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UNA BREVE STORIA DEL CONSUMO DI CARNE NEL MONDO, DALL'EDEN A MATTOLE

– PARTE PRIMA –

Il sogno di Pietro

DI ALEXANDER COCKBURN

Iniziamo con Dio.

‘E [Pietro] vide il cielo aperto e una sorta di vascello scendere come una grande tela di lino, essendo calata per le sue quattro estremità sulla terra; e in esso era ogni sorta di quadrupede e creatura strisciante della terra e uccelli del cielo. E una voce venne a lui: “Alzati, Pietro, scanna e mangia!” (Atti 10: 11-13.)

La Bibbia è un manifesto del carnivoro. Prima della Caduta, Adamo ed Eva erano vegetariani. Si cibavano di cereali, frutta e noci. Poi Eva mangiò il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male – o almeno è così che Adamo spiegò l’episodio a Dio. Furono cacciati via dal Giardino e il genere umano s’inabissò nel peccato originale dal quale la redenzione può giungere solo attraverso la grazia di Dio, la cui carne viene mangiata periodicamente nella forma dell’Eucarestia. Adamo ed Eva se n’erano appena andati dall’Eden che Dio stava porgendo il suo ‘rispetto’ al sacrificio della carne di Abele, il guardiano del gregge, mentre lo negava a Caino, colui che coltivava la terra.
Successivamente, sappiamo che Caino aggredì il fratello Abele, lo uccise e da quel momento in poi, ce ne andammo per la nostra strada. [1]Il Dominio dell’Uomo

Negli orecchi dell’uomo risuonava l’editto dell’Onnipotente, come riportato nella Genesi 1:26-28: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, e tenga sottoposta…tutta la terra e ogni essere strisciante che si muove sopra di essa…Siate fecondi e Moltiplicatevi ed empite la terra e soggiogatela.’ Con queste parole il Dio della Bibbia spinse l’uomo verso lo sfruttamento del mondo della natura, che era ormai a sua completa disposizione.[2]

Il nocciolo della questione era il dominio sulla natura ‘Non-Cristiana’, come C.S. Lewis ha spiegato abbastanza chiaramente: ‘Gli Atei per natura giudicano l’addomesticamento di un animale da parte dell’uomo come un’interferenza puramente arbitraria di una specie su un’altra. Per loro, l’animale “vero” o “naturale” è quello selvaggio, mentre l’animale addomesticato è qualcosa di artificiale e innaturale. Ma un Cristiano non deve pensarla così. Dio ha ordinato all’uomo di esercitare il proprio dominio sulle bestie, e…di conseguenza l’animale addomesticato è, nel senso più profondo, il solo animale “naturale” – il solo che può occupare il posto per cui è stato creato.’[3]

Tale arroganza nei confronti delle creature non-umane venne utilizzata anche verso donne e uomini schiavi. Non molto tempo dopo i Suoi precetti sugli animali nella Genesi, troviamo Dio –immediatamente dopo la Caduta, dire ad Eva ‘nelle doglie partorirai i tuoi figli, ogni tua brama si volgerà verso tuo marito ed egli ti dominerà.’ Fin quando fu concepita la schiavitù, coloro che possedevano degli schiavi poterono puntare il dito sulla Genesi 9, 25-7 dove Dio maledice Canaan, e i figli di Cam: ‘Divenga il più basso schiavo dei suoi fratelli.’ I primi cristiani non hanno mai rifiutato la schiavitù.[4]

Gli Schiavi del Carnefice

Per tutto il sedicesimo secolo, le persone più intelligenti iniziarono ad avere qualche dubbio sull’unicità degli esseri umani o sulla loro posizione di superiorità nella Grande Catena Alimentare. Montaigne scrisse che non c’erano differenze importanti tra gli esseri umani e gli altri animali. Questi ultimi, diceva, dimostrano di possedere capacità logiche, selettive e di giudizio, sono astuti e perfino religiosi. [5] Tali sentimenti furono fortemente appoggiati dal crescente rifiuto della caccia da parte di intellettuali come Erasmo, Sir Thomas More e Montaigne, una pratica, la cui raffinatezza aveva immobilizzato il ceto più elevato per secoli. ‘E così con le loro carneficine e col loro cibarsi di animali,’ scrisse Erasmo in In Praise of Folly [Elogio alla Follia], all’inizio del sedicesimo secolo, ‘loro [i nobili cacciatori] non fanno altro che degenerare essi stessi allo stato di bestie…’ Montaigne concludeva, ‘è evidente che non è attraverso una valutazione reale ma attraverso una folle forma d’orgoglio e attraverso l’ostinazione, che ci poniamo di fronte agli altri animali e ci isoliamo dalla loro condizione e dalla loro società.’[6]


(Michel de Montaigne -1533-1592-)

Utopia di Sir Thomas More, pubblicato nel 1516, mette insieme alcuni di questi temi:

“Fuori dalla città si rivelano luoghi dove i grumi di sangue e le interiora dovrebbero essere lavate via dall’acqua corrente. Da questi luoghi trasportano le carcasse degli animali scuoiati e puliti dalle mani degli schiavi. Non permettono ai loro cittadini di abituarsi al massacro degli animali, attraverso la cui pratica credono che la misericordia, il sentimento più elevato della nostra natura umana, venga gradualmente eliminata.”

Qualche pagina dopo, gli Utopisti di More ‘hanno imposto che l’intera attività della caccia, siccome considerata indegna per gli uomini liberi, venga svolta solo dai loro macellai – un mestiere, come ho precedentemente spiegato, che questi esercitano tramite i loro schiavi.’ C’era un mito popolare di lunga data secondo cui i macellai furono in diversi periodi esclusi dai comitati giudicatori Inglesi perché si credeva che la loro attività avesse reso più rozze le loro capacità di discriminazione morale.[7]

Il Rodaggio delle Soft Machines

Con i sentimenti umani del sedicesimo secolo ci avviciniamo al seicento e a Cartesio, che vedeva gli esseri umani come macchine imbevute dell’essenza intellettuale concessa in dono dal divino. Gli animali erano mere macchine. A Port-Royal, i Cartesiani facevano a pezzi creature ancora vive con grande fervore e, nelle parole dei biografi di Cartesio, ‘tiravano calci ai loro cani e sezionavano i gatti senza nessuna pietà, facendosi beffe di ogni forma di compassione e definendo le loro urla come il rumore di un meccanismo in rodaggio.’


L’industria della macelleria è sempre stata in apparenza decisamente Cartesiana, per ovvie ragioni. ‘La scrofa d’allevamento’, scrisse sul finire degli anni ’70 sul National Hog Farmer un dirigente del Wall’s Meat Co., ‘dovrebbe essere considerata e trattata come parte di un meccanismo di grande valore la cui funzione è quella di sputar fuori maiali come fosse una macchina per fare salsicce.’ [8]

Come Cristiano anche tu avresti concluso, con Cartesio, che gli animali non soffrono, che le loro urla non hanno conseguenze maggiori della rottura della molla a scatto di un orologio, oppure avresti riconosciuto in Dio un piano più profondo, difficile da comprendere per gli uomini. John Wesley, il teologo Metodista, pensava che la sofferenza degli animali offrisse ‘un’obiezione plausibile alla giustizia di Dio, per via delle tribolazioni di innumerevoli creature che non hanno commesso alcun peccato che le induca ad essere punite in modo così severo.’ La risposta di Wesley era una sorta di metempsicosi Pitagorica, perché al suono della tromba del giudizio universale risorgeranno forniti dell’intelligenza umana e, così dotati, godranno di vita eterna. [9]

Ma per i Cristiani il testo centrale resta l’editto contenuto nella Genesi, insieme all’ingiunzione divina rivolta a San Pietro, di uccidere e mangiare con la benedizione di Dio. San Francesco d’Assisi può aver avuto un forte rapporto con gli uccelli dell’aria, ma nel Nuovo Mondo i Francescani, i Gesuiti e i Domenicani aprirono la strada all’allevamento di bestiame. [10] Nel 1638 i Gesuiti abbandonarono una missione ad est del Rio Plata, in quello che oggi si chiama Uruguay, lasciandosi alle spalle cinquemila capi di bestiame. Queste ed altre mandrie si moltiplicarono ad un ritmo sbalorditivo. Nel 1700, Felix de Azara dichiarò che il bestiame, nel territorio che oggi fa capo all’Argentina, all’Uruguay e al Paraguay, ammontava a 48 milioni di capi, molti dei quali selvaggi.[11]

Più a nord, questi ordini religiosi fondarono dei ranches nell’isola di Marajo, che si trova sulla foce del Rio delle Amazzoni, a Sonora, in Texas e nell’Alta California. All’inizio del diciannovesimo secolo le mandrie delle missioni in Alta California furono stimate per un numero che va dai 200.000 ai 400.000 buoi dalle corna lunghe di origine spagnola, padri delle gigantesche mandrie poi condotte verso l’inferno dei ‘Chicago stockyards’. [12]

I Cristiani non sono soggetti ad alcuna sanzione sul regime dietetico che impedisca loro di cibarsi della carne di creature che non siano esseri umani. I numerosi giorni – specialmente i Venerdì del vecchio Calendario Cattolico Romano – in cui era vietato consumare carne, avevano funzione penitenziale. Lo stesso per la Quaresima. Contrariamente alla credenza comune, gli Indù non possiedono alcuna interdizione religiosa che impedisca loro di mangiare carne. Come nell’Utopia di More, tutto fa riferimento alla casta di appartenenza, con Bramini (intellettuali e sacerdoti) e Vaisyas (mercanti) che considerano il fatto di mangiare carne come prerogativa degli Kshatriyas (guerrieri) e Sudras (braccianti). La concia e la macellazione vengono effettuate dagli Intoccabili. I bramini vedono il fatto di mangiare carne come qualcosa di sporco, e nella società Induista, il passaggio da una casta ad un’altra si esprime smettendo di mangiare carne e diventando vegetariani.

Molti Cristiani moderni non si curano molto delle prescrizioni contenute nella Genesi e usano lo stesso linguaggio usato da un Vescovo di Durham riferendosi alla Resurrezione: è stato tutto uno stare in ansia per un mucchio d’ossa vecchie. (Dio rispose colpendo la Cattedrale di Durham con una fulmine.) Ma la teologia è ancora forte. In un’autorevole saggio pubblicato nel 1967, ‘The Roots of Our Ecologic Crisis’, Lynn White Jr. ha preso in esame i versi della Genesi 1:26-28 che trattano il dominio dell’uomo sulla terra, concludendo che ‘continueremo ad avere una crisi ecologica degenerativa finché non rifiuteremo l’assioma Cristiano secondo cui la natura non ha alcuna ragione di esistere se non per servire l’uomo.’

Un Paradiso Terrestre

Così fu lanciato il guanto della sfida. Nel 1991, sembra sia stato raccolto dal nostro Deputato Bill Dannemeyer, mentre parlava ad una folla di uomini d’affari all’Eureka Inn, ad Eureka, nord California, che si trova a circa due ore di cammino più a nord di dove vivo io. ‘Dovremmo capire,’ disse Dannemeyer alla folla, ‘che questo partito ambientalista ha tra i suoi obiettivi la missione di cambiare questa società, di adorare la creazione piuttosto che il creatore. Dovete capire la loro teologia. Non posso provarlo attraverso un’analisi empirica, ma la mia reazione viscerale alle loro considerazioni è semplicemente questa: se vai avanti nella vita e non credi nell’al di là e tutto ciò che oggi vedi di fronte a te sono gli alberi e gli uccelli…se nessuno inizia a distruggere queste cose, puoi esserne felice perché è tutto il tuo mondo. Ed è qui che inizia l’attivismo.’

Cinque anni dopo, ad un raduno di appassionati di armi da fuoco, fuori Detroit, ho sentito simili esecrazioni contro gli ambientalisti perché preferiscono i topi agli esseri umani, più un attacco furioso a Jeremy Bentham, l’utilitarista inglese del diciottesimo secolo che, nella sua Introduction to Principles of Morals and Legislation, pubblicata nel 1780, dichiarò notoriamente che gli animali hanno dei diritti e che ‘la domanda non è se possono ragionare, e nemmeno se possono La domanda da porsi è possono soffrire?’ Bentham tracciò paragoni espliciti tra i diritti degli animali e quelli degli schiavi, equiparando la causa degli abolizionisti che lottavano contro lo schiavismo, a quella di coloro che lottavano per i diritti degli animali. Alludendo al Francese Code Noir del 1685, che regolava lo status degli schiavi delle Indie Occidentali e proibiva la loro uccisione da parte dei padroni, Bentham espresse la speranza che anche gli animali venissero salvati dai loro torturatori e che un giorno ‘il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’osso sacro (os sacrum)’ non siano ragioni sufficienti per dar vita a maltrattamenti. Subito dopo la seconda guerra Mondiale Bertrand Russell scrisse:

Se l’uomo si fosse evoluto passando da uno stadio all’altro ad una velocità così bassa da rendere alquanto difficoltosa la classificazione di un essere come umano o meno, sorgerebbe spontanea la domanda: a quale stadio dell’evoluzione l’uomo, o i suoi antenati semi-umani, iniziano ad essere uguali?…Un sostenitore dell’evoluzione potrebbe sostenere che non solo la dottrina dell’uguaglianza di tutti gli uomini, ma anche quella riguardante i diritti degli uomini, deve essere condannata come innaturale, perché presuppone una distinzione troppo enfatica tra uomini ed altri animali. [13]

Nel suo meraviglioso libro sulla caccia, A View to a Death in the Morning,,
Matt Cartmill cita Russell sulla ‘distinzione troppo enfatica tra uomini ed altri animali’ e quindi propone questo congedo come chiusura degli accordi del Dio della Genesi:


La nostra cultura si offre di giustificare quella [troppo enfatica] distinzione vedendo gli esseri umani come separati dalla natura e naturalmente superiori ad essa. Allo stesso tempo, tuttavia, consideriamo l’ordine naturale come sacro e creiamo congegni elaborati per proteggerlo dall’intervento umano. Sebbene delle sottoculture differenti pongono accenti diversi su questi due punti di vista, probabilmente la maggior parte di noi approverebbe in parte entrambe. Ma è ovvio che non stanno bene insieme. La nostra concezione della natura come divina schiava dell’uomo è sia incoerente che disonesta, come il concetto patriarcale Vittoriano che vedeva la Donna come una sorta di oggetto angelico.

L’Incoerenza e la disonestà insita all’ideologia Vittoriana, alla fine fu corretta attraverso il riconoscimento del fatto che le similitudini tra padrone e oggetto erano più importanti, dal punto di vista politico e morale, delle differenze. Siccome fu provato che non esistevano differenze morali interessanti tra uomini e donne, il solo modo in cui gli uomini potevano preservare il rispetto di se stessi e la loro integrità, era quello di estendere la cittadinanza alle donne. Lo stesso valeva per padroni e schiavi, per bianchi e neri. In ognuno di questi casi, bisognava abbattere una linea di confine tra i diversi status sociali, che era molto marcata proprio perchè intellettualmente insostenibile. E se il confine cognitivo tra uomo e animale, tra il mondo della storia e il mondo della natura, è parimenti indifendibile, non possiamo difendere la dignità umana senza estendere una sorta di cittadinanza al resto della natura – che significa smettere di trattare il mondo non-umano come una serie di mezzi atti a raggiungere finalità proprie degli esseri umani.

CONTINUA

Alexander Cockburn
Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/cockburn08162005.html
16.09.05

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MONIA

Questo saggio è tratto da Dead Meat, con la testimonianza di Sue Coe, sotto forma di illustrazioni e diari riguardanti i mattatoi degli Stati Uniti. Dead Meat è pubblicato da Four Walls Eight Windows Press, a New York, e le immaginii in esso contenute si trovano alla St. Etienne Gallery, 20 West 57th St, New York.

Note

[1] Secondo la parola di dio fu colpa dell’Uomo e della Donna. Egli progettò un mondo vegetariano poi i padri fondatori esercitando il loro libero arbitrio rovinarono tutto, e le creature incominciarono a mangiarsi l’un l’altra. ‘Il vegetarianismo fu incoraggiato anche dal precetto Cristiano, perché tutti i teologi sostenevano che in origine l’uomo non era carnivoro…Molti studiosi della Bibbia hanno affermato che fu solo dopo il diluvio che gli esseri umani divennero carnivori; nel periodo di disorientamento che seguì la caduta rimasero erbivori. Altri, notando che Abele era un guardiano di gregge, hanno suggerito che sia stata la Caduta ad inaugurare l’errore carnivoro, e che la libertà di mangiare carne che Dio diede a Noe fu semplicemente il rinnovo di un permesso dato in precedenza. Gli studiosi si sono chiesti come mai sia stato permesso all’uomo di mangiare carne, se fu perché la sua costituzione fisica era ormai degenerata e richiedeva quindi nuove forme di nutrimento, o se fu perché la coltivazione della terra a cui era stato condannato esigeva un tipo di alimentazione che fornisse maggior vigore, oppure, se fu perché i frutti e le erbe di cui di era cibato nell’Eden avevano ormai perduto la loro santità originaria. Tutti hanno comunque convenuto che il mangiare carne abbia simbolizzato la caduta dell’uomo. ‘Dio ci ha permesso di togliere la vita alle creature a noi vicine e di mangiare la loro carne,’ scrisse Richard Baxter nel 1961, ‘per mostrare ciò che il peccato aveva portato nel mondo.’ La morte di animali selvatici al fine di supplire ai bisogni dell’uomo peccatore potrebbe anche essere visto come paradigma della Redenzione del Cristo.’ Keith Thomas, Man and the Natural World, New York 1983.

Stew Albert mi riferisce che l’interpretazione Ebraica più diffusa della Genesi è leggermente differente. In essa si sostiene che Dio ordinò agli uomini di non mangiare carne. E che quell’ordine fu ritirato solo dopo il grande diluvio. Non ci sono ragioni che spieghino perché Dio cambiò idea, ma secondo alcune teorie il diluvio fu una punizione divina perché gli esseri umani continuavano a combattere tra loro. Così Dio decise (come atto d’amore) che la seconda volta intorno agli esseri umani ci sarebbe stata una maggiore disponibilità di cibo, così avrebbero combattuto meno. Ovviamente, i mitici poteri di prescienza di Dio vacillarono su questo punto. Di certo, alla fine le tribù Israelite impararono che non gli era permesso di mangiare tutta la carne e tutto il cibo del mare. Ma questo avvenne più tardi.

[2] L’uomo è ‘quella cosa,’ scrisse Francis Bacon in The Wisdom of the Ancients, dove, all’inizio del 1600, esponeva i suoi principi di indagine scientifica, ‘su cui tutto il mondo converge, rispetto agli intenti finali; di modo che se egli si trovasse altrove, tutte le altre cose vagherebbero fluttuanti senza intento né fine, o diverrebbero completamente sconnesse, fuori da ogni sistema; perché tutte le cose sono state create per servire l’uomo, ed egli trae giovamento e beneficio da esse tutte…cosicché tutto in natura sembra fatto non per se stesso, ma per l’uomo.’ Secondo Bacon, la caduta ha posto fine alla sovranità dell’uomo sulla natura; e il vero scopo di ogni scienza è quello di restaurare il dominio antecedente il peccato; nel Novum Organum egli sostiene infatti che il vero intento della scienza è di ‘estendere il più possibile i limiti del potere e della grandezza dell’uomo,’ e di concedergli ‘infinite comodità’. Tyson o Purdue dovrebbero tenere il ritratto di Bacon in ogni stalla per polli. Sempre pronto ad individuare ogni possibile vantaggio che l’uomo avesse potuto trarre dalla natura, nei primi mesi di primavera Inglese del 1626, Bacon era in viaggio con la sua carrozza quando la sua mente fu attraversata dall’idea di fare degli esperimenti con i polli congelati. Fermò la carrozza, scese, comprò un pollo e lo imbottì di neve, contraendo quel raffreddore che lo portò alla morte poche settimane più tardi, mentre si trovava nella casa di Lord Arundel.

Bacon trattò la vivisezione in termini alquanto misurati: ‘Continuare tale ricerca, riguardante animali perfetti, e concernente l’asportazione del feto dall’utero, sarebbe troppo disumano, tranne quando viene offerta l’opportunità di farlo a causa dell’ aborto, della caccia e simili. Dovrebbe quindi esserci una sorta di sentinella notturna a vigilare sulla natura, in quanto ella si mostra meglio di notte che di giorno. Poiché questi, possono essere considerati degli studi notturni per via della piccolezza della candela e del suo ardere continuo’. Novum Organum, Libro ii, 41. Ma mentre Bacon si trastullava con queste sottili sfumature, il suo dottore, William Harvey – che pure si prese cura di Arundel – era impegnato nella vivisezione. Bacon pubblicò il Novum Organum nel 1620. Harvey pubblicò il suo trattato sulla circolazione del sangue, De Motu Cordis et Sanguinis a Francoforte nel 1621. Iniziava con le parole, ‘Dopo aver sezionato tutti gli animali vivi a portata di mano…Prima di tutto, mi sono impegnato ad osservare come avrei potuto scoprire…’ Probabilmente parlò del suo lavoro con Bacon, che non si sentì tanto offeso da cambiare dottore.

Dall’altra parte, consideriamo lo straordinario passo sulla vivisezione, l’amnesia e il dolore, ‘Le Prix du Prográs’ in Dialectic of Enlightenment di Theodor Adorno e Max Horkheimer, Verso, London 1979 (presumibilmente qui è Adorno che scrive):

Una lettera scoperta recentemente, scritta dallo psicologo francese Pierre Flourens, che una volta godette della fama agrodolce che gli venne dall’essere eletto all’Accademia Francese in competizione con Victor Hugo, si legge il seguente sorprendente passaggio: ‘Non posso ancora accettare l’uso del cloroformio nelle pratiche chirurgiche generali. Come probabilmente già sai, ho dedicato un ampio studio a questa sostanza e sono stato uno dei primi a descrivere le sue specifiche proprietà sulla base degli esperimenti effettuati sugli animali. I miei dubbi sono fondati sul semplice fatto che le operazioni con cloroformio, e presumibilmente anche con le altre forme note di narcosi, hanno un successo illusorio. Queste sostanze agiscono esclusivamente su alcuni centri motori e della coordinazione e sulle residue capacità delle sostanze nervose. Sotto l’influenza del cloroformio, la sostanza nervosa perde una parte considerevole della sua capacità di assorbire tracce di impressioni, ma non perde il potere ricettivo in quanto tale. Al contrario, le mie osservazioni suggeriscono che insieme ad una generale paralisi dei nervi, il dolore viene percepito anche in maniera più acuta rispetto alle normali condizioni. Il pubblico è fuorviato dal fatto che dopo un’operazione il paziente è incapace di ricordare cosa ha provato. Se avessimo detto la verità ai nostri pazienti, è probabile che nessuno di loro avrebbe voluto farsi operare sotto l’effetto del cloroformio, mentre invece tutti insistono sul suo uso perché abbiamo avvolto la verità nel silenzio. ‘Ma a parte il fatto che il solo vantaggio, per altro discutibile, consiste in una temporanea perdita di memoria che copre la durata dell’intervento chirurgico, credo che l’uso prolungato di questa sostanza implichi un altro serio rischio. Con la crescente superficialità nella formazione accademica generale dei nostri dottori, l’uso illimitato di cloroformio potrebbe incoraggiare i chirurghi a portare a termine interventi sempre più complessi e difficili. Invece di usare questi metodi sugli animali nell’interesse della ricerca, i nostri pazienti si trasformeranno in fiduciosi porcellini d’India. È possibile che l’impulso di dolore, che per sua specifica natura può anche andare oltre tutte le percezioni conosciute di questo tipo, produca nel paziente danni psichici permanenti o perfino una morte dolorosa e indescrivibile sotto l’effetto dei narcotici; e le esatte caratteristiche di questa morte rimarrebbero nascoste ai parenti del paziente e al mondo intero. Non sarebbe un prezzo troppo alto da pagare in nome del progresso? Se Flourens avesse avuto ragione su questo punto, i sentieri oscuri dell’ordine divino del mondo sarebbero stati giustificati da tempo. L’animale sarebbe stato vendicato attraverso la sofferenza dei suoi esecutori: ogni operazione sarebbe stata una vivisezione. Sarebbe quindi sorto il sospetto che il nostro rapporto con gli uomini e con la creazione in generale fosse come il nostro rapporto con noi stessi dopo un’operazione-oblio della sofferenza. A livello cognitivo il gap tra noi e gli altri era come il tempo tra il nostro presente e la sofferenza passata; una barriera insormontabile. Ma il perenne dominio sulla natura, le tecniche mediche e non-mediche, sono rese possibili solo attraverso il processo di dimenticanza. La perdita di memoria è una condizione trascendentale per la scienza. Ogni tentativo di obiettività è una dimenticanza.

Nonostante queste osservazioni ammirevoli Adorno e Horkheimer non sembrano aver avuto molta empatia con gli animali, se ‘Man and Animal’ – che sta qualche pagina dopo nel libro – non contiene nulla in merito che sia degno di nota. Il trafiletto di Walter Benjamin su ‘Gloves’ in One-Way Street, Verso, Londra 1979, esprime una revulsione positiva nei confronti degli animali. Come Adorno e Horkheimer, era più portato per parlare di dominio che di affinità.

[3] C.S. Lewis, The Problem of Pain, New York 1962. Citato in Matt Cartmill, A View to a Death in the Morning: Hunting and Nature through History, New Haven 1993. Cristiani e Marxisti si stringono la mano su questa questione. Cartmill scrive che negli anni 30 ‘alcuni filosofi marxisti… sostenevano che fosse giunta l’ora di porre fine alla natura, che tutti gli animali e le piante che non servissero a nessun scopo umano, dovessero essere sterminati.’

[4] Lo Storico Geoffrey de Ste. Croix dichiarò di non essere a conoscenza di nessuna condanna generale della schiavitù da parte dei Cristiani prima della petizione dei Mennoniti di Germantown, in Pennsylvania nel 1688; e i Mennoniti erano stati fondati da un Anabattista, il cui atteggiamento nei confronti della proprietà era in apparenza comunista. Vedi G.E.M. de Ste. Croix, The Class Struggle in the Ancient Greek World. London 1981.

[5] ‘La presunzione è la nostra malattia primordiale e naturale. L’uomo è la creatura più vulnerabile e debole, e allo stesso tempo il più arrogante. Egli sente e vede se stesso come allocato qui, tra il fango e il letame del mondo, inchiodato e bloccato a ciò che c’è di peggio, alla parte più stagnante e priva di vita dell’universo, alla più volgare storia della casa e il più lontano possibile dalla volta celeste; insieme agli animali che sono nella peggiore delle tre condizioni [ovvero quelli che camminano, quelli che volano e quelli che nuotano], e nella sua immaginazione egli va avanti seminando se stesso sulla sfera lunare, portando il cielo sotto i suoi piedi. È attraverso la vanità di fantasie come questa che si equipara a Dio, attribuisce a se stesso caratteristiche divine, si distingue e si separa dall’orda delle altre creature, recide ciò che ha in comune coi suoi compagni animali per ridistribuire loro tali caratteristiche sotto forma di facoltà e poteri, nel modo a lui più vantaggioso. Ma come può, con la forza della sua intelligenza, conoscere le segrete emozioni interiori degli animali? Attraverso quale paragone tra noi e loro riesce a desumere la stupidità che gli attribuisce?’ Qualche anno dopo, ampliando il suo saggio, Montaigne aggiunse al paragrafo appena riportato, la famosa frase ‘Quando gioco con la mia gatta, chissà se io non sia per lei un passatempo più di quanto lei lo sia per me?’ Da ‘Apology for Raymond Sebond,’ The Complete Essays of Montaigne, tradotti da Donald M. Frame, Stanford 1965.

[6] Verso la metà del sedicesimo secolo, Giovanni Battista Gelli, uno studioso Fiorentino, stava scrivendo
Circe, un dialogo in cui la maga del titolo, dice ad Ulisse che farà in modo che gli animali, frutto del suo incantesimo, tornino ad avere le sembianze del suo equipaggio, solo se lui rispetterà il loro accordo. Gli animali non sono convinti. Voi uomini, la femmina di coniglio risponde all’invito di Ulisse di riprendere le sembianze di una donna, ‘fate di noi delle mere serve e schiave…Tra gli animali, qualsiasi animale tu voglia prendere in considerazione, le femmine prendono parte ai piaceri e ai divertimenti alla pari dei maschi.’ Solo uno, un elefante, fa il viaggio di ritorno e grida trionfante, ‘Che meravigliosa sensazione essere uomo!’ Ma era un filosofo. R. Adams, ed., The Circe of Signior Giovanni Battista Gelli, Ithaca 1991. Citato in Matt Cartmill, A View to a Death in the Morning.

[7] Sir Thomas More, Utopia, edito da Edward Sturz, Yale 1964. Keith Thomas parla della leggenda dell’esclusione dei macellai dai comitati giudicatori in Man and the Natural World.

[8] Citato in Animal Factories di Jim Mason e Peter Singer, New York 1990.

[9] Vedi Cartmill, A View to a Death in the Morning. Questo concetto promosso nel diciottesimo secolo fu ripreso da un biologo Francese, Charles Bonnet, che pensava che l’uomo alla fine si sarebbe spostato ‘in una nuova dimora, più adatta alla sue facoltà superiori’, e per questo motivo gli animali sarebbero stati innalzati a rango superiore: ‘In questo recupero degli animali, si potrà trovare un Leibniz o un Newton tra le scimmie o gli elefanti, un Perrault o un Vauban tra i castori.’

[10] Tra il quindicesimo e il diciottesimo secolo, i Cristiani furono profondamente coinvolti nello sviluppo del commercio degli schiavi, perché la schiavitù poteva essere il preludio alla conversione; proprio come gli ‘Indiani Cristiani’,nelle fattorie Californiane gestite dai Francescani, presero a bordo insieme alle loro cotolette anche la grazia spirituale. I vaqueros, che si prendevano cura delle mandrie del West, potevano forse far risalire alcune delle loro abilità in parte dai mandriani Andalusi e in parte dai Fulani dell’Africa Occidentale dell’era pre-Colombiana, alcuni dei quali potrebbero essere stati portati in Spagna come schiavi. Vedi Terry Jordan, North American Cattle-Ranching Frontiers, Albuquerque 1993.

[11] Alfred Crosby, Ecological Imperialism: The Biological Expansion of Europe, 900-1900, Cambridge 1986.

[12] Vedi Terry Jordan, North American Cattle Ranching Frontiers. Jordan suggerisce ciò nel contesto dei suoi studi, secondo cui, i cowboys di origine Africana erano estremamente rari sulle frontiere del bestiame del West.

[13] Bertrand Russell, A History of Western Philosophy, New York 1945.

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Pubblicato da Davide