IL PENSIERO UTOPICO/DISTOPICO E LE SUE IMPLICAZIONI AL PRESENTE

Zory Petzova

Comedonchisciotte.org

C’è un genere letterario che nasce da una inquietudine profonda, da una preoccupazione quasi paterna, dove l’immaginazione degli autori, per quanto cupa e brutale, svolge una missione protettiva nei confronti dei lettori, cercando di avvertirli su imminenti pericoli e rischi per il loro futuro; e poi c’è quella immaginazione serena, di largo respiro, che descrive mondi affascinanti e strade possibili che portano alla salvezza e alla felicità. Possiamo dire che gli autori di questo genere letterario denotano di solito una spiccata personalità altruista e anticonformista perché, a prescindere dalla declinazione utopistica o distopica delle loro visioni, sono guidati da un forte desiderio di giustizia, di libertà e di armonia sociale.

I) Non possiamo stabilire quale forma mentis fra quella utopica e quella distopica (dal greco dys= cattivo) sia nata prima come tendenza letteraria, ma possiamo affermare con certezza che il genere distopico prende sopravvento nella cultura occidentale a partire dagli anni 30 (con Aldous Huxley) perché ha negli eventi storici delle dittature e delle guerre mondiali la sua concreta “fonte di ispirazione”. In questa categoria il “1984” di George Orwell dovrebbe essere annoverato non solo come uno degli indiscussi capolavori della letteratura mondiale per gli infiniti spunti di riflessione sulla società e la natura umana, ma come l’opera più profetica in assoluto, in quanto dimostra un’inerenza sorprendentemente dettagliata e acuta con il contesto politico-sociale in cui siamo immersi oggi.

C’è una curiosa coincidenza a partire dalla stessa cronologia temporale: Orwell scrive il romanzo nel 1948, ma inverte le ultime cifre proiettandolo nell’anno 1984, quindi a una distanza temporale di 36 anni. E oggi, nell’anno 2020, possiamo ‘celebrare’ altri 36 anni di distanza dall’anno in cui si svolge la trama del romanzo, essendo il 2020, come abbiamo capito, tutto purché un anno di ordinaria normalità. Ma prima di analizzare le profetiche corrispondenze fra letteratura e realtà, sarebbe giusto citare la dedica morale che Orwell rivolge ai lettori del suo romanzo, da cui si evince che nel suo intimo l’autore immaginava e si augurava un mondo libero, e non distopico: “Al futuro e al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l’uno dall’altro e non vivono soli… a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto dall’età del livellamento, dall’età della solitudine, dal età del Grande Fratello, dall’età del Bispensiero…tanti saluti.”

L’ipotetico mondo del “1984” è diviso in tre regioni geopolitiche, tre superpotenze- Oceania, Eurasia ed Estasia, nate dopo una guerra atomica e in costante conflitto fra loro, dove la guerra non serve per conquistare nuove risorse, ma per distruggere quelle esistenti, per legittimare il potere e per impedire un avanzamento di benessere economico per la popolazione, mantenendola in stato di povertà e di dipendenza. Oceania ha il suo capoluogo a Londra ed è governata da un governo fortemente totalitario, ma più propriamente da un’entità di connotati misteriosi chiamata Grande Fratello, che poi si rivela ad essere solo il mezzo, la forma con cui il Partito si presenta al mondo per suggestionarlo. Proprio perché inconoscibile, il Grande Fratello è proclamato “immortale, infallibile e onnipotente, fonte di ogni successo, ogni risultato positivo, ogni vittoria, ogni conoscenza scientifica…” E’ impressionante come nel ’48 sia stato possibile avanzare una tale immagine del futuro in termini tecnologici, in quanto, molto prima della scoperta della tv e della rete informatica, Orwell descrive un mondo totalmente monitorato da teleschermi e videocamere, dove operano sofisticatissimi programmi che riescono a leggere perfino nel pensiero delle persone.

E’ un mondo animato dall’isteria e dalla ritualità dell’odio, utili a generare emozioni negative, dove ogni giorno vengono organizzate manifestazioni d’odio verso il nemico numero uno del Partito- Emmanuel Goldstein, capo della opposizione chiamata Fratellanza, che poi si rivela essere parte della strategia del Partito. Questo elemento narrativo, oltre a richiamare forte assonanza con la realtà politica italiana, costituisce una finissima insinuazione da parte dell’autore di come il potere invisibile usi la divisione fittizia fra governo e opposizione per simulare una dinamica, uno scontro dialettico che non esiste, sfruttando l’innato dualismo della mente umana, ma portandolo al massimo della scissione che invalida definitivamente ogni processo cognitivo. Si presuppone che per il personaggio di Goldstein Orwell abbia preso ispirazione dalla figura storica di Trotsky, ma in tutto il romanzo l’autore fa molti riferimenti sia al regime nazista di Hitler che al Partito comunista di Stalin, il che fa capire non solo come regimi e dittature diverse hanno degli aspetti molto simili, ma che forse sono manipolati dallo stesso potere inafferrabile e ‘misterioso’ che vuole un mondo forzatamente diviso per trarre vantaggi dal conflitto e dalle guerre fra i contendenti.

Il dissenso al Partito è impersonato dal protagonista Winston Smith- un uomo non eccezionale e non perfetto, che però è uno dei pochi che ancora conserva la capacità di discernimento fra verità e menzogna, rifiutandosi di praticare la tecnica del Bispensiero. Quella del Bispensiero forse è l’esordio in assoluto del tema della dissonanza cognitiva nella letteratura mondiale, compresa quella scientifica, in quanto è un fenomeno di cui si è iniziato a parlare in ambienti specialistici solo negli ultimi decenni. Il Bispensiero (o la dissonanza cognitiva) permette di accettare come veritiere delle affermazioni prive di logica, dove vengono connessi concetti e idee completamente contrastanti- una tecnica di programmazione linguistica che a lungo andare sopprime l’esercizio della logica e della ragione stessa. Ne sono esempio gli slogan come “la guerra è pace” (che ricorda molto l’esportazione bellica dei valori della democrazia, o il Nobel per la pace al presidente più guerrafondaio nella storia), “ la libertà è schiavitù”, “l’ignoranza è forza” (la censura programmatica di argomenti e temi scomodi al potere), ma anche i nomi dei ministeri del Partito, dove nel Ministero dell’Amore vengono torturati i dissidenti politici, nel Ministero della Verità vengono invece falsificate le notizie, nel Ministero della Abbondanza viene pianificata la distruzione di beni a scopo bellico, nel Ministero della Pace vengono pianificati i conflitti con le altre superpotenze; come oggi dal Ministero della salute vengono calati ordini e protocolli assolutamente contrari alla salute, e il Ministero dell’istruzione è incaricato invece a demolire l’istruzione pubblica.

Un elemento di sconcertante attualità è proprio quello della Neolingua e della corrispettiva Psicopolizia, che ne esegue l’applicazione arrivando a controllare perfino i pensieri non espressi, tanto da far venire il dubbio se è stato Orwell ad essere profetico in modo allucinante, o sono stati alcuni ambienti del potere a includere le sue idee nella loro agenda a lungo termine. Nella neolingua, che è lo strumento principale di controllo della popolazione e che oggi ritroviamo nel pensiero ‘politicamente coretto’, la semantica dei sudditi è ridotta all’essenziale, oltre ad essere purificata da tutte le parole che possono creare sentimenti rivoluzionari o stimolare pensieri di dissidenza, perché se viene abolita ogni parola che ricorda la libertà o la giustizia, nessuno potrà mai pensare a un concetto che le corrisponde, non avendo i mezzi per esprimerlo. L’altra funzione della neolingua è quella di cancellare il passato sia distruggendo e modificando documenti e dati di fatto oggettivi, che cancellando la memoria e disintegrando la coscienza individuale, per cui il Ministero della Verità e le varie redazioni di giornali e libri lavorano instancabilmente per “l’adattamento nell’interpretazione dei fatti che vanno aggiornati di continuo…” e dove spesso “non si tratta di una falsificazione ma solo della sostituzione di uno sproposito con un altro sproposito…” (E’ superfluo ribadire quanto queste regole abbiano funzionato nella rappresentazione mediatica dell’emergenza sanitaria.)

Nel grigiore del mondo freddo del “1984” ci sono poche sfumature di vitalità, perché “sebbene splendesse il sole e il cielo fosse di un luminoso azzurro, nessun oggetto all’intorno sembrava rimandare il colore, con l’eccezione dei cartelloni che erano incollati dappertutto….” Tutto trasmette annichilimento e omologazione, dove gli unici luoghi non contaminati dal regime sono la campagna, descritta come un luogo aperto e vivo, e la stanza dove si incontrano Winston e Julia- la sua amante che similmente a lui è sana di mente e conserva l’amore per la verità. L’amore sentimentale però è bandito nel mondo del “1984”: la relazione passionale costituisce uno psico-reato perché trasgredisce la regola secondo cui un uomo e una donna possono incontrarsi solo a scopo procreativo per fornire nuovi membri al Partito. L’unico che può essere amato è il Grande Fratello. L’amore nella distopia di Orwell non ha un happy-end, non vince sulle assurdità, anzi- cede alle torture nella stanza 101 del Ministero dell’Amore difronte a una incontrollabile e altrettanto distopica ratto-fobia.

Paradossalmente proprio nel momento in cui Winston cede alla paura e tradisce la sua amata, annullando l’ultimo sentimento umano e diventando parte della dottrina dell’annichilimento, egli diventa il simbolo universale dell’uomo. Perché il messaggio finale, e forse quello più delicato, del romanzo è proprio questo – far comprendere la natura del male, il male come insito in ogni uomo, che non è altro che la banalità della paura e la cedevolezza di fronte a tale paura. (La fobia dei ratti non è diversa da qualsiasi altra paura, e come tale costituisce un punto debole di rottura con la ragione e con la resistenza.) Su questa cedevolezza della coscienza umana sono costruite tutte le dittature, operando una progressiva cooptazione fino a includere la totalità della popolazione (una prospettiva descritta anche da Philip Dick nel suo “La svastica sul Sole”). L’altro messaggio attualissimo di Orwell è quello antipolitico, che sostanzialmente è un messaggio anti partitico perché “il Partito mira al potere solo per se stesso; non è interessato al bene degli altri, ma al potere e niente più”, ma la denuncia più profetica è quella dell’invasione della tecnologia nella vita degli uomini, la totale desacralizzazione della loro privacy, dove la principale forma di socializzazione diventa quella di spiare gli altri. (Sulla denuncia dei pericoli insiti nella scienza e nella tecnologia, come l’eugenetica e il controllo mentale, è proiettato anche il “Mondo nuovo” di Huxley.)

Se c’è uno spiraglio di luce anche in un mondo distopico come quello del “1984”, tale spiraglio è lasciato agli abitanti del livello sociale più basso- i proletari e chi vive in campagna; solo a loro è concesso un margine di libertà e di intimità perché non sono costantemente spiati dal teleschermo, in quanto considerati dal potere demoralizzati e privi di organizzazione (si scopre che anche Orwell era un populista). L’ottimismo dello scrittore però e anche scetticismo, perché stando alle parole di Winston “fino a che i prolet non diventeranno coscienti del proprio potere, non saranno mai capaci di ribellarsi, e fino a che non si saranno liberati, non diventeranno mai coscienti del loro potere.”

II) Quello spiraglio di luce, tralasciato da Orwell, è in realtà l’elemento di incontro fra distopia e utopia. In ogni società agiscono due ordini di forza- una viene potentemente dal basso ed è esclusivamente creativa, ma poco consapevole di sé, l’altra agisce dall’alto perché non solo è consapevole di sé, ma possiede la conoscenza e i mezzi con cui governare la prima, adoperati in buona o in mala fede. Si potrebbe dire che l’utopia è la sezione aurea dell’interazione fra questi due ordini, a condizione che dall’alto agiscano forze benevole. A differenza della distopia che può acquisire facilmente una crescita progressiva ed essere estesa su scala globale, per le cause attinenti alla cedevolezza della psiche umana, l’utopia come modello di società felice può essere realizzata solo su scala piccola e medio/piccola, in sistemi sociali chiusi o semi chiusi alle interferenze esterne, in modo da limitare effetti corruttivi e destabilizzanti.

Fra le prime opere utopistiche (anche se il termine utopia viene coniato molto dopo) possiamo annoverare “La Repubblica” di Platone, dove l’elemento utopistico consiste nell’abolizione della proprietà privata per i governanti e l’esercito, ma l’abolizione della proprietà privata ricorre in tutte le successive utopie, essendo considerata in modo unanime la causa originaria di tutti i mali. Il Governo dei migliori, immaginato da Platone, è proprio quell’incontro fra alto e basso, dove la conoscenza filosofica degli eletti viene coltivata e adoperata per il bene di tutta la società e dove, per evitare conflitti d’interesse, ai governanti viene negato il diritto alla famiglia, in quanto considerata fonte di egoismo, in conflitto con i criteri di meritocrazia e di imparzialità. Nella società della democrazia moderna l’idea del ‘governo dei migliori’ è stata distorta dall’imposizione del ‘governo degli esperti’ (la tecnocrazia europeista-mondialista) che ha la funzione diametralmente opposta- quella di servire agli interessi delle oligarchie.

Dopo Platone dovranno passare infiniti secoli prima che il Rinascimento destasse di nuovo l’interesse per la politica e la filosofia sociale. Machiavelli, il padre della scienza politica moderna, è il primo a vedere nella politica un ideale, un nobile servizio al bene comune, dove i privilegiati del ceto aristocratico mettono le proprie conoscenze e la propria influenza a servizio di un interesse superiore- quello del popolo; i principi di servizio pubblico e i valori morali dei governanti diventano per Machiavelli l’unica ragione di stato. Negli ultimi decenni Machiavelli è stato attualizzato e rivalutato come modello teorico del nuovo populismo (nel senso positivo del termine, ovviamente) in ambienti accademici europei, in particolar modo quelli anglosassoni.

In ordine storico, dobbiamo a Thomas More la prima opera letteraria propriamente utopica -“L’isola che non c’è”, dove l’autore fa il gioco di parole fra u-topos (dal greco ou= non, quindi non luogo) ed eu-topos (dal greco eu=buono, ossia il luogo del bene). La scelta dell’isola come luogo della società felice conferma la tesi che solo i sistemi sociali chiusi o semi chiusi, di piccola o media scala, come lo sono le isole, possono offrire le condizioni necessarie per la realizzazione di un progetto di benessere sociale; come se l’isola, per la sua stessa configurazione geografica- isolata da tutti i lati attraverso il mare e al contempo aperta all’orizzonte a 360°, contenesse una formula cosmogonica in virtù della quale la convivenza armoniosa fra i diversi componenti si compie da sé. Una gran parte degli aspetti dell’organizzazione sociale dell’Isola di Thomas More potrebbero essere applicati anche alla società moderna, a partire dalla organizzazione del tempo, dove al lavoro in senso stretto spetterebbero non più di sei ore, mentre è previsto altrettanto tempo per l’ozio dedito alla riflessione e alla lettura, essendo quella dell’Isola una società dominata dalla conoscenza e dalla cultura. Un altro elemento possibile da ‘importare’ sarebbe l’interscambiabilità del lavoro: il lavoro semplice, quello di manifattura, è obbligatorio per tutti (ad eccezione degli studiosi) e le varie mansioni vengono cambiate a rotazione, in modo da impedire che alcuni possano parassitare su altri, ma il carico a rotazione oggi sarebbe auspicabile anche per il settore dell’impiego pubblico, oltre a quello della rappresentanza politica, in modo da prevenire il pericolo di corruzione e di consolidazione di interessi privati nell’amministrazione pubblica.

Un’altra opera utopica del Seicento sarebbe la “Città del Sole” del filosofo eretico Tommaso Campanella, scritta con figure e concetti evocativamente mitologici che rimandano alla gerarchia dell’Olimpo greco, come lo è il nome del re che si chiama Metafisico, e le sue tre assistenti- Potenza, Sapienza e Amore. Nella citta di Campanella vige la comunione dei beni e delle donne (idea presa in prestito successivamente da Marx), non ci sono religioni monoteiste e si adora solo il Sole. In realtà non ci sarebbe religione più universale ed egualitaria di quella che adora la potenza benevola della natura, ma la società necessita anche di una gerarchia, di un sistema valoriale verticale, oltre a quello orizzontate, ha bisogno di un punto di riferimento unificatore che stia in alto, più concreto che astratto, e che tenga la struttura sociale compatta e stabile, e Campanella aveva colto perfettamente questo doppio parametro della coesione sociale.

Nella storia dell’occidente l’Ottocento è stato il periodo più produttivo di utopie e teorie sociali, nonché quello più sperimentale in termini di cambiamento del paradigma sociale. Ancora nei primi decenni del secolo vengono messe in opera in modo molto proficuo alcuni modelli utopistici di matrice socialista- si tratta degli esperimenti comunitaristi del grande filantropo Robert Owen che hanno costituito le basi, e senz’altro la parte più sana, del pensiero socialista. Perfettamente coerente fra pensiero e azione, Owen è il primo a introdurre politiche sociali per le fasce più deboli, in grande anticipo rispetto al resto d’Europa, come la scuola materna, l’educazione ricreativa, l’istruzione, l’educazione civica, nonché l’introduzione del sistema assicurativo e previdenziale per il lavoro subordinato. Owen è il primo ad avvertire l’imminente concorrenza fra il lavoro umano e le macchine e il bisogno di azione comune dei lavoratori per subordinare l’avanzamento delle macchine. Le comunità sperimentali di Owen non superano 3000 persone e sono ubicate sia nel contesto industriale che in quello agrario, sono organizzate in parti comuni e case private, con varietà di occupazione e buon grado di autosufficienza alimentare. Owen dimostra come tale organizzazione comunitarista porta al netto miglioramento non solo dello standard di vita delle famiglie operaie, ma anche dei risultati della produzione, perché un lavoratore felice e soddisfatto rende meglio di un lavoratore oppresso e sfruttato. E mentre le sue comunità diventano centro di studi per tutta l’emergente borghesia inglese, egli tenta di trapiantare questo esperimento anche in America, dove però l’esperimento fallisce in giro di pochi anni proprio per la mancanza della proprietà privata e della sovranità individuale, aprendo la strada all’individualismo anarchico americano.

Il contributo incommensurabile di Owen, definito da Marx “socialismo utopistico”, dimostra come le forme di utopia reale non hanno bisogno di essere imposte con dittature e sanguinarie rivoluzioni, ma mediante persuasione politica e diplomazia, oltre che con grande devozione morale (peccato Marx non abbia capito la lezione), perché la natura umana non può essere forzata ad accettare un’idea di bene o di ordine che non condivide come valore. Ecco perché il pluralismo, al netto di comportamenti lesivi agli interessi altrui, dovrebbe essere sancito come il valore costitutivo più alto e inderogabile di ogni ordinamento sociale- in una realtà dove saranno sempre presenti sia elementi distopici che frammenti di armonia e di felicità. La domanda cruciale oggi è se il singolo individuo sarà ancora libero di scegliere, ossia se potrà ancora essere hairetikos. E se la convivenza fra chi ama il pensiero unico e la sua dittatura e chi ama la ragione e la libertà sarà ancora possibile.