VALLANZASCA: UN BANDITO NON TRAVESTITO

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DI MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it

Nell’agosto del 1987, in occasione di una delle tante evasioni di Renato Vallanzasca, abbozzai per l’Europeo un ritratto del “bandito della Comasina” (Il bel Renè, bandito d’altri tempi”, l’Europeo, 1/8/87) che si concludeva con queste parole: «Vallanzasca è un bandito onesto in una società dove, troppo spesso, gli onesti sono dei banditi». È, più o meno, lo stesso concetto espresso da Michele Placido in risposta alle accuse di aver rigenerato, col suo film, il mito del “bel Renè”: «Siamo un Paese ipocrita condizionato dal moralismo. Vallanzasca è uno dei pochi ancora in galera, ci sono persone che stanno in Parlamento e che hanno fatto peggio di lui».

In che senso “bandito onesto”? Vallanzasca è sempre stato un delinquente a viso aperto, quando ha ucciso lo ha fatto in scontri a fuoco (“mors tua, vita mea”), non ha mai sparato a persone inermi, come ha ricordato anche Kim Rossi Stuart, magari in vili agguati sotto casa, mandando altri a fare il lavoro sporco e pericoloso come han fatto alcuni che oggi, a piede libero, moraleggiano ogni santo giorno dalle pagine dei maggior giornali italiani. E, soprattutto, si è sempre assunto in pieno le responsabilità delle proprie malefatte non attribuendole ad altri (la società, la famiglia, le cattive compagnie, il compagno di banco) che a se stesso.

Definitivo è ciò che rispose dal famoso balconcino, il giorno del suo primo arresto, alla canea dei giornalisti sociologizzanti e gravidi della demagogia dell’epoca (si era nel ’77) che gli chiedeva, querula e speranzosa, se non si ritenesse una vittima della società: «Non diciamo cazzate» (e già solo per questo, ai miei occhi, meriterebbe di essere liberato). Concetto poi ribadito in un’intervista: «Sono nato per fare il delinquente, il resto sono balle. Non sono una vittima della società. Non mi reputo tale. Sono un ragazzo che poteva avere la possibilità di studiare. Anche se non ero di una famiglia benestante, non ci mancavano i mezzi, eravamo in una condizione agiata. Ma fin da piccolo mi piaceva rubare i soldatini».

In più occasioni si è assunto la responsabilità di delitti per cui erano stati accusati e condannati degli innocenti. E non perché aveva sul groppone ormai quattro ergastoli e la cosa poteva essergli indifferente, ma perché era la verità di cui fornì le prove in Tribunale. «Ho saputo che tre ragazzi hanno confessato due o tre rapine: le rapine di Milano Due, di Pantigliate, di Seggiano. Possono averle confessate solo con le botte. Solo così possono averlo fatto. Io categoricamente posso dire che loro non c’erano, perché c’ero io. Posso mandare, per provarlo, le fascette delle banconote o la pistola del metronotte… C’è il caso di un ragazzo accusato di una rapina che ho commesso io sei anni fa. Il ragazzo si chiama Elio Lanzani ed è soprannominato “Ciarun” perché una volta faceva le danze con i coltelli. La rapina avvenne in viale Corsica. Elio non è uno stinco di santo, ma quella rapina non l’ha fatta lui». Allo stesso modo gli si può tranquillamente credere quando dice: «No, quel delitto non è roba mia». Ed è singolare, e significativo, che in una società di gentiluomini come la nostra si possa fare più affidamento sulle parole di un bandito. Vallanzasca, bandito milanese, momento di passaggio fra la vecchia “mala” cantata dalla Vanoni e le nuove forme di criminalità organizzata, senza alcun codice morale, nemmeno malavitoso, non si è mai mischiato con la mafia e la camorra che in quegli anni cominciavano a salire al Nord e, pur essendo nella migliore condizione per farlo, si è sempre rifiutato di entrare nel mercato della droga. «Non giudico né chi si fa né chi spaccia. Non sono cose che mi riguardano. Ma con la droga non voglio averci nulla a che fare».

Infine Vallanzasca, a differenza di altri, anche di personaggi importanti, importantissimi e persino al vertice delle Istituzioni, ha sempre riconosciuto la potestà dello Stato e il suo diritto a giudicarlo e punirlo. Ha fatto 35 anni di galera, di cui undici in isolamento totale (solo negli ultimi tempi gli hanno concesso il computer), durissimi, oggetto molto spesso di pestaggi brutali mentre i medici che lo avevano in cura venivano intimiditi perché nulla trapelasse, senza lamentarsi mai. Solo una volta, dopo vent’anni di carcere di questo tipo, all’indomani di un pestaggio particolarmente pesante, poiché, cane sciolto com’è, nessuna voce si levava a difendere i suoi diritti, ha scritto una lettera di protesta. Ma nemmeno in questo caso si è smentito: non si è atteggiato a vittima e a un giornalista che gli chiedeva se fosse stato torturato rispose: «Beh, adesso non esageriamo». Insomma Vallanzasca ha una dignità e, sia pur in un modo tutto suo, una morale.

 

Che è esattamente ciò che manca ai soggetti citati da Placido e in genere ai “colletti bianchi”, ai “ladri in guanti gialli”, che delinquono nel più facile dei modi, dove non ci vuole né abilità né coraggio ma solo spudoratezza e la protervia del ricatto, rubando denaro pubblico. Gente che non si assume mai le proprie responsabilità, attribuendole, se è il caso, agli altri. Che anzi non si sente responsabile nemmeno quando è presa con le mani nel sacco. Mi ricordo che negli anni di Mani Pulite mi trovai a un dibattito con un certo Mongini, pluricondannato per i soliti reati tangentizi, che si lamentava: «Ci hanno trattato come dei criminali». Replicai: «Ma voi siete dei criminali». Gente che dopo una o due settimane di carcere preventivo gridava all’infamia, al «ci arrestano per farci confessare», alla tortura e invocava l’intervento  di Amnesty International. Cirino Pomicino, perfetto esemplare di questa Casta, dopo quattro giorni di galera mandò una lettera ricattatoria a Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, dicendo che sarebbe sicuramente morto, aveva delle extrasistoli (figuriamoci) e che comunque si sarebbe suicidato. Fu immediatamente scarcerato. E oggi, nonostante due condanne, è un rispettato e onorato editorialista dei giornali del centrodestra. Ma non è certo il solo a non aver pagato dazio.

Oggi, per tornare al discorso di Placido, una pletora di tangentari, di concussori, di corruttori, magari anche di testimoni in giudizio, di autori di ruberie e di malversazioni varie, protetti da una “presunzione di innocenza” che sarebbe sacrosanta se, data la durata dei processi italiani, non fosse protratta al di là dei limiti della vita umana, hanno un piede nei Tribunali e l’altro nell’imprenditoria, nel mondo finanziario e, appunto, nella politica, in Parlamento, nelle Istituzioni. Onorati e rispettati. Costoro, moralmente, sono molto peggiori d Renato Vallanzasca, perché non c’è criminale più spregevole di quello che delinque sotto il manto della rispettabilità e proteggendosi con essa. Non c’è immoralità più grande di quella di chi pretende rispettabilità sapendo di non meritarla. E non è nemmeno vero che i reati gravi sono solo quelli di sangue, i reati di Vallanzasca e dei delinquenti da strada (quelli che, a detta dei collitorti a difesa dei reati della “upper class”, sono i soli a creare “allarme sociale”). La corruzione e la concussione sistematiche, le tangenti, le ruberie e i ricatti sugli appalti, gli inciuci mafiosi delle infinite “cricche”, sono altrettanto, se non, forse, più gravi, perché finiscono per inquinare l’intera società.

Qualche mese fa sono stato a cena a casa di Vallanzasca, dietro il cimitero di Nusocco, in una delle rarissime uscite di questo tipo che gli concedono ora che, dopo trentacinque anni di galera, è in regime di semilibertà (era il lunedì di Pasqua). Normalmente deve rientrare in carcere a una certa ora. C’era anche la moglie, Antonella D’Agostino. Si erano conosciuti ragazzi, poi hanno preso strade diverse, lui bandito, lei sposata con un uomo facoltoso, e si sono ritrovati ora nella fase finale della loro vita. Lei lo prende amabilmente in giro: «Sei costretto a stare con me, Renato. Chi vuoi che ti voglia ora, vecchio e conciato come sei?» (Ha perso, per le botte in carcere, quasi tutti i denti ed è zoppo per una pallottola che gli si conficcò nell’anca in uno dei tentativi di evasione). Ne ho approfittato per chiedergli conto di un episodio che non mi quadrava: l’assassino in carcere del giovane Massimo Loi, uno della sua banda. Vallanzasca ha sempre ammesso questo delitto. Loi, approfittando del fatto che Vallanzasca era in carcere, aveva mandato due compari in casa dei suoi genitori che erano stati selvaggiamente picchiati per impadronirsi della refurtiva che il bandito della Comasina aveva nascosto lì. Uno sgarro che, nella logica della malavita, un capo non può accettare. Ma quello che era seguito all’uccisione di Loi era stato orribile. I detenuti avevano mozzato la testa di Loi e ci si erano messi a giocare a calcio nel cortile (l’episodio era avvenuto durante una rivolta). Poi, per buona misura, avevano messo questa testa sul water con un limone in bocca. Un rituale mafioso che non corrispondeva alla personalità e alla vita di Vallanzasca. Renato me lo ha spiegato così: «Ho dato l’ordine di uccidere Loi ad Andraus, uno dei miei. All’uccisione di Loi e a quello che è successo dopo non ho partecipato e non l’ho neanche visto perché ero in cella». E io gli credo. Credo di più a Renato Vallanzasca che a Silvio Berlusconi quando racconta le infinite e sesquipedali balle che ha sempre raccontato su quelli che vengono pudicamente chiamati i suoi “guai giudiziari”.

Massimo Fini 
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it/
9.09.2010

VEDI ANCHE: PAOLO FRANCESCHETTI – LETTERA APERTA A RENATO VALLANZASCA

MASSIMO FINI – VALLANZASCA, GRAZIA PER IL BANDITO ONESTO

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