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UN PONTE DI GUERRA

DI ANTONIO MAZZEO
Rekombinant

Opporsi alla realizzazione del Ponte sullo Stretto non risponde solo a obiettivi di difesa del territorio e dell’ambiente o di lotta ai modelli socioeconomici e trasportistici di stampo neoliberista. Attorno al progetto ruotano infatti gli interessi dei Signori delle guerre che insanguinano il pianeta. A promuovere il Ponte c’è il capitale transnazionale che controlla l’industria bellica e le imprese impegnate nelle costruzione delle basi militari. L’eventuale costruzione del Ponte sarà inoltre l’occasione per dare impulso ai processi di militarizzazione del Sud Italia.

Verso la militarizzazione dello Stretto di Messina

Intervenendo ad un convegno pro-Ponte organizzato nel 2005 dalla CISL, l’allora presidente della Commissione parlamentare antimafia, sen. Roberto Centaro (AN), si soffermava sui rischi d’infiltrazione mafiosa nella gestione degli appalti per la realizzazione dell’opera, preannunciando le “contromisure” che il governo intendeva adottare.
“I servizi segreti saranno operativi – ha affermato Centaro – e se necessario non si esiterà ad attuare un’operazione sullo stile dei Vespri Siciliani, anche se rinunciare alla militarizzazione sarebbe una prova di forza da parte delle istituzioni”.
Uomini dei servizi e militari dunque per presidiare i cantieri del Ponte sullo Stretto, in una riproposizione della sventurata stagione post-stragista del 1992, quando l’allora governo Amato inviò in Sicilia i reparti dell’Esercito del Centro-Nord per presidiare strade, porti, ponti, infrastrutture produttive, finanche abitazioni private. Un’operazione di “controllo del territorio” che contribuì al processo di militarizzazione dell’isola fornendo un’occasione unica e irripetibile alle forze armate per sperimentare ruoli di controllo “interno” e di “ordine pubblico”, funzioni poi esportate nei principali scacchieri di guerra, dalla Somalia alla ex Jugoslavia, sino alle recenti missioni in Afghanistan ed Iraq.(1 )


Per assicurare la “pax sociale” nell’area dello Stretto di Messina, il nuovo governo Berlusconi si avvarrà così dello strumento predisposto dal ministro Ignazio la Russa (AN), quei 3.000 volontari super specializzati delle forze armate pronti a presidiare i “punti sensibili” del territorio nazionale (discariche e megainceneritori, vecchie e nuove centrali nucleari, cantieri delle grandi opere, ecc.).

Meno noto ma certamente più costoso sarà invece il dispositivo armamentistico che dovrà essere predisposto per la difesa vera e propria della megainfrastruttura.
Come denunciato da anni dai pacifisti locali, l’eventuale realizzazione del Ponte di Messina genererà una vera e propria rivoluzione dell’assetto militare nel Mezzogiorno d’Italia.

Nella seconda metà degli anni ’80, il ministero della Difesa presentò un rapporto segreto (denominato “Coefficiente D”), in cui venivano analizzati gli interventi necessari per un eventuale utilizzo dell’infrastruttura per esigenze di tipo militare e per assicurare la protezione del manufatto in caso di crisi internazionale, minacce terroristiche o di vero e proprio conflitto armato. Sin da allora il tema della “difesa del ponte” apparve agli strateghi uno dei problemi più complessi da affrontare. Il generale Gualtiero Corsini, in un suo intervento su una rivista specializzata delle forze armate, parlò di “grossi problemi di vulnerabilità del ponte”, data la sua sovraesposizione “ad ogni tipo di attacco con navi, aerei o missili”. Secondo il generale Corsini, il ponte sullo Stretto era destinato a diventare “punto sensibile di dimensione strategica probabilmente non comparabile con alcun altro obiettivo esistente in Italia”.
“Il risultato di un’azione offensiva contro una tale opera – aggiungeva il militare – sarebbe in ogni caso “eccezionale” specie per i contenuti di “simbolo”, politici e psicologici, che un attentato all’infrastruttura verrebbero ad assumere”.
Osservazioni quasi profetiche, considerando gli scenari internazionali apertisi dopo l’11 settembre 2001 con l’attacco aereo alle Torre Gemelle di New York.

Nel suo intervento il generale Corsini non si sbilanciava a quantificare gli oneri finanziari per la difesa militare del Ponte, anche se li definiva “altissimi” in quanto si sarebbero dovuti approntare “una molteplicità di sistemi aerei, missilistici e artigliereschi con base a terra e su mezzi navali”. (2)

Contemporaneamente all’inizio dei lavori per il Ponte sullo Stretto e allo sbarco dei nuovi “Vespri Siciliani” è dunque ipotizzabile l’installazione di sistemi di missili terra-aria tra Scilla e Cariddi, l’utilizzo degli scali “civili” di Reggio Calabria e Lamezia Terme per il rischiaramento di cacciaintercettori e bombardieri, l’ennesimo potenziamento della base aeronavale di Sigonella (dove stanno per giungere i velivoli senza pilota Global Hawk) e dei porti militari di Messina ed Augusta, la “cessione” alla NATO del porto di Gioia Tauro, la predisposizione di una “cintura navale” nel Basso Tirreno e nello Ionio magari utilizzando l’arcipelago delle Eolie ed i porti di Milazzo, Giardini-Naxos, Giarre-Riposto e Catania (come avvenuto durante le crisi USA-Libia e la prima Guerra del Golfo).(3)

Dalle basi Usa al Ponte

Analizzando alcune delle società impegnate nella progettazione e realizzazione della megaopera nello Stretto di Messina, è possibile individuare un ulteriore aspetto del rapporto Ponte-militarizzazione. Esse, infatti, sono contestualmente tra le protagoniste nella costruzione e ampliamento delle principali basi USA e NATO in Italia. E non solo.

Impregilo, ad esempio, capofila dell’associazione temporanea d’imprese general contractor per i lavori del Ponte, nel 2006 ha concluso i lavori di ammodernamento dell’aeroporto militare di Capodichino (Napoli), a disposizione delle forze aeree della US Navy e della NATO operanti nel Mediterraneo e nello scacchiere mediorientale. Sino al giugno del 2006, la stessa Impregilo, tramite la controllata Impregilo Edilizia e Servizi, deteneva il 60% delle quote sociali di “Gricignano 3”, società attiva nei servizi di facility management presso l’ospedale della Marina militare americana di Gricignano d’Aversa (Caserta).(4 )

Dalla Colombia al Guatemala, dalla Nigeria al Kurdistan, dal Lesotho all’Islanda, la società ha inoltre firmato alcune delle opere infrastrutturali più devastanti dal punto di vista ambientale e sociale.(5) Attualmente Impregilo è impegnata in Italia nel completamento di due tratte dell’Alta Velocità ferroviaria a maggiore impatto socioambientale, la Bologna-Firenze e la Novara-Milano, nonché nella costruzione del passante autostradale di Mestre.

In cordata con Impregilo per i lavori del Ponte c’è poi l’azienda leader della Lega delle Cooperative, la CMC – Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna, che arriverà nello Stretto con i manager ed i mezzi che operano ininterrottamente da dodici anni nella base nucleare di Sigonella, trampolino di lancio di tutte le operazioni di guerra degli Stati Uniti in Africa e Golfo Persico.

Lo scalo aeronavale di Sigonella sorge a pochi chilometri dalla città di Catania. La base è al centro di un vasto programma di potenziamento infrastrutturale. Nel gennaio 2008 si sono conclusi i lavori del cosiddetto “Mega IV Multiple Buildings Naval Air Station”, con la realizzazione di una scuola all’interno di NAS1 (la zona adibita a centro residenziale per i militari americani) e di altri sette edifici con varie destinazioni d’uso, prevalentemente uffici ed officine, nell’area operativa di NAS 2 (lo scalo aeroportuale con i depositi di armi e gli hangar per cacciabombardieri e pattugliatori). L’intero ammontare dei lavori, per un valore di 59,5 milioni di euro, sono stati appannaggio della CMC.

Nella base Sigonella, la cooperativa di Ravenna ha pure portato a termine le opere del Piano Mega III, finanziati nel 2001 dal Dipartimento della Marina degli Stati Uniti. Con il Mega III sono stati realizzati strade, parcheggi, piazze, aree attrezzate a verde, sei edifici polifunzionali, un centro commerciale ed un complesso sportivo e ricreativo per le truppe USA. Ancora più sostanzioso il valore di questo programma: alla CMC sono andati infatti 76,3 milioni di euro.
Altri 80 miliardi di vecchie lire erano finiti invece alla “coop” nel 1996 per il Piano Mega II (la realizzazione di alloggi per i sottufficiali americani ed altre sei palazzine adibite a uffici e centri operativi).

La cooperativa “rossa” compare poi nel consorzio che dovrà realizzare la galleria di circa 10 chilometri a Venaus, in Val di Susa, nell’ambito dei lavori per l’Alta Velocità ferroviaria Torino-Lione. E, come se non bastasse, nel marzo 2008 le forze armate USA hanno sottoscritto con la CMC un contratto per 245 milioni di euro per la costruzione delle infrastrutture che ospiteranno nell’aeroporto Dal Molin di Vicenza, i militari in forza alla 173^ Brigata Aerotrasportata dell’US Army, attualmente operativa dalle basi di Camp Ederle (Vicenza), Bamberg e Scweinfurt (Germania).(6 )
Al banchetto di guerra, la CMC di Ravenna parteciperà insieme al CCC – Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, il colosso della Lega delle Cooperative di cui la stessa CMC è socia. (7 )

Tornando in Sicilia, merita segnalare il ruolo pro-Ponte e pro-basi di importanti società di costruzioni locali. La Demoter di Messina, ad esempio, azienda leader nella movimentazione terra, affermatasi pure in Trentino Alto Adige, Toscana e Calabria, è stata la subappaltatrice del consorzio Ferrofir (Astaldi-Di Penta-Impregilo) nella realizzazione della lunga galleria dei Peloritani tra Villafranca Tirrena e Messina, predisposta in vista del costruendo passante ferroviario del Ponte sullo Stretto.

Nel maggio 2005, la Demoter ha inoltre rilevato gli ultimi lotti per il completamento, sulla A-20 Messina-Palermo, degli svincoli ai quartieri di Giostra e Annunziata, previsti come penetrazione autostradale verso Capo Peloro e la futura torre siciliana del Ponte. Per questi lavori, la Demoter si è associata con la veneta Cordioli e C. e con A.I.A. Costruzioni di Catania, società che ha realizzato un edificio “per la gestione delle munizioni” nella base aerea USA di Aviano, l’air terminal per passeggeri e merci della base NATO di Napoli Capodichino e alcuni alloggi per i militari statunitensi di stanza in quest’ultima infrastruttura militare.
L’A.I.A Costruzioni ha inoltre partecipato alla realizzazione del nuovo aeroporto di Catania Fontanossa (utilizzato periodicamente da velivoli militari delle forze armate italiane e statunitensi); dell’albergo “Navy Lodge”, dell’ospedale “Med-Dental” e di un complesso scolastico della base USA di Sigonella.

La società messinese Demoter ha pure eseguito lavori per 5,2 milioni di euro per il completamento del cosiddetto “Residence Mineo” che ospita, nel territorio dell’omonimo comune siciliano, quattrocento alloggi familiari per il personale americano in forza a Sigonella.
Si è trattato di un intervento realizzato per conto della Pizzarotti Parma, altro colosso italiano delle costruzioni che ha partecipato alla gara per il general contractor del Ponte in cordata con il gruppo Astaldi di Roma.

La stessa Pizzarotti ha realizzato in Sicilia il complesso “Belpasso Housing” che ospita 526 alloggi indipendenti per il personale USA di Sigonella. L’azienda di Parma è una dei maggiori leader nella realizzazione di basi militari in Italia. Nel 1979 le fu affidata la realizzazione di una serie di infrastrutture all’interno della Stazione aeronavale di Sigonella quando la base fu scelta dagli strateghi di Washington come baricentro dei nuovi piani di penetrazione militare nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente e come base avanzata in Europa della Rapid Deployment Force, la Forza d’Intervento Rapido delle forze armate USA. A metà anni ’80 la Pizzarotti ha poi partecipato alla costruzione di numerose infrastrutture nella base di Comiso (Ragusa), utilizzata dalla US Air Force per l’installazione di 112 missili a testata nucleare.(8 )

Più recentemente (anno 2003), il “Department of the US Navy” ha assegnato alla Pizzarotti i lavori di costruzione di un complesso di edifici da adibire a residenze per 300 marines, nella base di “Camp Ederle”, Vicenza, per un importo di oltre 20 milioni di euro. La società di Parma ha poi eseguito i lavori di ristrutturazione e di ampliamento delle banchine della base navale USA di Santo Stefano (arcipelago de La Maddalena), utilizzata sino a qualche tempo fa come base appoggio per i sottomarini nucleari i stanza nel Mediterraneo.

Un’altra partner d’Impregilo e CMC nella progettazione e costruzione del Ponte, Società Italiana per le Condotte d’Acqua, a fine anni ’80 partecipò ai lavori di realizzazione dello stabilimento Alenia Aeronautica di Nola (Caserta). Allora la società era di proprietà del gruppo IRI ed era presieduta dal generale Mario de Sena, ex comandante dell’Arma dei Carabinieri. Nel 1994 Condotte passò poi sotto il controllo di Iritecna che in quegli anni era pure azionista della Stretto di Messina Spa.(9)

Lo stabilimento Alenia di Nola è utilizzato oggi per la costruzione e l’assemblaggio di componenti destinati a velivoli civili e militari. L’attività produttiva di Alenia Aeronautica comprende, tra gli altri, il C-27J, aereo da trasporto tattico, o gli ATR42MP e ATR72ASW, velivoli appositamente sviluppati per missioni di pattugliamento marittimo. Alenia riveste inoltre un ruolo chiave in alcuni dei programmi militari internazionali più importanti, come l’Eurofighter Typhoon, il Joint Strike Fighter F-35 e il dimostratore UCAV europeo Neuron.

Mercanti di morte

Ancora meno noto come la Società Stretto di Messina, concessionaria pubblica per la realizzazione del Ponte, abbia avuto nel proprio consiglio d’amministrazione alcuni dei rappresentanti più significativi del complesso militare industriale italiano.

Giuseppe Zamberletti, Presidente della Stretto di Messina, è stato uno dei politici particolarmente attivi nella campagna orchestrata dalle grandi imprese militar-industriali per la modifica della legge 185 del 1990 che regola l’export di armi, a favore della piena “liberalizzazione” in materia. “Siamo contro le norme, introdotte dall’area parlamentare più utopistica e massimalista, realmente assurde, come quelle relative ai paesi in via di sviluppo”, ha dichiarato lo stesso Zamberletti, in occasione di un seminario organizzato nella primavera del 1999 dall’Istituto ricerche e informazioni difesa (Istrid), insieme alle maggiori aziende belliche nazionali.(10)

Il nome di Giuseppe Zamberletti fu inserito nella lista del governo ultraconservatore che doveva essere insediato dopo il cosiddetto “golpe bianco” dell’ex partigiano Edgardo Sogno, previsto per l’agosto 1974, al culmine di una lunga stagione di sangue e di bombe neofasciste. Il governissimo per la restaurazione dell’“ordine sociale”, il cui programma presentava sorprendenti analogie con il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli e della P2, prevedeva la presidenza di Randolfo Pacciardi, ministro della difesa Edgardo Sogno e dell’industria, appunto, Giuseppe Zamberletti.

Emmanuele Emanuele, sino all’aprile 2005 nel consiglio d’amministrazione della società concessionaria per il Ponte, è consigliere dell’Agusta S.p.A., una delle protagoniste del mercato mondiale degli elicotteri da guerra (un fatturato di oltre 2,5 miliardi di euro ed un portafoglio ordini per oltre 7,6 miliardi).
L’Agusta opera in joint venture con la britannica Westland ed è controllata da Finmeccanica, la holding a capitale pubblico che ha assorbito le maggiori aziende italiane operanti nel settore militare, aerospaziale e dell’energia nucleare. Oltre ad Agusta, Finmeccanica controlla Alenia Aeronautica, Selenia Communications, Ama, Aermacchi, Galileo Avionica, AnsaldoBreda ed Ansaldo Energia.

Casualità vuole che l’odierno presidente del consiglio d’amministrazione di Impregilo sia Massimo Ponzellini, manager cresciuto all’ombra dell’ex presidente del consiglio Romano Prodi. Dopo aver ricoperto l’incarico di direttore generale del centro studi Nomisma e dirigente superiore dell’IRI, Ponzellini passò a sedere nel consiglio d’amministrazione di Finmeccanica. Da vicepresidente della BEI (la Banca Europea per gli Investimenti), nel 2001 Massimo Ponzellini aveva espresso la disponibilità del suo istituto a “sostenere fino al 50% il finanziamento del Ponte sullo Stretto”.(11)

Amministratore delegato della holding di controllo del complesso militare industriale italiano è stato Alberto Lina, sino allo scorso anno amministratore delegato di Impregilo. Altro ex consigliere d’amministrazione di Finmeccanica è stato pure il dott. Pietro Ciucci, odierno amministratore delegato della Società Stretto di Messina, ma soprattutto presidente di ANAS, l’ente che è ormai l’azionista di riferimento della concessionaria pubblica per la realizzazione del Ponte.
Del Cda di Finmeccanica è stato pure membro il professor Ernesto Monti, presidente del Gruppo Astaldi, grande sconfitto nella gara per il general contractor del Ponte.

Del penultimo consiglio d’amministrazione della Stretto di Messina S.p.A., hanno fatto parte due uomini che ricopriranno poi un ruolo determinante nel cosiddetto processo di “ricostruzione” delle infrastrutture distrutte dai bombardamenti USA in Iraq: l’on. Vito Riggio, e l’ex manager Montedison, Lino Cardarelli.

Vito Riggio è uno dei consiglieri d’amministrazione del “Consorzio italiano infrastrutture e trasporti per l’Iraq”, con sede legale a Roma e soci ANAS, Ferrovie dello Stato, Italferr, Ente nazionale per l’aviazione civile ed ENAV.
Al consorzio è stata affidata l’attuazione del piano generale dei trasporti iracheno dalla CPA, l’Amministrazione della coalizione occupante (il governo provvisorio guidato dagli Stati Uniti e dagli “alleati”). Organo della CPA è il PMO (Program management office), l’organismo delle forze d’occupazione che coordina gli aspetti economici, finanziari e industriali della ricostruzione e di cui è stato nominato vicedirettore, appunto, Lino Cardarelli.

Transnazionali del Terrore

Il Program Management Office ha distribuito milioni di dollari ai general contractor chiamati alla ricostruzione di aeroporti, porti, reti stradali e infrastrutture petrolifere iracheni. Le società, ovviamente, sono in buona parte statunitensi; tra esse spiccano innanzitutto Bechtel, Luois Berger e Parsons, tutte concorrenti all’affare del Ponte sullo Stretto.

Bechtel è forse il maggior colosso militare-industriale-nucleare mondiale, ma esercita un ruolo predominante anche nel settore energetico, dei servizi e del controllo privato delle risorse idriche. Con sede a San Francisco (California) e un fatturato annuale di oltre 15.000 milioni di dollari, Bechtel è profondamente radicato nelle forze armate e nell’establishment politico repubblicano degli Stati Uniti. Il vice presidente di Bechtel Corporation, Jack Sheehan, è stato sino al 1998 generale dell’U.S. Marine Corps, e ha ricoperto pure l’incarico di responsabile del NATO’s Supreme Allied Commander Atlantic, e comandante in capo dell’U.S. Atlantic Command.
Del consiglio d’amministrazione di Bechtel ha fatto parte per un lungo periodo George Shultz, potente ex segretario di stato degli Stati Uniti d’America durante la presidenza di Richard Nixon. Consulente legale di Bechtel è stato pure l’ex segretario della difesa, Caspar Weinberg, mentre Kenneth Devis, odierno vicepresidente del gruppo californiano, ha occupato l’incarico di vicesegretario per l’Energia dell’amministrazione di Gorge Bush padre.
Gorge W. Bush figlio ha invece nominato il presidente del board esecutivo, Riley P. Bechtel, quale membro del proprio Consiglio di Presidenza per le Esportazioni.

Bechtel ha progettato il Canale della Manica, tra le realizzazioni più fallimentari della storia dei trasporti. La società, inoltre, è stata tra le prime nel 1997 ad offrire alla Stretto di Messina la disponibilità alla partecipazione progettuale ed esecutiva del Ponte; nello stesso anno i suoi manager incontravano a Messina i vertici della Società Stretto e l’allora presidente, oggi onorario, Nino Calarco.(12 )

Nonostante Bechtel International Inc. sia stata presente alla fase di pre-qualifica per l’individuazione del cosiddetto “Project Management Consultant” (PMC), che avrà il compito di svolgere le attività di controllo e verifica della progettazione definitiva, esecutiva e della realizzazione dell’opera da parte del Contraente Generale, il gruppo californiano non ha presentato un’offerta alla gara effettuata a fine 2005.
Probabilmente alcuni degli innumerevoli impegni assunti con l’amministrazione Bush avranno indotto il management della società a ritenere meno vantaggioso il rapporto costi-benefici del Ponte.

Bechtel, infatti, oltre a contratti per milioni di dollari in Iraq, è impegnata con la Lockheed Martin nel nuovo programma di potenziamento del sistema missilistico nucleare e di sorveglianza spaziale avviato nell’atollo Kwajalein (“Reagan Test Site”), Isole Marshall per conto dell’U.S. Army Space and Missile Defense Command. Altri appalti per circa 5 miliardi di dollari sono stati ottenuti dal Dipartimento per l’Energia degli Stati Uniti per sviluppare gli impianti di processamento di uranio per la fabbricazione di testate nucleari di Oak Ridge, Tennessee.
Bechtel Corporation gestisce inoltre la stazione per i test nucleari del Nevada, dove vengono eseguiti in profondità e con cadenza periodica i cosiddetti “esperimenti subcritici” (dal costo di circa 20 milioni di dollari l’uno).(13)

Anche il gruppo Louis Berger, società d’ingegneria con sede in New Jersey, ha concorso, senza successo, al bando di gara per il Project Management Consulting (PMC) del Ponte sullo Stretto. Oltre che in Iraq, Louis Berger è presente nella ricostruzione di importanti infrastrutture nell’Afghanistan sotto occupazione internazionale.

La gara per il PMC è stata invece vinta da Parsons Transportation Group che così seguirà la progettazione definitiva del Ponte sullo Stretto di Messina.
Colosso statunitense del settore d’ingegneria e costruzioni, Parsons ha sede a Pasadena (California) e filiali in oltre 80 paesi del mondo.

In Iraq, il Program Management Office della coalizione militare internazionale occupante, ha affidato al gruppo Parsons contratti per milioni di dollari per la ricostruzione di decine d’infrastrutture civili e militari. Parsons Transportation Group, che per il regime di Saddam Hussein aveva realizzato il ponte “14 luglio” sul Tigri e la megacentrale elettrica di alimentazione della città di Bagdad, nonché progettato la metropolitana sotterranea della capitale, è stato inoltre contrattato dal Corpo d’Ingegneria dell’Esercito USA per lo “sminamento e la distruzione di armi” ed il recupero delle maggiori reti petrolifere e dei gasdotti irakeni.
Per conto dell’US Air Force, il gruppo Parsons ha riabilitato le infrastrutture della base aerea di Taji, oggi una delle più importanti aree operative delle forze armate della coalizione alleata. La società statunitense è infine subappaltatrice del colosso Bechtel International Inc. per la realizzazione di un megaprogramma infrastrutturale (sistemi idrici, ospedali, centri educativi, caserme, stazioni di polizia e prigioni) coordinato dal PMO e finanziato in parte da USAID, l’agenzia di cooperazione USA.

In Iraq, contratti complessivi per 200 milioni di dollari sono finiti invece alle imprese italiane “amiche” del Ponte, principalmente Snamprogetti e Tecnimont (in gara per il Project Management Consultant dell’opera) e Techint della famiglia italo-argentina dei Rocca, a capo dell’impero internazionale dell’acciaio e azionista di riferimento di Impregilo sino alla primavera del 2007.

La stessa Impregilo continua ad aspirare ad importanti commesse civili nel martoriato paese arabo. La società di Sesto San Giovanni è del resto di casa nello scacchiere mediorientale: nel piccolo emirato di Abu Dhabi, Impregilo ha realizzato numerosi dissalatori e la più grande moschea del mondo.

Ancora ad Abu Dhabi, Giuseppe Zappia, l’imprenditore italo-canadese che avrebbe operato per conto di Cosa Nostra per finanziare il Ponte sullo Stretto, ha progettato un acquedotto di oltre 400 chilometri ed ottenuto ben otto contratti di costruzioni civili. Negli Emirati Arabi Zappia ha anche lavorato alla realizzazione di campi base utilizzati dalle forze armate USA per sferrare i suoi attacchi all’Iraq durante le due più recenti Guerre del Golfo.

Il Ponte è certamente un mostro del capitalismo senza alcuna parvenza umana.

Antonio Mazzeo
Fonte: http://www.rekombinant.org/
Link: http://liste.rekombinant.org/wws/arc/rekombinant/2008-06/msg00063.html
22.06.08

Note

1 A. Mangano, A. Mazzeo, Il mostro sullo Stretto. Sette ottimi motivi per non costruire il Ponte, Edizioni Punto L, Ragusa, 2006, p. 91.
2 Cfr. G. Messina “Quale difesa per il ponte”, Giornale di Sicilia, 1 aprile 1988.
3 A. Mazzeo, “Forze armate missili e 007 a difesa Ponte sullo Stretto”, www.terrelibere.org./noponte/oss.php, 21 novembre 2004.
4 Impregilo ha inoltre concorso, senza fortuna, alle diverse gare d’appalto indette dal Dipartimento della Difesa USA per il potenziamento dello scalo aeronavale di Sigonella (Sicilia).
5 A. Mazzeo, A. Trifirò, Colombia. Conflitto armato, ruolo delle multinazionali, violazione dei diritti indigeni, Palombi Editore, Roma, 2001.
6 K. Harris, “U.S. awards Dal Molin construction contract”, Stars and Stripes, European edition, March 30, 2008.
7 Il Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna ha partecipato alla gara preliminare per il general contractor del Ponte sullo Stretto in cordata con il gruppo Astaldi di Roma, e dunque come avversaria della “socia” CMC. Inverosimilmente, la cooperativa bolognese si ritirò però alla vigilia dell’apertura delle buste di gara, dopo che il sito Terrelibere.org, il WWF e la parlamentare verde Anna Donati avevano ipotizzato la violazione delle normative in materia di appalti che escludono espressamente la partecipazione ad una gara di imprese che “si trovino fra di loro in una delle situazioni di controllo”.
8 A. Mazzeo, La Mega Sigonella, paper, Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, Catania, maggio 2004.
9 Tre anni più tardi la Società Italiana per le Condotte d’Acqua fu definitivamente acquisita dalla finanziaria Ferfina della famiglia Bruno.
10 G. Meroni, “La lobby italiana delle armi”, Vita Magazine, 14 gennaio 2005.
11 Il Sole 24 Ore, 20 aprile 2001.
12 Nino Calarco è anche direttore della Gazzetta del Sud, il principale quotidiano in Calabria e nella provincia di Messina, caratterizzatosi come principale portavoce dei “Signori del Ponte”.
13 Relativamente alla stazione del Nevada e agli esperimenti subcritici nucleari si veda: P. Farinella, Gli esperimenti “subcritici” del Nevada: non sono test nucleari ma…, Unione Scienziati per il disarmo (USPID), http://www.uspid.dsi.unimi.it/doc/subcrit.html.

Pubblicato da Davide

  • Alexis
  • Bazu

    Se hai argomentazioni che dimostrano la “gigantesca cazzata”, non devi fare altro che esporle. Te ne sarei grato.

  • Alexis

    Il ponte di Akashi-Kaikyō non ha portato alla militarizzazione di Kobe, il ponte di Humber non ha portato alla militarizzazione dello Yorkshire e del Lincolnshire, il ponte di Verrazzano-Narrows non ha portato alla militarizzazione di Brooklyn e di Staten Island, dulcis in fundo il Golden Gate non ha portato alla militarizzazione della baia di San Francisco.
    E nessuno dei ponti sopracitati è difeso da pazzesche misure difensive descritte nel paragrafo:”Verso la militarizzazione dello Stretto di Messina”…neanche l’Area 51 è difesa da simili misure. Ecco dimostrata la cazzata del “Ponte di Guerra”.

  • petrobras

    un ponte è un ponte.

    cercare di combattere la militarizzazione e le multinazionali e la corruzione o quant’altro ostacolando la realizzazione di un ponte, non mi sembra una grande idea.

    per esempio basterebbe non andare a votare. e quindi non legittimare il sistema.

    se poi fanno un ponte. sarà per scopi e militari e civili. come tutto quanto è deciso dagli stati. io spero che il ponte lo facciano così prima o poi in sicilia ci vado. saluti.

  • antsr

    vorrei rispondere a quelli che rispondendo all’articolo reputano questo troppo esagerato oppure che il ponte sarà un toccasana per un più facile trasporto. Qui in terra di sicilia vi sono solo 3 autostrade e messe male, le strade statali sono ancora ferme agl’anni 60/70, la linea ferroviaria dopo Messina arriva, nella parte orientale elettrizzata a Catania con doppio binario, prosegue per Siracusa ad unico binario con frequenti disagi e orari da paura. Dopo siracusa per proseguire verso Ragusa, Agrigento, Caltanisseta…(in sicilia vi sono 9 provincie – ed è la regione più grande d’italia dopo la lombardia) vi è solo un’incerta linea non elettrizzata ad unico binario. Mi fermo qui per quanto riguarda le infrastrutture di comunicazione di trasporto, perchè ancora ci sarebbe ancora da dire per poi passare in rassegna ad altro come quello che in provincie intere è razionalizzata ancora l’acqua anche se la regione non ne è povera…porti come quello d’Augusta che entro poco tempo (2010) diventerà un hub internazionale si muove ben poco. Investimenti firmati da stato, regione e grandi imprese riguardanti somme importanti di sviluppo e occupazione sono ancora fermi da anni. Quindi infrastrutture molto più urgenti per il bene collettivo ancora oggi aspettano, nonostante la regione sia stata una su cui sono caduti pioggie per anni di denaro pubblico, comunitario… Allora? un ponte fra 2 deserti? E’ chiaro che vi sono grandi interessi (mafia, economici…) su di esso, ed è ancora più evidente che fra questi è presente quello militare. I siciliani non sanno che farsene di una megastruttura che non apporterà proprio niente alla regione.