BREVI CONSIDERAZIONI DOPO LA MORTE DI MUAMMAR GHEDDAFI

BREVI CONSIDERAZIONI DOPO LA MORTE DI MUAMMAR GHEDDAFI

DI COSTANZO PREVE

eurasia-rivista.org

Il coro mediatico di oscena gioia dopo la morte di Gheddafi (ucciso come un topo nascosto in una fogna, eccetera) deve essere per noi motivo di insegnamento. Fra pochi giorni il circo mediatico se ne dimenticherà, come è sua consolidata abitudine, ma è bene fissare subito sulla carta alcuni elementi di riflessione.

1. Prima di tutto, onore ad un leader politico che, al di là delle sue stranezze poco rilevanti, è caduto combattendo con onore contro l’aggressione colonialista ed imperialista e contro i suoi fantocci locali. Il bilancio storico complessivo di Gheddafi è positivo, perché si iscrive nel ciclo di lotte nazionaliste panarabe, a fianco di personaggi altrettanto positivi come Nasser, ed aggiungerei anche Saddam, se non avesse intrapreso l’ingiustificato attacco all’Iran. Comunque, anche Saddam si è riscattato con la sua resistenza contro l’aggressione americana del 2003.


A seguito, "IL LINCIAGGIO DI GHEDDAFI E L’ETICA TRIBALE DELL’OCCIDENTE" (Claudio Moffa,facebook.com);

2. Deve essere chiaro che sono stati i criminali della NATO, e solo la NATO, ad uccidere Gheddafi, e non i miserabili straccioni tribali in festa, che hanno dato solo il colpo di grazia. E’ stata la NATO a bombardare la colonna militare di Gheddafi in uscita da Sirte, bloccarla e distruggerla. In caso contrario, gli straccioni miserabili non sarebbero riusciti a fare quello che hanno fatto, e cioè il vergognoso linciaggio. Questo è stato un salto di qualità storico ed epocale. La NATO è sempre stata una strumento dell’egemonia USA e dell’asservimento dell’Europa (non a caso il solo grande patriota europeo del dopoguerra, Charles De Gaulle, ne era uscito appena ha potuto), ma ora c’è stato un salto strategico. La NATO è direttamente uno strumento dell’egemonia mondiale USA contro la Russia in Europa Orientale e nel Caucaso, e contro la Cina in Asia Centrale ed in Africa.



3. Lo sporco lavoro non è finito. Non a caso il giornalista embedded dei servizi segreti americani Maurizio Molinari (cfr. “La Stampa”, 21 ottobre 2011) scrive “Prossima Tappa Damasco” in un editoriale del giornale a mezzadria fra sionismo, FIAT e nuova classe dirigente torinese (Novelli, Castellani, Chiamparino, Fassino). E veramente nel piano strategico americano i prossimi obbiettivi sono Damasco e Teheran (si veda l’incredibile provocazione del narcotrafficante iraniano in Texas). Questo dovrebbe far riflettere gli “anti-imperialisti” che hanno appoggiato i ribelli anti-Gheddafi ed appoggiano ora i ribelli anti-Assad, ed hanno sempre visto con favore i giovani “anti-Ahmadinejad” (che Allah lo protegga!) in Iran. Ma è impossibile far riflettere chi si muove in base a schemi astratti invecchiati o addirittura sulla base degli input del circo mediatico corrotto.



4 . Coloro che fanno l’apologia della “democrazia” dovrebbero ricordare che per mesi il governo libico di Gheddafi ha proposto elezioni libere in tutta la Libia sotto supervisione ONU o Unione Africana, con la proposte di mediazione dello stesso Sudafrica. Queste proposte sono sempre state respinte da USA e NATO, che ovviamente miravano ad una vittoria geopolitica globale, e non certo ad un “ristabilimento” delle procedure democratiche. Sono sicuro che questo sarà nel prossimo futuro uno degli elementi su cui si stenderà un velo di oblio.



5. La guerra civile in Libia è durata otto mesi, e l’intervento NATO sette mesi. Non si è mai trattato di una “sollevazione unanime” dell’intero popolo contro un dittatore. Si è trattato di un conflitto civile che Gheddafi avrebbe vinto in due mesi senza 1′intervento NATO. E’ passato il principio dell’intervento della Santa Alleanza del 1815 (Spagna 1820, Italia 1821, eccetera). Il circolo mediatico si è distinto per servilismo e corruzione. Elezioni sotto controllo internazionale, come quelle proposte dall’Unione Africana, avrebbero probabilmente portato ad una vittoria di Gheddafi, ed in ogni caso erano inservibili per una occupazione geopolitica USA-NATO della Libia.

6. L’Italia si è distinta per opportunismo, viltà e servilismo, in tutti i suoi schieramenti (destra, centro, sinistra). Il commissariamento geopolitico è passato soprattutto attraverso la persona di Giorgio Napolitano, che il popolo-babbione PD considera “garante della costituzione”. L’abolizione della categoria di imperialismo, sostituita da succedanei impotenti come il pacifismo generico e l’altermondialismo moralistico, e favorita dal mainstream culturale egemone a sinistra (“Manifesto”, Bertinotti, Vendola, Casarini, chiacchere sulle “moltitudini” negriane, eccetera) ha dato l’ultimo colpo di grazia ad una identità culturale già debolissima ed in via di accelerata corruzione.



7. Il mito di Obama si è rivelato essere appunto soltanto un mito per dominati politici, militari e culturali. La sua politica estera è persino riuscita a superare “da destra” quella di Bush. Il compromesso politico che ha portato alla sua elezione all’interno del partito democratico USA ha appaltato la politica estera al gruppo sionista-imperialista Clinton-Brzezinski , verificando così ampiamente le ipotesi di chi non ha mai avuto illusioni su di una “evoluzione” pacifica della politica americana. Gli USA sono un impero mondiale, e si muovono in base a pure considerazioni geopolitiche. Se ci fosse ancora un briciolo di onestà, si dovrebbe ammettere a proposito di Libia e Siria la vittoria tennistica di “Eurasia” e del blog di La Grassa-Petrosillo sulla cultura del “Manifesto”, dei trotzkisti, dei gruppi alla Pasquinelli e di tutta la banda colorata rosa, viola, a pois, eccetera.

8. La prima pagina della “Stampa” 21/10/2011 ci dà preziose indicazioni sul profilo culturale del nuovo colonialismo imperialistico. Un titolo dice: “Le tane dei dittatori”, e sotto scrive: “Rintanato come Saddam ed irriducibile come Hitler”. Come si vede, 1′ immaginario antifascista del 1945 si è riciclato al di fuori del contesto storico che lo aveva prodotto. Ormai, persino la menzogna dei “diritti umani” è sempre meno impiegata. Se si fosse prestato attenzione ai “diritti umani”, si sarebbe favorita una soluzione pacifica di compromesso con elezioni garantite dall’Unione Africana. Ma non la si è voluta, perché si è voluta la vittoria geopolitica completa.

9. Gheddafi, con tutti i suoi errori precedenti, è morto eroicamente come un grande combattente anti-imperialista. Egli deve essere onorato come onoriamo il Che Guevara, anche se non avrà la sua fortuna come icona pop nelle magliette. In questo modo andiamo contro-corrente nel senso comune di “sinistra”. Viviamo in tempi di paradossi surreali. Il 21/10/2011 i soli giornali che hanno condannato apertamente l’osceno spettacolo del massacro di Gheddafi sono stati il “Giornale” e “Libero”, cioè berlusconiani puri. Naturalmente, lo hanno fatto perché, del tutto interni al mondo dei cannibali imperialisti, sanno bene che si tratta di una vittoria delle ditte americane e francesi contro quelle italiane. E’ ovvio che il nostro punto di vista non può essere questo. Il problema è allora quello di maturare un vero punto di vista alternativo.



Costanzo Preve, filosofo e studioso del marxismo, è frequente contributore a “Eurasia”.


Fonte: www.eurasia-rivista.org

Link: http://www.eurasia-rivista.org/brevi-considerazioni-dopo-la-morte-di-muammar-gheddafi/11743/

24.10.2011

Commenti (28)

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Nascondi area commenti 8 caricati
    1. tania 24 ottobre 2011

      Bravissimo RicBo , condivido tutto .. E aggiungo che ci vuole anche molta fantasia a definire antimperialista un signore che ( oltre ad essere un carceriere di disperati in fuga ; uno sfruttatore di mano d’opera maliana usa e getta ecc.. ) aveva , a titolo personale , decine di miliardi di dollari di investimenti in società europee come la Fiat .. ; che da anni aveva aperto lo sfruttamento della Libia alle multinazionali del petrolio come Shell, British Petroleum, ENI , la francese Total , la tedesca Wintershal tedesca o le aziende yankees Occidental Petroleum Corp , Conoco-Phillips e Marathon Oil Corp.. ecc. .. ; un signore che collaborava con Israele nella “lotta al terrorismo” … ; che ha fatto accordi bilaterali con un paese guerrafondaio come l’Italia “che coinvolgono tutti i settori cruciali, dall'energia alle banche , alle costruzioni , agli accordi militari e di intelligence” ( El País 22/02/2011 ) ecc ..

    1. RicBo 24 ottobre 2011

      Dunque secondo Preve (già cattivo maestro in tante altre occasioni), il quale evidentemente non è mai stato in Libia e non ha mai neppure dialogato con un cittadino libico, la Libia era il migliore dei mondi possibili.

      Quando si ha la mente offuscata dalla foga rivoluzionaria è facile cadere nella logica secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico, cioè se un criminale è attaccato da altri criminali più grandi di lui, diventa automaticamente il paladino dell'antimperialismo.

      Spesso sotto le spoglie di chi si mostra come guida degli oppressi si nasconde uno spirito autoritario ed antidemocratico, speculare a quello dei nemici contro cui si scaglia.

      E' spaventoso leggere cose come:

      Il bilancio storico complessivo di Gheddafi è positivo

      Lo vada a chiedere agli oppositori che ha sterminato e ai neri subsahariani le cui ossa sono ancora ad imbiancare nel deserto. Visto poi che tira in ballo anche Nasser, ricordo che fu proprio la repressione condotta dal suo governo a favorire la crescita dei Fratelli Musulmani in Egitto. Non si nasconda ciò che questi personaggi hanno fatto all'interno dei loro paesi con le lodevoli aspirazioni panarabe che hanno portato avanti. Rimangono comunque degli assassini.

      per mesi il governo libico di Gheddafi ha proposto elezioni libere in tutta la Libia

      Questa frase sembra davvero uno scherzo di pessimo gusto. Mi chiedo se ci creda veramente.

      Non si è mai trattato di una “sollevazione unanime” dell’intero popolo contro un dittatore. Si è trattato di un conflitto civile che Gheddafi avrebbe vinto in due mesi senza l′intervento NATO.

      Allora mi si spieghi dov'erano le folle oceaniche pronte a morire per lui e i milioni di persone che dovevano fargli da scudo..

      Se ci fosse ancora un briciolo di onestà, si dovrebbe ammettere a proposito di Libia e Siria la vittoria tennistica di “Eurasia” e del blog di La Grassa-Petrosillo sulla cultura del “Manifesto”, dei trotzkisti, dei gruppi alla Pasquinelli e di tutta la banda colorata rosa, viola, a pois, eccetera.

      Solo io sono in possesso della Verità, voialtri non capite un c...o.

      Egli deve essere onorato come onoriamo il Che Guevara

      Questa è veramente una bestemmia che grida vendetta al cielo.

      E’ ovvio che il nostro punto di vista non può essere questo. Il problema è allora quello di maturare un vero punto di vista alternativo.

      Gadafi è stato brutalmente assassinato e si merita il riconoscimento del coraggio dimostrato rimanendo nel suo paese a lottare. Ma se il punto di vista alternativo è quello di farne un eroe faccio a meno dell'alternativa.

    1. MespE 24 ottobre 2011

      Secondo me coloro che idolatrano Gheddafi sono condannati all'irrilevanza dialettica. Peggio, si cade nel tranello di coloro che strumentalmente lo demonizzano, e si finisce in dibattiti senza fine su chi ha fatto cosa. Senza stare a puntualizzare su chi sia più cattivo, credo sia meglio concentrarsi sull'evidenziare i crimini e gli interessi atlantici. Poi per carità, è storicamente corretto analizzare la figura di Gheddafi nel suo insieme.
      La differenza sostanziale tra Gheddafi e chi l'ha ucciso (la NATO) è la potenza di fuoco.

    1. tania 24 ottobre 2011

      Sono sicura che , in generale , tu abbia doti di veggenza , non ne dubito .. Ma questa volta su di me hai sbagliato a leggere nelle carte : se me lo avessi chiesto , ti avrei risposto che su i "rivoluzzzionari di bengasi e misurata" la penso più o meno come te . Bastava chiederlo , così avresti evitato un isterico , comico e maschilista commento .

    1. AlbertoConti 24 ottobre 2011

      Sui primi 8 punti di Preve sottoscrivo senza ombra di dubbio.

    1. Levdtrotzkij 24 ottobre 2011

      Ecco, questa tania è l'ennesima dimostrazione della supoer-putrefazione della sinistra, che più si crede rivoluzionaria e più annusa con compiacimento le mutande sporche di un soros o di un bzrezinsky (nomi difficili per chi vive nella favoletta di Gheddafi eterno 'carceriere' di qualcuno).
      E si, sono proprio questi palloncini gonfiati rosseggianti, mentre condannano Gheddafi carceriere massmediatico dei negri, non dicono una parola, un mormorio, un biascichìo, su ciò che fanno, sul serio, il loro beneamati findanzatini rivoluzzzionari di bengasi e misurata, mentre squartano immigrati e lavoratori neri. Non una parola da parte di queste merducole rosseggianti. Ed eccole scattare, le tanie dei noantri centrisocialiane e meretrici d'assisi, appena si ricorda la verità. Continuano ad appestare l'ambiente con le loro 'precisazioni' farlocche, miserevoli, squallide e non-richieste. Ora vai pure, che per la tua eroica azione di 'controinformazione', ti si apre la buona prospettiva di fare l'odalisca per qualche sheikh integralista stupratore di bambini/e della lontana Afghanistan. E non ti preoccupare, sono di bocca buona, sarai apprezzata qualsiasi forma tu abbia...

    1. tania 24 ottobre 2011

      Il paragone con Guevara è un po’ troppo forzato , anzi non c’entra nulla . Guevara era veramente un rivoluzionario , proprio nel senso trotskista : ha iniziato in Guatemala , finendo in Bolivia , passando per Cuba e per il Congo mentre inneggiava a 100 Vietnam in ogni parte del mondo . E Gheddafi non è stato poi così antimperialista come sostiene Preve : è stato anche un carceriere al soldo dell’Impero e un alleato di Israele nella lotta al “terrorismo” . Detto questo sono d’accordo con Preve per quanto riguarda Vendola ovviamente , ma il suo livore verso il Manifesto o Toni Negri non credo c’entri molto con il trotskismo o la “moltitudine” di Negri ecc.. ma credo a questo punto che ci debbano essere rancori personali : perché se è vero che a Rossana Rossanda ( e ad altri ) non era simpatico neanche un po’ il carceriere Gheddafi ( e i carcerati non erano certo agenti del Mossad , ma disperati in fuga dal SubSahara ) … E’ anche vero che comunque il Manifesto ha sempre ( ripeto , sempre ) denunciato l’attacco alla Libia per quel che è stato : un vile attacco terrorista e imperialista . Bastava che Preve leggesse , fra gli altri , gli articoli di Zolo ( che per altro la pensa , più o meno , come lui sul discorso “diritti umani” strumentalizzato a fini colonialisti ecc.. )

    1. Tao 24 ottobre 2011

      IL LINCIAGGIO DI GHEDDAFI E L’ETICA TRIBALE DELL’OCCIDENTE


      DI CLAUDIO MOFFA

      facebook.com

      «Non c'è guerra, rivoluzione, assassinio anarchico, o qualsiasi altro fatto che impressiona l'opinione pubblica che non sia utile per questi uomini; sono arpie che succhiano I loro guadagni DA ogni nuova spesa forzosa e DA ogni improvviso disturbo del credito pubblico. Per I finanzieri “che sanno, la spedizione di Jameson fu un colpo molto vantaggioso, come is può accertare DA un confronto dei titoli tenuti....» John Atkinson Hobson, Imperialism: a Study¸1902

      Gheddafi e Antonio Cassese: un accostamento forse scomodo, ma simbolicamente rappresentativ0 Della doppia morte del Diritto Internazionale

      La morte di Gheddafi segna l’apoteosi del peggiore Occidente e Della sua etica tribale: una “etica” criminale, usuraia e scristianizzata, alimentata dal mainstream mediatico e dai direttori di tutte Le grandi testate internazionali “progressiste” e non. Prima di essere orribilmente linciato DA un gruppo di ribelli-fantoccio imbeccati dall’ “ultimo” e risolutivo bombardamento NATO del convoglio in fuga DA Sirte, Gheddafi è stato linciato giorno dopo giorno dai mass media che hanno condotto per mesi una accurata campagna di disinformazione e destabilizzazione Della Jamahiriya libica: nessuno è sfuggito a questa regola, nemmeno la stampa pro-Berlusconi, artefice dell’accordo del 2008 e ospite di Gheddafi a Roma appena un anno fa. Non basta certo la pubblicazione di un articolo postmortem sull’ “onore delle armi” alla Guida, o un “cosiddetti ribelli” colto al pur migliore TG 1, o la distribuzione DA parte de IL Giornale del Libro Verde di Gheddafi – l’estate scorsa - a rendere questo fronte migliore dell’altro. La specifica contraddizione, plateale e primaria, di tutta la stampa di centrodestra non è solo quella pur sussistente del “tradimento”, ma alla radice, DA un punto di vista fattuale e logico, IL non aver mai ragionato e fatto ragionare I lettori – già bombardati dal veleno fallaciano profuso per anni dall’ala antislamica-per-principio del suo giornalismo – in termini di garantismo giuridico-internazionalista. Sacrosanta la protesta contro I difetti e Le parzialità del sistema giudiziario italiano, e verità incontrovertibile la spudorata “attenzione” di certi PM contro IL premier: autolesionista e schizofrenico IL silenzio sui “difetti” del sistema giudiziario e ONU sul piano delle relazioni internazionali, mai rotto nemmeno per contrastare intelligentemente la concorrenza quotidiana e a tutto campo (oltre cioè lo specifico capitolo Gheddafi) del Presidente Napolitano. La guerra di Libia – dalla rapina dei beni statali alla delega del comando militare a una organizzazione di parte [I]; dalla no-fly-zone in difesa di una rivolta armata, AI bombardamenti NATO sulle popolazioni civili [ii]- non ha avuto nemmeno un barlume di legittimità: è stata un atto di banditismo internazionale malcelato dal silenzio omertoso Della stragrande maggioranza dei giuristi internazionalisti, e di cui is deve essere probabilmente accorto anche Antonio Cassese, in punto di sua morte avvenuta poche ore dopo la diffusione planetaria del video-horror Della Sirte. Né possono oggi – a assassinio compiuto - farsi vanto di “proteste” e puntualizzazioni fittizie, Ban Ki Moon e la Corte Penale Internazionale: al primo Gheddafi aveva ripetutamente richiesto una commissione di inchiesta per verificare la situazione sul terreno: la risposta fu IL silenzio [iii]. La seconda (denunciata DA Gheddafi nel 2009 per la sua parzialità in Africa: sostanziale inazione di fronte alle stragi degli invasori tutsi di Paul Kagame AI danni di centinaia di migliaia di Hutu e alleati “etnici” del Congo orientale; e dall’altra parte, IL mandato di cattura per Al Bashir, per una guerra civile nel Darfur sostenuta DA Israele) è stata attiva solo nel richiedere un altro mandato di cattura internazionale contro IL leader libico, già nel giugno scorso, e sulla base dei “de relata” mediatici: pazzesco, I magistrati Della giustizia internazionale che rinunciano a una indagine cognitiva autonoma e is affidano alle patacche del New York Times, dell’Economist e di Al Jazira [iv].

      Il segno sionista Della guerra di Libia, dal colpo di mano Sarkozy al linciaggio di Gheddafi


      Questo detto, una sommaria puntualizzazione sul prima e dopo la fine di Gheddafi è opportuna: come è stato ripetuto DA più parti, la guerra di Libia è scoppiata e IL regime di Tripoli rovesciato, non perché IL reddito Della popolazione fosse mediamente basso, come nel caso di altri paesi sconvolti dalla “primavera araba”, ma al contrario perché la Jamahiriya era un paese mediamente benestante, ricco di petrolio DA esportazione, caratterizzato DA una struttura economica satisfattiva delle esigenze di base dei suoi cittadini – dai servizi alla proprietà Della Casa, AI redditi più che sufficienti [v]– sorretta dal gigantismo degli interventi strutturali messi in opera dalla genialità del rais – primo fra tutti IL grandioso acquedotto “manmade-river” - e capace di una politica estera sia politica che economico-commerciale dinamica e per molti versi vincente. In Africa innanzitutto – attenzionata e coltivata DA Gheddafi dopo la sua rottura con I “fratelli arabi”: fu lui a fondare l’Unione Africana [1]– ma anche in Europa, con massicci investimenti probabilmente mirati. Una presenza libica che in Italia risale addirittura al 1978 – Le azioni Della Fiat, una Fiat in cui non is era ancora risolto, o forse non era ancora emerso, IL conflitto tra pro-cattolici, pro-musulmani (Edoardo Agnelli e la sua oscura morte) e pro-ebrei , oggi stravincenti – e che sicuramente ha dato molto fastidio ai soliti poteri forti occidentali.


      Per questo la Jamahiriya è stata aggredita, facendo leva come da classica guerra imperialista sull’antica contrapposizione - di cui parlava già Erodoto [vi]- tra Cirenaica e Tripolitania, megaregioni di un paese nel quale, sotto la bandiera verde della rivoluzione pan-nazionale gheddafista permanevano peraltro anche altre sedimentate divisioni etno-regionali, quelle oggi sempre più evidenti. La struttura bancaria statale libica, in una fase di scatenamento selvaggio della finanza “laica” mondiale e di sopravvivenza di una finanza islamica ancora in parte memore dei versetti del Corano di condanna dell’usura; la politica di (media) potenza di Tripoli tale da dar fastidio persino alla Cina in terra d’Africa; e il risveglio antisionista di Gheddafi dopo il lungo tunnel del caso Lockerbie, con le dichiarazioni di fuoco contro Israele e la “sua” CPI dell’agosto del 2009, di fronte agli ospiti stranieri riuniti per festeggiare il quarantennale della rivoluzione: questi sono i tre momenti simbolo che spiegano più di ogni altra cosa – più del petrolio, fattore logicamente e “cronologicamente” secondario - l’aggressione alla Libia. Una guerra, dunque, in cui il sionismo internazionale – quello a-territoriale, la grande finanza mondialista; e quello territoriale, lo stato ebraico “offeso” dalle parole “antisemite” del rais, e alla ricerca di una rivalsa dopo le sconfitte della guerra del Libano del 2006 e della invasione di Gaza due anni dopo – ha avuto sicuramente un ruolo centrale, tanto centrale quanto occultato dal mainstream mediatico, “autorevoli “siti in rete compresi. Sì sì, è vero, non c’è il solo sionismo a opprimere i popoli del mondo: i finanzieri e i razzisti sono anche sauditi, indiani, cristiani, musulmani, americani wasp e francesi doc. E poi ci sono i padroncini di Barletta a 3 e 95 euro l’ora, lo “sfruttamento dell’uomo sull’uomo” è binario.


      Ma la centralità e la supremazia della capacità di fuoco sionista rimane: trovate una altra combinazione-convergenza dentro uno stesso gruppo di potere lobbistico di finanza, mass media, comunità diasporiche. Non c’è: non esistono direttori di giornali sauditi in Occidente o se esistono sono rari come le mosche bianche. Al massimo ti infilano un bravo e simpatico professionista nero in qualche TG, uno solo per piazzarne altri dieci di affiliazione diversa e più affine. Il potere delle lobbies islamiche in Europa o nel mondo è poi minore, anche laddove esistono forti comunità di immigrazione: di immigrazione recente, non plurisecolare e plurimillenaria, con i suoi effetti a cascata grazie alla capacità, capillare, sorretta da una “base di massa” , di insinuarsi in ogni dove se vuole, persino in rete, persino tra i cosiddetti “rivoluzionari” di destra, di sinistra e rossobruni; persino tra i siti di “analisi” geopolitica, che abdicano all’abc della professionalità occultando sistematicamente il fenomeno e nel caso specifico – la Libia - il segno sionista dell’aggressione della NATO e dei suoi ribelli-fantoccio.


      Segno dimostrato per finire – anche questo aspetto è stato taciuto da quasi tutti, fino all’invenzione-patacca di una preminenza degli USA nella guerra a Gheddafi da parte della solita coglioneria marxista e postmarxista - dal ruolo trainante e centrale nel conflitto dei due leader più sionisti dell’Unione Europea: Sarkozy, il “primo presidente ebreo della Repubblica francese” [vii], e Cameron, anche lui scopritore di vere o presunte sue radici ebraiche e protagonista di una campagna elettorale all’insegna della fedeltà a Israele [viii]. L’inizio della guerra di Libia è stato il colpo di mano del presidente francese del 19 marzo, il via libera ai bombardamenti mentre ancora era in corso il vertice di Parigi incaricato (da lui stesso) di implementare la risoluzione dì ONU di due giorni prima. La conclusione è stata il linciaggio di Gheddafi, che stando alle cronache di stampa, sarebbe stato opera della “tribù di Misurata” “discendente dagli ebrei turchi” [ix] : di Salonicco cioè, la stessa città di origine della famiglia di Sarkozy? Ed è questo il motivo vero, talmudista, della violenza bestiale e criminale dei linciatori, che solo a crimine compiuto hanno attribuito a due neri - un giovane in un filmato, un adulto in un’altro: quest’ultimo sembrerebbe essere quasi stato minacciato – del crimine compiuto ai danni del legittimo Capo di stato libico? Il tutto comunque il ottobre scorso, data fortunata per il marito di Carlà, sfortunata per i suoi molteplici nemici e le loro memorie storiche: nascite e stragi di bambini, sempre tutti innocenti per tutta l’umanità, tranne che per certi razzisti. Canaglie. Vera o non vera la storia degli “ebrei turchi”, la sua esternazione mediatica è la firma finale sulla guerra, qualcosa che ricorda la visita improvvisa - anch’essa dubbia, e a cui venne dedicato solo qualche trafiletto – di Sharon a Saddam in carcere , nel 2004 … (1-continua)

      Il futuro della Libia e le sue incognite


      Del resto, di segno sionista rischia di essere anche la prospettiva che si intravvede in questi primi giorni postgheddafiani: la paventata balcanizzazione del paese di cui si parla con tanto di richiamo al tentativo postbellico degli anglo-francesi di dividere l’ex colonia italiana in Fezzan, Cirenaica e Tripolitania – tentativo fallito grazie all’Italia democristiana di De Gasperi – è assolutamente coerente con l’ideologia sionista, tendenzialmente di acciaio al suo interno, ma ultradifferenzialista nei confronti dei popoli gentili. Le nazioni in pace invase dall’immigrazione selvaggia, se no violi i “diritti umani” (Louise Arbour, all’indomani dell’accordo italo-libico del 2008. Per inciso, la Arbour è la stessa che persegui’, anzi perseguitò Milosevic fino al suo assassinio in carcere: di nuovo emerge l’assenza di coerenza nel garantismo giuridico del centrodestra) e le guerre e le “autodeterminazioni” altrettanto selvagge per distruggere paesi uniti e sedimentare odi interetnici di lunga durata. Il modello è quello di Oded Ynon, sulla rivista Kivunim dell’Organizzazione Sionista Mondiale nel 1982: la divisione del Medio Oriente secondo linee etno-religiose, come nel caso del federalismo economico in Iraq, come è stato ripetutamente tentato in Libano, come si tenta in questi mesi in Siria, e come sta emergendo con gli attentati oscuri in Egitto che scatenano l’odio tra copti e musulmani. Un dejavu, vedi l’attentato al mercato di Serajevo in Bosnia, falsamente attribuito ai Serbi e prodromo della disgregazione finale della vecchia Federazione jugoslava di Tito .
      Si dirà: ma che giovamento può trarre l’Occidente dalla balcanizzazione della Libia, e dal perdurare degli odi interetnici scatenati dal conflitto? La risposta è: dipende, c’è Occidente e Occidente, come nel caso dell’Iraq. Per George Bush – proclamatosi ridicolmente vincitore ai primi di aprile del 2003 nel suo discorso “storico” sulla portaerei USA – la guerra contro Saddam si è tradotta in un disastro – circa cinquemila soldati americani morti durante l’occupazione del paese – ma per Israele, il paese che ha spinto in tutti i sensi la Casa Bianca dello psicolabile figlio di Bush senior, verso la “guerra infinita”, sfruttando l’attentato dell’11 settembre, facendo leva sui neocons ben inseriti nell’Amministrazione, e su Cheney e Rumsfeld, la questione si pone in modo diverso. Il sionismo e il suo retroterra finanziario hanno bisogno del caos altrui – di qualsiasi segno, dalle BR “comuniste” a Al Qaeda “islamica” - per sopravvivere e rafforzarsi. Non soltanto perché così indebolisce e sconfigge i suoi nemici (e l’Iraq baathista e la Libia gheddafista , lo erano), non soltanto perché dalle guerre può trarre – come ricordava già Hobson, L’imperialismo, 1902 – lauti profitti di borsa, ma anche perché grazie al caos permanente in Medio Oriente e nel mondo, lo Stato ebraico può continuare a fare quello che gli pare e piace in Palestina, all’insegna del diritto biblico e in violazione costante delle più elementari norme di Diritto internazionale, lo jus gentium, il diritto dei popoli gentili. Più si creano nuovi terreni di attenzione operativa della “diplomazia internazionale”, più il rischio di dover alla fine cedere (ma quando mai?) alle “pretese” della comunità internazionale si allontana. Forse non ha sempre funzionato così, ma negli ultimi anni la cronologia parla chiaro: nel 2006 Hezbollah riesce ad infliggere una storica sconfitta allo esercito israeliano; due anni dopo, l’obbiettivo dell’ “annientamento” di Hamas non viene raggiunto; per intanto, fin dal 2004-2005, falliscono tutti i tentativi israeliani di trascinare gli Stati Uniti in un attacco contro l’Iran. L’assedio di Gaza suscita tra l’altro l’indignazione internazionale, e ancora più l’assalto armato alla flottilla turca. Si profila dunque il pericolo di un accerchiamento diplomatico dello Stato ebraico, soprattutto grazie a Putin (discorso di Monaco del 2008 pro-multilateralismo) e ai suoi alleati e interlocutori primari nel mondo mediorientale e in Occidente. Si paventa in particolare, a Tel Aviv, il riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese, a favore del quale erano già stati in procinto di pronunciarsi, esattamente l’11 settembre 2001 , gli Stati Uniti, con un già programmato discorso al’ONU di Colin Powell, poi saltato a causa dell’attentato “islamico” alle Torri. Dieci anni dopo, il pericolo si ripresenta, ed ecco la reazione israeliana su due piani: l’uso delle primavere arabe per colpire mortalmente i suoi nemici dall’interno, a cominciare dall’anello più debole, il paese più isolato di tutti nella Lega regionale, la Libia; e l’attentato di Oslo, contro eventuali impennate di una Unione europea ormai ingranditasi rispetto al vecchio nucleo storico occidentale, a rischio dunque di cosiddetto “antisemitismo”, e al cui interno la Norvegia laburista era la diventata la punta di diamante della battaglia per la difesa dei diritti del popolo palestinese.

      Primo dovere, il parlar chiaro


      Tutto questo non vuol dire che la tendenza messa in moto dalla guerra di Libia sia irreversibile: in Libia, la manifestazione di ieri di “gioia popolare” sulla Piazza verde e l’annuncio della svolta “democratica” ha palesato sullo schermo televisivo molti spazi vuoti, una folla ogni tanto rada e chissà se di veri tripolini e veri libici, oppure anche e soprattutto di falsi arabi dei servizi anglo-francesi e di libici di altre regioni. Sul piano internazionale, i paesi che ostacolano la peraltro impossibile normalizzazione sionista sono ancora molti, e non c’è bisogno di elencarli. Anche coloro che hanno taciuto e hanno tradito Gheddafi. La partita è dunque ancora aperta, i diritti del popolo palestinese e di tutti i paesi del mondo a sviluppare le loro economie, industria nucleare a scopi civili inclusa, ancora sul terreno di battaglia. Così come, a fronte dell’aggressione finanziaria ai paesi europei, un nodo su cui riflettere è quello dell’ autonomia della Politica dai poteri bancari e monetari, che coinvolge tutte le tendenze e che non dovrebbe risolversi però in un anatema contro tutto e tutti.


      Nella difficile fase segnata da forti incertezze, quel che è sicuro è che chi segue solo dall’esterno, come osservatore, giornalista o politologo o storico che sia, gli sviluppi geopolitici dello scacchiere mediorientale e delle sue proiezioni nelle altre regioni del mondo, dovrebbe mantenere un profilo di professionalità il più alto possibile: non si tratta di pretendere ovviamente l’ “infallibilità” – tutti possono sbagliare nelle valutazioni, a partire il sottoscritto – ma di esigere l’onestà nel parlar chiaro sul chi è contro chi nelle guerre e nelle crisi internazionali, battendosi contro l’ “occultamento della storia” e abbandonando schemini consunti e auto gratificanti – a cominciare dall’americocentrismo: Wall Street ha aggredito anche Obama – che non possono che produrre danno e confusione. Su questo terreno, il tatticismo è solo autolesionista, e solo la scelta della chiarezza è all’altezza della fase storica che stiamo attraversando.

      Claudio Moffa
      Fonte: http://www.facebook.com/cla.moffa
      24.10.2011

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