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VIDEOCRACY O DEL FASCISMO ESTETICO (1)

DI ANDREA INGLESE
nazioneindiana.com

La negligenza, e quasi la cecità, della sinistra e della sua intellighentsia dinanzi a questo fenomeno deriva dalla situazione con cui hanno guardato alla cultura delle masse, che è stata considerata sempre marginale rispetto al potere presunto vero, cioè alla dimensione politica ed economica. Raffaele Simone

Essere spettatori di Videocracy è un’esperienza profondamente sgradevole. Durante la proiezione del documentario è percepibile un diffuso imbarazzo, che ogni tanto è rotto da qualche risata liberatoria. Ma quelle risate, appena risuonano, più che liberare incatenano maggiormente alla propria vergogna. Poi c’è lo schifo. Uno schifo da tagliare col coltello. E quindi la nausea di nervi, veri e propri crampi. E quando ti alzi e vedi gli altri spettatori come te, e sai già fin d’ora che se ne andranno come se niente fosse, come si esce ogni sera da un cinema, un po’ stralunati e un po’ eccitati, ti piomba di nuovo addosso la vergogna, quasi fossimo tutti quanti testimoni passivi e docili di un crimine detestabile, concluso il quale ognuno se ne va solitario, omertoso e impotente a casa propria. Strano effetto, davvero. Ma come? Non avevo io letto Anders, Debord, Baudrillard, Bauman? Non avevo letto Barbaceto, Travaglio, Perniola, la Benedetti, Luperini? Non conoscevo già tutta questa vicenda a memoria? Non avrei dovuto essere immune dallo shock? Non ho forse letto analisi e ascoltato dibattiti sul genocidio culturale, sulla rivoluzione mediatica degli anni Ottanta? Sul grande smottamento antropologico, cominciato con Drive in?

Non sono forse un tipico esemplare di quella classe media acculturata che, grazie ad una certa memoria storica e ad una formazione umanistica, si sente sufficientemente critica nei confronti del mondo che lo circonda? Addirittura, non sono forse un esemplare medio di quello che è una volta si sarebbe chiamato intellettuale di sinistra, uno cioè che crede nel valore della ricerca e del dibattito pubblico, nel valore della scienza e della letteratura, per rendere il mondo più giusto? E non sono, infine, un insegnante di liceo, che ha quasi ogni giorno un contatto diretto con le “nuove generazioni”? Io, dunque, non sapevo? Non ne sapevo abbastanza di com’è l’Italia, di come è diventata? Ma non lo sappiamo tutti, da tanto tempo? Ma allora perché quel senso desolante e irrimediabile di umiliazione, che solo un antidolorifico coi fiocchi, un oppiaceo in polvere, avrebbe potuto lenire?

La prima risposta che trovo, non so quanto corretta, è questa: il mio sapere è stato a lungo scisso dal mio sentire. Il mio sistema morale deve aver trovato una strategia alquanto vigliacca di sopravvivenza, da un lato mandava avanti la mente libresca, la nutriva di dati e concetti, dall’altro ottundeva il sensorio, lo teneva al riparo dalla “malvagità del banale”, per utilizzare una formula letta da qualche parte e che rovescia assai ragionevolmente il titolo della Arendt. Non è forse stato il mio (il nostro) un ritiro sull’Aventino? Non già un ritiro parlamentare, una rinuncia politica, una protesta sterile e controproducente. No, un ritiro estetico, e non della classe politica, bensì di una certa società civile. Abbiamo fatto di tutto per non percepire, mentre intanto blandivamo la coscienza, nutrendola di letture e tavole rotonde sull’informazione.

Da tempo immemorabile la sinistra grida “al lupo al lupo”, parlando di regime, di guasto della democrazia, di monopolio dell’informazione. La sinistra istituzionale, quella che fa riferimento al PD, dovrebbe su questa questione tacere per sempre. Forse per inconsapevole terrore di quella stessa ideologia, di cui è stata prigioniera nel suo remoto passato di PCI filosovietico, forse per consapevole contrabbando politico con Berlusconi, essa ha rinunciato ad ostacolare la frana in corso. Nessuna legge ha intralciato il massivo esperimento antropologico del Grande Intrattenitore. Sanare i conti, è stata la priorità dei governi di centro-sinistra, mentre le menti, quotidianamente, si guastavano. Ma poiché il partito si era finalmente de-ideologizzato, poco si curava di questo versante e di coloro che in esso moltiplicavano cantieri. Quanto a certa sinistra radicale, la sua vocazione al settarismo l’ha completamente immunizzata dal problema. Essendo i compagni autentici una ristretta e gelosa élite, e vivendo essi tra di loro, perfettamente adeguati alla psicologia dell’assedio, e dotati infine della celebre pazienza rivoluzionaria, possono attraversare deserti estetici e antropologici senza battere ciglio. La dura necessità della lotta li ha anestetizzati in partenza.

Quando dunque si parla di attacco ai diritti civili e si addita con scandalo, da Repubblica al manifesto, la costituzione bistrattata, si spara in parte fuori bersaglio. Non che ognuno di questi allarmi sia fasullo, ma essi ignorano l’isolamento estetico da cui vengono lanciati. Chi pensa alla costituzione ha una mente libresca, chi continua ad amare Berlusconi ha una mente televisiva. Questa banale affermazione ha conseguenze, storicamente, tragiche. Nel senso più tecnico e appropriato del termine. Le condizioni di vita, nel paese, possono peggiorare per un numero sempre più ampio di persone, senza che ciò alzi di un grado la cosiddetta conflittualità sociale. Questa è l’implacabile legge di quello che io chiamerei “fascismo estetico”.

Che cos’è il “fascismo estetico”? Le sequenze iniziali e finali di Videocracy lo illustrano perfettamente. Il “fascismo estetico” è quella lotta per la salvezza sociale che impegna ogni componente dei ceti popolari, nella più assoluta solitudine, sul terreno della propria immagine. Nell’epoca della fine della mobilità sociale e del lento disfacimento della classe media, il nemico di classe non esiste più, come non esistono più alleati nella lotta per il miglioramento delle condizioni di vita. Vi è un’unica fede, quella della trasformazione individuale. Non una religiosa rivoluzione interiore, ma una laica e materialista metamorfosi della propria immagine. Il giovane operaio bresciano che è intollerante nei confronti del proprio lavoro, che si rifiuta ostinatamente a un destino di tornitore a vita, ha di fronte a sé un’unica via di salvezza che, tragicamente, è in realtà la sua maledizione. Egli vive da anni nella costruzione di un personaggio televisivo attraverso una dura disciplina fisica, che lo rende straordinariamente atletico e prestante. Ha ininterrottamente lavorato sulla propria immagine, ossia sul proprio corpo, sulla gestualità, sugli abiti. Ma per lui, probabilmente, non verrà alcuna salvezza. Ruoterà per sempre, come in un girone infernale, intorno alla ribalta televisiva, senza mai poter abbandonare il suo posto di spettatore ed accedervi. Per lui, il salto sociale non avverrà mai, anzi si cumuleranno, su un terreno nuovo e diverso da quello della fabbrica, delle umiliazioni ulteriori. Passerà di casting in casting, calcherà gli studi televisivi, solo per mettersi tra le sagome indifferenziate di coloro che ridono e applaudono. Non diventerà, nonostante le ore quotidiane di palestra, la dieta, i sacrifici di tempo e denaro, famoso, e quindi neppure ricco, e quindi neppure attraente da un punto di vista sociale. Resterà un qualsiasi operaio non qualificato, di quelli guardati con sufficienza dalle compagnie femminili di paese.

Per le giovani e giovanissime donne, il fascismo estetico presenta un quadro, se possibile, più cinico e disperato. In un mondo del lavoro ancora sessista, la via della realizzazione professionale passa per la prostituzione spontanea. Si parla sui giornali della propensione del premier erotomane per le minorenni. Si parla con orrore di violenza sulle donne, di abusi e aggressioni sessuali. Nell’ultima sequenza di Videocracy, un gruppone di giovanissime aspiranti veline è ripreso mentre ancheggia a suon di musica, nel modo che ognuna immagina il più sensuale e provocante possibile. Quanti di questi corpi sono volontariamente sacrificati ai molteplici intermediari dell’industria dell’immagine? Sotto l’occhio complice della famiglia, del gruppo di amici, della comunità di paese, che preferisce ignorare il prezzo imposto dal raggiungimento di una tanto agognata apparizione televisiva? Anche qui non sfugge la condizione tragica che impone al mondo femminile di raggiungere la propria salvezza sociale – l’autonomia professionale – attraverso la dura prova del baratto sessuale, poiché l’unica merce di scambio che una donna può offrire, in quel mercato gestito dall’uomo, è il corpo. Se poi sia peggio, quanto a prostituzione spontanea, quella dei corpi, riservata alle donne, rispetto a quella delle menti – e quali menti! –, riservata agli uomini, non sarò certo io a dirlo, che non sono avvezzo né all’una né all’altra.

Insomma, nonostante tutto ciò che che sapevo (o supponevo sapere), la visione di Videocracy mi ha prodotto uno shock cognitivo, che mi ha spinto ad elaborare il nuovo concetto di “fascismo estetico”. Innanzitutto ho pensato che ci è davvero mancato un Pasolini, come cronista di questo terrificante esperimento di massa. Non il Pasolini che viene sempre invocato, quello del genocidio culturale e della fine del mondo contadino. Il Pasolini degli anni Settanta, quello delle Lettere Luterane per intenderci, non scopre niente, da un punto di vista intellettuale. Dice cose che altri studiosi e scrittori, filosofi e sociologi, hanno già detto almeno una decina d’anni prima. La forza e la necessità dell’urlo di Pasolini viene dal fatto che, quello che altri hanno saputo prima, lui lo sente dopo. Altri, più lucidamente di lui, avevano analizzato la rivoluzione antropologica, che stava segnando la scomparsa della cultura popolare e contadina. Ma lui è stato in grado di patire fino in fondo l’esperienza di questa scomparsa, proprio in virtù di quel contatto con i ceti popolari di cui era continuamente alla ricerca. Lui l’ha vissuta su di un piano estetico più che politico e intellettuale. E proprio per questo ne ha misurato più coraggiosamente di altri la portata.

Molti di noi, nel trentennio di ascesa della videocrazia, si sono difesi proprio dall’esperienza estetica che il nuovo regime imponeva. Mi prendo come esempio, in quanto so bene di non rappresentare un’eccezione, semmai una minoranza. In un momento imprecisato, all’inizio degli anni Novanta, ho smesso di guardare la televisione. Ho compiuto questo gesto semplice: ho portato in solaio il televisore, e da allora guardo la tele assai raramente, a casa di qualcun altro. È una colpa? Posso andarne fiero? Potevo fare altrimenti? (Una delle frasi che appaiono in coda a Videocracy afferma: Oggi l’80% della popolazione italiana ha la televisione come prima fonte di informazione.) Lo ammetto, ad un certo punto mi sono rifiutato di sottopormi compiutamente all’esperimento che Silvio Berlusconi stava realizzando sul pubblico televisivo italiano. Lo avrò fatto per privilegio di classe, per intolleranza personale, per istinto di sopravvivenza… non sono sicuro di conoscerne il vero motivo, ma sicuramente l’ho fatto. Il problema è che, in questo modo, ho finito per ignorare l’entità del disastro. Aggravante ulteriore è stata la latitanza dal suolo patrio per alcuni anni. È pur vero che, ogniqualvolta mi è capitato in questi anni di vedere un programma d’intrattenimento, faticavo a credere ai miei occhi e alle mie orecchie. Mi dicevo: “Ma come è possibile che le donne italiane accettino questo?” (Non parlo qui d’informazione. Delle mezze verità dei telegiornali, della censura spontanea o imposta, della manipolazione e della propaganda. Parlo proprio dei programmi di puro intrattenimento, con la presenza del pubblico: dai quiz ai reality show.)

Ma le occasioni di spaesamento si moltiplicavano anche nella vita reale. L’avvento in città di automobili sempre più implausibili: le fuoristrada con la sbarra di metallo antibufalo, o quelle nere con i vetri oscurati da gangster. La moltiplicazione davanti a qualsiasi locale dalla luminaria un po’ esotica d’ingombranti e inutili buttafuori. Ricordo la scoperta di ambienti a tal punto ridicoli, da sembrare irreali. Un conoscente una sera m’introdusse, con un paio di amici, al “Just Cavalli Café”, un locale esclusivo – o che si pretende tale – di Milano, frequentato da gente della moda, del calcio e della televisione. C’erano due ragazze in tailleur all’entrata con le liste degli invitati: una miscela di doganieri, hostess, e maestrine terribili: serie come la morte. Nel ristorante dei Vip – o presunti tali – gli uomini sembravano controfigure più o meno riuscite di Fabrizio Corona, ma generalmente col cranio rasato; le donne, presentatrici più o meno plausibili alla ricerca disperata di contatti importanti. Sociologicamente nulla di speciale: nuovi arricchiti. Atmosfera: Mosca anni Duemila, magari senza pistole automatiche nella giacca. Ma l’arredamento, gli abiti, la gestualità erano ciò che più mi sorprendeva. Tutto si svolgeva come su una ribalta televisiva, ma mi sfuggiva la regola del gioco, dal momento che di spettatori non ce n’erano. Quando si dice “apparire”, non si è detto ancora nulla. Uno, infatti, pensa subito ad una politica dell’apparire, all’apparenza come mezzo. Ma nel “fascismo estetico” – e lo capisco tardi – mezzo e fine finiscono per confondersi. La disciplina dell’apparire, il quotidiano esercizio per diventare belli ed eleganti, non ammette basse strumentalizzazioni. Raggiungere lo splendore di un’immagine si trasforma nel fine in sé.

E tutte le volte che a Milano camminavo per certe vie o passavo davanti a certi caffè o discoteche, mi chiedevo: “Ma chi sono questi?” Era snobismo? È stato snobismo smettere di avere la tele in casa? Questa è l’accusa più in voga oggi rivolta a chi rimane estraneo ai grandi compiti imposti dal “fascismo estetico”. Le mie ragioni, però, non sono state sociali, ma estetiche: era una vigliacca necessità di preservarmi da tanta bruttura e banalità, da tanto conformismo, che mi ha reso cieco alle grandi trasformazioni. Non ne ero ignaro, ma non percepivo il disegno unitario e la macchina potente che le governava. Ora vedo l’enorme sforzo di essere belli, il rovello perenne, la disciplina marziale dell’apparire, a cui una gran quantità di giovani italiani è sottoposta. È affascinante constatare fino a che punto, in certi caffè o per certe vie, ci siano solo ragazze accuratamente truccate che indossano abiti vistosi e attraenti, e ragazzi con muscolature e tatuaggi opportuni. Tutte e tutti abbronzati. L’unica nota inquietante in tanta bellezza è lo spettro aleggiante della clonazione. Tutti questi belli e queste belle, disinvolti e ridanciani, si assomigliano maledettamente. Hanno lo stesso taglio di capelli, gli stessi occhiali, le stesse magliette, gli stessi tatuaggi. Non solo, ma il loro sforzo perenne, la loro aspra disciplina, li rende anche tremendamente aggressivi. Questa è una caratteristica del “fascismo estetico”: vi è un sovrano disprezzo per colui che non si piega alla stessa rigida regolamentazione. Costui non è visto semplicemente come un “brutto”, uno “sfigato”, perché privo di opportuna abbronzatura e tatuaggio, ma è considerato in qualche modo una minaccia, anzi uno sberleffo vivente di fronte allo zelo dei belli-a-tutti-i-costi. Vi è un grande risentimento in questi “sacerdoti del corpo scolpito e dell’abito perfetto” per colui che non appartiene alla loro tribù. E mostra di vivere, di divertirsi, di amare, senza intrupparsi nel loro corteo e senza condividere i loro riti impietosi.

Non m’interessa più di tanto, in realtà, proporre una fenomenologia dell’italiano dedito all’ossessiva e conformista cura della propria immagine. Ognuno ha di fronte a sé una quantità di esempi sufficientemente eloquenti. Il punto è un altro. E riguarda la mia (e di altri) grande capacità di astrazione e di oblio di fronte a tutto ciò. Accettare fino in fondo quanto è accaduto, guardarlo in faccia senza schermi intellettuali, è un compito arduo. Lo è soprattutto per chi vive ancora tra due mondi, tra quello della lettera e quello dell’immagine, tra la cultura del libro e l’impero della televisione.

Andrea Inglese
Fonte: www.nazioneindiana.com
Link. http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/
9..09.2009

Pubblicato da Davide

  • calliope

    Analisi bella ed esaustiva di una parte del mondo giovanile odierno
    sono modelli di vita che vengono proposti da programmi televisivi che con sempre più frequenza vengono mandati in onda con discreto successo e che creano questi emuli o aspiranti emuli.
    Io penso che è nella natura umana il bisogno di “esibirsi-apparire”,
    abbiamo il bisogno di essere accettati, riconosciuti, una conferma di noi stessi, è un modo per masturbare la nostra autostima,
    che da un notevole piacere a chiunque la pratichi,
    siano essi ragazzotti palestrati, giovani donne siliconate, politici,
    giornalisti, intellettuali snob, scittori ecc. ecc. tutta gente che ha bisogno della platea,
    poco importa se sia un palco televisivo,il teatro, un cafè del centro,
    un blog o un sito web
    Mi pare che dall’alto della tua Torre neanche tu ne sia immune,
    penso che quando ci si isola troppo dal “resto”si finisce per alimentare il proprio narcisismo a dismisura con il pericolo di amare solo la propria solitudine in tutte le sue forme.
    Alla fin fine tutti cerchiamo e diamo, un senso al nostro vivere
    che più ci gradisce pur sbagliato che sia.

  • adriano_53

    autunno in milano.

  • loco

    Gentile Prof. Inglese. Io sono un ragazzo di quasi 29 anni, allevato e cresciuto nel decennio, in cui la Tv commerciale con esperimenti antropologici conseguenti prendevano il largo: Lo yuppismo come modello imperante. Ma sento di contraddirla in un punto focale della riflessione, dove la sua pur interessante e sensibile analisi prende le mosse.
    Il modello che lei chiama “Fascismo estetico”, ha una spinta decisiva col movimento del 68, dove si realizza la nemesi storica. Doveva essere una lotta contro i padroni, ma in realtà lo fu contro i padri e la tradizione;doveva rovesciare il status quo e le vecchie gerarchie di potere, e invece finì a rafforzarne e consolidarne gli essetti. Poteva e doveva essere un superamento della Guerra Civile e coincidere con l’inaugurazione di nuove sintesi ideologiche e politiche; sfociò in una richiamata alle armi contro il nemico di sempre, l’eversore neofascista e il con la vittoria del conformismo di massa.
    Pasolini, che lei stesso menziona, percepì e “sentì” che in quel clima sociale, stava prendendo piede, una nuova forma di totalitarismo, con un potenziale automizzante ben maggiore di quello del ventennio: La società dei consumi. Un terrificante e strisciante potere livallatore, andava trasformando irrimediabliemente la società proletaria e la classe media. L’emancipazione dal passato, lo sdradicamento fisico e culturale, prendeva inesorabilemente il largo nella società italiana. Istanze cavalcate dai ridicali di sinistra, come la liberazione dal passato e dalla tradizione, da tutto ciò che rappresentasse minimante dei legami con la società patriarcale (valori, abitudini, comune sentire ecc.). L’emancipazione di tutto e da tutti: della coppia, della donna, del sesso, dei legami sociali, dalla famiglia, dalla patria, dalla storia.. Da tutto ciò che coportasse un senso di responsabilità e di attaccamento.
    Fu così, che quando i fuochi delle P38 si spensero, rimansero solo quelli delle “canne” di ashish. I magnifici limiti della religione e della morale, oramai erano stati abbattuti, ma i “rivoluzionari” radical, non si resero conto che così facendo, offrirono uno dei più efficaci servigi alle merci e al capitale.
    Quegli stessi rivoluzionari che poi si trasformarono nell’intellettuale medio di sinistra, che si moritifica e si apparta inorridito, quando vede la prostituzione volontaria e il fighismo mietere vittime in quantità idustriale.
    Ebbene L’intellettuale aristocraticamente indignato, sappia, che questa società che io e tanti giovani laureati e sanza lavoro, non troppo fighi e ricchi abbastanza da permettersi la bella vita dei locali milanesi; con una cultura libresca mediamente alta, che pensa e sente l’esistenza come qualcosa un pò più degna dell’aspirazione ad una vita alla Corona con puttane e locali esclusivi come corollario; che questa società dell’apparire ad ogni costo, c’è l’ha regalata lui. Quando rimane sospeso tra l’allucinato e lo stordito dopo la visione di Videocracy; l’itellettuale di sinistra umiliato e ferito nella sua dignità di uomo, pensi e sopratutto SENTA, che alle premesse di questa società, ha lavorato lui! E sopratutto, quando bramaglia contro Berlusconi, sappia che non é stato lui l’artefice dell’ autoritarismo della società dello spettacolo e dell’immangine, ma semmai il suo prodotto..

  • vic

    Forse mi sbaglio (son troppo lontano dai luoghi trendy), ma ho la netta sensazione che la nuova generazione (facciamo dai 28 in giu’) della TV proprio se ne impippa.

    La TV era un medium in voga nel dopoguerra, oggi e’ un elettrodomestico come la macchina da lavare, la quale ha il pregio di restituire i panni puliti.

    Ci stiamo avvicinando a grandi passi alla generazione dei figli di questi giovani. Non ce la faccio a credere che siano cosi’ imbecilli da seguire il modello elegantemente narrato nel post d’entrata.

    A meno che esista davvero il gran burattinaio che lava i cervelli. A ben pensarci pero’ il cavaliere e il suo grande amico Murdok sono venditori di macchine da lavare il.. non lo dico. Sto ragionando in tondo accidenti! Come venirne fuori?

    Ci sono!
    La domanda da porsi e’: chi tira i fili dei nostri due grandi venditori? Qualche ideuzza ce l’avrei, ma aspetto per vederci piu’ chiaro.

    Ricordiamoci di stendere i panni puliti!

    Cordialmente

  • Tonguessy

    “Non è forse stato il mio (il nostro) un ritiro sull’Aventino? Non già un ritiro parlamentare, una rinuncia politica, una protesta sterile e controproducente. No, un ritiro estetico, e non della classe politica, bensì di una certa società civile.”

    Ritiro? Si vuole vedere l’arrembante esercito dei parvenu che a suon di sgomitate e sgambetti falcia chi ha ancora il senso della misura e chi dà ancora valore alla parola data come un ritiro da parte di qusti ultimi? Ma vogliamo scherzare? Il ritiro è un’operazione pianificata. Qui, tra i residuati della sinistra italiana (quella che ancora si possa definire tale) non esiste in realtà altra opzione che starsene in disparte a guardare lo scempio, a osservare l’overdose comunicativa, il delirio etico. Oggi è concesso tutto. Anche a sinistra (guardate il caso Diliberto-Rizzo-Valori). Questo è qualcosa che i padri della Costituente non avrebbero mai pensato. A quei tempi la parola aveva ancora senso e valore. Adesso la parola è solo un complemento estetico, che ravviva i colori della Corona Fashion.
    Ci siamo ritirati o semplicemente ci hanno tolto la parola?

  • Tonguessy

    ARRIDAJE! Sicuramente c’è chi preferisce la società patriarcale con il patriarca che decide tutto (esattamente quello che succede a livello sociale oggi) e chi invece tenta la via della conciliazione tra esigenze diverse. E di nuovo mi tocca sentire che è colpa di chi ha perso la guerra se i vincitori hanno fatto le stragi.
    Se poi vogliamo dirla tutta le colpe di una vita sciagurata un 29enne le deve cercare tra chi non ha mai mosso un dito per tentare un cambiamento, invece che sparare a zero su chi il cambiamento l’ha cercato (magari in maniera naif). E se ci fosse un minimo di ” cultura libresca mediamente alta” come affermato ci sarebbe anche la consapevolezza che esiste una differenza abissale tra l'”uomo nuovo” degli hippies e l'”uomo oeconomicus” degli yuppies.
    Ha vinto quest’ultimo. Rallegramenti a tutti i 29enni.

  • Bubba

    Ma la foto qui in alto: è Berlusconi al naturale o trattasi di fotomontaggio?

  • redme

    considerare il 68 come un unicum è un errore marchiano…cè stata valle giulia e le occupazioni operaie…un 68 borghese e uno proletario..le avanguardie culturali e le lotte per il CCN….
    La cosa veramente penosa della tua (mi permetto il tu…sono più vecchio) generazione è la tendenza alla riduzione della “libertà” in cambio di certezze..diceva Freud ” abbiamo ceduto libertà in cambio di sicurezza”…..saluti

  • FeraLupus

    Sarà una coincidenza certo è che la classe politica “figlia” del ’68 fino ad ora è quella che ha prodotto più danni… e chissà quando ne verremo fuori.

  • Tonguessy

    Berlusconi figlio del ’68? In che senso?

  • ottavino

    E per quale motivo la vosta generazione di nullità non si è ribellata all’intellettuale di sinistra?

  • stefanodandrea

    Articolo molto bello.
    Tuttavia, altro è la qualità letteraria; altro la capacità di utilizzare la parola per rappresentare la realtà (l’autore dimostra di avere questa capacità); altro è l’analisi politica, che nell’articolo manca (non è sbagliata: manca). Pertanto le critiche all’analisi politica, presenti nei commenti, comprese quelle che accusano il 68 mi sembrano fuori luogo. Tra l’altro, Baudrillard nel libro Il sistema degli oggetti, che mi sembra sia del 1966 (e tuttavia se è del 1968 le cose certamente non cambiano), osservando l’esperienza statunitense, aveva previsto e descritto tutto con assoluta precisione: funzione indicativa, oltre che imperativa, della pubbllicità; la offerta al consumatore della “scelta”; personalizzazione; credito al consumo, il “sistema dei segni” che circoscrive e disciplina le condotte e le ideologie di una società dei consumi; e così via. Ciò che la realtà ha mostrato in più rispetto a quanto descritto da Baudrillard sono soltanto corollari o svolgimenti che, logicamente, si comprendono abbastanza facilmente. Dunque il 68 non c’entra nulla.
    C’è però un errore nell’articolo ed è nella formula “fascismo estetico”. Ci si pone, così, nella linea di coloro che attribuiscono la qualifica di fascismo ad ogni male. Seguendo questa via, il razzista e il razzismo divengono automaticamente fascista e fascismo, quando il razzismo e i razzisti esistevano prima del fascismo. Allo stesso modo si danno al fascismo, facendone un fantasma che ci perseguita, colpe di fenomeni verificatisi dopo la fine del fascismo. E’ un vecchio errore della sinistra. Ci siamo caduti tutti e ci è caduto anche Pasolini. E tuttavia, caro Andrea Inglese, per rispondere alla domanda che fare bisogna prima comprendere l’errore (e non caderci di nuovo).
    Perciò: ottimo l’articolo ma errato il titolo.
    Sarebbe ora che cominciassimo l’analisi concreta della situazione concreta per elaborare una proposta politica che, seppur minoritaria, possa muovere verso un maggior consenso. L’intelligenza di Andrea Inglese servirebbe. Il fantasma del fascismo che lo perseguita no.

  • redme

    concordo..sulla forma “fascista” del capitalismo ormai superata come i capitalismi nazionali che qlc scambia per resistenza democratica al NWO.
    Mi sembra corretta la definizione di fascismo nel senso che ne resistono i principali pesupposti comunicativi : il grande capo..il grande maschio..l’ uomo contro tutti..il ridimensionamento della figura femminile ( mussolini diceva che le donne dovevano fare figli, badare alla casa e portare le corna)..la centralità della comunicazione (sui muri di cinecittà c’era scritto: la cinematografia è la prima arma..) In Italia, patria del fascismo, è difficile sfuggire alla sua eredità e alla sua trasformazione mediatica…Per quanto riguarda PPP ho rivisto Salò…..Saluti

  • stefanodandrea

    Non mi è mai capitato di difendere il fascismo storico, poché sono stato comunista e sono olrgoglioso di esserlo stato (e sono ancora più orgoglioso di essere stato educato da un padre comunista).
    Il problema è che attribuiamo al fascimo caratteri che non sono propri ed esclusivi del fascismo. E questo logicamente, storicamente e politicamente è un indubbio errore.
    Mao era il grande timoniere. Mi dirai che è venuto dopo il fasacismo. Ma “il grande capo” è una figura che storicamente si ritrova presso mille culture, anteriori al fascismo.
    Il maschilismo anche era anteriore al fascismo. E, anzi, le escort, le veline le letterine e quant’altro non hanno nulla a che vedere con la donna fascista (infatti, non badano ai figli, non badano alla casa e mettono le corna).
    La centralità della comunicazione era stata già studiata e applicata nella “democrazia statunitense” e in quella inglese. La “propaganda” cinematografica ha la sua patria negli stati uniti. E sulla propaganda negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale si può leggere “Il mito della guerra giusta” (di uno storico canadese di cui ora non ricordo il nome), dove è spiegato l’enorme sforzo propagandistico che fu necessario per convincere l’opinione pubblica ad entrare in guerra al fianco dell’Unione Sovietica, che fino ad allora era stata rappresentata come il diavolo (mentre i legami con il nazismo e l’industria tedesca erano stati fortissimi). In generale, la propaganda ha una storia antichissima. Luciano Canfora ci ha ricordato come Aristofane, nella commedia le “Nuvole” attaccò Socrate (la commedia si concludeva con la scena dell’incendio della casa di quest’ultimo) e che nello stesso anno in cui fu presentata al pubblico quella commedia, ne venne presentata un’altra, di un certo Amipsia (il “Conno”) era rivolta contro Socrate; tanto che nella “Apologia” Platone pone Aristofane tra gli “antichi accusatori” di socrate, i quali prepararono il terreno (formando l’opinione pubbllica) alla condanna a morte.
    Dunque né l’uso della propaganda, né il maschilismo, né l’esaltazione del grande capo sono caratteri che distinguono il fascismo da mille altre realtà politiche che hanno caratterizzato la storia italiana e straniera.
    Anzi, per restare alle tre materie da te segnalate, sorge il problema se sia meglio la donna idealizzata dal fascismo (che probabilmente non coincide né con il mio né con il tuo ideale) o le escort, le velinee e le letterine. Se devo esprimere un giudizio relativo, che tenga conto soltanto dei due tipi di donna, non ho alcuna esitazione a scegliere la prima.
    Ricambio i saluti e grazie del dialogo.

  • cloroalclero

    commento discutibile, ma interessante e degno di riflessione.