ZONA CREPUSCOLARE / SHALOM, HAVER

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003

“Oggi ho saputo che i sondaggi indicano che il 60% degli israeliani
spera
che Arafat muoia. E’ una notizia che mi fa molto male e mi fa andare in
collera. Quando l’unico partner che abbiamo avuto, Yitzhak Rabin, venne
assassinato, so che molte furono le famiglie palestinesi che versarono
lacrime per la sua morte. L’altro fronte può certamente piangere per
chi ha
la giustizia dalla sua parte e dalla parte della sua nazione. E’ quello
che
vorrei accadesse anche nella società di Israele.”

DI GIDEON LEVY

“E’ stato come se fosse morto mio padre, nonostante quest’ultimo sia morto trent’anni fa”. Il colonnello Marwan Abu Fada allunga la mano verso la scatola di fazzoletti e ne prende uno e poi un altro, uno rosa e uno bianco, per pulirsi il naso e asciugare le lacrime. Le sue parole suonano strozzate, la voce lo tradisce. Eppure fino a poco prima era quello che rimproverava aspramente ai suoi sottoposti. Con tutta una vita trascorsa da militare sa bene che un soldato non piange mai; ma le lacrime gli scendono inarrestabili lungo il viso come se dotate di volontà propria e per di piu’ in presenza di uno sconosciuto.Abu Fada è in grande imbarazzo. Domanda che non vengano scattate foto che lo ritraggano in quello stato. Ma non appena gli si chiede di raccontare del suo primo incontro con Yasser Arafat, ecco che erompono i ricordi e il dolore. Aveva incontrato Arafat la prima volta nel 1968, racconta, dopo una breve pausa per ricomporsi. Era avvenuto sulle colline circostanti la città di Salt, in Giordania. Da allora lui era appartenuto alla Forza 17, la guardia presidenziale, e aveva girato per il mondo arabo al seguito del suo comandante supremo; nel 1994 erano rientrati insieme nei territori e lui era stato messo a capo dell’ unità territoriale di Gerico della Forza 17. Adesso si sente un orfano.

Partiamo da Gerico: Arafat era giunto in quella città sul Mar Morto in un giorno d’estate, il 5 luglio 1994, due giorni dopo aver messo piede a Gaza. Qualche settimana prima aveva fatto un giro nella piu’ bassa e antica città del mondo, la stessa che allora stava vivendo un sogno. Tutti gli albergatori e i proprietari di ville della zona avrebbero giurato che Arafat si sarebbe fermato proprio da loro. Staff televisivi da ogni angolo del globo immortalarono le future residenze presidenziali e ne intervistarono i proprietari. E invece Arafat se ne ando’ via allo stesso modo di come era venuto. Visitò la città assediata altre quattro o cinque volte in seguito, ma mai fu in grado di allentarne la morsa di morte. Nessun altro luogo nei territori occupati ha assistito ad un tale slittamento – dai 2000 ospiti circa, in gran parte israeliani, di un’assolato sabato al ristorante Green Valley e al vicino ristorante Seven Trees, alla malinconia attuale aleggiante lungo le strade di questa pastorale città fantasma.

Questa settimana siamo tornati a Gerico per parlare del suo sogno e del suo leader, che in questo momento lotta tra la vita e la morte lontano dalle oasi del deserto. In un primo momento sembrava che lo sciopero dei tre trasportatori di gas della città, che aveva finito per bloccare la piazza centrale nel primo pomeriggio e creato lievi disagi al traffico, stesse turbando la gente molto piu’ che i bollettini provenienti da Parigi. Fahmi Mustalha sta compilando un cruciverba. Gli manca solo il nome di nove lettere di un’attrice egiziana. Non ha altro da fare questa mattina, a parte il cruciverba. Mustalha è il proprietario del ristorante Green Valley. Il rivale ristorante Seven Trees ha chiuso da tempo, ma lui il suo locale continua a tenerlo aperto, tanto per passarvi il tempo. “Così me ne rimango tranquillo” sospira. Non ci sono clienti. I ventilatori sul soffitto sono fermi e stanno arrugginendo, centinaia di sedie di plastica giacciono inutilizzate. L’unica attività del ristorante è un matrimonio di tanto in tanto. Una copia del quotidiano palestinese Al-Ayyam è posata sul tavolo – “Arafat non ha il cancro”.

Mustalha aveva inaugurato il suo ristorante del 1963; il periodo migliore era stato intorno agli anni ottanta. “Allora questo tavolo sarebbe stato apparecchiato quattro volte in un giorno. Tenevo aperto ventiquattro ore al giorno” – fino allo scoppio della prima Intifada, alla fine del 1987. Da allora gli affari al ristorante sono andati sempre peggio. Gli anni di Oslo, che hanno portato ai posti di blocco, hanno solo peggiorato la situazione. “Yesh mahsomim, ein avodah” (dove ci sono posti di blocco non c’è lavoro), dice in ebraico.

Questa mattina un poliziotto armato, insieme a dei soldati della riserva, presidiavano il posto di blocco all’entrata della città controllando i pochi taxi autorizzati a passare di lì. Il poliziotto metteva la testa all’interno di ogni vettura per controllare che il nome dell’autista o del proprietario apparissero, come richiesto dalla legge, su di una targhetta posta sul lato destro del vano interno. L’ordine deve essere mantenuto. Ciascun autista senza targhetta viene multato sul posto. In questo paese la legge viene rispettata.

Mustalha è convinto che Arafat si sia recato prima a Gerico e solo in un secondo tempo a Gaza. “Era venuto come Joshua Bin-Nun” L’euforia in città era durata esattamente tre mesi, ricorda, per poi dissiparsi. Aveva pensato di rinnovare il ristorante, che in un attimo si era affollato di giornalisti e funzionari dell’Autorità Palestinese di fresca nomina. Invece, se ne sono andati altrove, a Ramallah, portandosi via le speranze della città. “Ramallah” cominciò ad emergere e Gerico a declinare, prosegue rattristato il ristoratore, “Sodoma e Gomorra”. E’ critico nei confronti dei funzionari dell’Autorità Palestinese ma non si sofferma sull’argomento. “Ogni leader ha persone che lo amano e altre che lo odiano”.

E lei chi odia? “Arafat è un brav’uomo. Forse anche meglio di tanti altri. Finora non mi risulta ci sia niente da ridire su di lui. Pensava di istituire uno stato, ma le cose sono andate in maniera diversa. Di chi è la colpa? Di Israele da un lato e degli Stati Arabi dall’altro. Non hanno dato il loro sostegno a sufficienza. “Come ricorderà Arafat?” “Mi ricorderò soltanto delle cose buone. E’ colui che ha dato voce al popolo palestinese, è la persona che ci ha permesso di rimanere a galla”.

Il capo cameriere Alawi: “Prima della (prima) intifada non si parlava di politica. Andavamo a Tel Aviv, sedevamo con gli israeliani, mangiavamo con loro e ci fermavamo con loro a dormire. Non esistevano i posti di blocco. Fino a quando non arrivarono i coloni, fino a quando non li abbiamo visti. Su ogni collina, in tutto il paese. Anche prima di allora c’erano stati dei coloni, ma mai come alla fine degli anni ottanta.I coloni giunsero e presero tutto alla Palestina. Presero 150 dunams (37.5 acri) a mio padre. Perchè? Per quale motivo un colone dovrebbe arrivare e prenderci la terra e costruirci un edificio? Ha forse un certificato rilasciatogli da Dio che lo identifica come proveniente dall’Etiopia o dalla Romania? E’ la sua terra questa? E’ la mia terra, e allora perchè me la dovrebbe prendere? Per quale ragione un colone armato deve venire nel mio villaggio e spaccarmi la macchina e comportarsi come un criminale? Non è quello il suo compito.

“Non credevo che Arafat avrebbe messo un freno a tutto ciò. Le spiego perchè. Fin da subito l’accordo di Oslo faceva acqua da tutte le parti. Si disse prima Gerico e Gaza, e poi Ramallah e Nablus e Jenin – e il resto delle città? Non rientravano negli accordi di Oslo. Non diciamo che è stata tutta colpa di Arafat. Arafat non è solo. Ha un gruppo con sè”.

“Secondo me, Arafat – questo è quello che posso dirle – è il meglio che si possa avere. E’ proprio un brav’uomo. La situazione non è nelle sue mani. Dal momento che l’America e Israele hanno dato ad Arafat una stanza senza sole e senza luna, in che modo potrebbe mai Abu Amar (Arafat) ottenere di risolvere qualcosa? Forse per telefono? Ditemi come. Non è da oggi che Sharon vuole la morte di Arafat. E’ dal 1982. Ancora adesso lo vuole morto. E chi ha consentito il trasferimento di Abu Amar a Parigi? Nè Sharon, nè Mofaz. Sappiamo chi lo ha lasciato andare in Francia – sono stati Bush e Colin Power. Mica Sharon. “Se però morirà, prima diciamo Dio non voglia, abbiamo della gente molto molto in gamba. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e Salim Zaanoun (Presidente del Parlamento Palestinese). Questi sono i due, non Qureia e non Dahlan e neppure Barghouti.

Adesso io lavoro al ristorante. Come cameriere. Un capo cameriere. E un giorno verrà un apprendista cameriere il quale saprà poco o niente perchè non ha esperienza. Imparerà. Imparerà il mestiere di cameriere. Diciamo che potrà essere un cameriere abile al 20 per cento. Poi il ristorante chiude e andiamo da un’altra parte. Chi verrà preso? Il cameriere o l’apprendista? Capisce che cosa intendo? Mohammed Dahlan, è nato ieri, non come Mahmoud Abbas o Salim Zaanoun.”

Quali sono stati gli errori di Arafat? Alawi: “Abu Amar ha un gran cuore ed ha dato a diverse persone incarichi di fiducia. Sono quelle che gli hanno dato problemi. Lui ha dato loro il posto e loro hanno dato problemi. Non creda che a noi faccia piacere che un tizio vada a far esplodere un autobus. A nessuno piace una cosa del genere. Ma se uccidono i miei e mi prendono tutto quello che ho, che cosa daro’ a Shaul Mofaz? Dovrei forse dirgli grazie mille per quello che fa a Gaza tutto il giorno? Lo sa quello che fa a Gaza. E’ un lavoro da essere umano? Non ha un po’ di giudizio? Non ce l’ha un cuore? Shaul Mofaz e Sharon sono dei criminali. Il mio cuore duole a causa degli israeliani che sono stati uccisi.”

Le cose saranno più facili dopo la morte di Arafat? Alawi: “Non credo che Sharon desideri la pace. Dirà che vuole portar via i coloni da Gaza. Vedremo quando. Ne toglierà 1000 da Gaza per piazzarne 40000 nel West Bank. Conosciamo Sharon come le nostre tasche.

Ha mai visto Arafat di persona?

“Si, l’ho visto con i miei occhi. A Ramallah e a Gerico. Non potevo credere ai miei occhi. Ci siamo salutati e baciati. Che posso dire? Ho ricevuto qualcosa – non so come spiegare. Come un malato a cui viene data della morfina per farlo sentire meglio. Ecco come mi sono sentito quando l’ho visto. Sono seduto col Capo della mia nazione e percepisco tutto l’onore di Abu Amar. Non proverò più la stessa cosa per nessun altro. Lui ha qualcosa di speciale. Ho visto Qureia e Jibril Rajoub e Dahlan e Fathi Arafat e Amin al-Hindi – sono venuti tutti qua al ristorante. Li ho visti. Gente comune. Ma Abu Amar, non è niente del genere.”

Il comandante dell’ultimo posto di blocco palestinese ancora esistente in città se ne va in giro con addosso una galabia malridotta e spreca le ore nell’ozio in compagnia delle sue truppe. Il ritratto di Arafat si scorge sulla tappezzeria dietro la sedia su cui siede il Colonnello Marwan Abu Fada. Un vecchio condizionatore d’aria Tadiran attenua il calore. Un berretto rosso è poggiato sulla scrivania. Abu Fada ha 56 anni, porta i capelli corti e assomiglia ad un ufficiale dell’esercito israeliano. Di tanto in tanto suona il campanello sotto la scrivania e un soldato in abiti civili fa il suo ingresso con fare riverente. Le lacrime del comandante fuoriescono un attimo dopo: “Mio madre non l’ho visto quanto Arafat. E non mi sono sentito come se mio padre fosse morto fino all’altroieri. Anche se mio padre è deceduto negli anni settanta, solo l’altroieri ho provato la sofferenza della perdita di un padre. Per me Yasser Arafat non è solo un comandante. E’ un emblema. Nonostante sia il mio comandante personale, ho sempre provato qualcosa di umano nei suoi confronti. Ci sono state volte in cui lui ha sollevato la sua mano e nutrito la gente che gli stava intorno. Un piccolo pezzo di pane dalle sue mani non riempie la pancia eppure lascia una sensazione bellissima.”

“E’ stato un lungo cammino storico fatto di molte tappe di felicità, di rabbia e di dolore. Una volta il generale-console americano mi chiese come potesse, una persona nata negli anni trenta, governare negli anni ottanta. Gli dissi che Arafat è colui che riesce a spostare il fucile dalla mano destra alla mano sinistra. E’ la persona che è riuscita a convincere me della pace. Yasser Arafat. Persino i suoi oppositori, i suoi detrattori, hanno sentito l’enorme vuoto che si è venuto a creare nei giorni scorsi. Credo sia la persona che è riuscita a mobilitare l’intero popolo palestinese inducendolo a sopravvivere e aggrapparsi alla via della pace, malgrado tutto quello che gli israeliani dicevano di lui… Ma ogni cosa è nelle mani di Dio. Siamo un popolo che crede in Dio”.

Abbiamo un modo di dire secondo il quale i cimiteri sono pieni di persone indispensabili – lei che cosa ne pensa? “che noi abbiamo un altro detto per cui un solo uomo ne può a volte valere 1000. Nessun uomo sarà in grado di riempire il vuoto lasciato da Arafat. E’ una persona capace di grandi decisioni politiche, ma anche di andare a trovare un bambino malato all’ospedale per nutrirlo con le sue mani. Il popolo di Israele avrà molto da perdere, ben più del popolo palestinese, dalla morte di Arafat. Non troveranno un uomo valoroso in grado di prendere delle decisioni coraggiose. “Oggi ho saputo che i sondaggi indicano che il 60% degli israeliani spera che Arafat muoia. E’ una notizia che mi fa molto male e mi fa andare in collera. Quando l’unico partner che abbiamo avuto, Yitzhak Rabin, venne assassinato, so che molte furono le famiglie palestinesi che versarono lacrime per la sua morte. L’altro fronte può certamente piangere per chi ha la giustizia dalla sua parte e dalla parte della sua nazione. E’ quello che vorrei accadesse anche nella società di Israele.”

Gideon Levy
Fonte:http://www.haaretzdaily.com/hasen/pages/ShArtVty.jhtml?sw=Gideon+Levy&itemNo =497361
4.11.04
Traduzione per Comedonchisciotte a cura di KOLDER

Commenti (0)

Per commentare accedi all area riservata con un account abilitato.