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ZIZEK E I DOVERI DELLA SINISTRA RADICALE

DI LUIS ROCA JUSMET
rebelion.org

La sinistra, afferma Zizek, vive una delle peggiori crisi della sua storia. Una delle cause è l’incapacità di affrontare il suo trauma, ovvero lo stalinismo. La sinistra non ha una teoria di ciò che fu lo stalinismo e preferisce stendere un velo pietoso, utilizzando a volte un linguaggio della destra liberale per spiegarlo. Nello stalinismo, secondo Zizek, c’è qualcosa di enigmatico e sconosciuto. Lo stalinismo ha qualcosa di vero, cioè la Rivoluzione di Ottobre. E’ un discorso perverso attraverso del quale parla Il Grande Altro della Storia. Siamo un giocattolo nelle mani di questo Grande Altro. C’è anche un ritorno della parte repressa, cioè la ‘morte’ della Rivoluzione di Ottobre. La parte repressa torna alla ribalta contro tutti quanti. In questo caso non c’è un capro espiatorio, tutti sono colpevoli e chiunque può essere eliminato. E’ completamente diverso dal nazismo, per il quale si fa un discorso paranoico, centrato sul capro espiatorio, sulla violenza irrazionale e scatenata contro ‘lui’. Lo stalinismo non contiene quell’aspetto del nazismo di finzione, menzogna, spettacolo.

La prima opzione che critica è, naturalmente, quella della sinistra liberale, della “Tercera” che si prepara ad essere un’alternativa di gestione del tardo-capitalismo globalizzatore. Zizek le riconosce la coerenza di considerare un capitalismo con volto umano e di battersi per lo sviluppo del proprio sistema.
Ma il paradosso, come dicevamo prima, è che il sottomettersi alle regole del capitalismo universalista, senza difendere gli interessi di alcun gruppo in particolare, può convertirsi nel migliore gestore di sistema, può difendere il suo funzionamento globale meglio della stessa destra.

Su questa linea Zizek critica la consistenza falsa di questo universalismo, nel nome del quale Rawls discute la sua teoria della giustizia o Rorty le sue regole formali per salvaguardare lo spazio privato di auto-creazione individuale.
Non ci sono individui razionali che agiscono secondo i loro interessi razionali in base al contratto sociale. Perché questi individui razionali, che non siano mediati dal desiderio o dalla fantasia, non esistono.

Non possono nemmeno esistere queste regole formali che si tramutano in legge universale (Rorty).

Tutte le regole e qualsiasi legge sono impregnate di piacere, che è l’alimento del Super Io. Il dovere è un’oscenità, non c’è legge universale che non sia patologica.

La seconda opzione è quella dogmatica marxista-leninista (ben rappresentata dal troskysmo) che mantiene un vecchio discorso che considera che il proletariato abbia ancora l’omogeneità che ha perso e che il movimento operaio mantenga un’azione rivoluzionaria ripetutamente tradita dai suoi dirigenti. Le sue analisi nascondono l’incapacità di capire il presente e di offrire nuove alternative, poiché egli si basa su analisi superate e su posizioni storicamente sconfitte. Si tramutano in una setta che mantiene una specie di feticismo sulla classe operaia e sul suo potenziale rivoluzionario. Rientra in quello che Lacan chiamava narcisismo delle cose perdute.

Ci troviamo dunque, se ci stringiamo a queste due opzioni della sinistra che costituiscono uno stradone senza uscita, a dover scegliere fra alcuni principi senza opportunità e un opportunismo senza principi. Zizek va più a fondo nell’analisi delle altre due opzioni che si presentano come innovatrici per la sinistra. Una sarebbe la proposta che propone nuove vie d’uscita da quest’impasse che è quella che prendono Toni Negri e Michael Hard nel libro “Impero”. Questi autori affermano che nella fase attuale del capitalismo (che secondo loro ha da un lato un carattere corporativo e dell’altro è dominato dal lavoro immateriale) si danno le condizioni oggettive per superare il capitalismo. L’unica cosa che serve sono due condizioni: la prima è socializzare questo capitalismo corporativo, trasformando in proprietà pubblica ciò che è proprietà privata ; la seconda è consolidare questo lavoro immateriale, che implica in se stesso un dominio spontaneo degli imprenditori perché sono loro stessi che regolano direttamente queste relazioni sociali. Però Zizek afferma che possiamo interpretare queste forme di lavoro immateriale in un senso autogestito e che questo capitalismo che gli autori chiamano corporativo viene inteso come politicizzazione della produzione. Piuttosto vede questo doppio processo nel senso opposto, come depoliticizzazione totale. Le rivendicazioni che fanno Negri e Hard allo Stato (reddito base, cittadinanza globale, diritto alla riappropriazione intellettuale) sono una forma di discorso isterico, cioè fare al Padrone richieste impossibili da soddisfare. L’ultima critica è rivolta al nuovo soggetto politico che ci è illustrato da questi autori e che rappresenta la moltitudine. La moltitudine, come nuovo soggetto rivoluzionario, è definita retoricamente come la molteplicità singolare di un universale concreto, la carne della vita, la pura potenzialità di un insieme amorfo che ottiene forma nell’azione. Sarebbe, per capirci, la gente che va in strada per manifestare contro la globalizzazione o contro la guerra degli USA in Iraq. Zizek segnala che c’è qui un’idealizzazione della conclusione, che elimina l’ambivalenza originaria della proposta di Spinoza, che segnalava anche l’aspetto che per la diversità dei suoi membri, presenta la moltitudine come resistenza collettiva e flessibile e presenta la moltitudine anche per la diversità dei suoi membri.

Resistenza collettiva, che nemmeno può, ci avverte Zizek, trasformarsi in un lavoro politico in positivo per l’ambiguità di proposta che implica questa stessa diversità (come esempio della dissoluzione di una moltitudine flessibile, ricorda la sua esperienza nell’opposizione politica al socialismo reale). Zizek segnala anche i limiti del movimento anti globalizzazione. L’azione diretta come resistenza finisce per fare il gioco del Sistema perché non propone alternative politiche. Non possiamo neppure intendere la lotta della sinistra come un insieme di lotte parziali. È necessario pianificare un’alternativa globale.

La quarta posizione è quella che Zizek denomina politica pura, rappresentata da teorici come Alain Badiou ed Ernesto Laclau. La sua alternativa è quella che loro chiamano democrazia radicale, la cui logica si scontra con quella del capitalismo globale. Qui Zizek illustra la necessità di mantenere le regole formali della democrazia, che egli considera parte di ciò che chiama farsa liberale. Perché bisogna rispettarla? E’ la domanda che si pone Zizek. Ciò che affermano questi autori è che bisogna mantenere il valore della democrazia, che è quello di trasformare il nemico in avversario.
Si tratta di condividere i principi etico-politici della democrazia. L’alternativa si pianifica in termini di politica pura, con una domanda categorica di uguaglianza, che come tale sarebbe anticapitalista perché entra in contraddizione con il sistema però che non interroga le sue basi, ovvero l’economia capitalista. E’ come dire che bisogna criticare il capitalismo e la sua forma politica, cioè la democrazia liberale parlamentare. Non possiamo affermare che questa forma politica, prodotta dal sistema socio economico, finisca con questo.

Bisogna indagare a fondo la struttura economica del capitalismo, afferma Zizek, e la forma del capitalismo, che è la lotta di classe. Le lotte culturali eludono questo antagonismo radicale. Bisogna tornare all’economia politica, nel senso che rivendicava Marx, invece di rimanere nella sfera politica ed economica, anche se è questa che ha il ruolo centrale. Bisogna mantenere la lotta socialista globale contro il capitalismo, pianificando però la lotta nei termini della tappa attuale del capitalismo del mercato globale. Per questo bisogna rifondare la sinistra assumendo però i suoi stessi traumi. Il trauma, come sappiamo dalla psicoanalisi, viene dato da ciò che è insopportabile. La sinistra non può negare il peggio della sua storia, deve assumerne le responsabilità, spiegarne le ragioni e apprendere dai suoi errori

Zizek afferma che bisogna rifondare la sinistra, assumendo il trauma insopportabile della sua storia. Bisogna opporsi al discorso del Padrone, sia nella sua versione autoritaria sia in quella attuale del discorso universitario, che, come detto, è il discorso dell’elite dirigente degli esperti. Anche il discorso isterico (consistente nel rivendicare il Padrone) è dire allo Stato che è impossibile che ci proporzioni. La questione è come concretizzare questo discorso alternativo. Bisogna lottare per mantenere uno spazio vuoto che ci dia la possibilità di qualcosa di diverso, ciò che potremmo chiamare Evento, che è l’unica cosa che può rendere possibile una trasformazione radicale. In questo senso Zizek ci avverte che anche se i vecchi regimi comunisti ( di cui l’unico sopravvissuto è Cuba) hanno un contenuto positivo che può essere peggiore per certi versi rispetto a quello del capitalismo, bisogna riconoscere che hanno aperto uno spazio diverso che è quello che ci offre questo. Hanno aperto nuove possibilità anche se sono fallite.

La democrazia è un paradosso, è possibile nella sua impossibilità, è una finzione simbolica che presuppone che tutti siamo soggetti agli altri. Nella democrazia parlamentare di tipo liberale che viviamo ci sono delle elezioni dove sospendiamo l’ordine gerarchico e le relazioni di potere. Facciamo come se fossimo tutti uguali però il risultato dipende da un meccanismo quantitativo di contabilizzazione dove dominano gli aneddoti, la pubblicità e la manipolazione. Cioè l’irrazionalità, l’azzardo. Però questa finzione, come quella dei diritti umani, ha un’ efficacia simbolica, funzione nella misura in cui facciamo come se lo credessimo.

Per evitare le vie strette della sinistra liberale bisogna recuperare il gesto di Lenin, continua Zizek, che consiste nel difendere il fatto che l’alternativa della sinistra passa nell’esporre ciò che è impossibile secondo i parametri stabiliti dall’ideologia dominante. Bisogna correre il rischio se vogliamo uscire dalla struttura stabilita. Però considera, come Marx, che sono reazionarie tutte le posizioni nostalgiche. In questo senso non propone di opporsi alla globalizzazione in nome di particolarismo nazionale. La logica del capitalismo globale è genuinamente multiculturale e non rappresenta il dominio di una cultura mondiale (in questo senso il neo conservatorismo americano è espressione di particolare interesse). Quello di cui tratta, afferma, non è opporsi alla globalizzazione fino a radicalizzarla cioè universalizzarla. E per questo bisogna lottare contro le esclusioni che implica questa globalizzazione capitalista.

Universalizzarla non è considerare l’egemonia di qualche particolarità, come potrebbe essere quella europea ( vale la pena leggere l’articolo di Immanuel Wallernstein dell’universalismo universalista contro l’universalismo europeo). E’ certo che l’universalità è necessariamente un’egemonia, però questa è differente dalle altre, perché è un’egemonia spregevole. Ciò vuol dire che mentre la supposta universalità crea forme di segregazione, sono gli esclusi quelli che mostrano il fallimento di questa universalità e pertanto sono coloro che rappresentano la vera posizione dell’universalità. Il migliore esempio storico è il Demon greco, la voce degli esclusi che non facevano parte della classe dominante e che introducono l’universalità della cittadinanza nella Polis. O il Terzo Stato francese davanti le gerarchie stabilite della nobiltà e della Chiesa. Non possiamo identificare il significante democrazia, per usare l’espressione di Zizek, con il sistema parlamentare né con qualche regola formale perché facendolo sprechiamo il patrimonio della sinistra e la sua tradizione.

Il capitalismo si presenta come universale per quanto riguarda l’uguaglianza dei diritti. Marx detesta la crepa del capitalismo poiché questo universale ha una eccezione che lo nega. L’uguaglianza formale, la liberà formale che formula il capitalismo è negata dall’operaio, poiché la sua libertà è la stessa che lo incatena al capitalista, dato che è semplicemente merce. Ciò che bisogna fare allora è, e qui bisogna eliminare le ambiguità dello stesso Zizek, è rivendicare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Alcuni di questi diritti sono compatibili con la logica del capitalismo (diritto alla proprietà e altre libertà individuali) mentre altri vanno contro la logica stessa del capitalismo (i diritti sociali). Combattere per questi diritti vuol dire lottare contro la logica stessa del sistema e ogni vittoria permetterà di migliorare questo mondo.

Contrariamente ai nazionalismi bisogna recuperare l’universale (ciò che ci unisce) e il singolare (ciò che appartiene ad ognuno di noi separatamente) come la migliore eredità dell’esempio radicale. La denuncia del privato illustrata da Kant in opposizione a ciò che è pubblico diventa considerare come privato questo narcisismo delle piccole differenze di cui si nutre il nazionalismo.

Zizek critica la mancanza di consistenza delle vecchie alternative della sinistra e allo stesso tempo che le lotte disperse e molteplici degli anti-globalizzazione e dei “culturalistas”. E’ necessaria un’alternativa e un lavoro politico globale che illustri di nuovo la necessità del partito che organizza e centralizza politicamente le lotte. D’altro canto esistono esperienze alternative come le comunità di hacker o ciò che viene definita lotta estetica-politica. Le esperienza delle favelas e le lotte che per la sopravvivenza e la solidarietà ci fanno pensare a un nuovo proletariato che non ha niente da perdere.

Zizek presenta delle contraddizioni e a volte sbaglia, però credo che ci dia la chiave del puzzle che in questo momento la sinistra deve completare:

1. Recuperare la lotta di classe come principale via di emancipazione. La necessità di organizzare politicamente questa lotta attraverso un partito dato che questa lotta è globale. Il nemico è il capitalismo.

2. Rivendicare l’emancipazione a partire da una concezione democratica non liberale, che dia voce agli esclusi.

3. Difendere la globalizzazione dei diritti e delle opportunità in modo che chiunque possa sviluppare la sua personalità.

4. Potenziare esperienze alternative a quelle che genera la logica del sistema.

Luis Roca Jusmet
Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=116770&titular=%C5%BDi%C5%BEek-y-las-tareas-de-la-izquierda-radica
16.11.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NIKI

Pubblicato da Davide

  • Tao

    EMERGENZA PERMANENTE

    DI SLAVOI ZIZEK
    internazionale.it

    Durante le proteste scoppiate quest’anno contro le misure di austerità nella zona euro (in Grecia e, in misura minore, in Irlanda, Italia e Spagna), abbiamo visto imporsi due versioni. Quella dell’establishment propone una visione “naturale” e depoliticizzata della crisi.

    Le misure di regolamentazione sono presentate non come decisioni fondate su scelte politiche, ma come imperativi dettati da una logica finanziaria neutra: se vogliamo stabilizzare le nostre economie, dobbiamo ingoiare il boccone amaro.

    L’altra versione – quella dei lavoratori, degli studenti e dei pensionati – presenta le misure di austerità come l’ennesimo tentativo da parte del capitale finanziario internazionale di smantellare ciò che resta dello stato sociale. Per i primi, il Fondo monetario internazionale è un custode neutrale della disciplina e dell’ordine; per gli altri, è l’oppressivo agente del capitale globale.

    Versioni discordanti

    Anche se ogni versione racchiude un pizzico di verità, entrambe sono fondamentalmente false. Quella dell’establishment europeo passa sotto silenzio i motivi per cui gli enormi deficit si sono accumulati: i numerosi salvataggi di aziende del settore finanziario e il calo delle entrate dei governi durante la recessione. Il grosso prestito ad Atene servirà a ripagare il debito greco verso le banche francesi e tedesche. Il vero obiettivo delle garanzie offerte dall’Unione europea è aiutare le banche private.

    La versione dei contestatori dimostra ancora una volta il malessere della sinistra di oggi: le sue richieste non hanno un contenuto programmatico, offrono solo un generico rifiuto di intaccare l’attuale stato sociale. L’utopia, per loro, non è il cambiamento radicale del sistema, ma l’idea che sia possibile mantenere uno stato sociale all’interno del sistema.
    Non bisogna però ignorare il pizzico di verità racchiuso nella tesi opposta: se rimaniamo entro i confini del sistema capitalistico globale, le misure per estorcere altri soldi a lavoratori, studenti e pensionati diventano necessarie.

    Una cosa è certa: dopo decenni di stato sociale, segnati da tagli relativamente modesti e dalla promessa che le cose sarebbero rientrate nella normalità, oggi stiamo entrando in un’epoca nuova. Un’epoca in cui un certo stato di emergenza economica sta diventando permanente, si sta trasformando in una costante, uno stile di vita. E porta con sé la minaccia di misure di austerità ancora più severe, di tagli alle prestazioni sociali e ai servizi nella sanità e nell’istruzione, di maggiore precarietà sul lavoro.

    La sinistra ha il difficile compito di sottolineare che siamo alle prese con i meccanismi dell’economia politica, che non c’è nulla di “naturale” in questa crisi, che l’attuale sistema economico globale si basa su una serie di decisioni politiche. Al tempo stesso la sinistra si rende perfettamente conto che, finché rimarremo all’interno del sistema capitalistico, la violazione delle sue regole provocherà effettivamente un dissesto economico, perché il sistema obbedisce a una sua logica pseudonaturale.

    Anticapitalismo militante

    Sarebbe sciocco limitarsi a sperare che la crisi finisca e che il capitalismo europeo continui a garantire un tenore di vita relativamente alto a un numero crescente di persone. Sarebbe una posizione politica radicale un po’ strana, perché vorrebbe dire sperare che le circostanze la mantengano marginale e inefficace. Oggi gli anticapitalisti non mancano. C’è anzi un sovraccarico di critiche agli orrori del capitalismo: inchieste giornalistiche, servizi in tv, best seller su aziende che inquinano l’ambiente, banchieri corrotti che continuano a incassare premi vertiginosi mentre le loro aziende vengono salvate dai soldi pubblici, fabbriche di vestiti dove i bambini lavorano giorno e notte.

    Eppure, per quanto feroci, tutte queste critiche hanno un punto debole: non contestano il principio di base, ovvero la cornice liberaldemocratica all’interno della quale dovremmo combattere tutti questi orrori. L’obiettivo, più o meno esplicito, è la regolamentazione del capitalismo, da raggiungere grazie alla pressione dei mezzi d’informazione, alle inchieste parlamentari, a leggi più severe e a indagini serie da parte delle forze dell’ordine. Nessuno mette in discussione i meccanismi istituzionali liberaldemocratici dello stato di diritto borghese. È proprio qui che l’intuizione fondamentale di Marx rimane valida, forse oggi più che mai.

    La chiave della libertà

    Per Marx, la questione della libertà non dovrebbe essere collocata principalmente nella sfera politica, come fanno invece le istituzioni finanziarie globali quando danno un giudizio su un paese. Le elezioni sono libere? I giudici sono indipendenti? La stampa subisce pressioni nascoste? I diritti umani sono rispettati? La chiave della vera libertà è altrove: nella rete “apolitica” di rapporti sociali, dal mercato alla famiglia, dove per ottenere un miglioramento non serve una riforma politica, ma un cambiamento nei rapporti sociali di produzione. Noi non votiamo su chi ha cosa o sui rapporti tra lavoratori e dirigenti nelle fabbriche. Tutto ciò dipende da processi estranei alla sfera politica. Ed è illusorio credere di poter cambiare le cose “estendendo” la democrazia a questa sfera, per esempio organizzando delle banche “democratiche” controllate dai cittadini.

    Secondo le nozioni base della teoria marxista della lotta di classe, la vita sociale “pacifica” è di per sé un’espressione della (temporanea) vittoria di una classe, quella dominante. Dal punto di vista dei subordinati e degli oppressi, l’esistenza stessa dello stato, come apparato di dominazione di classe, è un’espressione di violenza. Il classico motto liberale – a volte ricorrere alla violenza è necessario, ma non è mai legittimo – non basta. In una prospettiva radicale di liberazione, bisognerebbe ribaltare l’affermazione: per gli oppressi la violenza è sempre legittima (perché la loro condizione è frutto della violenza), ma non è mai necessaria. La scelta di usare o no la forza contro il nemico è sempre una questione di strategia.

    Anche nell’attuale emergenza economica non siamo alle prese con misteriosi processi di mercato, ma con interventi strategici molto strutturati decisi da stati e istituzioni finanziarie per cercare di risolvere la crisi a modo loro. In condizioni simili, non è giusto difendersi?

    Queste considerazioni non possono che demolire la comoda posizione soggettiva degli intellettuali radicali. E se questi intellettuali costruissero scenari catastrofici di proposito, per giustificare la loro vita tutto sommato comoda e sicura? È evidente che per alcuni di loro le rivoluzioni migliori si svolgono a distanza di sicurezza, a Cuba, in Nicaragua, in Venezuela. Così, mentre sentono i loro cuori scaldarsi al pensiero di quegli eventi lontani, possono continuare a occuparsi delle loro carriere. Ora che assistiamo al crollo dello stato sociale efficiente nelle economie industriali avanzate, per gli intellettuali radicali potrebbe essere vicino il momento della verità: volevano un cambiamento vero? Ora ce l’avranno.

    Il dominio del mercato

    Nella fase più recente del capitalismo, quella successiva al 1968, l’economia stessa, cioè la logica del mercato e della competizione, si è gradualmente imposta come ideologia dominante. Nel campo dell’istruzione, il sistema scolastico è visto sempre meno come un elemento imprescindibile – superiore al mercato e organizzato direttamente dallo stato – e portatore di valori illuminati come la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza. In nome della sacra formula “meno costi, più efficienza”, la scuola è stata gradualmente pervasa da varie forme di partnership tra pubblico e privato.

    Lo stesso vale per l’organizzazione e la legittimazione del potere: il sistema elettorale ricalca sempre di più il modello della competizione di mercato. Le elezioni sono viste come uno scambio commerciale in cui gli elettori “comprano” l’offerta che promette di mantenere l’ordine sociale, perseguire il crimine eccetera, nel modo più efficiente.

    Sempre in nome del “meno costi, più efficienza”, altri settori un tempo di competenza esclusiva del potere statale, come le carceri, possono essere privatizzati. L’esercito non si basa più sulla coscrizione obbligatoria, ma è formato da mercenari. Anche la burocrazia di stato non è più vista come la classe universale di hegeliana memoria, cosa sempre più evidente nell’Italia di Berlusconi: il potere dello stato è esercitato direttamente da uno spregevole borghese che lo sfrutta apertamente e senza scrupoli per proteggere i suoi interessi.

    Perfino i rapporti sentimentali seguono sempre più spesso i meccanismi di un rapporto di mercato. Si basano sull’autopromozione: per le agenzie matrimoniali o i siti di incontri, i potenziali partner si presentano come merci, con tanto di foto ed elenco delle qualità.

    Tutto è possibile

    In una situazione del genere, la semplice idea di un cambiamento sociale radicale potrebbe sembrare un sogno impossibile. Sulla parola “impossibile”, però, dovremmo fermarci a riflettere. Oggi il possibile e l’impossibile sono distribuiti in modo strano, ma entrambi si stanno dilatando all’inverosimile. Nel campo della libertà personale e della tecnologia scientifica ci viene detto che “nulla è impossibile”: possiamo goderci il sesso in tutte le sue versioni più perverse, scaricare archivi interi di musica, film e serie tv, chiunque (sborsando) può viaggiare nello spazio. Potremo migliorare le nostre capacità fisiche e psichiche, manipolare le nostre caratteristiche di base intervenendo sul nostro genoma. C’è perfino la speranza di realizzare il sogno tecnognostico dell’immortalità, trasformando la nostra identità in un software che potremo scaricare su questo hardware o su quello.

    Nel campo dei rapporti socioeconomici, la nostra epoca si considera giunta all’apice della maturità: oggi l’uomo ha rinunciato ai suoi millenari sogni utopistici e ha accettato le costrizioni della realtà (o, meglio, della realtà socioeconomica del capitalismo), con tutte le sue impossibilità. Il suo comandamento è diventato “non puoi”: non puoi partecipare a grandi azioni collettive, che sfociano inevitabilmente nel terrore totalitario; non puoi rimanere aggrappato al vecchio stato sociale, perché questo ti rende poco competitivo e porta alla crisi economica; non puoi isolarti dal mercato globale senza farti risucchiare dall’ideologia nordcoreana del juche. Nella sua variante ideologica, anche l’ambientalismo fornisce la sua lista di impossibilità, i cosiddetti valori di soglia (non più di due gradi di riscaldamento globale), basati su “pareri di esperti”.

    Oggi l’ideologia dominante cerca in tutti i modi di farci accettare l’“impossibilità” del cambiamento radicale, della fine del capitalismo, di una democrazia che non sia ridotta a un gioco parlamentare corrotto, e lo fa per rendere invisibile l’antagonismo che attraversa le società capitaliste. Per questo la formula di Jacques Lacan per superare un’impossibilità ideologica non è “tutto è possibile” ma “l’impossibile succede”.

    Il governo di Evo Morales in Bolivia, quello di Hugo Chávez in Venezuela e il governo maoista in Nepal sono arrivati al potere dopo elezioni “giuste” e democratiche, non con l’insurrezione. La loro situazione è “obiettivamente” disperata: l’intero corso della storia va fondamentalmente contro di loro, non possono contare sulla spinta di nessuna “tendenza obiettiva”, l’unica cosa che possono fare è improvvisare, fare il possibile in una situazione disperata. Ma tutto questo non dà loro una libertà unica? E noi tutti – sinistra di oggi – non siamo nella stessa situazione?

    La nostra, quindi, è l’esatto contrario della situazione classica dei primi del novecento, quando la sinistra sapeva cosa bisognava fare ma ha dovuto aspettare pazientemente il momento giusto per passare all’azione. Oggi non sappiamo cosa dobbiamo fare, ma dobbiamo agire ora, perché le conseguenze dell’inazione potrebbero essere disastrose. Saremo costretti a vivere “come se fossimo liberi”.

    Slavoj Žižek
    Fonte:/www.internazionale.it
    Link: http://www.internazionale.it/emergenza-permanente/
    25.11.2010

    Internazionale, numero 874, 26 novembre 2010

    Traduzione a cura di Francesca Spinelli

  • Hamelin

    Considerazioni legittime e sensate .
    Ci avviamo verso il mondo descritto in “V per vendetta” pieno di cazzate ed involucri vuoti .
    Gli uomini si sveglieranno solo quando toccheranno veramente il fondo e quando la vita sarà talemente orribile che la prospettiva della morte sarä considerata come una benedizione.
    Il processo che ci ha portato qua è irreversibile dal punto di vista umano .
    Ma confido che la Natura e l’Universo riescano a riequilibrare le cose…

  • stefanodandrea

    La critica delle vsarie teorie è sensata e condivisibile. La proposta è incomprensibile. Chi l’ha capita? E come dovrebbe essere realizzata? Il fatto che un articolo del genere abbia ricevuto, fino ad ora soltanto due commenti (tre con il mio) dovrebbe far riflettere

  • Truman

    Ho il sospetto che sulla parte propositiva bisognerebbe lavorare. Il che equivale a dire che oggi nessuno ha buone teorie pronte all’uso. Ma almeno sappiamo che molte teorie che oggi ci spacciano per buone sono solo cadaveri eccellenti.

  • stefanodandrea

    Concordo. Anche se l’aver scoperto che fino ad ora abbiamo a disposizione soltanto cadaveri eccellenti non mi rallegra.
    Forse un passo lo si potrebbe fare domandndoci perché la teoria di Zizek è oscura e dove è certamente fallace. Perché eliminare ogni nostalgia? Perché lui la pensa così? Perché universalizzare i diritti? Perché non domandarci quali doveri devono assumere le nuove generazioni? Siamo in guerra e la guerra non si vince esercitando diritti ma ADEMPIENDO DOVERI. L’ho già scritto: un conto è pensare che ci sia valore nella proposizione: “chi non lavora non mangerà” (lo slogan dei comunisti), tutta fondata sul dovere di lavorare; un conto è pensare che ci sia valore nella proposizione “reddito di cittadinanza” (lo slogan dei post comunisti), tutta fondata sul diritto di mangiare.
    Tuttavia, quei cadaveri eccellenti hanno plasmato le menti e attaccando lo stalinismo, come fa Zizek, attaccano i doveri, le limitazioni ai singoli per il bene comune, l’elitismo che caratterizzava lo stalinismo, la disciplina di partito, la pazienza e la scuola di partito. Insomma, attaccano tutto ciò che tiene a freno le istanze individualistiche e consente di indirizzare le forze verso uno o altro progetto. Oggi la sinistra radicale è una sinistra di individualisti (anche se non aspirano, come tanti altri individualisti, ad avere potere e denaro, bensì altro). Perciò non è una sinistra. Se non ci si interroga su questi temi, non c’è possibilita di proporre alcunché di sensato e dotato di forza. Ciao

  • antoniona

    “La sinistra non ha una teoria di ciò che fu lo stalinismo”.

    Mi è bastata questa frase per farmi desistere dal leggere l’ennesima solfa di questi intellettualodi di “sinsitra”.
    Vorrei dire al signor Zizek di leggersi, quando ha un po’ di tempo, qualche scritto di chi ha passato la vita a difendere il marxismo dalla degenazione degli stalinisti.

    http://www.quinterna.org/archivio/filitempo/100_1952_dialostalin.htm

    Che lui non abbia una teoria, semplicemente indica che non e’ comunista.

  • fucik

    Stalinismo e antistalinismo sono due categorie del pensiero borghese, o piccolo-borghese. Questo è oramai assodato. Per la borghesia lo stalinismo è ogni forma di lotta contro il capitale, ogni ostacolo all’imperialismo. Oggi sono stalinisti Chavez e Fidel Castro, oltre che Kim Jong Il, ovviamente. Per Berlusconi era stalinista persino il PDS di D’Alema. I trotskysti sono, non a caso, sempre in buona compagnia della borghesia quando sfoderano il loro feroce antistalinismo (dunque antisovietismo e anticomunismo). Trotsky tifava nazista in vista dell’aggressione hitleriana contro l’Urss (il pensiero di Trotsky era sostenuto e diffuso dalla borghesia nei regimi fascisti), e i trotskysti moderni hanno esultato, insieme ai reazionari di tutto il mondo, quando è stata ammainata la bandiera rossa con la falce e martello sul Cremlino. Dall’alto del loro nulla realizzato, i trotskysti giudicano l’esperienza dell’unica rivoluzione proletaria vincente al mondo: quella dell’Ottobre di Lenin e dei bolscevichi. Ignorano deliberatamente quanto Lenin ha dovuto lottare contro Trotsky e la sua inconcludenza, contro il suo lavoro antipartito e antibolscevico. Per Trotsky la rivoluzione non ci sarebbe mai stata e se ha avuto un qualche ruolo nella dirigenza dello stato sovietico è stato solo grazie alla grande magnanimità di Lenin. Oggi impartiscono lezioni di antistalinismo. La loro verbosità e l’azione di risoluto sabotaggio (ciò che contrastava Lenin già all’epoca) non tramontano mai.