UNIFICAZIONE D’ITALIA: FU VERA GLORIA ?

DI FRANCO CARDINI
francocardini.net/

La questione dell’unità d’Italia e di come il processo di unificazione nazionale venne condotto non può astrarre da due preliminari precisazioni. Primo: nella storia non c’è nulla di “necessario”, nulla di “determinato” , nulla che accade perché “era scritto”; e non esiste alcuna relazione tra ciò che si verifica e ciò che sarebbe giusto o ingiusto si verificasse. Secondo: una volta che qualcosa è divenuto realtà, è del tutto ozioso – storicamente parlando – discettare se sarebbe stato o no meglio che le cose fossero andate altrimenti. L’Italia unita è una realtà obiettiva da un secolo e mezzo. Avrebbe potuto non unirsi o unirsi secondo altri parametri e attraverso vicende diverse: le possibilità alternative erano molte, e a seconda delle proprie convinzioni politiche o religiose è del tutto legittimo ipotizzare che sarebbe stato meglio. Ma ciò resta un’ipotesi obiettivamente inverificabile. La storia si fa anche al condizionale, con i “se” e con i “ma”: perchè solo ponendosi correttamente le domande relative a quel che avrebbe potuto accedere se le cose fossero andate diversamente dalla realtà si comprende a fondo il valore di quel che davvero è accaduto. Ma il discorso storico deve attenersi rigorosamente all’accaduto autentico e sforzarsi di recuperarlo in tutti i suoi aspetti pur sapendo che ciò è impossibile. Per questo la storia perfetta sta soltanto nel futuro, ma il costruirla sul serio è pura utopia: del passato sapremo sempre di più (ma potremo anche dimenticarlo…): eppure, quel “di piu” non basterà mai.

Ecco perché il racconto storico muta di continuo, anche se e quando i suoi ingredienti restano in apparenza gli stessi. Un secolo e mezzo fa, alla vigilia dell’unità d’Italia, si scrivevano opere sulla Lega lombarda del XII secolo nelle quali i fatti narrati erano ricostruiti quasi esattamente come ancor oggi vengono proposti, e i documenti relativi erano per la stragrande maggioranza già conosciuti e perfino editi: eppure, per lo studioso odierno un saggio di centocinquant’anni fa su questo o su qualunque altro argomento resta quasi illeggibile, e pressoché inutile almeno che non si stia lavorabndo sul piano della storia della storiografia. La storia è un continuo work in progress: non perché cambi quel che è accaduto nel passato, ma perchè mutano le nostre conoscenze e mutiamo noi. Pe tale ragione le polemiche contro il cosiddetto “revisionismo”, prima che errate e inutili e ridicole, sono sbagliate: la storia è per sua natura revisione dei giudizi storici precedenti, altrimenti non è nulla. La storia non assolve, non glorifica, non condanna: queste porcheriole sono solo frutto dell’ “uso (politico, o meglio demagogico) della storia”, non della storia. Essa non è un tribunale: suo ufficio è solo il comprendere, non nel senso del giustificare, ma in quello del capire “dal di dentro” e in profondo.

Le polemiche sull’unificazione dell’Italia sono inutili, in quanto l’Italia è stata di fatto unificata. Avrebbe ben potuto non esserlo: e, quando lo è stato, ciò è avvenuto grazie al concorso di precisi presupposti e di non meno precise volontà individuali e comunitarie. Quando il principe di Metternich, al concilio di Vienna, proclamava che “l’Italia è un’espressione geografica”, aveva pienamente ragione: la “provincia” augustea d’Italia aveva un puro valore amministrativo-circoscrizionale e tanto il “regno d’Italia” d’origine carolingia annesso fin dal X secolo all’impero romano-germanico quanto quello fondato nel 1805 per volontà di Napoleone non corrispondevano né all’interezza della penisola italica, né ad alcuna “nazione italiana” fin lì esistente. La stessa lingua italiana non era ancora del tutto codificata e in realtà nessuno la parlava né la scriveva. La sostanza storica dell’Italia è profondamente policentrica, cioè regionale e municipale. Se la penisola avesse dovuto venir unificata coerentemente con la sua storia, ciò avrebbe dovuto avvenire rispettando la storia e i confini degli stati preesistenti: come accadde per la Germania nel 1870. Una soluzione federalista, con una presidenza papale oppure concordata tra Piemonte, Toscana e regno delle Due Sicilie.

Questa era, fra l’altro, la proposta vincente del 1848: sia Gioberti, sia Cattaneo auspicavano in modi e forme differenti una soluzione del genere. Tra ’48 e ’59, tale soluzione sarebbe stata possibile: Austria e Inghilterra – interessate l’una al nord-est italico e all’Adriatico, l’altra alla Sicilia e ai suoi porti – erano pronte ad appoggiarla, con proposte che sarebbero state tra l’altro molto moderne ed avrebbero consentito di far giganteschi passi in avanti anche alla futura unione europea. E, chissà, perfino evitare l’insorgere del duello franco-tedesco nel continente e di quello anglo-tedesco sul mare, le due fondamentali ragioni (insieme con l’aspirazione russa a egemonizzare i Balcani e a raggiungere il Mediterraneo) della prima guerra mondiale.

Ebbe la meglio invece una formula unitaria e centralistica, d’origine giacobina (ripresa da mazziniani e garibaldini) e cara solo a pochi dottrinari utopisti, qualcuno fanatico terrorista: ma tale formula consentiva a una potenza militare egemone, il regno di Sardegna-Piemonte, di annettersi la penisola. Ciò avvenne grazie all’assurda, quasi surreale convergenza tra la reazionaria e militarista monarchia piemontese – che si era arricchita e consolidata adottando una spregiudicata forma di liberal-liberismo e soprattutto espropriando negli Anni Cinquanta dell’Ottocento la Chiesa delle sue prerogative e dei suoi beni – e le forze “democratiche” e “rivoluzionarie” neogiacobine che accettarono di anteporre la causa dell’unità a quella del regime istituzionale del nuovo stato. A livello internazionale, il processo unitario venne promosso e tutelato fino al 1860 dalla Francia di Napoleone III, che aspirava all’egemonia mediterranea per svilupparvi i suoi sogni colonialistici (il progetto del Canale di Suez avrebbe portato la penisola italica a divenire il “molo mediterraneo” del traffico navale internazionale tra Atlantico e Oceano Indiano); ma la sconfitta dell’imperatore dei francesi a Sedan spinse il giovane regno ad appoggiarsi immediatamente al nuovo vincitore, l’impero germanico egemonizzato dalla luterana Prussia, il che tra l’altro rese più facile il completamente dell’unità con la presa di Roma, da mazziniani e garibaldini giudicata indispensabile (dopo la balla risorgimentale delle “libertà” italiane figlie del medioevo comunale, ecco la ballissima dell’Italia “figlia di Roma” e cinta dall’elmo di Scipio).

Napoleone III, condizionato dall’opinione pubblica cattolica del suo paese, non avrebbe mai consentito alla cancellazione dello Stato della Chiesa. Le date sono eloquenti: il 1° settembre l’esercito francese fu battuto a Sedan; il 20 successivo le truppe italiane entravano a Roma. Questo si chiama sul serio – come direbbero gli inglesi – essere dei perfetti bandwagoners.

Anche il resto è storia nota. Dopo la lunga serie di atti di terrorismo, di colpi di mano e di raids banditeschi che avevano caratterizzato la “liberazione” degli stati preunitari dai “tiranni” e la loro spontanea e plebiscitaria adesione al regno di Piemonte divenuto regno d’Italia, ecco la normalizzazione repressiva e spietata: la lotta al “brigantaggio”, gli efferati assassinii come quello di Bronte, l’espropriazione delle ricchezze dell’Italia meridionale per trarne capitali e forza-lavoro indispensabili al progresso industriale del nord, la nascita di una “questione meridionale” la responsabilità della quale si è poi cercato di addossare ai Borboni o ancora prima agli spagnoli, agli angioni, agli stessi Svevi (fino ad oggi non si è ancora trovato il coraggio di incolparne i normanni, i greci o gli arabi: ma non si sa mai…). Ci sarebbe voluta una seria riforma agraria: si preferì tollerare e perfino incoraggiare il doloroso fenomeno dell’emigrazione, pur di favorire i padroni vecchi e nuovi; gli stessi per tutelare i quali si permetteva al tristo Bava Beccaris di sparare con i cannoni ad alzo zero sugli operai.
Sappiamo dove ci ha condotto tutto cio: alla prima guerra mondiale, al fascismo, all’irrisolta “questione meridionale”, alla corruzione che ha distrutto la Prima Repubblica. Non c’è da vantarsene. Ma è la nostra storia, quella dell’Italia divenuta nazione, quella di due guerre mondiali, del fallito tentativo di assurgere a potenza europea ma anche dell’affermazione di gloriose realizzazioni civili, sociali, giuridiche, scientifiche, tecnologiche, artistiche, culturali. L’Italia del Bel Canto, della “rivoluzione culturale” futurista, delle lettere e delle arti, dell’invenzione dell’industria turistica, del progresso segnato da nomi come quelli di Marconi e di Fermi, della moda, di una delle più prestigiose espressioni cinematografiche del mondo, degli “italiani fuori d’Italia” che hanno saputo diventar pilastro portante di grandi paesi come gli Stati Uniti, l’Argentina, l’Australia. Possiamo buttar a mare questa preziosa, altissima eredità?

Certamente no. Ma convincerci che essa è il risultato della nostra storia millenaria ch’è storia di regioni e di città, non già di un’antica “nazione” unitaria esistita solo in un triste mito politico, questo possiamo farlo. E alla luce di tale convinzione è legittimo, anzi sacrosanto, “rivedere” il Risorgimento. E magari perfino smetterla di chiamare il processo d’unità nazionale, con le sue luci e le sue molte ombre, con quel ridicolo, pomposo nome. Tra 1815 e 1918 non “risorse” proprio un bel niente. Si affermò, tra molte ambiguità e con parecchie brutte pagine, una nuova realtà istituzionale alla quale da più parti e con vari esiti si cercòo di attribuire una storia unitaria, proponendo “radici” e “identità” tutte parziali, tutte discutibili. Aveva ragione il vecchio Gramsci: la sostanza dell’Italia è locale e dialettale; se c’è una forza unificante delle sue tradizioni profonde essa è da ricercarsi nella Chiesa cattolica, nella sua disciplina territoriale e nei suoi riti. Non a caso, la scristianizzazione del paese ha ucciso irreparabilmente anche la sua cultura folklorica (anzi, le sue culture folkloriche).

E allora, ha ragione la Lega? Senza aver “ragione”, essa avrebbe certamente molte “ragioni”. Ma, per approfondirle e fortificarle, dovrebbe liberarsi dal suo demagogismo bécero: dovrebbe piantarla con campanilismo e xenofobia e affrontare sul serio una rilettura storica della penisola italica come terra di successive stratificazioni etnoculturali, di centinaia di regioni storiche e di migliaia di città. Una penisola nella quale l’esser lombardo, o toscano, o siciliano (e magari milanese, o fiorentino, o palermitano) e sul serio piu importante di essere “italiano”; e nella quale d’altronde, in tempi di più ampie aggregazioni, esser tale ha un senso soltanto nella misura in cui si riesce a comporre l’italianità con l’europeicità e la mediterraneità.

Franco Cardini
Fonte: http://www.francocardini.net/
23.08.2009

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Firenze137
Firenze137
26 Agosto 2009 , 21:14 21:14

Egregio Professore mi inchino al suo sapere ad alle sue argomentazioni ed analisi storiche condividendo pienamente il suo assunto iniziale che andare a vedere e valutare le “ragioni” di un dato di fatto storico come l’Unità d’Italia, spesso oltre che ozioso – come lei dice – viene portato in dicussione poco oggettivamente e quasi sempre a dimostrazione di una “tesi” o di destra o di sinistra (..o leghista) che al momento preme sottolineare a colui che espone o scrive. Non le sembra che l’imbarbarimento della politica e dei politici ormai vere e proprie marionette nella mani della Banche ( FED e BCE) e delle Assicurazioni e del dilagare dei Comitati d’Affari unifichino l’Italia sotto il Dio Denaro che tutto fa e tutto può in barba a qualsiasi valore, storico, etico e religioso; e che quindi argomentazioni dotte – lo dico con molto rispetto – come le sue o come quelle di altri studiosi siano un bel dissertare fra “gente” che ormai pensa solo al business, a delocalizzare o a svendere pezzi del nostro Paese al miglior offerente? In fondo il “becero” Bossi ( io non sono leghista..) e la Lega con le proprie invettive colorite e rozze , cerca di… Leggi tutto »

berotor
berotor
26 Agosto 2009 , 21:47 21:47

Nel “puttanaio” ci scappa qualche buon pezzo. Un appunto e una personale riflessione su questa parte: “[…]gloriose realizzazioni civili, sociali, giuridiche, scientifiche, tecnologiche, artistiche, culturali. L’Italia del Bel Canto, della “rivoluzione culturale” futurista, delle lettere e delle arti, dell’invenzione dell’industria turistica, del progresso segnato da nomi come quelli di Marconi e di Fermi, della moda, di una delle più prestigiose espressioni cinematografiche del mondo, degli “italiani fuori d’Italia” che hanno saputo diventar pilastro portante di grandi paesi come gli Stati Uniti, l’Argentina, l’Australia. Possiamo buttar a mare questa preziosa, altissima eredità?” Forse buttare tutto a mare no, però sarebbe bene evitare di glorificare cose che non hanno nessun “diritto” di essere glorificate. Dall’unità fino a oggi di cosa ci possiamo veramente gloriare (triste espressione)?Del Bel Canto? non sono un amante del melodramma alla Puccini ma va be’…La “rivoluzione culturale” futurista ha avuto un peso artistico limitato, diciamocelo, se paragonato alle correnti e ai fermenti artistici che si potevano trovare ad esempio nella Parigi di allora. Inoltre, se il “prodotto artistico” del futurismo è apprezzabile (e lo è) e glorificabile, non lo è certo il pensiero che ne sta alla base.Glorificare l’industria turistica è qualcosa che mi fa venire il voltastomaco.… Leggi tutto »

cloroalclero
cloroalclero
27 Agosto 2009 , 1:58 1:58

GRANDE POST che sottoscrivo pienamente

Tetris1917
Tetris1917
27 Agosto 2009 , 2:58 2:58

Per quanto mi riguarda, e’ la migliore lettura: Marx. Articolo per il New York Daily Tribune, 31 maggio 1856 LA STORIA DI CASA SAVOIA La storia di casa Savoia si può dividere in tre epoche: la prima in cui essa sorge e s’ingrandisce, assumendo una posizione equivoca tra Guelfi e Ghibellini, tra le repubbliche italiane e l’impero tedesco: la seconda in cui prospera passando dall’una all’altra parte nelle guerre tra Francia e Austria; e la recente in cui tenta di volgere a proprio vantaggio la lotta mondiale tra la rivoluzione e la controrivoluzione. Nelle tre epoche, l’equivoco è l’asse costante attorno al quale evolve la sua politica, e come frutti immediati di questa politica appaiono risultati di proporzioni minime e di carattere ambiguo. Alla fine della prima epoca, simultaneamente con la formazione delle grandi monarchie europee, vediamo che casa Savoia costituisce una piccola monarchia. Alla fine della seconda epoca il Congresso di Vienna concede che le venga ceduta la Repubblica di Genova, mentre l’Austria inghiotte Venezia e la Lombardia, e la Santa Alleanza fa calcare la sua cappa di piombo su tutte le potenze secondarie, di qualunque specie esse fossero. Durante la terza epoca, finalmente il Piemonte ottiene il permesso… Leggi tutto »

vic
vic
27 Agosto 2009 , 3:21 3:21

E’ la lingua stupid! Mi permetto di dire la mia, pur non essendo uno storico, quindi vogliate scusare eventuali imprecisioni. Non se la prenda l’eccelso Cardini per il titoletto, siamo in un blog. La lingua unificata A mio modo di vedere la vera unificazione d’Italia, di cui andar fieri, e’ l’unificazione linguistica. Essa ha permesso di avere una scuola in cui si insegna in una lingua comune. I dialetti locali non sono morti, anzi per molti versi indicano ancor oggi le forti radici culturali locali. Per non parlare delle grandi tradizioni teatrali dialettali. La lingua unificata “per decreto” alla fine ha attecchito, in particolare grazie ai nuovi media dell’ultimo mezzo secolo: prima la radio e poi la televisione. E’ forse l’unico grande successo degli allora nuovi media elettronici. Nessuno sembra accorgersi del fatto che in internet si scriva tutti in italiano e ci si capisca (eufemismo divertito). Cosa fa’ l’Italia unificata per promuovere questa sua bellissima lingua nel mondo? Fa’ abbastanza? A mio modo di vedere potrebbe fare molto ma molto di piu’. Si prenda come termine di paragone l’attivita’ culturale nel mondo dell’Alliance Française. Perche’ mai vergognarsi di parlare di “bella lingua” oltre che di “bel canto”? La solita… Leggi tutto »

myone
myone
27 Agosto 2009 , 3:24 3:24

Chi scrive dice: La storia si fa anche al condizionale, con i “se” e con i “ma”: Ecco perché il racconto storico muta di continuo, anche se e quando i suoi ingredienti restano in apparenza gli stessi. E allora, ha ragione la Lega?: La storia se volete che faccia testo lascia il tempo che trova e le interpretazioni che ogniuno vuole, l’ oggi e’ l’ oggi e non se ne discute. Ogni regione o tagli sezione come nord centro e sud, si rispecchia si accetta. Un terun qui anche se e’ seconli che viene qui, e’ sempre terun, come un nordista giu’, e’ sempre un polentun. Ma e’ sempre stato cosi, e lo e’ ancora di piu’, quando il sud assorbe energia dal nord e ci mangia e ci marcia e in piu’ emigra spopolando. Ogni regione o latitudine ha il suo carattere e il suo fare il suo patrimonio. cosi sintetizza la lega. Nessuno capira’ mai il perche’ la storia e’ fatta di questo e di quello, tanto quando passa e’ sterile, in tutti i sensi. La stessa storia di oggi, seppur la si decanta in mille modi, la si guarda, fa’ uguale quello che fa’, e passa, e… Leggi tutto »

radisol
radisol
27 Agosto 2009 , 3:46 3:46

Che l’unità d’Italia, nelle forme in cui è stata realizzata, sia stato un grosso pateracchio è stato già ampiamente detto, anche dal sottoscritto, in un’altra recente discussione nata dalla pubblicazione di una lettera di un giovane leghista al Corriere della Sera ed alla risposta allo stesso di Galli Delle Loggia …. ma sostenere come fa Cardini che alla fine, nella creazione unitaria, sia passata una logica giacobina e mazziniana mi sembra una grossa stronzata …. alla fine è passata invece l’annessione al Piemonte dell’intera penisola, in una logica reazionaria e neocoloniale che ha fatto strame anche di tutte le tendenze repubblicano/mazziniane al cui interno esistevano anche significative tendenze “federaliste” …. salvo quelle, casi Bixio e Crispi ma non solo, che si sono invece completamente “sdraiati” sulla monarchia sabauda e sugli interessi coloniali del Piemonte …… Garibaldi è morto al confino, Mazzini addirittura in esilio …. Cardini invece, anche se non lo dice così apertamente, mi da proprio l’idea del nostalgico dello Stato Pontificio …. cosa che del resto sarebbe del tutto coerente con le sue note posizioni sulla Vandea francese ….

sickboy
sickboy
27 Agosto 2009 , 4:40 4:40

Grandissimo il Cardini.

renatino
renatino
27 Agosto 2009 , 4:44 4:44

Grazie per averlo postato!
Anche se con la lega non ho nulla da spartirci.

marcello1950
marcello1950
27 Agosto 2009 , 5:04 5:04

non so se fu vera gloria:

ma so che fu un grande affare;
e non sto ad elencare come il nord si avvantaggiò del grande mercato Italiano,
chi sa se una Italia federalista avrebbe evitato avventure belliche e forse perfino le guerre mondiali, purtroppo non si può tornare indietro per verificarlo.
però senza uno stato unitario ci sarebbe stato uno sviluppo più lento,
a soprattutto la chiesa avrebbe mantenuto, il suo peso asfissiante sull’economia e sulla società civile al centro ed in meridione,
non dimentichiamo che i prezzi degli alimenti nello stato pontificio erano più ali che nel resto d’Italia e che la popolazione viveva di espedienti tra cui una enorme prostituzione e forme delinquenziali diffuse oltre alla piaga dei Briganti, che erano la conseguenza non accidentale di una economia parassitaria dominata da nobili e preti.
noi ci arrovelliamo attorno alla questione meridionale, ma tale questione esisteva anche senza l’unità d’Italia, era nascosto sotto i soprusi dei nobili, dei ricchi e dei briganti cioè contadini che si ribellavano e che erano visti non a caso come eroi popolari.
vic
vic
27 Agosto 2009 , 6:34 6:34

Credo proprio che hai ragione.

La Chiesa in realta’ ci guadagno’ con l’unita’ d’Italia. Si vide obbligata a rivalutare il potere spirituale a scapito di quello temporale. Bonta’ sua. C’e’ per contro ancora parecchio da fare per quel che riguarda la separazione Stato-Chiesa, va’ riconosciuto. Forse sarebbe stato piu’ facile scegliendo come capitale Firenze, ma l’idea non passo’.

Tuttavia non cadiamo nel tranello, pensando ad un Vaticano arroccato su vecchi scogli. Al contrario e’ apertissimo a nuove possibilita’, forse piu’ dei politici. Vien quasi da ridere (ops, perdonami esimio martire arrostito), ma il Vaticano, oggi come oggi, e’ allineato con Giordano Bruno.

Il che e’ un buon segno, direi.

vic
vic
27 Agosto 2009 , 6:44 6:44

Vedi la mia parziale difesa di Enrico Fermi nel post qui sotto.

Mille teste, mille opinioni.

Amichevolmente

materialeresistente
materialeresistente
27 Agosto 2009 , 7:06 7:06

Mi chiedo cosa ci sia di così grande in questo post.Forse perché dice cose che dovrebbero essere scontate e, quasi tutte, condivise. In quello che scrive mi intriga una questione ed è quella relativa ai Borbone ed ai “presunti” tiranni. Solo “presunti”?

Eli
Eli
27 Agosto 2009 , 12:21 12:21

Forse è allineato per quello che riguarda l’esistenza dei pianeti e di altri mondi, non di certo per il resto del pensiero di Bruno. Che era un monaco e viveva con una compagna, con la quale aveva una figlia. Nel cinquecento era avanti almeno quattrocento anni rispetto ai coevi. Peccato che per arrivare a tanto il vaticano sia dovuto passare attraverso il rogo. Anche a Galilei hanno chiesto scusa cinquecento anni dopo, ma nessuno potrà risarcirlo per quello che il pover’uomo soffrì, solo per essere un genio.

Truman
27 Agosto 2009 , 12:33 12:33

Come molti commentatori di oggi, Cardini prima prende posizione (a vantaggio della Chiesa e della Lega) e poi ragiona. Il risultato è tra il tautologico e l’esilarante. Lì dove i singoli punti sono localmente coerenti il quadro d’assieme porta semplicemente l’acqua al mulino del padrone. Con la scusa che la storia è andata così e non ha senso pensare a storie alternative vengono rifilate una serie di castronerie. Alcuni punti nel seguito. L’unità d’Italia la fece la RAI negli anni 1960. E Gramsci era morto da tempo. Però si riuscì ad avere una lingua ed un cultura comune. Non è vero che sia tutto chiaro sulla storia dell’unificazione dello stato italiano, almeno non nei libri di storia ufficiali e nei testi scolastici. Per esempio non vedo la parola zolfo nella discussione. Eppure il movente economico della spedizione dei mille fu il costo dello zolfo che agli inglesi sembrava eccessivo. All’epoca lo zolfo contava allo stesso modo del petrolio di oggi, perchè serviva a muovere le navi a vapore. Così gli inglesi finanziarono e sostennero i Savoia. Quindi bisognerebbe parlare di chi partecipò all’unificazione, più che dei francesi che si tennero in disparte. E bisognerebbe parlare di genocidio e pulizia etnica,… Leggi tutto »

vic
vic
27 Agosto 2009 , 13:13 13:13

Si’, certamente, solo per quel che riguarda la cosmologia! Ma e’ gia’ un passo enorme, se pensiamo a com’era scientificamente ottusa la chiesa cattolica ai tempi di Bruno, Galileo, Copernico e Keplero. Dei 4 grandi Bruno fu’ il piu’ azzardato, filosoficamente parlando. Ironicamente il promotore dell’attuale teoria del big-bang cosmologico e’ stato un uomo di chiesa belga. Per una sorta di contrappasso dantesco, la sua teoria inizialmente fece parecchia fatica ad imporsi. Eh, si’ i tempi son cambiati.

Galilei se la cavo’, paradossalmente, perche’ aveva degli amici cardinali in Vaticano, dicono gli storici. Come sa’ bene Andreotti, e’ sempre utile avere buone entrature da quelle parti. Comunque la storia ha reso giustizia a Galileo. Tra l’altro pochissimi sono a conoscenza che la teoria speciale della relativita’ sarebbe potuta esser stata scoperta molto prima, semplicemente partendo dal principio di relativita’ di Galileo e facendo qualche ragionamento sullo spazio e sul tempo.

Amichevolmente

namincazza
namincazza
27 Agosto 2009 , 14:36 14:36

E’ vero. L’Italia è stata unificata, e questo è un dato di fatto. Ma noi del Sud in occasione dell’ormai prossimo 150° anniversario di questo “dato di fatto”, dovremmo avere il diritto di pretendere che 1) la storia che si insegna a scuola racconti la verità su tutti i misfatti, le stragi, le ruberie, gli abusi (spesso legalizzati), che i sabaudi hanno commesso per giungere a questo “dato di fatto”; 2) si spieghino le vere ragioni del brigantaggio e della ribellione popolare contro la coscrizione obbligatoria, l’aumento delle tasse, l’abolizione degli usi civici, la mancata spartizione delle terre, ecc. ecc.; 3) si racconti ai giovani cosa accadeva nel forte di Fenestrelle, dove migliai e migliaia di sudditi suddisti sono stati lasciati morire ed i loro corpi dissolti nella calce viva; 4) si faccia un bel serial TV sulla vita del cosìddetto eroe dei due mondi, o magari anche una sola puntata sulla storia della marchesina 16enne da lui sposata, o sulla storia delle pastorelle 14enni che erano a Caprera; 5) si dica la verità sulle industrie del sud prima dell’invasione sabauda, su Mongiana, sui cantieri navali campani, ecc.; 6) si scopra che fine hanno fatto i tesori in oro del… Leggi tutto »

FraDiavolo
FraDiavolo
27 Agosto 2009 , 15:03 15:03

Ti dico solo questo sulla presunta tirannide borbonica, scrive Napoleone Colajanni, vd L’Italia del 1898,che non aveva alcuna simpatia per la famiglia reale napoletana, che dal 1815 al 1856 ci furono 2067 condanne per reati politici, nel solo 1898 in sole 3 città del Regno d’Italia Napoli, Milano e Firenze, soli tribunali militari (esclusi quelli civili quindi) emisero 2500 condanne per reati politici.

Ma per la “storia” i Borbone sono la “negazione di Dio” (ma credo del dio architetto del mondo della massoneria) e Umberto è il re “buono”.

Ti faccio un altro esempio, il fratello di Pisacane, Filippo, non ebbe alcun problema dopo “l’impresa” del germano, potè continuare a militare nell’esercito napoletano, dove qualche anno prima c’era pure Carlo.

Passannante, che graffiò con un coltellin il solito re buono, fu sepolto vivo in un carcere toscano, mentre il fratello e la madre furono rinchiusi in manicomio semplicemente perchè congiunti dell’attentatore del re.

Dimmi qual’è lo stato più civile il regno delle Due Sicilie o l’Italia umbertina!?!?

vic
vic
27 Agosto 2009 , 15:10 15:10

Vuoi un condottiero?

Manda un email a Tripoli, Libia. Accetta di sicuro. Poi pero’ te lo tieni!

Va la’, lascia perdere i condottieri e i cavalieri, che all’italia han fatto piu’ male che bene (forse Federico-II di Svevia lo possiam salvare).

Il condottiero e’ il cervello. Che a quelli del sud non manca, visto il DNA di provenienze tanto eterogenee che si trovano. Sta’ per partire l’ondata delle energie alternative. Nessuno e’ meglio piazzato del sud.

Forza allora!

Sassicaia
Sassicaia
27 Agosto 2009 , 16:09 16:09

Perche’ la crescita dell’orgoglio e della rabbia del sud invece che un condottiero non generano una ribellione alla malavita organizzata e non
portano un po’ di sviluppo?

Sassicaia
Sassicaia
27 Agosto 2009 , 16:54 16:54

Che l’Italia sia uno stato unitario dal 1861 e’ un fatto storico,incontrovertibile e oggettivo,i dubbi vengono se a questo stato vogliamo aggiungere aggettivi o caratteristiche.Non possiamo infatti definirci un vero e proprio stato sovrano,in quanto molte clausole dei trattati sottoscritti al termine e dopo la seconda guerra mondiale limitano moltissimo per non dire cancellano la nostra sovranita’:ospitiamo,volenti o nolenti, basi militari usa i cui militari,se violano il codice penale italiano,vedi strage del Cermis,vengono processati in Usa senza che la giustizia italiana possa fare alcunche’.Nel caso dell’ignobile strage di Ustica,compiuta da una potenza straniera(resta da vedere se Usa o Francia)nei cieli italiani,i nostri servizi segreti dietro chissa quali pressioni sono intervenuti per occultare una verita’ probabilmente troppo scomoda, occultando tracciati radar,uccidendo e corrompendo testimoni,intralciando ignobilmente le inchieste della magistratura.Non possiamo avere portaerei o sommergibili nucleari nella flotta,il che forse e’ anche un bene per il bilancio ma resta il fatto che dovrebbe essere lo stato italiano a decidere e non altri. Dobbiamo infine sottostare alle direttive dell’unione europea che a volte sono molto discutibili.Non solo non siamo dunque uno stato sovrano ma non abbiamo nemmeno un’identita’ nazionale,siamo eternamente divisi dal campanile e da interessi regionali.Sicuramente un tedesco e un francese che… Leggi tutto »

Kevin
Kevin
27 Agosto 2009 , 18:11 18:11

Pasolini, Fellini, Leone, Rossellini, Verdi…d’accordo.

Nessuno però cita Veronese, Peano, Caccioppoli, Picone, Severi, Enriques, Levi-Civita, Dini, Ricci-Curbastro, Fubini, Castelnuovo, Volterra, Segre

In campo filosofico lasciamo stare perchè facciamo pena.

Comunque pur avendo avuto grandi personaggi, ne abbiamo avuti in misura nettamente inferiore rispetto ad altri paesi. Un esempio a caso: la Francia.

adriano_53
adriano_53
28 Agosto 2009 , 11:35 11:35

Ragionamento abbastanza sgangherato, quello di Cardini. La funzione della “storia” nella costruzione del futuro non è liquidabile con qualche battuta: il controllo del passato continua ad essere un campo di battaglia, al punto che il termine stesso di “storia” è oggetto di contesa. E da un argomentare ubriaco non ci si può attender altro che una conclusione sconlusionata del tipo “E allora, ha ragione la Lega? Senza aver “ragione”, essa avrebbe certamente molte “ragioni”. Ma, per approfondirle e fortificarle, dovrebbe liberarsi dal suo demagogismo bécero: dovrebbe piantarla con campanilismo e xenofobia e affrontare sul serio una rilettura storica..”. Cardini dovrebbe sapere che la Lega è becera demagogia, xenofobia, razzismo, localismo patologico. Liberarsi di questo significherebbe liberarsi della Lega. Cardini dovrebbe sapere che l’unica rilettura che può e sa fare la Lega è quella delle dichiarazioni al fisco, altro che le riiletture storiche della storia italica. Cardini dovrebbe sapere che la Lega è nata, vive e prospera sui terreni politici e culturali che una volta erano di proprieta della Democrazia Cristiana. Cardini dovrebbe sapere che la Democrazia Cristiana viveva e prosperava nella dimensione protetta dalla Chiesa, da Roma con il papa, al paesello di duecento anime con il sacerdote, il sacrestano,… Leggi tutto »

FraDiavolo
FraDiavolo
28 Agosto 2009 , 13:34 13:34

I briganti srgono nel 1799 per combattere gli inavosri francesi e i loro collaborazionisti,. I francesi li defiirono briganti, così come definirono briganti i vandeani, ma essi lottavano per il loro Re per la loro Fede,. Più corretti sarebbe chiamarli guerriglieri ed in effetti la tattica usata da Fra Diavolo era la guerriglia, anche prima che gli spagnoli la “inventassero” qnd qlk anno dopo furono invasi dai francesi. Li ritroviamo nel 1806 qnd tornano i francesi. Conserrvo CENTINAIA di quotidiani del Regno delle Due Sicilie del periodo 1851-57 e mai dico MAI si parla di briganti e se non mi credi va alla biblioteca nazionale di Napoli, conuslati e fammi sapere. Il Reame nel 1860 era avviato ad uno sviluppo sano e profitevole come scrisse Giustino Fortunato, arrivarono i predoni e addio “mia bella Napoli”. C’erano numerose cotoniere spesso getsite da svizzeri, il cantiere navale di C/Mare era il più grand del Mediterraneoo e dopo la coqnuiesta sabauda fu fatto decadere in favore di La Spezia, a Pietrarsa nei pressi di Portici (dove nel 1863 ci sarà la prima strage di operai) si cosruivano le rotaie e i treni, la ghisa veniva dalle fonderie di Mongiana, altro complesso industriale fatto… Leggi tutto »

FraDiavolo
FraDiavolo
28 Agosto 2009 , 13:35 13:35

Mafie = altra faccia oppressione colonialista
Enrambi sono da combattere senza sosta

namincazza
namincazza
28 Agosto 2009 , 15:54 15:54

E’ come chiedere ad uno zoppo di correre i cento metri e vincerli. La malavita organizzata è frutto, nonché conseguenza logica e sociale della miseria e di ogni mancanza di prospettive nel futuro. Se tu sai hai 16 anni, e sai che a 18 andrai lavorare di sicuro, vai in discoteca, ti diverti e non pensi ad altro. Ma se nella tua vita, non hai l’orgoglio di una storia, ed il tuo futuro è quello del diseredato, cerchi in ogni modo di uscirne, e salti il fosso. Le mafie, le ‘ndranghete, le camorre non si vincono con polizie o eserciti. Si vincono solo estirpandone le radici e impedendone la diffusione. E questo è possibile solo ridando dignità e sicurezza nel domani alle persone. I giovani di molte parti del Sud ancora oggi hanno solo due possibilità: o emigrano, o diventano malavitosi. Per costruire una terza strada, occorre investire in educazione, cultura, dignità. Se lo stato, ancora oggi, è visto come una entità astratta che ha preso a calci nei cosìddetti i tuoi antenati, se chi parla per voce dello stato ti dice in tutte le lingue che se sei furbo “sali” altrimenti vai nella fossa, se l’esempio che ti danno… Leggi tutto »

nessuno2
nessuno2
28 Agosto 2009 , 17:32 17:32

A tutti quelli del sud che rivendicano con orgoglio il fatto di essere sudisti
vorrei fare una domanda:come mai 9 casi su 10 di malasanita’,belin,
avvengono al sud?Non per caso perche’ al sud siete sciatti,sporchi e molto
indolenti?Se siete orgogliosi di essere del sud,perche’ non cominciate a
curare per bene i vostri cari e vi date una mossa?

buran
buran
29 Agosto 2009 , 2:34 2:34

Tutti gli stati europei sono nati da conflitti e guerre di conquista. Tutti. Citatemene uno che non sia così. Cambiano solo le epoche, ma le modalità sono state simili: dal Regno Unito alla Francia alla Spagna alla Germania. Che poi la rivoluzione democratica e sociale (insieme a quella nazionale) sognata dai giacobini e dalla sinistra non sia stata realizzata, è un dato di fatto, ma l’unificazione ha creato i presupposti per la nascita del movimento operaio organizzato, e questo soggetto ha potuto affacciarsi per la prima volta nella storia sulla scena politica nazionale. L’ Unità d’Italia si poteva fare in maniera migliore, è vero, ma in questo articolo il Cardini (che pure stimo) sembra quasi un nostalgico di Franceschiello e del Papa Re. Se questa era la fine che ci aspettava, allora è meglio che sia successo quello che è successo.

PS: singolare che il suo rimprovero più significativo ai Savola, tra tutte le nefandezze che hanno fatto, sia quello di aver avuto un atteggiamento duro verso la Chiesa, cioè l’unica loro scelta poilitica giusta!

marcello1950
marcello1950
29 Agosto 2009 , 17:10 17:10

Malgrado che alcune notizie siano vere, I briganti non nascono con i Francesi ma sono endemici dai primi del 1300 o forse prima in Italia e il Papa Sisto quindo (penso nel 1600) tentò di estirprli ma senza risultato come ho già detto di una società che si basava sul parassitismo dei ceti dirigenti Nobili, Borghesi e Chiesa (preti frati e monaci) addirittura c’erano dei mnasteri che arrotondavano le entrate con estorsioni, rapine dei viandanti ed altri atti delinquensiali. Che poi le finanze erano in attivo nel regno di napoli dipendeva da bassa spesa per investimenti pubblici, malgrado lavori di adeguamento di porti e strade che qualche volta venivano fatti, Ma il quadro della condizione dei contadini ma soprattutti dei braccianti agricoli era di una drammaticità impressionante, essi facevan regolarmente la fame, tra quelle classi la mortalità infantile era altissima, e negli anni di crisi poi era una vera ecatombe. le maschere tipo pulcinella rappresentavano sopratuttta questo dramma quotidiano la FAME, come si fa a guardare con nostalgia a quei regimi, un secolo prima per esempio nei paesi del Nord Europa i governanti avevano cominciato ad interessarsi della condizione delle loro classi popolari, Federico II di prussia per esempio curava… Leggi tutto »

vic
vic
29 Agosto 2009 , 18:20 18:20

“Citamene uno che non sia cosi'”

T’accontento: la Svizzera che e’ nata embrionicamente nel 1291. Probabilmente la piu’ vecchia democrazia del mondo. Che non ha scheletri coloniali nell’armadio, al contrario di quasi tutti gli stati europei.

Oppure se vuoi la Repubblica e Cantone del Ticino, ai cui abitanti venne chiesto da parte di Napoleone di pronunciarsi o per la Repubblica Cisalpina, oppure per la Confederazione Elvetica. Con acume scelsero la Confederazione.

Successe senza guerre, democraticamente. L’intervento di Napoleone fu’ da mediatore, non da coinquistatore. Strano ma vero. D’altronde Napoleone era molto avveduto anche in campo scientifico, al contrario di molti politici equestri odierni.

Cordialmente

buran
buran
30 Agosto 2009 , 3:50 3:50

OK, ma è l’eccezione che conferma la regola, non ti pare?