COGITO ERGO DUBITO

COGITO ERGO DUBITO

DI MARCO MESSINA

marcomessina.wordpress.com

Sul sito Repubblica.it ieri è apparso un articolo che riguarda un professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’università di Teramo, prof. Claudio Moffa, che il 25 settembre scorso ha tenuto una lezione sull’Olocausto, con particolare riferimento alle tesi che negano la versione ufficiale e comunemente accettata sui tragici avvenimenti che insanguinarono l’Europa nel corso del secondo conflitto mondiale. Alcune delle frasi choc pronunciate dal prof. Moffa, che tanto scandalo sembrano destare nella redazione de La Repubblica, sono le seguenti: “Non c’è alcun documento di Hitler che dicesse di ‘sterminare tutti gli ebrei’”; “L’edificio che viene mostrato ai ragazzi delle scuole ad Auschwitz è un edificio che non ha nessuna delle caratteristiche tecniche atte ad essere stato una camera a gas. Il Zyklon B veniva usato per disinfestare gli abiti dei reclusi: se usato al fine di ‘gassarè i deportati, nelle quantità previste e raccontate da Rudolph Höss (comandante di Auschwitz, ndr) al processo di Norimberga, sarebbe stato tecnicamente impossibile. La cifra e i tempi forniti da Höss, di 2000 persone gassate al giorno, non fanno tornare i conti”.

Nella foto: Università di Teramo (Rettorato)


A seguito, “I PICCOLI INQUISITORI” (Giacomo Gabellini, conflittiestrategie.splinder.com);

Il disappunto dell’autore dell’articolo, Marco Pasqua, si manifesta inizialmente quando scrive: “[...] il video è pubblicato sulle pagine web del docente, sulle quali appaiono frequentemente articoli in difesa della libertà di espressione, fatta coincidere, in questo caso, con la libertà di negare l’Olocausto”. Si lascia intendere che non può esistere la libertà di negare l’Olocausto. Fare ricerca e dimostrare l’infondatezza o la falsità di fatti storici che, seppur universalmente riconosciuti, non sono mai stati indagati sino in fondo, secondo Repubblica non farebbe parte della libertà di espressione? Il secondo quotidiano più importante d’Italia sarebbe quindi a favore del reato di opinione? O, peggio, di indagine? Sarà questo allora il motivo per cui Repubblica ignora che in Francia esiste la legge Gayssot che dichiara reato mettere in dubbio l’esistenza dei crimini nazisti. E ignora soprattutto il fatto che un ingegnere chimico francese di 41 anni, Vincent Reynouard, è attualmente in carcere per aver diffuso un opuscolo con cui proponeva il suo punto di vista sull’Olocausto nazista. Nessun omicidio, né alcuna violenza. Solo un’opinione. Per Reynouard nessun Saviano si straccia le vesti per difendere la sua libertà d’espressione.



E’ questa la coerenza di Repubblica: da una parte si raccolgono firme per difendere una condannata per omicidio in Iran e dall’altra si mette alla gogna un professore italiano con l’accusa di aver reso partecipe i propri allievi delle sue ricerche storiche.

E’ il paradosso. E non finisce qui. In un passaggio successivo, Pasqua si spinge ad invocare il contraddittorio alle parole di Moffa, dimostrando di aver conseguito il patentino di giornalista senza aver mai frequentato un’aula universitaria, perchè altrimenti saprebbe che regolarmente le lezioni si svolgono senza contraddittorio (mi sembra di riascoltare gli attacchi furibondi alle trasmissioni televisive di Luttazzi, reo di fare ‘satira senza contraddittorio’).

Le ultime chicche di Pasqua per screditare Moffa sono, in primo luogo, il suo ‘elogio ad Ahmadinejad’, come se il leader iraniano fosse il primo della lista dei ricercati dell’FBI, e, in secondo, le parole del presidente della Comunità Ebraica Renzo Gattegna, che si chiede quali siano le “reali intenzioni” dei revisionisti della Shoah. Le intenzioni sono spiegate chiaramente dal professor Moffa, il quale, citando lo storico ebreo Norman Finkelstein e il suo libro ‘L’industria dell’Olocausto’, parla di “un arma ideologica indispensabile, grazie alla quale una delle più formidabili potenze al mondo (lo Stato di Israele, nda) ha acquisito lo status di vittima. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l’immunità alle critiche”. Oltre al legittimo desiderio di fare chiarezza su avvenimenti storici di così grande portata, lo scopo del revisionismo dello sterminio ebreo è essenzialmente politico, cioè dimostrare quanto incerte siano le basi da cui prendono le mosse i sentimenti di solidarietà e comprensione che da sempre siamo abituati a nutrire verso il popolo ebreo e lo stato d’Israele, fino a giustificare o ignorare ogni sorta di crimini e abusi di cui il paese giudeo si è reso protagonista dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Il clima di intolleranza sollevato da Repubblica verso le divergenze dal pensiero unico indotto viene esacerbato dai commenti degli utenti, che si lasciano andare a insulti, auspici di una subitanea condanna della magistratura (con quale reato?) e inviti ad andare a vivere in Iran, neanche fosse la Cambogia di Pol Pot, peraltro ignorando che proprio su Repubblica qualche giorno fa un giornalista raccontava di un tranquillo viaggio in moto attraverso l’Iran, il paese canaglia nemico dell’Occidente, durante il quale ha ricevuto solo ‘amicizia e ospitalità’. Ma naturalmente questo articolo non prevedeva commenti.

Leggo proprio ora che anche i politici, dal ministro dell’Istruzione a esponenti dell’opposizione, stanno alzando la voce all’indirizzo di Moffa, per il quale si prevedono provvedimenti. Le accuse sono davvero strampalate e mostrano chiaramente che non si sa di cosa si sta parlando. Si va dall’apologia del nazismo (semmai è il contrario, i revisionisti ne ridimensionano la forza) all’odio razziale (come può una ricerca storica produrre odio razziale?) fino all’accusa di ‘dire che la Shoah non è mai esistita’ (i revisionisti non negano l’Olocausto, ma ne contestano i numeri e la storiografia).

Il dubbio è un toccasana per la mente, specie quella di uno studente universitario.

Marco Messina
Fonte: http://marcomessina.wordpress.com/
Link: http://marcomessina.wordpress.com/2010/10/08/cogito-ergo-dubito/
8.10.2010

Commenti (41)

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    1. Zeruel-86 9 ottobre 2010

      E' tutta colpa di Moffa.
      Se Moffa avesse accennato ai dubbi sull'Olocausto dicendo qualcosa come: "Ci sono dei matti che negano l'Olocausto, ma sono solo degli idioti neonazisti e antisemiti, ah ah ah", nessuno ci avrebbe trovato niente da ridire.
      Ma lui ha osato presentare una lista di FATTI che smentiscono il Credo Ufficiale, e questo è davvero imperdonabile in un individuo incaricato di istruire la gente.
      Se avesse trattato la questione in modo superficiale e antiscientifico, limitandosi a deridere chi la pensa in modo contrario al Dogma Ufficiale, tutti lo avrebbero lodato. Ma lui ha agito in modo razionale e intellettualmente onesto.
      Come cazzo si è permesso?

    1. Earth 9 ottobre 2010

      Giusto per farsi un'idea l'articolo seguente di Giacomo Gabellini:

      VENERDÌ, 08 OTTOBRE 2010
      FEZ, ORBACE E MANGANELLO (di G.P.)

      Finalmente abbiamo avuto la prova che Berlusconi non è il despota in camicia nera di cui parlavano i sinistri e gli idioti di Repubblica e che al governo non ci sono fascisti incalliti col fez in testa, l'orbace sul petto e il manganello nella cintola.
      Forse sarà pur gente rozza e dai costumi scivolosi, ma questo non perchè facciano uso ed abuso di olio di ricino. Semmai di un po' di vaselina a scopo sessuale...
      La prova è questa: ve li immaginate i magistrati del regno che in piena era fascista mandano le forze dell'ordine a sequestrare documenti e fantomatici dossier presso l'organo del regime Il Popolo d'Italia? Roba da ridere no? Appunto. Ieri, invece, illustrissimi, liberi e prudentissimi (Travaglio lo dice) togati della casta giudiziaria hanno inviato i carabinieri nella sede de Il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi, alla ricerca di non si sa quale cartella segreta o piano di sovversione dell'ordine costituito. Non è stato trovato alcunché ma noi abbiamo invece avuto il riscontro che da sempre attendevamo. Il fascismo è morto nel '45 e chi paventa un ritorno del ventennio oggi lo fa solo per aspirazione personale. Punto.

    1. Tao 9 ottobre 2010

      I PICCOLI INQUISITORI

      DI GIACOMO GABELLINI

      conflittiestrategie.splinder.com

      Se il giudice fosse giusto, forse il criminale non sarebbe colpevole

      Fedor Dostoevskij

      Il cinema ha sempre avuto una risorsa in più rispetto alle altre forme di arte, che consiste nell'iperbolizzare la realtà e di mostrarla all'osservatore più cruda di quanto non sembri. In sintesi, non è azzardato affermare che la realtà è gelosa della finzione.



      Tutto ciò è indubbiamente riscontrabile in un vecchio film di Marco Bellocchio, opportunamente intitolato "Sbatti il mostro in prima pagina". Protagonista del lungometraggio è un influentissimo capo redattore di giornale, estremamente cinico e arrivista, che strumentalizza un fatto di sangue particolarmente efferato per gettare discredito su una precisa fazione politica. Dalla posizione in cui si trova, questo signore (un grandissimo Gian Maria Volonté) esercita tutta la propria influenza per indirizzare la storia e le indagini nella specifica direzione a lui gradita, in modo da dare in pasto all'opinione pubblica un mostro così ben confezionato. Pare decisamente opportuno ricordare la non certo inedita né originale trama di questo bel film in un triste momento come quello che stiamo vivendo, dominato in lungo e in largo dall'arroganza di questi "giornalisti con portafoglio", che per portare avanti i propri indegni interessi precisi e particolarissimi se ne sbattono letteralmente di rovinare le altrui carriere e vite.



      E' da qualche anno infatti che quel bel giornaletto che risponde al nome di "Repubblica" ricalca con estrema precisione i comportamenti del protagonista del film, per mano di una certo Marco Pasqua, che nel giro di un anno ha per ben due volte sbattuto in prima pagina il "mostro" del momento. La prima volta accadde che la classica etichetta di "negazionismo" (quale orrore!), questo Marco Pasqua la affibbiò al ricercatore presso l'università "La Sapienza" di Roma Antonio Caracciolo e, come accade sempre in questi casi, all'accusa fecero seguito forti pressioni mediatiche e politiche ("Repubblica" è un giornale che tira circa mezzo milione di copie e il proprietario è uno degli uomini più potenti d'Italia) sull’università, che spinsero il rettore Luigi Frati a "inquisire" accademicamente Caracciolo, la cui figura era stata nel frattempo abbondantemente sputtanata in pubblico. Peccato che il medesimo risalto mediatico che questo "quotidiano" (sic!) riservò alla solita "indignazione" di Riccardo Pacifici e delle tante strapagate anime belle inserite nel clero universitario e giornalistico, non fu assolutamente concesso alla notizia relativa all’assoluzione "accademica" del ricercatore, né alla sua sacrosanta richiesta di risarcimento per i danni subiti.

      Come era ovvio, né il direttore di "Repubblica" Ezio Mauro né il signor Marco Pasqua si sono degnati di scrivere due righe per porgere le scuse a Caracciolo. Tuttavia, se si fossero fermati a questo, sarebbe già stato qualcosa. Malgrado la botta nei denti subita, lorsignori hanno invece scelto di battere la stessa strada, e questa volta hanno orientato il mirino su Claudio Moffa, professore di scienze politiche presso l'università di Teramo. Le accuse sono grosso modo le solite: Moffa è accusato di negare l'olocausto e di mettere in discussione l'esistenza delle camere a gas. Tuttavia, se per Caracciolo gli inquisitori di "Repubblica" si erano limitati a tirare in ballo la sua passione per Carl Schmitt (viene da chiedersi se sappiano almeno chi era) per tentare di screditarlo (!), nel caso di Moffa hanno invece estratto dal cilindro gli "infamanti" nomi di Serge Thion e di Robert Faurisson.



      Il lato esilarante di tutta questa faccenda sta nel fatto che Marco Pasqua e i tanti Marco Pasqua sparsi per l'Italia si guardano bene, da bravi "inquisitori", dall'entrare nel merito della questione, e si limitano a sottolineare la "vicinanza" dei nomi clamorosi sopra citati con l'imputato in questione, formulando conciò un sillogismo di pessima fattura atto a screditare personalmente Moffa. Strano, quando il “dossieraggio” proviene da un individuo ripugnante come Vittorio Feltri ed è rivolto contro Boffo o contro Fini, si tratta di "Ignobili attacchi personali", quando lo fa "Repubblica", scrivendo idiozie e farneticazioni sul conto di comuni esseri umani che non dispongono del potere né (presumibilmente) del denaro per difendersi adeguatamente, i cultori del politicamente corretto si trincerano dietro un silenzio assordante. Poco importa il fatto che nel frattempo sia emerso che Caracciolo aveva ragione (e, senza la minima ombra di dubbio, ce l'avrà anche Moffa). Costoro non chiedono mai scusa, perché sanno bene quello che fanno. Ricordano molto da vicino gli "inviati" di Striscia la Notizia; forti con i deboli e servili con i forti. In ogni caso, entrando più direttamente nella questione, è bene ricordare una cosa. Ammesso e non concesso che i revisionisti (anche se fa molto comodo chiamarli tutti "negazionisti") abbiano torto o che qualcuno di loro si sia inventato tutto per dare una patina di legittimità alle proprie convinzioni personali, non è certo portando avanti questa "inquisizione preventiva" che essi verranno sbugiardati. Le menzogne non si abbattono né con la censura né con le scomuniche né con gli anatemi. Le menzogne si abbattono con la verità, e il fatto che molti di questi "inquisitori" si rifiutino categoricamente di scendere (o forse salire?) su questo terreno, che è quello della Storia, la dice lunga sulla loro buona fede. John Stuart Mill scrisse che "Le verità se non sottoposte a continue revisioni, cessano di essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità".

      Né Moffa né Caracciolo hanno "negato" l'Olocausto, ma si sono semplicemente limitati a rivendicare il sacrosanto diritto di studiare ed eventualmente correggere certe versioni date per vere alla luce dei documenti che stanno emergendo di volta in volta (dagli archivi di Mosca, ad esempio) su questa vicenda storica così scottante e tirata per la giacca da tutte le parti. Il problema è che quella che Norman Finkelstein (che Pasqua cita nella sua articolessa ma che si guarda bene dallo spiegare chi è al "colto" lettore del suo giornale) definisce "Industria dell'Olocausto" si oppone con estrema durezza a tutto ciò, e il "lavoro sporco" compiuto da "Repubblica" ne è uno degli esempi più lampanti. L'obiettivo dei suoi potenti e facinorosi protagonisti è quello di elevare l'Olocausto al rango di dogma, così da poter immunizzare per millenni il popolo ebraico, ed Israele in particolare, da qualsiasi tipo di critica. Finkelstein scrive che: "Mio padre e mia madre si chiesero spesso perché m'indignassi di fronte alla falsificazione e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti.

      La risposta più ovvia è che è stato usato per giustificare la politica criminale dello stato di Israele e il sostegno americano a tale politica. L'attuale campagna dell'industria dell'Olocausto per estorcere denaro all'Europa in nome delle "Vittime bisognose dell'Olocausto" ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia importante preservare l'integrità della ricostruzione storica e lottare per difenderla. Troppe risorse pubbliche e private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa produzione è indegna, un tributo non alla sofferenza degli ebrei, ma all’accrescimento del loro prestigio”. A quando un articolo di Marco Pasqua al riguardo?

      Giacomo Gabellini

      Fonte: http://conflittiestrategie.splinder.com

      Link: http://conflittiestrategie.splinder.com/post/23423573/i-piccoli-inquisitori-di-g-gabellini

      8.10.2010

    1. GIGIOTTONE 9 ottobre 2010

      Quella della persecuzione per i revisionisti storici è una vergogna per l'occidente. E' paradossale che la libertà di espressione storica sia difesa nei paesi che vengono definiti "canaglie" mentre qui da noi sia una parola vuota e a due velocità. La condanna dei revisionisti sarebbe già ingiusta anche se avessero torto ma non è così...e infatti nessun storico allineato si presta a fare un contraddittorio serio sull'olocausto perché ne uscirebbero molto male...

    1. VeniWeedyVici 9 ottobre 2010

      In Olanda e' vietatissimo, non fanno neanche venire tedeschi alla commemorazione in piazza Dam...

    1. VeniWeedyVici 9 ottobre 2010

      Chiedere a "Repubblica" di fare giornalismo serio, e' come chiedere in modo insistente a un paralitico di alzarsi e correre piu' veloce di Bolt...

    1. backtime 9 ottobre 2010

      Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete prendere per il naso tutti tutto il tempo.



      Abraham Lincoln

    1. backtime 9 ottobre 2010

      Da Mosè al sionismo: una storia «inventata»



      6 ottobre 2010


      Vi sono degli strani equilibri di potere che si stanno modificando. Apparentemente i duri di Israele sono contestati da nuove rivelazioni che trovano spazio proprio sui loro stessi media…
      di Paolo Mieli – 06/10/2010



      Fonte: Corriere della Sera



      Fin dalla prima infanzia i bambini israeliani vengono a «sapere» che il popolo a cui appartengono esiste dal momento in cui gli fu data la Torah sul Sinai. Quei bambini sono convinti di essere discendenti diretti delle genti che, uscite dall’ Egitto, si stanziarono, dopo averla conquistata, nella «terra di Israele», promessa, come tutti «sanno», da Dio per fondarvi lo splendido regno di Davide e Salomone, poi separatosi a formare quelli di Giuda e d’ Israele. Crescendo quei bambini apprenderanno che questo popolo, dopo il glorioso periodo monarchico, ha conosciuto l’ esilio per ben due volte: una con la distruzione del Primo Tempio nel sesto secolo a.C.; la seconda dopo quella del Secondo Tempio nel 70 d.C. Impareranno poi che il loro popolo, il più antico di tutti, ha errato in esilio per circa duemila anni, nel corso dei quali non si è mai lasciato integrare né assimilare. Che ha raggiunto lo Yemen, il Marocco, la Spagna, la Germania, la Polonia, angoli remoti della Russia riuscendo sempre a mantenere stretti legami di sangue con le comunità più lontane, preservando di conseguenza la propria unicità. In realtà è molto improbabile che le cose siano andate davvero così. Anzi, Shlomo Sand, storico ebreo, docente all’ Università di Tel Aviv, in un libro, L’ invenzione del popolo ebraico, di imminente pubblicazione per i tipi di Rizzoli, sostiene che si tratta, appunto, di una «invenzione». Questa storia non sta in piedi, afferma Sand: così come ad esempio non c’ è continuità tra gli antichi elleni e i greci di oggi, non c’ è una linea diretta che colleghi gli ebrei di duemila anni fa a quelli attuali. Per di più questo racconto non è andato formandosi spontaneamente; «sono stati invece abili manipolatori del passato che dalla seconda metà del XIX secolo, strato dopo strato, hanno elevato questo cumulo di ricordi servendosi soprattutto di frammenti di memoria religiosa ebraica e cristiana, da cui la loro fervida immaginazione ha ricostruito un’ ininterrotta genealogia del popolo ebraico».



      Quando, nel 2008, il libro di Sand è stato pubblicato in Israele si è scatenata, come era ovvio che fosse, una grande polemica (ne ha dato conto in modo esauriente, su queste pagine, Davide Frattini il 29 marzo di quello stesso anno). Ma molti storici israeliani, primo tra tutti Tom Segev, hanno difeso Sand e il suo libro che – a dispetto delle accuse piovutegli addosso – ha avuto un grande successo di pubblico. Shlomo Sand racconta di essere stato consapevole, allorché si accinse alla stesura di questo testo, dei rischi che correva: «Mi aspettavo di essere accusato dai miei detrattori di non possedere un’ adeguata conoscenza della storia ebraica, di non essere in grado di cogliere l’ unicità del popolo ebraico, di ignorare ottusamente la sua origine biblica e di negare la sua eterna coesione». Ma, aggiunge, «mi sembrava anche che passare il mio tempo all’ Università di Tel Aviv, in mezzo alla sua ampia collezione di volumi e documenti sulla storia ebraica, senza prendermi il tempo di esaminarli, sarebbe stato un affronto alla mia professione». Con una qualche malizia nei confronti degli altri professori del suo stesso ateneo, Sand dice poi che «è sicuramente piacevole viaggiare in Francia e negli Stati Uniti in qualità di affermato docente per raccogliere materiale sulla cultura occidentale, godendosi il potere e la quiete dell’ ambiente universitario». Però, aggiunge subito dopo, «come storico che contribuisce a modellare la memoria collettiva della società nella quale vive, sentivo fosse mio dovere dare un contributo diretto a questa impresa tanto delicata». Dopodiché, sostiene Sand, «sarebbe stato meglio se il volume fosse stato realizzato da un’ équipe di ricercatori anziché da uno storico solo». Purtroppo, aggiunge non senza una buona dose di perfidia – ancora una volta – nei confronti dei suoi colleghi, non è stato possibile dal momento che non ha trovato qualcuno che fosse disposto a «collaborare a quest’ azione criminosa».



      Sand è esplicito nel puntare l’ indice contro la maggioranza degli storici del suo Paese: «Vorrei sottolineare che quelle a cui ho attinto sono state quasi esclusivamente fonti che erano già state scoperte in precedenza da storiografi sionisti e israeliani»; «quello che più lascia stupiti è che molte delle informazioni utilizzate per questo saggio erano note da sempre in alcuni circoli ristretti di ricercatori, ma finivano invariabilmente per perdersi per strada quando si trattava di renderle note alla pubblica opinione o di innestarle nella memoria trasmessa dal sistema educativo»; «alcuni elementi erano stati trascurati, altri immediatamente nascosti sotto il tappeto degli storiografi e altri ancora “dimenticati” perché non si confacevano alle necessità ideologiche di una identità nazionale in fieri».



      Conclusione: «Sfortunatamente pochi dei miei colleghi – gli insegnanti di storia in Israele – ritengono loro dovere intraprendere la pericolosa missione pedagogica di denunciare le tradizionali bugie che si dicono sul passato». Quanto a lui: «Non avrei potuto continuare a vivere in Israele», afferma, «se non avessi scritto questo saggio». Reso omaggio e manifestato il suo debito nei confronti dei grandi studiosi del passato, che hanno dimostrato come sia sempre stato il nazionalismo a generare le nazioni e non viceversa – in particolare Ernest Renan con Che cos’ è una nazione? (Donzelli), Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger con L’ invenzione della tradizione (Einaudi); Ernest Gellner con Nazioni e nazionalismo (Editori Riuniti) e Marcel Detienne con Essere autoctoni. Come denazionalizzare le storie nazionali (Sansoni) – Sand ricostruisce come quella della continuità del popolo ebraico dai tempi biblici a quelli odierni sia un’ «invenzione» molto recente. In principio fu Giuseppe Flavio lo storico ebreo di lingua greca che nel primo secolo dopo Cristo raccontò la Guerra giudaica a cui aveva partecipato e scrisse delle Antichità giudaiche (Utet). Poi per tutto il Medioevo non è attestata nessuna forma di storiografia degli ebrei. Sand nota come trascorsero più di milleseicento anni prima che Jacques Basnage (1653-1725), teologo ugonotto originario della Normandia ma residente a Rotterdam, decidesse di riprendere il racconto della Storia degli ebrei dai tempi di Gesù Cristo ad oggi. Milleseicento anni! Tra l’ altro l’ opera di Basnage non aveva assolutamente le caratteristiche di uno studio storico nel senso moderno del termine (l’ autore non rimandava quasi mai a fonti ebraiche) ed era stata scritta all’ evidente scopo di screditare la Chiesa cattolica. L’ autore non delineava alcuna continuità tra gli antichi israeliti e le comunità ebraiche a lui coeve, si limitava a descriverne le persecuzioni qui e là nel corso del Medioevo, per sostenere che la colpa di quelle vessazioni era riconducibile per intero alla corrotta istituzione del papato. E che solo la Riforma protestante avrebbe potuto condurre gli israeliti alla salvezza (che – detto per inciso – doveva coincidere con la loro conversione al cristianesimo). Poi trascorse quasi un altro secolo perché lo storico ebreo tedesco Isaak Markus Jost (1793-1860) scrivesse una seconda storia degli ebrei che, malgrado le critiche da lui stesso mosse a Basnage, conservava lo stesso impianto del lavoro dello scrittore protestante.



      Il primo accenno esplicito a una continuità tra gli ebrei della Bibbia e quelli di tremila anni dopo si trovò solo nel saggio Roma e Gerusalemme (1862) di Moses Hess, un amico di Karl Marx, che scrisse: «La razza ebraica è una razza originaria dell’ umanità che ha mantenuto la propria integrità, nonostante i continui cambiamenti delle condizioni climatiche; il tipo ebraico è rimasto immutato attraverso i secoli». Si dovrà attendere, però, ancora qualche decennio perché sia formulata in modo esplicito la tesi che gli ebrei di oggi sono discendenti diretti di quelli che nel XIII secolo avanti Cristo fuggirono dall’ Egitto guidati da Mosè. Cosa che avvenne solamente con la nascita e lo sviluppo del sionismo di Theodor Herzl. Le fondamenta del processo di costruzione retroattiva della nazione ebraica furono poste in modo organico da Heinrich Graetz tra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento. Successivamente diventarono per così dire definitive, in pieno Novecento, ad opera di Ben-Zion Dinaburg, nato in Ucraina, poi emigrato in Palestina dove divenne uno dei principali collaboratori di David Ben Gurion.



      Può apparire paradossale ma la storia ufficiale del popolo ebraico entrò in crisi a seguito della «guerra dei sei giorni» del 1967, quando Israele occupò i territori su cui avrebbe dovuto essere edificato (dal 1948), assieme a quello di Israele, lo Stato palestinese. Frotte di archeologi accorsero in Cisgiordania e nella Giudea biblica a cercare le prove del glorioso passato della loro gente. Però non ne trovarono. Anzi, vennero in possesso di elementi che contraddicevano le loro supposizioni. Le storie dei patriarchi, ad esempio, citavano Filistei, Aramei e un gran numero di cammelli. Ma Filistei, Aramei e cammelli erano comparsi nella regione qualche secolo dopo quello della datazione biblica. Ancora: la terra di Canaan nel XIII secolo, cioè all’ epoca della fuga dall’ Egitto, era ancora governata dai faraoni. Questo significa che, se le cose fossero andate come dal racconto tradizionale, Mosè avrebbe condotto una popolazione di tre milioni di schiavi ebrei liberati, in un viaggio nel deserto durato quarant’ anni, per andare «dall’ Egitto all’ Egitto». Nessuna traccia del fatto che, una volta arrivati nella terra di Canaan, gli ebrei, secondo il racconto del libro di Giosuè, avrebbero sterminato la popolazione locale (meno male, osserva Sand, questo vuol dire che quel genocidio non ci fu!).



      Nessuna prova dell’ abbattimento delle mura di Gerico che all’ epoca era una piccola e insignificante città. La potente monarchia di re Salomone, fondata per grazia e con la benedizione di un unico Dio, non è mai esistita: ci sono un’ infinità di evidenze della circostanza che negli anni della narrazione biblica, gli abitanti del luogo erano convinti politeisti. «I miti fondamentali sull’ origine antica di un popolo straordinario proveniente dal deserto che aveva conquistato con la forza un vasto paese per edificarvi un regno magnifico», scrive Sand, «servirono fedelmente l’ ascesa del nazionalismo ebraico e l’ impresa di colonizzazione sionista; per un secolo costituirono il carburante testuale che fornì energia spirituale a una politica identitaria estremamente complessa e a una colonizzazione territoriale che esigeva autogiustificazioni e un numero considerevole di vittime». Ma da nessuno scavo archeologico sono emerse prove a conferma di quei miti fondamentali. Anche per quel che riguarda la «seconda cacciata» degli ebrei, quella del 70 d.C., le cose non stanno come è stato tramandato. Contrariamente a quanto viene insegnato nelle scuole israeliane, sull’ arco di Tito eretto a Roma in onore dell’ imperatore sono i soldati romani a portare sulle spalle come bottino la menorah e non gli ebrei a trascinarla dietro di sé. Non esistono in tutta la ricca documentazione romana né una prova né un accenno a un qualsiasi esilio dalla Palestina, come del resto non sono stati rinvenuti elementi che confermassero un’ ampia concentrazione di rifugiati ai confini della Giudea in seguito alla rivolta, elementi che avrebbero dovuto essere rinvenuti se ci fossero stati consistenti spostamenti di popolazione. Ci sono invece prove del fatto che, anche dopo l’ ultima rivolta ebraica, quella del 132 dell’ era volgare, la popolazione ebraica continuò a prosperare su quella terra ancora per due generazioni. Il mito dello sradicamento e dell’ esilio si sviluppò molto tempo dopo, nella tradizione cristiana dalla quale in seguito penetrò in quella ebraica per poi trasformarsi «in una verità assoluta della storia generale e nazionale».



      Hayyim Milikovsky, studioso dell’ università Bar Ilan, ha dimostrato sulla base di un’ accurata documentazione del secondo e terzo secolo dopo Cristo che il termine «esilio» stava ad indicare un asservimento politico, non uno sradicamento territoriale e che le due cose non erano necessariamente correlate. Ma se i fatti – per quel che riguarda la storia della Palestina tra il I e il II secolo, fino alla distruzione del «secondo tempio» e ai decenni immediatamente successivi – andarono in questo modo, chi furono gli ebrei che ricomparvero nella seconda metà del primo millennio? Probabilmente si tratta di popolazioni convertitesi all’ ebraismo per meglio fronteggiare le aggressioni cristiane, bizantine o musulmane. Ebbe questi caratteri un regno nel sud della penisola arabica a cui avrebbe dedicato alcune pagine, a fine Ottocento, il già citato Graetz. Ci furono comunità ebraiche che si formarono all’ epoca dei Vandali, cioè quando, tra il 430 e il 533, le tribù germaniche giunte dall’ Europa conquistarono l’ Africa settentrionale e fondarono un regno la cui religione dominante era quella cristiana ariana. Ibn Khaldun, il grande storico arabo vissuto nel XIV secolo, ha raccontato la storia di un regno dei monti nordafricani dell’ Aures composto da popolazioni berbere convertite all’ ebraismo che nel 689, sotto la guida della regina Dihya al-Kahina, resistette a lungo a un’ offensiva musulmana (alla fine la regina fu sconfitta, perì in battaglia e i suoi figli si convertirono all’ islam). Dopodiché si può supporre – ma soltanto supporre – che l’ ebraismo «sia comparso nella penisola iberica soprattutto tra gli schiavi, i soldati e i mercanti romani convertiti, come probabilmente avvenne in altre colonie dell’ Impero nell’ area nord-occidentale del bacino mediterraneo».



      Altra storia è quella della «tribù dei cazari» e del loro impero che restò in vita tra i due e i quattro secoli nelle steppe tra il Volga e il Caucaso settentrionale. La fonte principale che documenta l’ esistenza di questo regno è costituita dal «documento di Cambridge», la lettera di un ebreo cazaro del X secolo, scoperta nel 1912 nella Genizah del Cairo e conservata, appunto, nella famosa biblioteca universitaria inglese. I cazari, in un imprecisato momento tra l’ ottavo e il nono secolo adottarono una fede monoteista e fecero proprie le pratiche culturali ebraiche per contrastare l’ Impero bizantino cristiano e il califfato abasside musulmano. Nel 1016 un esercito russo-bizantino invase il regno ebraico ma gli ebrei cazari sopravvissero sui monti, nelle steppe e nella penisola di Crimea fino all’ invasione mongola di Gengis Khan (nel XIII secolo) che li annientò. In Israele questa storia, alla quale pure sono stati dedicati studi, è stata trattata con una punta di imbarazzo. I «gestori della memoria israeliana», secondo Sand, hanno sempre voluto «tutelarsi dall’ ombra del passato cazaro per il timore che, se fosse stato reso noto che la comunità ebraica insediatasi non discendeva direttamente dai “figli d’ Israele”, questo avrebbe minacciato la legittimità dell’ impresa sionista e tale delegittimazione avrebbe portato a un ripensamento generale del diritto all’ esistenza dello Stato d’ Israele». Al punto che quando Arthur Koestler, autore del celeberrimo libro antistalinista Buio a mezzogiorno, nel 1976 scrisse, sulla storia del regno ebraico cazaro, La tredicesima tribù (pubblicato in Italia da Utet) in Israele il volume fu sì stampato da un piccolo editore di Gerusalemme ma poi non fu mai messo in distribuzione.



      I lettori israeliani, osserva Sand, quel libro «lo hanno conosciuto solo attraverso i velenosi attacchi di cui è stato oggetto». Solo molto tempo dopo la questione è stata affrontata in seminari e in qualche studio di buon livello. Stesso discorso – cioè eventi dati per certi su cui è opportuno tornare – vale per la tesi, ormai abbondantemente inficiata, che colloca in Germania il punto di confluenza e di rifondazione degli ebrei dell’ Europa orientale e che attribuisce sempre alla Germania la paternità dello yiddish. Non nella nobile Germania ma in terre orientali di minor prestigio «rinacquero» gli ebrei d’ Europa. Quello di Sand è un libro molto coraggioso. Scritto da un israeliano, per il pubblico israeliano, a dispetto della storia ufficiale che si insegna nelle scuole di Israele. E contestato da coloro che non sono d’ accordo in punta d’ argomento e senza ricorrere a tentativi di screditare l’ autore. Così si dibatte del passato in un Paese civile.

    1. calliope 9 ottobre 2010

      "MELANDRI E CARFAGNA, SAVIANO E NIRENSTEIN, FRATTINI E FASSINO, MIELI E FERRARA, MAGDI CRISTIANO ALLAM E RUTELLI: UNITI SOLO DALLA STELLA DI DAVIDE - ECCO, NELL’ANNO DI DISGRAZIA 2010 C’È ALMENO QUALCOSA CHE RIESCE A METTERE INSIEME LA NOSTRA RISSOSA CLASSE DIGERENTE, OLTRE ALLA PREDILZIONE PER I BUFFET - CRITICARE, NON ODIARE: "NON CI BATTIAMO CONTRO LE CRITICHE AI SINGOLI ATTI DEL GOVERNO ISRAELIANO MA CONTRO LE MENZOGNE DI CUI SONO INFARCITE" (PAOLO MIELI) - OLTRE AGLI ORATORI SUL PODIO PER ESPRIMERE SOLIDARIETÀ ALLO STATO EBRAICO, IL VIDEO-SPEECH DI SAVIANO CHE NARRA LE SUE ORIGINE EBRAICHE LA SUA INFANZIA IN ISRAELE"

      Il tam tam di Fiamma Nierenstein ha funzionato. Ieri pomeriggio la maggior parte degli invitati alla maratona oratoria bipartisan «Per la verità, per Israele» organizzata dalla vicepresidente della Commissione Esteri della Camera erano lì, dal ministro degli esteri Frattini all'ex premier spagnolo Aznar, tutti stretti nelle prime file del Tempio romano di Adriano in paziente attesa del proprio turno, cinque minuti d'orologio per testimoniare l'amicizia allo Stato ebraico.

      Hanno zerbinato inoltre :

      Piero Fassino,lo scrittore Alain Elkann, l'ex ministro Martino e poi José Maria Aznar, Albertazzi, Rafaele La Capria, Francesco Rutelli, il dissidente siriano Farid Ghadry che entusiasma quasi quanto il presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici. Gli organizzatori leggono alle oltre 300 persone in sala i messaggi degli assenti, il premier Berlusconi, il presidente della Camera Fini, Roberto Saviano, che ha registrato un video in cui invita a «capire, partecipare, approfondire».
      Alle 22 un gruppo di ragazzi riavvolge lo striscione con la frase di Herbert Pagani: «Mi difendo dunque sono».

      Moss-ad, Relazioni Estere, Sez. Italia.

    1. Tonguessy 9 ottobre 2010

      Fatte salve tutte le considerazioni fin qui fatte, ed in modo particolare il doppio standard relativo ad un'assassina iraniana e ad un pensatore occidentale, resta un fatto inequivocabile: QUALSIASI disinfettante può essere letale per QUALSIASI essere vivente.


      Il DDT, ad esempio, fu usato con successo per combattere la diffusione della malaria e del tifo, sia su popolazione civile che militare. Salvo poi scoprire che gli effetti collaterali erano di gran lunga superiori ai benefici, e venne bandito.

      Meglio ancora in tal senso fu il 245T, composto chimico della Monsanto che in unione alla 24D della Dow Chemical formava l'Agent Orange.

      Ora è chiaro a tutti che tanto gli USA nei confronti dei Vietnamiti che i nazisti nei confronti degli internati dei campi di concentramento facevano irrorazioni a scopo terapeutico-curativo. No?

    1. Fabriizio 9 ottobre 2010

      tanto di cappello !

    1. cardisem 9 ottobre 2010

      Poichè vedo citato il mio nome, intervengo solamente per far sapere che a seguito dell’articolo del detto Pasqua a mio riguardo (22.10.09) ho dovuto comparire in data 13 gennaio 2010 davanti al Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, dove sono stato “assolto” con formula ampia, per inesistenza del fatto e del diritto. Il Rettore, letta la mia difesa e sentiti i miei avvocati, nonché soggetto alle pressioni di media e politici, si è rimesso alle determinazioni dell’organo disciplinare. La mia difesa davanti al Collegio si trova in rete nel mio blog. Curiosamente, di questa mia “assoluzione” gli stessi media non hanno voluto dare notizia e non mi è stato chiesto scusa. Ad assoluzione avvenuta ho però SUBITO promosso azione civile risarcitoria contro il Pasqua ed il suo direttore Ezio Mauro, che non si sono presentati in giudizio. La prima udienza del 29 settembre scorso è stata rinviata… ad aprile del 2011! Non aggiungo altro, per riserbo processuale, ma aspetto in Tribunale con pazienza e serenità il signor Pasqua e il signor Mauro. Vedo che il signor Pasqua insiste sulla stessa linea ideologica, mentre io ribadisco e confermo la mia posizione di SEMPRE: in quanto “filosofo del diritto” (non storico dei campi di concentramento) mi schiero in difesa incondizionata della libertà di pensiero di chiunque, nonché di espressione, di ricerca, di insegnamento. La mia condizione processuale non mi consente una più ampia esternazione su una sceneggiata che vedo in procinto di ripetersi tal quale e che seguo con grande attenzione.

    1. Erwin 9 ottobre 2010

      Il Moffa riprende un tema MOLTO importante ,l'ordine di sterminio degli ebrei,che è stato il TEMA di 2 conferenze MONDIALI di "storici" conformi (ufficiali) ,i quali si sono divisi in 2 correnti di pensiero..."intenzionalisti" e "funzionalisti",ma ,in fondo, NESSUNO ha mai esibito un documento da cui si potesse aver conferma di tale decisione/ordine.
      Alcuni affermano che non sia determinante la mancanza di un tale documento e ciò è vero ,ma in uno stato altamente burocratizzato è IMPENSABILE che si procedesse ad un tale genocidio,SENZA un ordine specifico (che ogni esecutore avrebbe tenuto in COPIA,a futura memoria!) quindi la mancanza di una sola copia (per futura memoria) indica che tale ordine non è MAI stato impartito!
      Non a caso il "papa" della storiografia sterminazionista mondiale hilberg raul,ebreo, si è visto costretto a pontificare:

      ..."Ciò accadde perciò non certamente eseguendo un piano ma per un'incredibile coincidenza d'intenzioni, una concordante LETTURA NEI PENSIERI A L T R U I d'una burocrazia [tedesca] di ben grande portata.»...


      Il massimo esponente dello sterminazionismo costretto a usare la "trasmissione del pensiero"!!!
      ...ovvero della miseria umana!

    1. Sokratico 9 ottobre 2010

      Ho letto di revisionisti, qui e su altri blog (uno in particolare che non nominerò) che sostenevano che gli ebrei stavano bene nei lager e che avevano anche il ping-pong...



      mi sembrano cagate, ideologiche perdipiù...



      al tempo stesso, già Chomsky ha dimostrato insieme ad Amartya Sen che i morti di stragi comuniste o comunque "anticapitaliste" sono sempre stati aumentati di un afattore 10 e quelli di stragi americane o filo-occidentali diminuite di un analogo fattore.



      (esempi i 2 milioni di morti della Cambogia, che probabilmente sono stati assai inferiori ai 500.000... o i mai ricordati e mai contati morti della rivoluzione "liberal-CIA" di Sukarto in Indonesia, si parla di almeno 300.000, ma chissà..chi ne parla? bah..)



      L'approccio storico e l'onestà intellettuale possono solo fare bene...



      ricordando che, come diceva Werner Herzog, "la verità e i fatti non sono sempre coincidenti" !

    1. cardisem 9 ottobre 2010

      Poichè vedo citato il mio nome, intervengo solamente per far sapere che a seguito dell’articolo del detto Pasqua a mio riguardo (22.10.09) ho dovuto comparire in data 13 gennaio 2010 davanti al Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, dove sono stato “assolto” con formula ampia, per inesistenza del fatto e del diritto. Il Rettore, letta la mia difesa e sentiti i miei avvocati, nonché soggetto alle pressioni di media e politici, si è rimesso alle determinazioni dell’organo disciplinare. La mia difesa davanti al Collegio si trova in rete nel mio blog. Curiosamente, di questa mia “assoluzione” gli stessi media non hanno voluto dare notizia e non mi è stato chiesto scusa. Ad assoluzione avvenuta ho però SUBITO promosso azione civile risarcitoria contro il Pasqua ed il suo direttore Ezio Mauro, che non si sono presentati in giudizio. La prima udienza del 29 settembre scorso è stata rinviata… ad aprile del 2011! Non aggiungo altro, per riserbo processuale, ma aspetto in Tribunale con pazienza e serenità il signor Pasqua e il signor Mauro. Vedo che il signor Pasqua insiste sulla stessa linea ideologica, mentre io ribadisco e confermo la mia posizione di SEMPRE: in quanto “filosofo del diritto” (non storico dei campi di concentramento) mi schiero in difesa incondizionata della libertà di pensiero di chiunque, nonché di espressione, di ricerca, di insegnamento. La mia condizione processuale non mi consente una più ampia esternazione su una sceneggiata che vedo in procinto di ripetersi tal quale e che seguo con grande attenzione.

      Antonio Caracciolo

    1. MartinV 9 ottobre 2010

      Il signor Marco Pasqua si è assegnato la missione di fare il cacciatore di revisionisi e il professor Moffa è la seconda vittima del sistema diffamatorio che il quotidiano sionista La Repubblica mette in azione di tanto in tanto.

      http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/prof-olocausto/reazioni-prof-nega/reazioni-prof-nega.html

      in pratica è un remake... l'altra volta fu il professor Caracciolo ad essere preso di mira... stessi metodi diffamatori, stessi commenti pavloviani dei lettori, stesse reazioni da copione dei politici.

      Oltre al fatto di essere docenti universitari, un'altra caratteristica accomuna Moffa e Caracciolo: sono entrambi oppositori attivi del sionismo e delle politiche criminali dello stato israeliano e non biechi neonazisti.

      Per il professor Caracciolo tutto si è risolto in una bolla di sapone, cosa che il quotidiano sionista La Repubblica ha naturalmente ignorato.

      http://civiumlibertas.blogspot.com/2010/02/il-mostro-si-difende-memoria-difensiva.html

    1. airperri 9 ottobre 2010

      L'approccio del professore a me sembra , leggendo le dichiarazioni, puramente storico . Si cerca di capire quali e quanti ebrei siano stati effettivamente deportati e uccisi nei campi di sterminio nazisti durante la II guerra mondiale.
      Si cerca di capire i motivi , le dinamiche , ecc..
      Purtroppo poi scatta subito la testata giornalistica come Repubblica, a questo punto credo giornale ufficiale della Knesset, che crocefigge il disgraziato di turno, scattano le isterie generali, le dichiarazioni vittimistiche ( puntualissime!) della povera e ghettizzata comunitá ebraica italiana , a cui seguono le dichiarazioni degli scarafaggi della politica con i vari mea culpa, ecc..
      Francamente sono stufo di queste pagliacciate .

    1. alinaf 9 ottobre 2010

      Ormai è superfluo chiedersi il perchè di atteggiamenti presi da giornali come Repubblica. Qualche spiraglio in più per riuscire a far luce sulla storia forse lo abbiamo ancora noi, in Italia. La stessa cosa non è possibile assolutamente nè in Francia, tanto meno in Germania. Ciao.

    1. bstrnt 9 ottobre 2010

      Quando sento ciarlatani che blaterano sui presunti crimini dei vari Ahmadinejad, Castro, Chavez o comunque di chiunque pensi in modalità non conforme alla loro mentalità da prosseneta avezzo a qualsiasi bassezza pur di non contrariare il potente di turno, mi domando come siamo riusciti a cadere così in basso.
      Il mio plauso al prof. Moffa che, su un argomento che così stupidamente sembra diventato una professione di fede, appunto per i prosseneti e i quisling dei poteri nemmeno tanto occulti, si pone delle domande e esplicita dei dubbi.
      A mio avviso chiunque può esprimere una sua opinione possibilmente suffragata da prove, come pure questa opinione espressa può essere contestata da chiunque, ma non con semplici professioni di fede, ma ribattendo punto per punto le affermazioni che hanno dato origine a tale opinione.
      Un minimo di intelligenza imporrebbe di non creare tabù e richiedere continuamente professioni di fede, perché, prima o poi, anche il più cretino riesce a capire che siamo in una realtà virtuale creata ad uso e consumo di certe, non edificanti e immorali, elite.

    1. edo 9 ottobre 2010

      Il messaggio delle pompministre e degli altri lacchè è sempre il solito: non pensare... non ti conviene!

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