sovranita' monetaria. sono due cose diverse. io sottolineavo cher in 6/7 anni la Germania dal drammatico sfacelo della prima guerra divenne una potenza, e questo è un dato di fatto. secondo piccolo appunto, per me importante: io sostengo da tempo che la nostra è una finta democrazia e faccio risalire tutta la finzione alle clausole segrete dell'armistizio di Cassibile, il cosiddetto "armistizio lungo", mai reso pubblico. ora noi non sappiamo il tenore di dette clausole, ma sicuramente ne abbiamo visto gli effetti.d'altra parte non si perde una guerra sperando che tutto finisca a tarallucci e vino. faro' in tempo a vedere pubblicato per intero l'armistizio? buone cose.

    1. Tonguessy 20 ottobre 2009

      Il precariato segna la fine del fordismo, ovvero l'attenzione per i salari dei dipendenti (tra le altre cose). E' una necessità dell'establishment che difende il grande capitale da cui dipende che pretende la moltiplicazione ad libitum dei tassi di crescita. Per mantenere inalterati i tassi di crescita alle elites occorre impoverire le classi sottostanti e ridurre gli appartenenti alle elites stesse, causa limiti di sistema (viviamo su un pianeta che dispone di risorse finite, prima o dopo anche la filigrana finirà). Ecco sparire la classe media, ecco scivolare verso redditi da sottoproletariato la classe operaia.

      Il fatto che il capitalismo già in guerra esca da questa crisi con ulteriori guerre è ancora tutta da dimostrare. Dicono gli esperti che gli imperi si tengono in piedi quando il rapporto costi/benefici (ovvero quanto guadagno porti l'imperialismo nelle casse dell'impero) è positivo. Quali risorse sono in palio? E contro chi andrebbe combattuta la futuribile guerra? Praticamente tutto il mondo è assoggettato alla globalizzazione, la finanza è internazionale, non è più locale come negli anni 30 quando entrare in guerra era ancora una "buona" mossa per rimettere in moto l'economia. La finanza USA dichiara guerra alla finanza cinese che ha in mano i titoli di stato USA? O forse all'Europa?

      Bruciare posti di lavoro fa sempre parte della metodologia del capitale del nuovo millennio. Ristrutturare le aziende vuol dire tagliare i rami secchi come ha brillantemente fatto Cimoli che ha rovinato Trenitalia prima e Alitalia dopo.

    1. dana74 20 ottobre 2009

      si vede che è scritto da uno che lo STIPENDIO TUTTI I MESI GARANTITO A VITA CE L'HA

      COmplimenti, invece di desiderare, non dico lottare, ma desiderare lo stesso per gli altri, quello che era la normalità prima e che CON LA COMPLICITA' DEI SINDACATI è stato DISTRUTTO.

      Bravo compagno, vince l'astio per Tremonti e non la solidarietà.

    1. maumau1 20 ottobre 2009

      sarà un ''treccartista'' tremonti ,ma ha fiuto...e per certi versi temerario sebbene un pò paraculo..

      intanto è stato l'unico o uno dei pochi nella storia d'italia a voler riportare banca d'italia nello stato ossia riprendersi come dice la costituzione,la sovranità(di cui quella monetaria è la principale,fatevene una ragione lino-rossi e ricciarelli) linee guida stese nel 2003 e questo ovviamente lo portò alla scontro con banchitalia che a noi tramite i media è arrivato come deformato col teatrino di Fazio ...in realtà c'era uno scontro banchitalia tesoro che portò alle dimissioni di Tremonti..(nel diktat del filoUSA filo Israele Fini ''o lui o io'')

      uno dei pochi a dire quando non lo dice nessuno neanche il potente Obama,neo santificato ,che le banche devono stare sotto al governo e non viceversa..

      se è tutto cosi' facile perchè Bersani (Intesa-PD ) tace sfotte Tremonti
      ma il discorso banche manco lo inizia...come non parlano da comunisti di posto pubblico..
      mentre alla sinistra sono diventati tutti liberali e tutti flessibili per inseguire la destra,la destra è tornata al posto pubblico..
      il problema è che a destra ,almeno alcuni di loro,sono più veloci ,tutto qui...ed a sinistra hanno abbassato i loro target e dopo che Prodi ha rubato i tfr degli italiani con i fondi pensione che nella crisi sono scesi di un 20-30% soldi rubati appunto dal tfr degli italiani,non rimane loro che ben poco da predicare..

      Infine è vero sdognò le cartolarizzazione e gli artifici fiscali-finanziari per lo stato(come rendere privata la cassa depositi e prestiti in modo da far risultare inferiore il debito dello stato italiano per non essere bacchettati tutti i giorni dalla UE) diciamo che ha fatto di tutto anche ricorrere a questi metodi a costo di non chiedere altri soldi a banchitalia(bce)...sapendo che sono strozzini.. ed ovviamente non ci sono soluzioni valide di finanziamento finchp la banca centrale non ridiventa pubblica.

      Infine si sta anche parando il culo visto che sa che le cose andranno molto peggio e che forse non vuole emigrare nè preso a calci quando esce per strada...l'italiano è poco internazionale difficilmente impara le lingue
      torna in Italia anche se sta male e prende 1/5 dello stipendio dell'estero..
      mette radici...
      io con Tremonti ci ho bevuto insieme..eravamo ad un incontro all'ultima elezione con una cinquantina di persone...di forza italia..(sebbene io non lo abbia votato) io ero con un amico in una cena appunto..
      beve grappa..quando non ci sono le telecamere e parla a briglia sciolta..sembra una specie di che guevara e stava parlando a tutti imprenditori un presi di sorpresa,ma non c'erano tv nè giornalisti..eravamo in pochi..
      poi quando va in pubblico in tv dice altro..altrimenti lo ricacciano di nuovo.. o come successo in passato se insisti o ti rovinano o ti fanno fuori.. non ce le dimentichiamo mai!!

      Quindi questa uscita del posto pubblico quando tutti parlano di precari cassa integrazione flessibilità,gli fa onore e visto quello che gli ho sentito dire in quella cena di forzisti preeletorale,non mi meraviglia affatto....per il coraggio e per insegnare alla sinistra che ormai da tempo immemore non difende più i suoi cavalli di battaglia ma gli interessi di banche ed imprenditori(''D'Alema diì qualcosa di sinistra'' vale oggi più di ieri non per nulla Bersani è il protetto di D'Alema)

      ciao

    1. maumau1 20 ottobre 2009

      ho letto un pò di cazzate negli interventi come questa

      'la super bufala del paleo signoraggismo potevi risparmiarcela.'

      lino-rossi come il signor ricciarelli continuano ad affermare che sono bufale che la sovranità monetaria usurpata dalle banche sino bufale..ma senza essere ingrado di argomentare un bel nulla ed infatti non argomentano,per quanto mi riguarda sono dei debunker ma quelli della peggior specie ossia quelli che non argomentano...almeno attivissimo ci prova ad argomentare anche se solo un cerebroleso si farebbe convincere..

    1. RobertoG 20 ottobre 2009

      A parte la stonatura sul signoraggio, bufala dalla quale neanche Carlo è ancora riuscito a liberarsi, trovo questa analisi davvero eccellente. Scritta col suo solito stile sobrio ma incisivo (impara Barnard) è permeata di una sorta di pessimismo consapevole ma propositivo. Credo che solo dall'unione di sensibilità come la sua possa crearsi una valida alternativa al potere mafio massonico che ci opprime oggi.

    1. Tetris1917 20 ottobre 2009

      Il lavoro precario ha la genesi nel 93 con i primi sui laboratori; con la riforma Treu nel 97 prende definitivamente corpo, passando poi con tutte le modifiche del caso fino al 2003 con le direttive applicative sulla legge "Biagi", detta impropriamente. Per capire e non parlare a vanvera "il lavoro non e' una merce" Luciano Gallino ("Circa 8 milioni: sono gli italiani che hanno un lavoro instabile. Tra 5 e 6 milioni sono precari per legge, ossia lavorano con uno dei tanti contratti atipici che l'immaginazione del legislatore ha concepito negli ultimi quindici anni.")

      Quindi il precariato e' trasversale ai colori politici del nostro parlamento, ma detiene i padri nei fautori del super-sfruttamento e del super-profitto, Tremonti compreso: come giustamente evidenzia C Bertani. Quello che non vogliamo capire e' che nonostante il torchio sulle spalle dei lavoratori, il saggio del profitto diminuisce sempre piu', validando la caduta tendenziale. Per cui precariato o non, e tremonti o meno, il capitalismo entra in crisi e ne esce soltanto con la guerra e bruciando posti di lavoro. Fine del pistolotto!

    1. redme 20 ottobre 2009

      che strano i "comunisti" ( intendendo quelli in buona fede) lo dicono da sempre...ma tant'è....

    1. Tonguessy 20 ottobre 2009

      :)

      http://www.wikio.it/video/1403215
      http://www.nondiremaivideo.com/2009/02/tremonti-scappa-davanti-ad-un-giornalista-americano-perche-loro-si-che-fanno-domande.html

      Lo preferisci quando dà del testa di cazzo al giornalista USA o quando scappa davanti ad un altro giornalista USA?

      O forse quando spiega che la vera ricetta per uscire dall'attuale crisi (che pure aveva previsto) è di tornare alle radici cristiane? E quali sono le vere radici cristiane? Le rape?

    1. Tonguessy 20 ottobre 2009

      Mi pare fosse il 1999 quando D'Alema dichiarò solennemente che era finita l'epoca del lavoro fisso, dando così la stura al processo di precarizzazione del lavoro salariato. Grazie alle sue conoscenze ottenne un mutuo da Fiorani, Banco Popolare di Lodi, per l'acquisto di IkarusII, la sua barcona a vela da regata. Mutuo che ripagò a suon di 8000€/mese.
      Ecco, quale migliore esempio di cosa può fare un lavoratore precario come D'Alema? La sua specchiata morale è un esempio per tutti i cococo, i suoi acquisti un must per tutti i precari.

    1. Nellibus1985 20 ottobre 2009

      L'analisi sociologica, economica e geopolitica di Carlo Bertani è precisa e convincente. Ciò che desta qualche perplessità è la conclusione, la quale, per quanto plausibile, pecca amio avviso di eccessivo ottimismo. Marx, due secoli fa, parlava di "costoricità" dei cittadini, da affiancare alla "storicità" dei cosiddetti "padroni" (gli imprenditori). In poche parole i lavoratori, venendo meno in blocco ai loro compiti lavorativi, sarebbero morti di fame ma avrebbero costretto i padroni ad alzare i salari o comunque a garantire alla loro categoria condizioni migliori. Fino agli anni settanta la situazione era, semplificando ovviamente, più o meno questa. Ma le cose al giorno d'oggi non stanno più allo stesso modo. Dagli anni ottanta è iniziato un processo di picconamento generale del sistema del welfare, sotto il segno della più sfrenata deregulation, con quieta rassegnazione dei cittadini. Così Ronald Reagan, dopo aver sottoposto loro un intimidatorio ultimatum, diede il benservito a migliaia di controllori di volo statunitensi rei di persistere nel portare avanti uno sciopero di categoria; così Margaret Thatcher, sulla cresta dell'onda per il pugno duro usato nei confronti dei generali argentini, assestò il colpo del ko a migliaia di minatori inglesi dopo un lunghissimo testa a testa; il tutto, si badi, nell'interesse del mercato. Da allora in poi si sono fatti migliaia di passi indietro sia per quanto riguarda i diritti dei lavoratori, sia per quanto riguarda le retribuzioni e, soprattutto, per quanto riguarda la stabilità dei posti di lavoro. Usciremo da questa situazione? Non sono affatto ottimista. Saluti.

    1. IVANOE 20 ottobre 2009

      Mi dispiace ma non sapete leggere tra le righe e non avete ancora capito che razza di figlio di buona donna che è tremonti.
      Voi pensate che lui abbia detto una sciocchezza del genere quando è stato messo lì in combutta con altri per distruggere quel poco di autonomia economia che ancora viene gestita dal popolo e cioè quello che lavora ?
      Partiamo dalle ultime dichiiarazioni pilotate da draghi che ha nuovamete e in modo gratuito attaccato le pensioni chiedendo un'ulteriore elevazione dell'età pensianabile ( a questo punto viene da pensare che vogliono mandare al gente a 70 anni !!... e per il momento... )
      In una vecchia e subdola strategia che conosciamo perchè questa gente è capace di comportarsi solo così, ecco che il sig tremonti, creatore della finanza creativa, fa la seconda mossa : sparge su tutta l'opinione pubblica il suo pentimento dicendo improvvisamente che si è sbagliato e che il posto fisso è l'unica strada....per metter su famiglia !!! (pur lui stesso sapendo che ormai il posto fisso a 1000 euro al mese non serve più a nessuno...ma solo per scatenare guerre tra poveri..)..., comunque ecco che tremonti fornisce un'assist alle dichiarazoni di drahi e passando alla fase 3 della loro strategia.
      In sostanza adesso riparleranno del famoso patto tra generazioni e verrà allora svelato il loro progetto o meglio ricatto in fatto di pensioni :
      siccome è necessario elevare l'età di pensionamento per tutti di almeno 5 anni ( per il momento) e soprattutto per i padri che ci stanno per andare il governo farà in modo che i figli prendano il posto fisso al posto del padre quando andrà in pensione...
      Altra fregatura per tutti : i padri non andranno mai in pensione e i figli non lavoreranno mai il posto dei padri e tremonti e draghi faranno come ha fatto prodi... getteranno la spugna facendo le vittime e godendosi la loro lauta pensione...
      tremonti docet...

    1. Eracle 20 ottobre 2009

      Carlo Bertani aveva voglia di sfogarsi e lo avrebbe fatto anche se Tremonti avesse detto che il posto fisso non è un valore.
      La storia dell'economia moderna a partire dalla rivoluzione industriale non è qualcosa da attribuire a Tremonti.
      Forse sarebbe il caso di affrontare i problemi una alla volta se veramente si ha intenzione di risolvere qualcosa anzichè piangersi addosso.
      In questo momento Tremonti è una delle poche persone capaci di dire e fare cose sensate. Non è lui il nemico da combattere, specialmente quando dice cose che condividiamo.
      Nell'ambiente in cui si trova non può certo esprimersi come se stesse parlando al bar sotto casa, altrimenti verrebbe screditato e accusato di infermità mentale e tagliato fuori da ogni possibilità di intervento.
      Bertani, bisognerebbe avere l'intelligenza di capire che agire con avventatezza porta solo al disastro, specialmente quando si combatte da soli in mezzo agli eserciti nemici.

      P.S. La funzione della scuola è di formare i bambini, non di creare posti di lavoro. E questo discorso va ampliato a tutti i servizi pubblici i quali esistono per fornire un servizio ai cittadini, non per creare posti di lavoro.

    1. oldhunter 20 ottobre 2009

      ... nel senso che il peggio non è mai morto!

    1. mickey 20 ottobre 2009

      Credo che Giulio Tremonti sia uno dei personaggi politici più competenti in materia, stimato all'estero, educato e discreto. Ha parlato in più di un'occasione della necessità di umanizzare l'economia, non alienandola dall'etica e dai valori. Credo che dobbiamo tenercelo stretto.

    1. lino-rossi 20 ottobre 2009

      la super bufala del paleo signoraggismo potevi risparmiarcela.



      la questione monetaria è problema serio, ma non certamente affrontato con le premesse deliranti (ma soprattutto ignoranti) del signoraggismo.

      Gesell e Keynes mettono l'uomo prima del capitale; gli altri, più o meno anarcocapitalisti, fanno il contrario, sostenendo che quando i capitalisti possono sguazzare ne beneficiano anche tutti gli altri per "sgocciolamento" (briciole - sic). Quando comincerai ad inquadrare il problema monetario nella sua vera essenza il tuo contributo potrà essere proficuo. oggi crea solo incredulità e sdegno.

    1. fengtofu 19 ottobre 2009

      previsione purtroppo azzeccata, al "quando" non do più di 4 anni, una bella mondializzazione delle orribili guerricciole presenti con tutti dentro, a sprecare vite per cause sballate e inventate, su entrambi i fronti. E al sicuro, colle amanti sui letti di lana come recitava la vecchia canzone pacifista, i pennivendoli, gl'intellettuali progressisti, i massoni di tutto il pianeta, e spacciatori e puttane e preti e ministri e banchieri e tutti i parassiti.....e tu popolo bue a crepare, credendo alla Democrazia e a Babbo Natale.

    1. Santos-Dumont 19 ottobre 2009

      Pur condividendo l'analisi di Bertani, rimango molto perplesso per la conclusione francamente troppo ottimistica:

      Perciò – pur concordando che il problema della moneta esiste, e che deve essere sempre più conosciuto – qualsiasi rivoluzione che ci liberi da questa cappa d’oligarchi non potrà che partire dalla ribellione su due temi convergenti: riportare il lavoro alla sua dignità, sancita dalla Costituzione, e ricondurre i lavoratori alla loro, che significa tornare a sedersi intorno ad un tavolo per avere un rapporto dialettico fra esseri umani, non fra feudatari e servi della gleba. L’alternativa? Andarsene. Oppure, credere all’ennesimo affabulatore: San Giulio da Sondrio.

      Davvero, Bertani, crede che ci siano ancora margini di confronto dialettico con quella gente?

    1. katalaves 19 ottobre 2009

      Premetto: non sono uno scrittore nè un giornalista,nè uno storico, ma spero che il mio punto di vista sia comprensibile. Il solo scopo del mio commento è quello di cercare di prevedere cosa ci può riservare il futuro andando avanti di questo passo.

      .....E se così fosse, chi ha creato quel debito? Perché?

      Questa è la domanda a cui tutti dovremmo trovare una risposta, ma prima bisogna porsi una domanda molto più semplice:
      Qual'è l'obiettivo di un grande capitalista spregiudicato? Risposta: Essere il numero uno, possedere tutto anche a scapito degli altri.
      Torniamo alla domanda principale: Perchè?
      Perchè affamando la gente, togliendole istruzione, dando insicurezza e monopolizzando l'informazione si possono condurre le persone per i propri scopi (quelli dei grandi capitalisti).
      I loro scopi sono semplici. Il grande risiko mondiale non ha mai cessato di esistere. Le guerre di oggi sono soltanto le prove in vista del grande confronto. Ogni nazione manda sul fronte contingenti minimi rispetto alle guerre del passato, con (ahimè poveri) soldati che per una "lauta" (rispetto ad un lavoro in un call centre o in un cantiere) retribuzione partono per il fronte con l'unico obbiettivo di riportare a casa la pelle. Ma il futuro a noi riservato (e specialmente ai nostri figli che saranno i diretti interessati )è ben diverso:
      Un popolo affamato, ignorante, esasperato forma un esercito patriottico con una causa comune.
      Con una famiglia ridotta alla miseria, con l'abile manipolazione che crea il giusto odio e con il giusto capro espiatorio, si possono ottenere milioni di soldati pronti a rimetterci la pelle per qualche spicciolo e magari un mantenimento minimo per la famiglia in patria.
      L'espropriazione in vista da parte delle banche di aziende, case terreni potranno essere adibiti ad usi bellici (produzione alimenti per l'esercito, case per i reduci, basi etc.)
      Videogame violenti, telegiornali bombardanti notizie di guerra sono i preparativi per le menti.
      Giovani sempre meno istruiti,assetati di facili guadagni,senza una professione, senza un lavoro...tutti cani affamati che non temeranno il bastone.
      Le vere guerre che ci aspettano non si combatteranno solo con armi intelligenti, ma con grandi dispiegamenti di soldati che si fonderanno con le popolazioni conquistate. Le grandi conquiste non sono state ottenute soltanto radendo al suolo il nemico, ma invadendolo in tutto e per tutto. E' necessario, per conquistare defitivamente un popolo avversario, l'influenza fisica del popolo conquistatore, la permanenza sul territorio anche dopo lo scontro. Per questo dico che le guerre di oggi sono 'prove'. Il 99% dei soldati di oggi ha ancora 1000 motivi per tornare a casa al più presto con i soldi in tasca (Soldati professionisti). In una guerra mondiale, con grande dispiegamento di fanteria, crea i presupposti noti della colonizzazione e costa molto molto meno.
      In Afghanistan, Iraq si formano i tenenti, i colonnelli, si provano gli schemi, le nuove armi...
      Tantissimi soldi sono stati sottratti ai popoli per creare avanzatissime armi tecnologicge.
      La stessa creazione della moneta e del falso benessere hanno permesso ai potenti prima di dotare le persone di intelletto, creare ricercatori e poi scremarne il meglio per i loro scopi. Sono convinto che se avessimo speso un decimo dei soldi spesi per le mostruosità belliche a quest'ora avremmo sconfitto cancro, aids e alzheiner.
      Comunque, ora che gli armamenti sono pronti, via con il ripianamento. Che ognuno torni al suo posto...ovvero il popolo davanti col fucile in mano.
      Ora i megalomani devono solo 'fare le squadre': "io sto con gli Inglesi, gli Americani e con i Tedeschi"..."allora io mi metto con i Russi i Cinesi e i Giapponesi" e poi "noi" partiamo.
      A mio parere è solo questione di anni ...pochi anni.
      Mai come al giorno d'oggi vige il sacro proverbio:
      "Sire, Sire, il popolo piange" ed il re chiese "Ma pagano?" - "Sì, vostra maestà" - "E allora lascia che piangano!"

      P.S. Il potere, la proprietà, la terra appartengono da centinaia e centinaia e centinaia di anni alle stesse generazioni, quelle che decidono le guerre.

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