"Se vuoi seppellire un problema, crea una Commissione"

L'ex ministro Speranza atteso oggi in Commissione Covid.

"Se vuoi seppellire un problema, crea una Commissione"


Prosegue la serie di contributi dedicata ai temi in cui più pervasiva ed efficace risulta la strategia totalitaristica delle forze euro-globaliste. Autore dei contributi è il prof. Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma, dove ha insegnato anche diritto dell’Unione europea ed è stato titolare della Cattedra Jean Monnet conferitagli "Ad Personam" dalla Commissione europea. Considerato il più noto studioso italiano di biodiritto internazionale, il prof. Marini è stato a lungo vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica della Presidenza del Consiglio dei Ministri ed è presidente dell'European Centre for Science, Ethics and Law (ECSEL). Durante la pandemia, Marini ha fondato e presieduto il Comitato Internazionale per l'Etica della Biomedicina (CIEB) che, come molti lettori ricorderanno, è stato l’unico network scientifico internazionale a richiamare la gestione della pandemia all’osservanza dei principi e delle regole della bioetica e del biodiritto.


Di Luca Marini per ComeDonChisciotte.org


Anche su questo Napoleone e Churchill la pensavano allo stesso modo: ed è universalmente noto, infatti, che le commissioni parlamentari di inchiesta finiscono per essere i luoghi deputati a insabbiare i problemi e a lasciarli definitivamente irrisolti, salvando al contempo l'immagine di chi, di esse, si è fatto promotore.

Fino a prova contraria, ciò vale anche per la commissione parlamentare di inchiesta sul Covid che, tra sussulti di orgoglio investigativo («convocheremo Draghi») e corto-circuiti istituzionali (l'audizione dei suoi stessi componenti!), naviga a vista nel mare della resipiscenza tardiva propria a molti italiani: che tutto sono disposti a ricordare di quel periodo - lockdown, tamponi, zone rosse e smart-working - salvo aver salutato con favore l'introduzione, nella nostra cultura prima che nel nostro ordinamento, di un abietto strumento di controllo sociale quale è il Green Pass.

E così, tra boutade mediatiche ed esilaranti self-restraint, una commissione istituita per indagare sulla gestione di una emergenza che ha offerto il pretesto per realizzare la più grande sperimentazione di massa che la storia ricordi, per annichilire i principi generali della bioetica e del biodiritto (dal principio di precauzione a quello del consenso informato, dal principio di beneficenza a quelli di non maleficenza e di giustizia), per annientare libertà fondamentali considerate irrinunciabili fino allora e per commettere crimini contro l'umanità che fanno impallidire il ricordo di quelli giudicati a Norimberga, si sta invece rivelando il sequel dello stesso film dell'orrore.

Ma non è sorvolando sulle domande più scomode che ci si avvicina alla verità: e quindi può essere utile soffermarci brevemente su alcuni aspetti della vicenda Covid che ancora sembrano sfuggire alla percezione di una parte del pubblico, nonché, curiosamente, di chi dovrebbe investigare su quella vicenda per accertarne cause, dinamiche, protagonisti e responsabilità.

Partiamo da una semplice constatazione: per occultare la verità non c'è niente di meglio che gridare al complotto. È il modo più felpato, ed efficace, per scoraggiare il ricercatore rigoroso, figuriamoci l'uomo della strada: se l'indagine di un fenomeno e delle sue cause svolta con metodo critico rischia di apparire negazionista, e quindi anti-scientista e complottista (con la conseguenza per chi indaga di passare per retrogrado, santone o ciarlatano e di essere ostracizzato dai salotti buoni dell'accademia, dei media e della politica), è assai probabile che l'investigatore finisca con l'adagiarsi sulle tesi dominanti, lasciandosi trasportare dalla corrente e accantonando ogni eventuale vestigia di onestà intellettuale.

Così è stato per il Covid. Le cause della «pandemia» dichiarata dall'Organizzazione mondiale della sanità l'11 marzo 2020, a distanza di un mese e mezzo dall'inizio dell'emergenza sanitaria in Italia, potrebbero essere state molte e diverse: un evento più o meno accidentale occorso in qualche remoto laboratorio di ricerca, il consumo di carne di pipistrello, le controverse politiche sanitarie degli ultimi vent'anni, il mancato aggiornamento di piani pandemici nazionali e internazionali, l'eccezionale congiunzione di Mercurio con Venere, Marte, Giove e Saturno verificatasi nella primavera 2020, il primo atto di un non meglio precisato "Grande Reset", un'oscura profezia medievale e chi più ne ha più ne metta. Ma - ammesso che importi davvero - noi non lo sapremo mai, perché ciascuna di queste cause, come anche la loro eventuale interazione, viene sbrigativamente liquidata alla stregua di un complotto da quegli scienziati cui i media tributano il ruolo di depositari delle verità ufficiali.

Come facciano poi gli scienziati in questione a proclamare queste verità ufficiali in assenza di evidenze scientifiche certe e definitive rimane per molti un mistero, ma resta il fatto che, grazie al Covid, l'autorevolezza della scienza mainstream è aumentata in modo esponenziale, a detrimento delle opinioni scientifiche minoritarie e dissenzienti di cui, oggi, non si esita neppure per un momento a ridicolizzare, emarginare e, se del caso, criminalizzare.

Sull'appena evocato rapporto di causa-effetto si potrebbe discutere ampiamente (davvero involontario? davvero imprevedibile?), ma in questa sede ritengo più utile soffermarmi brevemente sulla definizione di "scienziato" che, semplice in apparenza, in realtà resta incerta e controversa: per essere scienziati, infatti, è sufficiente essere professori universitari oppure occorre avere conseguito meriti specifici e particolari, come, ad esempio, aver vinto il premio Nobel? E ancora: tutti i premi Nobel sono scienziati o qualche premio Nobel, come ad esempio Luc Montagnier, lo era un po' meno degli altri perché diceva cose che taluni non condividevano o ritenevano scomode?

Per fortuna, anche in questo campo interviene in soccorso il tradizionale ingegno italico, che ha portato molti a sviluppare un metodo infallibile per distinguere uno scienziato autentico da uno fasullo: guardare la televisione. Frequentando i salotti televisivi durante i vari lockdown, infatti, gli italiani hanno imparato a riconoscere a colpo d'occhio studiosi, esperti, docenti e, appunto, scienziati di chiara fama dal grado di impegno da essi profuso nell'apparire e, parallelamente, nel contrastare la diffusione delle fake-news sul Covid prima ancora della malattia in sé. Ed è ovvio che, in un Paese dove la prima fonte di autorevolezza è data proprio dalla visibilità, non c'è bisogno di aggiungere altro.

Spostiamoci allora sul piano dell'indagine bioetica. In questa prospettiva, è fuori discussione che il Covid è servito a cancellare consolidati, quanto démodé, paradigmi della medicina e a introdurne di nuovi, quale ad esempio la selezione ospedaliera dei contagiati, con buona pace non solo e ovviamente del giuramento di Ippocrate, ma anche del diritto alla salute e del citato principio bioetico di giustizia, intesa come equità di accesso alle prestazioni sanitarie.

Sdoganato in occasione della presentazione della bozza di Piano pandemico 2021-2023, quando il Ministro della salute - della salute, si noti, non dell'economia - aveva affermato, serafico, «se le risorse sono scarse, scegliere chi curare» (senza preoccuparsi di precisare il limite oltre il quale le risorse devono considerarsi scarse e da chi, i criteri di scelta di coloro che hanno diritto ad essere curati e, infine, che cosa deve intendersi per "cura"), l'approccio selettivo in questione era stato anticipato, in realtà, dalla circolare adottata dal Ministero della Salute il 30 novembre 2020 e intitolata alla «gestione domiciliare del paziente con infezione da Sars-Cov-2». Quella circolare, infatti, al fine di «ridurre gli accessi potenzialmente inappropriati ai servizi di pronto soccorso degli ospedali», raccomandava ai soggetti che avevano contratto il Covid, ma che erano considerati «a basso rischio» sulla base di alcuni parametri, di restare a casa, di seguire una «appropriata idratazione e nutrizione» (sic!) e di procedere a trattamenti di natura esclusivamente sintomatica, a base soprattutto di paracetamolo (da cui lo slogan "tachipirina e vigile attesa").

Più che le vicende giudiziarie che hanno interessato la circolare ministeriale (e gli atti a essa collegati), preme qui ricordare i diabolici collegamenti tra la circolare medesima e la disciplina europea relativa all'immissione in commercio del cosiddetto vaccino anti-Covid. Come si ricorderà, infatti, quest'ultimo è stato introdotto sul mercato sulla base di una procedura di tipo semplificato che - ai sensi dell'art. 4 del regolamento della Commissione n. 507/2006 - autorizza la commercializzazione di medicinali per uso umano anche quando il richiedente non disponga di «dati clinici completi in merito all'efficacia e alla sicurezza» dei medicinali in parola, con buona pace dei citati principi di precauzione, di beneficenza e di non maleficenza.

Tra le condizioni, tassative e simultanee, per rilasciare una autorizzazione di questo tipo vi è quella secondo cui il medicinale proposto deve rispondere a «esigenze mediche insoddisfatte» (art. 4, comma 1, lett. c): ed è evidente - ma forse non agli occhi di tutti - che proprio la strategia ministeriale della "tachipirina e vigile attesa", ostacolando i medici nella ricerca, in scienza e coscienza, di risposte terapeutiche efficaci, ha finito di fatto per soddisfare le condizioni poste dalla normativa europea per autorizzare l'immissione in commercio del cosiddetto vaccino anti-Covid.

Va da sé, poi, che ciascun farmaco autorizzato sulla base della normativa in parola, e quindi anche il vaccino di cui sopra, sia intrinsecamente sperimentale, ciò che, se da una parte fa piazza pulita delle polemiche e delle strumentalizzazioni semantiche alimentate in proposito durante la pandemia, dall'altra sollecita un'ulteriore serie di riflessioni di natura bioetica: ad esempio, è chiaro che, nella misura in cui il medico-sperimentatore ignori i rischi di cui dovrebbe informare previamente il paziente, nessun consenso potrà mai essere realmente informato.

Due ultime sollecitazioni sul piano bioetico. Che il vaccino mRNA sia in grado di interagire, e di modificare, il DNA umano ce lo diranno studi obiettivi e imparziali o, in mancanza, il trascorre del tempo: ma, in ogni caso, è facile intuire fin d'ora che qualsiasi effetto collaterale, e a maggior ragione quelli più imprevisti e imprevedibili, sarà una mano santa per quei soggetti che, a partire dal 1971, non fanno mistero di voler «vendere farmaci a persone sane» e che, nel tempo, hanno spinto per la medicalizzazione permanentemente della vita di milioni di individui, con ciò dando corpo a quella iatrogenesi su cui si fonda la Nemesi medica di Ivan Illich. La tecnologia mRNA, inoltre, costituisce uno degli elementi di punta di quel "progresso" biomedico e biotecnologico in grado di accelerare derive esiziali per la sopravvivenza stessa dell'essere umano: da una parte la deriva eugenetica e transumanista prospettata da sviluppi inquietanti e, anche per questo, silenziati dal Covid, quali la creazione dei primi embrioni ibridi uomo-scimmia; e, dall'altra, la deriva eutanasica, ormai all'ordine del giorno in quei Paesi (come la Svizzera) dove, durante la pandemia, taluni medici hanno negato la rianimazione agli anziani affetti da Covid, mentre altri hanno esortato i propri pazienti a rischio a privilegiare le scelte di fine vita.

Passando all'analisi biogiuridica, sarebbe interessante sapere una volta per tutte perché il Governo italiano ha ritenuto di introdurre l'obbligo vaccinale in totale spregio della risoluzione adottata il 27 gennaio 2021 dall'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, secondo cui «nessuno a livello politico, sociale o in altra forma può fare pressioni perché le persone si vaccinino se non lo scelgono personalmente». Quella risoluzione, richiamando le garanzie poste a salvaguardia dell'autonomia individuale in ambito medico e biomedico dalla disciplina del consenso informato sancita dall'art. 5 della Convenzione di Oviedo sulla biomedicina, stigmatizzava altresì l'uso dei certificati di vaccinazione come "passaporti" vaccinali, tenuto conto dell'incertezza scientifica in merito alla «effettiva efficacia dei vaccini nella riduzione della trasmissione, sulla durata dell'eventuale immunità acquisita e della percentuale di 'fallimenti' nel produrre immunità».

Trattandosi di una semplice risoluzione, e quindi di un atto giuridicamente non vincolante, non è difficile anticipare la risposta di quanti, investiti all'epoca di responsabilità di governo, esibivano con disinvoltura strumenti e soluzioni incontrovertibili perché salvifici, che anche la Corte costituzionale ha ritenuto di legittimare respingendo in punta di diritto la tesi secondo cui il Parlamento italiano fosse stato espropriato delle sue prerogative sovrane nell'ambito del conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato generato dalla serie di provvedimenti adottati dal Governo per contrastare il Covid (562 nei primi 15 mesi!).

Ma, al di là delle risposte manierate, resta il fatto che, con il beneplacito degli organi costituzionali, nessuno escluso, il Covid ha spalancato la strada a metodi e misure che, permanendo anche in futuro l'esigenza prioritaria di tutelare la salute, potrebbero radicalizzarsi fino ad azzerare le garanzie formali, sostanziali e procedurali stabilite dalla Costituzione in materia, tra l'altro, di legislazione d'urgenza, di diritto alla salute, di libertà di espressione e di circolazione dei cittadini, di libertà religiosa.

D'altra parte, invasioni aliene, piogge di meteoriti e guerre nucleari a parte, è evidente che solo un'emergenza sanitaria globale poteva offrire il destro a una svolta totalitaria intesa a soggiogare l'essere umano mediante la propaganda del terrore fondata sulla manipolazione dei dati scientifici. E, infatti, solo il Covid poteva mantenere in vita uno stato di emergenzialismo in grado di giustificare, agli occhi di una opinione pubblica atterrita e frastornata, la manipolazione dei flussi informativi secondo metodi e dinamiche inimmaginabili prima dell'emergenza sanitaria; l'attentato alla salute ed all'integrità psico-fisica dei cittadini conseguente al sostegno incondizionato a una sperimentazione di massa svincolata da requisiti minimi di sicurezza e di efficacia e che, ad abundantiam, ha finito per contrapporre vaccinati e non vaccinati secondo una nuova classificazione di meriti e virtù civili; lo svuotamento di garanzie considerate fondamentali e irrinunciabili nel campo della medicina e della biologia; una governance dell'emergenza che ha incrinato i fondamenti stessi della democrazia.

Durante la pandemia, pochi hanno avuto il coraggio di tracciare una sintesi così elementare, e allo stesso tempo esaustiva, temendo di essere emarginati, ridicolizzati e criminalizzati. Chi sicuramente non ha taciuto è stato il Comitato Internazionale per l'Etica della Biomedicina (CIEB) che, con i suoi Pareri, ha più e più volte richiamato l'attenzione di governi e società civile sull'esigenza di ricollocare la riflessione bioetica e biogiuridica al centro della gestione del Covid, allo scopo di scongiurare derive totalitarie, indicando al contempo nel capitalismo ultra-finanziario e digitale promosso dalle élites transnazionali di matrice giudaico-massonica il Paziente Zero della pandemia.

Come molti ricorderanno - visto che lo fa anche l'Intelligenza Artificiale - i Pareri adottati dal CIEB sono stati utilizzati dal Parlamento italiano, da quello europeo, da organismi accademici, scientifici e giudiziari (ma non, curiosamente, dalla Commissione parlamentare d'inchiesta): e in questa sede mi piace richiamare il Parere del marzo 2022 concernente la raccomandazione dell'UE sul «rafforzamento della cooperazione nella lotta contro le malattie prevenibili da vaccino» adottata il 7 dicembre 2018, e cioè quasi un anno e mezzo prima del Covid. Con quella raccomandazione, l'UE invitava i governi a predisporre «approcc(i) alla vaccinazione sull'intero arco della vita» delle persone, a «introdurre controlli di routine dello stato vaccinale ... all'inizio del percorso scolastico ... (e) sul luogo di lavoro», nonché a disporre di «informazioni elettroniche sullo stato vaccinale dei cittadini ... (che) raccolgano dati aggiornati sulla copertura vaccinale per tutte le fasce di età».

Ma il passaggio più subdolo di quella raccomandazione, correttamente sottolineato dal CIEB nel pieno della pandemia, è quello relativo al controllo della «esitazione vaccinale» (ossia della sfiducia verso i vaccini), per arginare la quale l'atto in parola salutava con favore il progetto della Commissione europea di «considerare la possibilità di investire nella ricerca nelle scienze comportamentali e sociali ... per monitorare gli atteggiamenti nei confronti della vaccinazione» (sic!).

Complotto o complottismo? Una cosa è certa: chi ignora, minimizza o nega questi fatti potrà anche essere, talvolta, chi non dispone degli strumenti metodologici e concettuali necessari per afferrarne la complessità e l'interazione, ma nella stragrande maggioranza dei casi è colui che li ha pianificati oppure un suo complice. L'uno e l'altro hanno interesse a nascondere, e a respingere, gli indizi di verità e inevitabilmente accuseranno di anti-scientismo e di negazionismo chi, indagando criticamente, giungesse a ricavare da evidenze come la raccomandazione europea poc'anzi ricordata un chiaro segnale di slittamento verso il totalitarismo biopolitico globale minuziosamente anticipato dalla letteratura del passato (da Jack London a Aldous Huxley, da George Orwell a Ray Bradbury a Harry Harrison), ma sdegnosamente respinto dai tanti scienziati del presente.

Del resto, per occultare la verità non c'è niente di meglio che gridare al complotto.


Di Luca Marini per ComeDonChisciotte.org

26.10.2026

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