VALLANZASCA, GRAZIA PER IL BANDITO ONESTO

VALLANZASCA, GRAZIA PER IL BANDITO ONESTO

DI MASSIMO FINI

ilribelle.com

L'11 gennaio comincerà la lavorazione del film su Renato Vallanzasca prodotto dalla Twenty Century Fox, con la regia di Michele Placido e Kim Rossi Stuart nella parte di colui che fu "il bel Renè". La circostanza mi offre lo spunto per scrivere una "lettera aperta" al Presidente della Repubblica per sollecitare una grazia che "il bandito della Comasina" ha già chiesto qualche anno fa ma che fu sdegnosamente respinta dall'allora ministro della Giustizia Roberto Castelli.

Al Presidente della Repubblica Italiana onorevole Giorgio Napolitano.

Signor Presidente,

mi permetto di rivolgermi a Lei con questa lettera aperta per chiederLe di vagliare la possibilità di concedere la grazia al cittadino italiano Renato Vallanzasca, nato a Milano il 4/5/1950, attualmente detenuto nel carcere di Opera.Il Vallanzasca è stato condannato a due ergastoli e ad altri 90 anni di reclusione per una serie di furti, di rapine, di sequestri di persona e anche di omicidi di agenti di polizia consumati però sempre a viso aperto in scontri a fuoco, potendo egli stesso essere ucciso, e non in vili agguati sotto casa mandando magari altri a fare il lavoro sporco e pericoloso.

Il Vallanzasca non solo ha sempre lealmente ammesso le proprie colpe, ma si è anche addossato in più occasioni (rapine di Milano 2, di Pantigliate, di Seggiano, di viale Corsica) le responsabilità di delitti per i quali erano stati incriminati degli innocenti, dando così un suo contributo, non marginale, alla giustizia. Del pari non ha mai ceduto al malvezzo, oggi così diffuso anche fra autorevoli e autorevolissimi rappresentanti delle istituzioni, di accusare polizia e Magistratura di "complotto", non si è messo, com'è diventata anch'essa deplorevole abitudine, a cercare prove contro i suoi giudici, non ha mai lamentato torture psicologiche e fisiche per il solo fatto di essere in carcere, né si è messo a fare il pianto greco alla scoperta che una cella non è un salotto.



Si è insomma sempre comportato con dignità, dando a vedere di essere consapevole che aveva un conto da pagare alla giustizia e alla collettività. Eppure la carcerazione di Renato Vallanzasca è stata durissima. Ha passato undici anni in isolamento. Undici anni, signor Presidente, quando ai detenuti di Tangentopoli o similari sono bastati quattro o cinque giorni di questo regime per gridare all'infamia, invocare Amnesty International e per ricattare la collettività minacciando di togliersi la vita. A differenza di altri detenuti che hanno potuto fare della loro cella una redazione di giornale o un set televisivo, a Vallanzasca è stato negato anche il computer (concesso, mi pare, solo un anno fa) e poiché non ha santi in paradiso ha subito più volte botte e pestaggi, mentre i medici che lo avevano in cura venivano intimiditi perché nulla trapelasse.


Solo una volta, dopo vent'anni di carcere di questo tipo, all'indomani di un pestaggio particolarmente brutale, il Vallanzasca, poiché nessuno si levava a difendere i suoi diritti, ha scritto una lettera di protesta. Ma nemmeno in questa occasione si è atteggiato a vittima e a un giornalista che gli chiedeva se fosse stato torturato ha risposto: «Beh, adesso non esageriamo». Risposta che fa il paio con quella data, dal famoso balconcino, il giorno della sua prima cattura, alla canea sociologicizzante dei giornalisti che, in clima immediatamente post Sessantotto di giustificazionismi universali, gli chiedevano se non si ritenesse una vittima della società: «Non diciamo cazzate» (e già solo per questo, ai miei occhi, meriterebbe di essere liberato). Una lezione per allora, ma anche per oggi in un'epoca di perdonismi, di "buonismo", di indulti, di amnistie mascherate, di prescrizioni altrettanto mascherate, dove nessuno accetta di assumersi le proprie responsabilità - che sono sempre altrove, nella famiglia, nella società, nel "così fan tutti", nel «perché proprio io?» - come dimostra anche la penosa vicenda di Tangentopoli i cui protagonisti hanno fatto di tutto per mischiare le carte trasformandosi in martiri della libertà, in giudici dei loro giudici e ad alcuni dei quali, condannati in via definitiva per aver taglieggiato e concusso, vengono ora intitolate vie, piazze e giardini; e quell'altra incresciosa storia, possibile solo in Italia, di un detenuto, condannato per l'assassinio di un commissario di polizia, che ci fa ogni giorno la morale dalle pagine dei più importanti giornali nazionali.



Come Le dicevo, signor Presidente, il Vallanzasca ha una sua etica, sia pur malavitosa. La ragazza Trapani la trattò con garbo e quando le gazzette cominciarono a insinuare che fra lui e la giovane c'era una "love story" replicò seccamente: «Sono tutte balle inventate dai giornalisti». Laddove, come Lei, signor Presidente, che è uomo di mondo, ben sa, nella società delle cosiddette persone perbene a domande del genere s'è soliti rispondere con sorrisetti d'intesa e frasi ambigue del tipo: «Non fatemi parlare, sono un gentiluomo». Inoltre, pur essendo nella posizione migliore per farlo, il Vallanzasca si è sempre rifiutato di entrare nel mercato della droga e a questo proposito ha dichiarato: «Non giudico né chi si fa né chi spaccia. Non sono cose che mi riguardano. Ma con la droga non voglio avere nulla a che fare».

Infine, ed è la circostanza più importante, a differenza di altri detenuti, per la concessione della cui grazia, peraltro non richiesta dall'interessato, si levano infinite voci ben più autorevoli della mia, e che hanno scontato una parte minima della loro pena, Renato Vallanzasca è in galera da più di trent'anni.

Ha peccato molto, è vero, ma mi pare di poter dire che ha espiato anche molto, dimostrando oltretutto, a differenza di altri, di riconoscere la potestà dello Stato e il suo diritto a giudicarlo e punirlo. È un bandito d'altri tempi, di stampo ottocentesco, quando la malavita aveva regole, dignità e codici d'onore ed era lo specchio rovesciato e malato di una società liberale dove regole e dignità e onore avevano il primo posto. La malavita di oggi invece, si tratti di mafiosi, di camorristi, di criminalità organizzata, ma anche di raider della finanza, di tangentisti, di concussori, di corruttori (magari anche di testimoni in giudizio), di "colletti bianchi" corrotti, di "ladri in guanti gialli", non ha né regole né dignità né onore. E una malavita senza dignità né onore non può che essere lo specchio e il prodotto di una società senza dignità e senza onore. Tanto è vero che il confine fra malavita e ciò che non lo è si è venuto facendo in questi anni sempre più indefinibile e molti di coloro che oggi sono sotto processo hanno un piede in Tribunale e l'altro nell'imprenditoria, nel mondo finanziario, nella politica, in Parlamento, se non addirittura nel governo e nei suoi vertici. E non c'è criminale più spregevole di quello che delinque sotto il manto della rispettabilità e proteggendosi con essa. Non c'è immoralità più grande di quella di chi pretende rispettabilità sapendo di non meritarla.


Renato Vallanzasca, al contrario, è sempre stato un delinquente a viso aperto. Oso dire, signor Presidente, che in questo immondezzaio che è diventata la vita pubblica e privata del nostro Paese, fa la parte dell'uomo morale, sia pur a modo suo. È un bandito onesto in una società dove troppo spesso gli onesti sono dei banditi.

Massimo Fini

Fonte: www.ilribelle.com

Pubblicato su Il Fatto

31.12.2009

Commenti (42)

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    1. Altrove 6 gennaio 2010

      Concordo più o meno: Criminali che imprigionano criminali piuttosto che altri criminali, rilasciando alcuni criminali perchè hanno fatto i bravi criminali eseguendo gli ordini dei criminali. Basta, suvvia, o tutti fuori o tutti dentro...
      O almeno che i premi li diano a chi non ha mai fatto un cazzo a nessuno!!!

    1. radisol 6 gennaio 2010

      Senza voler qui aprile un dibattito sul caso di Cesare Battisti ( largamente montato dalla stampa, non esisteva prova alcuna di una sua partecipazione agli omicidi che gli vengono attribuiti ) ..... e mi sembra che, prima la Francia e poi il Brasile, non ottenebrati dalle "logiche di emergenza" o da desideri di "vendetta" o da fini politici del momento, si sono ben guardati dall'estradarlo .... difficile sostenere, tornando a Vallanzasca, la tesi della "belva umana" ..... bandito sì, "belva umana" è un altro discorso ... Vallanzasca è stato condannato per tre omicidi, oltre che un numero enorme di rapine incruente, per tre o quattro evasioni e per il rapimento di Emanuela Trapani ... per la morte di un agente di polizia in una sparatoria a Dalmine lui sostiene che non era presente al fatto ... e comunque i proiettili che avevano ucciso l'agente erano inequivocabilmente usciti dal mitra di un altro bandito, morto pure lui nella stessa sparatoria ... gli altri due omicidi sono avvenuti in carcere, contro "pentiti" o presunti tali ... per uno dei due, peraltro, nonostante Renè se ne sia assunto la responsabilità, c'è pure una confessione di altro bandito, Vincenzo Andraus, uno degli assassini anche di Turatello e personaggio del tutto estraneo alla banda Vallanzasca .... "belva umana" è Izzo, a cui è stato permesso di tornare a stuprare ed uccidere di nuovo come aveva fatto al Circeo ... "belve umane" sono Giusva Fioravanti e la Mambro i quali, al di là della loro responsabilità o meno per la strage di Bologna, avevano 7 ergastoli lui e 12 lei ... eppure da tempo immemorabile capita di incontrarli tranquillamente per le vie di Roma ... gli stessi brigatisti di Via Fani, a parte uno che è latitante in Nicaragua, sono da tempo liberi dalle patrie galere .... ed allora che senso ha sputare tanto veleno, spesso pure non essendo minimamente informati sui fatti, su Battisti o su Vallanzasca ?

    1. radisol 6 gennaio 2010

      "forse chi sa se la sua indipendenza da certi intrecci c'entri qualcosa?" ...
      C'entra, hai voglia se c'entra ... in occasione del suo arresto a Roma, mi sembra nel 1977, ricevette qualche giorno prima la visita di un giovane avvocato neofascista di Milano ma di origine siciliana ( dalla descrizione che Renè ne ha fatto nel suo libro "Il fiore del male" non è difficile riconoscere un ministro in carica dell'attuale governo) che gli propose - in cambio di un suo "arruolamento" con compiti "bombaroli" nella strategia della tensione - soldi, impunità ed un esilio dorato, come ufficiale di polizia, nel Sud Africa dell'"apartheid" .... e Renè è convinto che proprio il suo energico rifiuto a questa proposta fu la causa della spiata - formalmente fatta dal fascista Bianchi, un luogotenente di Concutelli che aveva portato l'avvocato fascista da Renè - che portò al suo plateale arresto ... ma anche alcuni anni dopo, Renè racconta che, durante una traduzione da un carcere speciale all'altro, fu avvicinato da personaggi del Sisde che gli promiseo più o meno le stesse cose in cambio dell'uccisione, in carcere, di qualche brigatista ... anche in quel caso Renè mandò a quel paese l'interlocutore e, appena arrivato al carcere, avvisò i brigatisti della trama contro di loro ....
      No, la legge non è assolutamente uguale per tutti .... tuttaltro ....

    1. alinaf 6 gennaio 2010

      Caspita, il Renè ! Sono cresciuta in una traversa di via Porpora a Milano, proprio all'altezza del 162 ! Da una parte Renato e dall'altra il covo delle BR di via Montenevoso. Le notizie le avevamo sempre di prima mano nel quartiere.Tempi scoppiettanti quelli!
      Posso permettermi anche di concordare con Fini. Tanto certamente a nessuno verrà in mente di dedicare una via della città al Vallanzasca.:)
      Ciao ciao

    1. lucamartinelli 6 gennaio 2010

      anche il sottoscritto ,come tutti, ha diritto ad un paio di paranoie. una di esse è l'insofferenza totale verso il doppiopesismo, il triplopesismo etc etc. Non puo' esistere che uno venga punito con il carcere a vita e un altro criminale peggio di lui faccia 3 o 4 giorni di galera e un altro ancora riceva il Nobel per la pace. saluti a tutti

    1. anonimomatremendo 6 gennaio 2010

      Meno male che ci sono ancora banditi onesti e ribelli che scrivono lettere aperte ai presidenti!

    1. nautilus55 6 gennaio 2010

      Vado controcorrente rispetto a Fini. Non ritengo che un Vallanzasca meriti la grazia, poiché ne ha fatte troppe, ossia ha ucciso. L'esecuzione di Massimo Loi fu una mattanza che non si può perdonare, anche se Vallanzasca (forse) non fu lui il più colpevole in quella uccisione. Altra cosa sono i pestaggi che ha subito in carcere, che sono ingiustificabili. In uno stato di diritto, chi toglie la vita ad altri deve riflettere che non è più padrone della propria. Ciò non significa che lo Stato abbia il diritto di togliergliela, bensì che debba trascorrere il resto dei suoi anni in solitudine, perché le vittime non hanno più voce. Mi dispiace, non riesco a trovare ragioni per liberare Vallanzasca: ma alle vittime, qualcuno ci pensa?

    1. Santos-Dumont 6 gennaio 2010

      Insomma: meglio una belva umana che ruba e uccide per il proprio esclusivo tornaconto, piuttosto di un terrorista politico che suppostamente agisce in nome di un "ideale".
      Bella filosofia, complimenti.

      Egregio Fini, che ci dirà mai a proposito di Cesare Battisti? (grin)

    1. maristaurru 6 gennaio 2010

      si ed infatti mi risulta che lo abbiano punito assai , forse chi sa se la sua indipendenza da certi intrecci c'entri qualcosa? Altro che Giustizia Giusta!!

      La legge è uguale per tutti? Col cavolo!

    1. radisol 6 gennaio 2010

      Si, Renè Vallanzasca è personaggio sicuramente di altri tempi ed ha pagato come nessuno mai ( gli unici casi che gli si avvicinano sono quelli di Graziano Mesina e del brigatista della primissima ora Paolo Maurizio Ferrari, che peraltro non avevano mai ucciso nessuno e tutti e due solo recentemente sono stati liberati) le sue colpe innegabili ( ed anche senza equivoci confessate senza alcuna concessione alla delazione ed al "pentitismo").....

      Renè è tanto personaggio di altri tempi che vale la pena raccontare alcuni episodi .... dal suo confessare anche delitti attribuiti ad altri e per i quali altri erano stati condannati in ben tre gradi di giudizio .... fino al suo altruismo decisamente demodè .... durante la famosa evasione di San Vittore era ormai fuori dal carcere ma tornò indietro due volte ... la prima per cercare di aiutare gli altri evasi che erano rimasti intrappolati dalla reazione delle guardie carcerarie .... la seconda per accorrere in soccorso del militante di Prima Linea Corrado Alunni, ferito gravemente ormai lontano dal carcere e per il quale temeva che i carabinieri ne avrebbero approfittato per dargli il colpo di grazia .... il risultato fu che pure lui fu gravemente ferito ( e ne ha portato addosso fino ad oggi le conseguenze) e quindi ripreso ....

      Ed in occasione della sua ultima evasione, nei novanta, con salto da un traghetto che veniva dalla Sardegna, pensò bene di rischiare l'arresto per concedere una intervista in diretta a Radio Popolare di Milano, nella sede della stessa radio, e denunciare - con ironia e senza vittimismi personali - la pesante condizione dei detenuti allora rinchiusi nelle supercarceri sarde ...

      Ancora recentemente, in una intervista proprio sul film che stanno girando sulla sua storia, alla domanda di cosa ne pensasse della banda della Magliana su cui lo stesso regista Michele Placido aveva realizzato un film, disse ... "Quelli avevano a che fare con le "barbe finte" dei servizi segreti, col potere politico ed in generale con le guardie .... io, con le divise non ho mai avuto nulla a che fare, nemmeno con quelle dei tramvieri .... " ......

      Si, decisamente personaggio di altri tempi ....

    1. egoland 6 gennaio 2010

      Ricordando il Manzoni, siamo costretti a rimpiangere un Innominato, tanto la nostra epoca è segnata da decine di Don Rodrigo al potere.

    1. Tonguessy 6 gennaio 2010

      "ma non è che si sta "santificando" nessuno."

      Vallanzasca Santo Subito!!! recita il primo post

      Su tutto il resto il punto centrale del mio ragionamento non lo sfiora nemmeno lontanamente. Do per scontato che le pene debbano essere commisurate al crimine. Se da noi succede il contrario non è buon motivo per esaltare una certa figura di criminale

    1. maristaurru 6 gennaio 2010

      Stavolta mi sembra di potere essere in linea con quello che scrive Fini. certo la pena afflittiva che poi oltretutto non sempre è per tutti "afflittiva" allo stesso modo, urta il senso di giustizia che ancora, residuo un po' scalcinato, restasse qua e la nel Paese, ormai irrazionale e giustizialista. Spesso sono stati favoriti vili ed opportunisti o peggio folli scocciati, la posizione di Vallanzasca andrebbe rivisitata, anche perchè dalle notizie che trapelano si riceve l'impressione che il nostro sistema di "giustizia", chiamiamolo così, sia patrigno e medievale troppo spesso: chi non ha capacità di comportamento un po' ipocritamente sottomesso, sembra spesso pagare un prezzo alto e Vallanzasca so che lo ha pagato duramente, Fini informa correttamente credo, botte gliene sono state date a iosa, non è paese il nostro che ama troppo chi a viso aperto dice la sua, giusta o sbagliata che sia: siamo un po' preteschi, un po' ipocriti, un po' dediti al raggiro ed al rimescolio.. un tempo si usava,( non so quanto correttamente rispetto ai levantini) dire che eravamo "levantini", nel senso peggiore del termine.
      Questi ci hanno inciso nella coscienza, questo vediamo ogni giorno premiato , questo anche ci sta rovinando. Vallanzasca credo sia un criminale che almeno questo crimine non sa commettere e per questo ha pagato, e molto.
      Se davvero la pena non è in Italia una vendetta, ma deve portare alla riabilitazione..piuttosto che mandare liberi e sciolti dei pazzi irresponsabili che poi ammazzano ancora...

    1. cloroalclero 6 gennaio 2010

      ma non è che si sta "santificando" nessuno. Solo affermando il principio per cui nessun debito dev'essere scontato "eternamente". Hanno liberato gente molto piu pericolosa di Vallanzasca. Perchè lui no? sono decenni che sta al gabbio...

    1. Nellibus1985 6 gennaio 2010

      Fini ha ragione.

    1. stonehenge 6 gennaio 2010

      Quoto Fini...sinceramente anche a me colpisce il fatto che Vallanzasca, nonostante sia stato un criminale, abbia comunque seguito un codice morale e si sia dimostrato uomo vero fino alla fine assumendosi le sue responsabilità...questo dopo tutto, era anche il codice etico della mala milanese, altri tempi...altra milano...altra società.

    1. ranxerox 6 gennaio 2010

      Provocazione di Fini a parte, le scemenze propinate sopra mi sembrano troppe anche per una fonte "autorevole" come Wikipedia. Propenderei piuttosto per la Questura. Certo che in una società di banditi in doppiopetto Vallanzasca libero sarebbe una goccia nell'oceano.

    1. Tonguessy 6 gennaio 2010

      "in un'epoca di perdonismi, di "buonismo", di indulti, di amnistie mascherate, di prescrizioni altrettanto mascherate, dove nessuno accetta di assumersi le proprie responsabilità"...c'è addirittura chi rimpiange Vallanzasca.
      Con una reductio ad absurdum mai ammessa il Fini sembra spingersi ad additare il Vallanzasca come modello sociale. Una persona con "regole, dignità e codici d'onore" che Fini tanto rimpiange. Poco importa che tali "regole, dignità e codici d'onore" abbiano causato vittime e danni.

      In questo totale rovesciamento di senso, c'è chi propone la santità per Vallanzasca invece di proporre la santità per chi ogni giorno si oppone a quelle spietate "regole, dignità e codici d'onore" e per sfamare la famiglia senza portarsi appresso il peso di omicidi e violazioni varie delle comuni regole di convivenza sociale scende nella trincea del quotidiano arrabattarsi per il pane.

    1. cloroalclero 6 gennaio 2010

      concordo molto con Fini. Penso che Vallanzasca abbia scontato il suo debito e, come Mambro e Fioravanti sono stati (giustamente) messi in liberta' debba essere messo in liberta' anche lui.
      Un paese civile rispetta i principi di Cesare beccaria. E' un fatto di cultura e di civiltà.

    1. proxer 6 gennaio 2010

      e tu vorresti mettere libero questo personaggio?

      da wikypedia

      Renato Vallanzasca nasce in via Porpora 162, zona Lambrate, dove sua madre aveva un negozio d'abbigliamento. A Vallanzasca venne dato il cognome della madre, poiché suo padre, Osvaldo Pistoia, era già sposato con un'altra donna dalla quale aveva avuto tre figli.

      L'attività criminale di Vallanzasca comincia fin da bambino. Il suo primo incontro con la giustizia avviene all'età di otto anni, non per furto, ma per aver cercato di far uscire dalla sua gabbia la tigre di un circo, che aveva piantato il tendone proprio vicino a casa sua. Il giorno successivo venne prelevato dalla polizia mentre stava giocando a pallone coi suoi amici, e portato al Beccaria. Il fatto gli costò il trasferimento forzato a casa di una zia, in via degli Apuli, nel quartiere del Giambellino, periferia Sud di Milano, praticamente dalla parte opposta della città.

      Qui mette su la sua prima banda, ragazzini dediti a furti e taccheggi. Nonostante la giovanissima età, Vallanzasca è già un capo banda; inizia a farsi un nome anche nella ligera, la vecchia mala milanese, con cui inizia a "collaborare". Ma a breve, andandogli strette le regole della malavita vecchio stampo, decise di "mettersi in proprio", formando una banda tutta sua. La cosiddetta Banda della Comasina divenne probabilmente il più potente e feroce gruppo criminale presente a Milano in quegli anni, e si contrappose alla banda di Francis Turatello.

      In poco tempo, grazie a furti e rapine, accumulò molti soldi e iniziò a vivere alla grande: vestiti firmati, auto di lusso, bella vita e belle donne. Ragazzo di bell'aspetto, verrà soprannominato "Il bel Renè" (nomignolo da lui detestato). La sua carriera criminale subisce una prima interruzione nel 1972 quando, una decina di giorni dopo una rapina a un supermercato, viene arrestato dagli uomini della squadra mobile di Milano, all'epoca diretta da Achille Serra.

      Lo stesso Serra racconta che, durante la perquisizione in casa del bandito, Vallanzasca si sfilò dal polso il Rolex d'oro e appoggiandolo sul tavolo della sala gli disse: "Se riesci a incastrarmi questo è tuo!". Pochi momenti dopo il maresciallo Oscuri trovò nel cestino della spazzatura i pezzettini di un foglietto che, una volta riordinati, mostravano la lista degli stipendi dei dipendenti del supermercato rapinato[1].

      Vallanzasca finisce così in galera, inizialmente a San Vittore. Quattro anni e mezzo e un pensiero fisso: trovare un modo per evadere. Non si può di certo affermare che tenne un comportamento da detenuto modello. Oltre a tentativi d'evasione falliti, risse e pestaggi, partecipò attivamente anche a diverse sommosse che in quel periodo agitavano l'ambiente carcerario italiano. In seguito ai pestaggi, alle rivolte, e ai tentativi di evasione veniva trasferito: un fatto che in quattro anni e mezzo lo portò a visitare ben 36 penitenziari. Fino a che non escogita il modo di contrarre volontariamente l'epatite, iniettandosi urine per via endovenosa, ingerendo uova marce e inalando gas propano, per essere trasferito in ospedale. E da lì, con l'aiuto di un poliziotto compiacente, riesce finalmente a evadere.[2]
      Il monumento alla memoria dei due poliziotti uccisi il 6 febbraio 1977 presso il casello autostradale di Dalmine.

      Dopo l'evasione ricompone la sua banda con la quale metterà a segno una settantina di rapine. Lascerà dietro di sè anche una fila di cadaveri, tra cui quattro poliziotti, un medico e un impiegato di banca. Passa inoltre dalle rapine ai sequestri di persona (quattro, di cui due mai denunciati). Una delle sue vittime è Emanuela Trapani, figlia di un imprenditore milanese, che verrà tenuta prigioniera per circa un mese e mezzo, dal dicembre 1976 al gennaio 1977, e quindi liberata dietro pagamento di un riscatto di un miliardo di lire. Subito dopo questo episodio e l'uccisione di due uomini della polizia stradale a Dalmine che avevano fermato la macchina su cui viaggiava per un controllo, ferito e braccato, cerca rifugio a Roma, dove viene di nuovo catturato. Ha appena compiuto 27 anni.

      Tornato in carcere si sposa nel luglio del 1979 con Giuliana Brusa. Il suo testimone di nozze durante questo matrimonio è proprio il suo ex nemico Francis Turatello, a suggello di un'alleanza temporanea. Turatello verrà poi ucciso in carcere da alcuni killer incaricati da mandanti ignoti. Il 28 aprile 1980 tenta la fuga dal carcere milanese di San Vittore. Durante l'ora d'aria compaiono in mano ai detenuti tre pistole, introdotte misteriosamente. Un gruppo di carcerati riesce a farsi strada tenendo in ostaggio un brigadiere (Romano Saccoccio). Ne segue una sparatoria per le vie di Milano e perfino nel tunnel della metropolitana. Vallanzasca, nuovamente ferito, viene riacciuffato assieme ad altri nove compagni di fuga.

      Nel carcere di Novara, nel 1981, contribuisce a mettere in moto una rivolta carceraria in cui perderanno la vita alcuni collaboratori, da lui ritenuti "infami" in quanto pentiti. Fra questi un giovane membro della sua banda, Massimo Loi. La giovane vittima, poco più che ventenne, aveva deciso di abbandonare definitivamente la via del crimine, come ricorda anche Achille Serra, per iniziare una nuova vita. Ma Vallanzasca, armato di coltello e aiutato dal branco non gli avrebbe dato modo di lasciare il carcere incolume: incontratolo all'interno di una cella, solo e disarmato, e aiutato dai gregari, Vallanzasca lo avrebbe colpito ripetutamente al petto con un coltello, commettendo ulteriori atrocità sul corpo del giovane ormai esanime e arrivando a decapitarlo. Della morte di Loi, Vallanzasca ha però smentito la responsabilità nell'intervista data a L'Europeo il 2 aprile 2006,[3] confermando quanto affermato da V. Andraus nella propria biografia, dove quest'ultimo confessa le proprie responsabilità a riguardo (Andraus verrà anche condannato per il delitto Loi). Condannato al carcere duro, con uno stratagemma e ingannando i carabinieri riesce però a evadere nuovamente, il 18 luglio 1987, scappando attraverso un oblò del traghetto che da Genova doveva portarlo all'Asinara, in Sardegna. Verrà fermato a un posto di blocco neanche tre settimane dopo, mentre cerca di raggiungere Trieste.

      Tornato in galera tenta un'altra volta la fuga, nel 1995, questa volta dal carcere di Nuoro. Per questo tentativo di evasione verrà sospettata e accusata di averlo aiutato la sua avvocatessa, con la quale si dice che il Vallanzasca abbia stretto un forte legame.[senza fonte] Dal 1999 è rinchiuso nel carcere speciale di Voghera. All'inizio del mese di maggio 2005, dopo aver usufruito di un permesso speciale di tre ore per incontrare l'anziana madre, ha formalizzato la richiesta di grazia, inviando una lettera al ministro di Grazia e Giustizia e al magistrato di sorveglianza di Pavia. Nel luglio del 2006 la madre Maria ha scritto al presidente Napolitano e al Ministro di Giustizia Mastella chiedendo la grazia per il figlio. Il 15 settembre 2007 gli viene notificata la mancata concessione della grazia da parte del Capo dello Stato: Vallanzasca continuerà quindi a scontare la sua pena nel Carcere di Opera a Milano. La storia di Renato Vallanzasca è stata raccontata per la prima volta in televisione da "La Storia siamo noi" (Rai Edu) in uno speciale di Caterina Stagno e Silvia Tortora. L'8 maggio 2008 viene data la notizia del matrimonio con la sua amica d'infanzia Antonella D'Agostino. Il matrimonio è stato formalizzato con rito civile il 5 maggio 2008 e celebrato da Vittorio Sgarbi.

      Recentemente Renato Vallanzasca ha aperto un blog, gestito tramite terzi.

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