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UN VOTO DI RAZZA, UN VOTO DI CLASSE

DI ULISSE

Il voto americano non e’ stato un voto per la conservazione di valori morali, ma per la conservazione della gerarchia socioeconomica.
I cartogrammi della distribuzione del voto per contea nelle elezioni presidenziali americane del 2 novembre ( vedi http://www.rekombinant.org/article.php?sid=2462) mostrano una realta’ molto piu’ sfumata e complessa della rappresentazione offerta dai media: il paese non e’ diviso geograficamente in maniera netta tra stati ‘costieri’ (oceanici e lacustri, per cosi’ dire) democratici e stati interni e del sud repubblicani. Esistono enclave democratiche negli stati repubblicani (dallas, memphis, montgomery, st. louis) e enclave repubblicane negli stati ‘costieri’ democratici (le ricchissime e istruitissime contee di ventura e orange in california). .

E’ bene osservare che la rappresentazione del Sud come di un’area indistintamente arretrata sia assolutamente fuorviante. In questa parte del paese ( nel sud ovest, nevada, new mexico, arizona e texas, e nel sudest, georgia e florida) si trovano da molti anni alcuni tra gli stati economicamente piu’ dinamici, come indirettamente indicato, tra l’altro, dalla loro continua crescita demografica. Non mancano neanche eccellenti universita’, pubbliche e private (Rice, UT Austin, Emory, Georgiatech, Vandebilt, etc.). Non e’ certo un caso che dalla vittoria di Nixon nel 1968 gli Stati Uniti abbiano sempre eletto presidenti di quella regione.

come sono andate le cose?

sul los angeles times (http://www.latimes.com/news/opinion/sunday/commentary/la-oe-wilentz7nov07,1,893828.story?coll=la-sunday-commentary), Sean Wilentz, storico della Princeton University, offre finalmente una lettura dei risultati non metafisica dei risultati: non metafisica, perche’ non immagina una fantapolitica discrasia tra interessi materiali e valori morali e perche’ legge i recenti risultati nella quadro della storia della societa’ americana.

Wilentz osserva come la vera contrapposizione si manifesti tra le aree urbane etnicamente miste e le aree non urbane (suburbane, exurbane e rurali) etnicamente ‘pure’, cioe’, generalmente, bianche.

Negli stati in cui la maggior parte della popolazione vive nelle citta’ hanno vinto i democratici, negli altri i repubblicani. Negli stati ‘costieri’ (marini e lacustri) sono le grandi contee urbane etnicamente miste di Brooklyn, Alameda (Oakland ), Queens, Los Angeles, Philadelphia e Cook (Chicago citta’) quelle nelle quali John Kerry ha vinto con un vantaggio di centinaia di migliaia di voti. i ricchi quartieri bianchi delle contee di manhattan e san francisco, che contano in tutto ottocentomila elettori, hanno avuto un ruolo complessivamente marginale.

Come in questi anni ci ha spiegato Mike Davis (‘La citta’ di quarzo’, ma anche i saggi raccolti in ‘Dead Cities’), la contrivoluzione conservatrice repubblicana si e’ manifestata innazitutto nel fenomeno della cosidetta ‘white flight’, cioe’ nella progressiva fuga dalle aree urbane della classe media bianca benestante ed istruita, che non ha digerito di versare tasse per pagare servizi di cui cominciavano a godere anche i neri e gli ispanici: racial politics coded as fiscal populism, per usare la memorabile espressione sempre di Mike Davis. i quartieri residenziali suburbani, e oggi exurbani, abitati da benestanti professionisti, e non le aree rurali, sono le vere roccaforti del partito repubblicano.

A partire dalla fine degli anni sessanta, sotto la presidenza Nixon, le citta’ americane sono state lasciate cadere in rovina . Come ha scritto la storica Elaine Tyler May (“Homeward Bound: American Families in the Cold War Era “, New York, 1988), ‘Suburbia would serve as a bulwark against communism and class conflict, for according to the widely shared belief articulated by Nixon, it offered a piece of the American dream for everyone’ (trad.: i quartieri residenziali suburbani avrebbero svolto la funzione di baluardo contro il comunismo e la lotta di classe, perche’, secondo l’opinione diffusa espressa in maniera esplita ed efficace da Nixon, offrivano a tutti un pezzo del sogno americano’), dove tutti significa rigorosamente bianchi.

Secondo gli exit polls, il 58& degli elettori bianchi, pari al 77% degli elettori effettivi, avrebbe votato bush. L’elettorato di bush e’ costituito all’86% da elettori bianchi, quello di kerry al 65%.

Il voto americano non e’ stato un voto per la conservazione di valori morali, ma per la conservazione della gerarchia socioeconomica esistente (dei privilegi dei bianchi su afroamericani e ispanici), di cui, nel discorso politico americano, i ‘valori’ sono le parole in codice . I poveri sono andati a votare proporzionalmente meno dei ricchi. Non deve sorprendere, che, dimenticati dal partito democratico, i cittadini che se la passano male o malissimo abbiano votato in parte (ma, comunque, non in maggioranza) per un presidente, che, difendendo la supremazia e i privilegi degli Stati Uniti nei confronti resto del mondo, fara’ forse, comunque, arrivare loro qualche briciola.

Ulisse
Fonte:http://www.rekombinant.org/
12.11.04

Pubblicato da Davide