UN PAESE FRAGILE…TROPPO !

DI PIERLUIGI PAOLETTI
Centro fondi

Lo sciopero dei TIR ci ha mostrato un paese che con due giorni di blocco della circolazione delle merci è andato completamente in tilt: supermercati vuoti, distributori senza benzina ecc. Oltre al danno enorme per le merci deperibili ormai irrecuperabili, la mancata fornitura di materie prime alle aziende, i mancati introiti in questi giorni di Natale. Quello che ci deve far riflettere è l’estrema vulnerabilità del nostro sistema economico.

Tralasciando le cause che hanno portato ad avere il 90% delle merci che si spostano su gomma, ci interessa evidenziare come questo sistema basato sulla circolazione esasperata di beni sia andato in crisi, bloccato, paralizzato dopo appena due giorni di sciopero degli autotrasportatori.

Un altro dato su cui riflettere è che dal 2002 il prezzo del gasolio è aumentato del 46% (!!!) e quindi i costi di trasporto sono diventati in gran parte insostenibili, retti solamente dall’importazione di merci a basso costo dai paesi dell’est e dall’Asia e anche dallo sfruttamento di autotrasportatori provenienti dall’est europeo.

Solo questi due punti farebbero mettere in moto le menti intelligenti e porterebbero a mettere in atto immediatamente misure che razionalizzano la circolazione delle merci da un lato e equilibrano questa paurosa sproporzione a favore di altre forme di trasporto come quella via mare e su rotaia dall’altro. Ovviamente dimentichiamo che siamo in Italia dove la politica è solo al servizio delle multinazionali e non del popolo italiano.

In questa situazione siamo estremamente vulnerabili perché se il blocco fosse durato qualche giorno in più si sarebbe messo definitivamente al tappeto una nazione che dicono essere tra le più avanzate del mondo. Questo è un sistema creato appositamente per indebolire qualsiasi resistenza. Pensate solo se si bloccassero le importazioni di grano, non avendo riserve e produzione nazionale, distrutta da 30 anni di politiche suicide, ci potrebbero imporre qualsiasi prezzo, un po’ come già fanno visto che siamo completamente dipendenti dalla speculazione finanziaria su prodotti strategici e di primissima necessità.

Oppure pensiamo se improvvisamente ci tagliassero le forniture di gas naturale ora che le nostre abitazioni sono dipendenti al 99% dal metano….

Vogliamo renderci conto che siamo in mano ad una banda di malfattori? Criminali che ci hanno progressivamente venduto ad altri mercanti di anime? Sì, perché vendendoci a banchieri e multinazionali ci stanno privando ogni giorno che passa della nostra anima di uomini liberi!

Che cosa possiamo fare allora se non rimboccarci le maniche e iniziare a svincolarci autonomamente da questo sistema. Come?

Sempre e comunque ripartendo dall’economia locale, lo sappiamo che rischiamo di essere ripetitivi, ma fino a quando non si inizierà a fare qualcosa di concreto in questo senso, continueremo a battere su questo tasto.
Ricostruire l’economia locale è importante per una serie di motivi che riassumiamo velocemente:
Costi crescenti dell’energia che impongono di ridurre i chilometri percorsi dalle persone e dalle merci;
Impossibilità di competere sul fronte del prezzo con i nostri competitori asiatici, ma anche con molte delle imprese europee: a causa dell’euro forte (nell’ottobre 2000 il rapporto euro/dollaro era a 0,82 mentre oggi è a 1,47) non possiamo esportare e ci resta difficile anche lavorare con i paesi dell’area euro a causa dei costi, molto più elevati, del lavoro e dell’energia (per l’energia elettrica ad es. paghiamo il doppio di Francia, Inghilterra e Spagna);
Porre un freno all’emorragia di ricchezza drenata costantemente da multinazionali e banche che impoverisce costantemente e irrimediabilmente il territorio;
Restituire potere di acquisto alle famiglie indebitate e ridare ossigeno alle imprese locali alle prese dal crollo di visibilità delle proprie merci e di ordini di questi ultimi mesi e anche da una difficoltà progressiva di accesso al credito unito ad un inasprimento e delle condizioni (al sud siamo sempre più vicini a costi vicini al 20-25% – fonte adusbef Calabria).

Poiché non vogliamo fare la parte della Cassandra di turno, da tempo stiamo conducendo una campagna di informazione sulla creazione del denaro cartaceo, elettronico e sul debito, che porti le persone ad avere una visione chiara dei problemi e delle soluzioni da adottare.

La scorsa settimana eravamo in Calabria a promuovere il progetto dei Buoni Locali di Solidarietà e ci ha colpito l’apertura e la voglia di capire delle persone e delle imprese sempre più sensibili ad intraprendere azioni dal basso.

La situazione del sud, ma anche in molte altre parti d’Italia, sta diventando pesante ai limiti della sostenibilità, sia per le famiglie che per le imprese. Ancora al sud ci sono delle potenzialità che sono state trascurate in centinaia di anni di malgoverno e sfruttamento delle persone e delle risorse. Nel dopoguerra si è utilizzato il sud come un serbatoio di manodopera e per sistemare produzioni e strutture produttive che non arricchivano il territorio, ma avevano e hanno (quelle ancora rimaste) la funzione di sottrarre ricchezza in quanto solo pochi spiccioli vengono investiti di nuovo al sud.

La risposta, al sud ma anche nel resto del paese, è riscoprire la cultura contadina attraverso la ricostruzione della spina dorsale di un’economia che è l’agroalimentare insieme alle altre produzioni locali e valorizzare i luoghi fra i più belli della terra, sono la strada obbligata che bisogna intraprendere se non si vuole essere schiacciati dal panzer della globalizzazione che tanti morti e feriti ha lasciato e sta per lasciare sul terreno.

Spiegare alle imprese alle persone che esiste una via d’uscita semplice a costo irrisorio e attuabile immediatamente, rischiara subito i pensieri e apre orizzonti nuovi e meno foschi e distruttivi di quelli che ci impone il sistema economico attuale.

Lo strumento da utilizzare per attuare questi progetti sono i Buoni Locali che non sono creatori di debito, come invece il denaro cartaceo ed elettronico, ma sono gratuiti e per questo aumentano il potere di acquisto delle famiglie. Circolando in un territorio limitato a fianco all’euro ed essendo una percentuale variabile (10% minimo) del prezzo, consentono di far rimanere la ricchezza nel territorio e facendola circolare aumenta il benessere di ciascuno, persone e imprese.

L’obiettivo è quello di raggiungere il più possibile l’autosufficienza alimentare e la salubrità degli alimenti (senza OGM e utilizzo intensivo di fitofarmaci e fertilizzanti) e creare mercato alle merci locali che, attraverso la riduzione delle filiere produttive, avranno anche un prezzo competitivo che soddisferà consumatori e produttori locali.

Le eccedenze, i flussi turistici, vengono scambiati tra le zone del resto del paese che utilizzano gli stessi Buoni, infatti ogni “isola” di questo “Arcipelago” potrà pagare con i suoi Buoni che avranno una faccia nazionale e una locale.

La circolazione delle merci viene attuata utilizzando un brevetto di logistica satellitare che permetterà una riduzione dei costi di trasporto del 30-40% evitando che i mezzi circolino a mezzo carico o completamente scarichi come invece avviene oggi nel 40% dei casi. Il sistema viene messo a disposizione open source esattamente come tutto il know how relativo al progetto dei Buoni.

Stiamo anche adattando in collaborazione con i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) una piattaforma di e-commerce, già usata nel loro circuito, che dia la possibilità alle aziende di raccogliere ordini direttamente e senza costi di alcun genere.

Quando spieghiamo questo alle persone, alle imprese, rimangono stupite sentendo i costi ridicoli, la semplicità e l’efficacia di questo progetto e stentano a credere che ci siano persone che mettono gratuitamente al servizio della comunità professionalità e risorse. Quello che non si comprende è che noi facciamo tutto questo anche per uno scopo, diciamolo, “egoistico”, perché vogliamo vivere in un mondo migliore dove l’altro non sia visto come un concorrente nemico, ma come un elemento importante che collabora insieme al benessere comune.

E’ ovvio che non possiamo aspettarci questo da una classe politica o finanziaria che ha ben altri scopi, quindi non resta che iniziare, come sempre, dal basso e fare da soli senza aspettare qualcosa che non arriverà mai.

Il tempo per agire poi non è molto perché la situazione generale sta precipitando in quanto le condizioni economiche di famiglie ed imprese stanno arrivando alla soglia di rottura. Siamo curiosi di leggere i dati delle vendite di questo Natale perché, a quanto raccogliamo in giro per l’Italia da imprenditori e persone, la situazione è peggiore oltre ogni previsione ed è precipitata nell’arco di pochissimi mesi.

Un’ultima raccomandazione: non lasciatevi fuorviare dal battage mediatico che darà la colpa ai poveri autotrasportatori perché non hanno nessuna colpa, magari hanno accentuato, ma non sono certo la causa di questo magro Natale.

Anzi a rifletterci bene, visto l’esiguità dei risultati che gli autotrasportatori hanno ricavato dal blocco e la poca tempestività del governo ad intervenire prima e la fretta dei sindacati di chiudere la trattativa poi, fa pensare che tutta la faccenda sia stata appositamente provocata e messa in opera ad arte per dare in pasto all’opinione pubblica un capro espiatorio per giustificare un’economia al collasso… meditate gente, meditate e pensate con la vostra testa!

Pieluigi Paoletti
Fonte: www.centrofondi.it/
14.12.07

3 Comments
  1. Tao says

    Una vita dura e stressante. Le ore di lavoro che aumentano e i margini di guadagno che diminuiscono a fronte di una esternalizzazione selvaggia praticata dalle aziende produttrici. Queste ultime che scaricano sui piccoli trasportatori gran parte dei costi delle consegne. È questa la cornice della massiccia protesta che fino all’altro ieri ha paralizzato le autostrade italiane, tagliando i rifornimenti al Paese. I piccoli trasportatori chiedono al governo un prezzo del carburante più ragionevole e contemporaneamente chiedono maggiori esenzioni fiscali. Fin qui tutto normale. Ma se si analizzano i fatti recenti con una prospettiva più allargata la percezione del problema cambia.

    In realtà i camionisti non domandano più soldi e più sgravi fiscali per tradurre il tutto in minori carichi di lavoro con una maggiore qualità dello stesso. Chiedono più sgravi per potere lavorare con gli stessi ritmi folli per magari aumentarli in modo da incrementare i profitti. Per fare girare ancor più una economia che se solo si ferma per un secondo schianta sotto il suo stesso peso.

    Per chi scrive l’unico antidoto al collasso dell’economia mondiale si chiama decrescita. Il paradosso però è un altro. A far capire l’importanza di questa prospettiva così radicalmente avversa al senso comune del “tutto, di più e subito” è stata proprio la protesta dei camionisti, passata per golpista e violentemente corporativa. Sì proprio loro, l’emoglobina di un sistema circolatorio produttivo come quello italiano dove la gomma è l’unico vettore di un modo di produrre che nel Paese è ancora, per certi versi, il più assurdo e pericoloso.

    Spero che qualcuno un po’ se ne sia accorto, ma il blocco, anche termporaneo, della consegna delle merci, forse ci ha fatto capire un po’ meglio che è qui il punto. Le merci. Quanto di quello che viene stipato ogni giorno nei container autostradali è realmente utile? Perché in nome della produzione di massa applicata al superfluo si è finiti per inquinare, disboscare, cementificare e ammorbare l’ambiente, la nostra storia, la nostra vita? Detto in parole povere, tutto ‘sto casino è venuto fuoti in realtà per motivi legati alla sinistra banalità del superfluo. Il necessario perpetuarsi del circolo produci, consuma, spreca, inquina che grazie all’economia del petrolio è divenuto cifra assoluta del mondo contemporaneo. Anche se non si sa per quanto ancora. Lo sciopero dei camionisti è stato, a guardarla da questo punto di vista, la prova generale di quando l’oro nero scarseggerà per davvero. Un putsch (involontario) della decrescita.

    L’ultimo aspetto, comico direi, è quello che esce dalle prese di posizione di condanna di Montezuma Cordero alias Luca di Montezemolo, ras italico di Ferrari e soprattutto Fiat. Ma caro Montezuma: non sono stati i tuoi angeli protettori, gli Agnelli negli anni ’60 ad imporre il trasporto su gomma per favorire la produzione di auto e camion? Non sono stati proprio loro ad affossare il trasporto su ferrovia? E ora proprio tu, Mr Fiat, ti lamenti con i tuoi clienti camionisti? Caro Luca, meglio che tu taccia e ti limiti a pettinare il tuo ciuffo.

    Marco Milioni
    Fonte: http://www.movimentozero.org/mz/
    14.12.07

  2. Tao says

    Una agitazione di autotrasportatori è importante da molti punti di vista. È un fatto economico e sociale; è un fatto politico e umano. È un fatto ambientale, anche. Nei quattro giorni di blocco previsti il pil nazionale sarebbe potuto arretrare di svariati decimi di punto. Mentre i prezzi per frutta e verdura sono già schizzati in alto. La cascata delle conseguenze per le mancate consegne di merci – sotto natale! – è ben nota: il just in time è il modello attuale di produzione e di distribuzione.E se non partono i tir (e se i tir non arrivano) non ci saranno tutte le merci attese a natale e mancheranno le vendite che equivalgono a quanto si vende nel corso di molti mesi, per gran parte del commercio. Dal punto di vista sociale, due giorni di forte blocco autostradale e, per altro verso, la mancanza di carburanti, consentiva solo i servizi essenziali e il rifornimento dei generi di prima necessità, soprattutto ai luoghi pubblici: scuole, ospedali, carceri. In genere, un fornitore non ha in magazzino quanto basta per supplire a qualche giorno di mancate consegne. Il suo magazzino – da anni – è il Tir che trasporta le merci. D’altro canto il mercato vuole anche derrate fresche. L’esempio dei quotidiani è solo uno dei tanti. Destra e sinistra, governo e opposizione, quanto alla politica, concordano nel considerare qualsiasi protesta, degli autotrasportatori o degli studenti, come una rottura… della pace sociale da cui ricavare argomenti di polemica politica, e di calcolo elettorale. I cittadini comuni, un po’ sorpresi di poter respirare bene nelle città «relativamente» deserte di automobili a corto di carburante e quindi ferme, un po’ si preoccupano per il natale vicino, un po’ protestano contro il potere che non fa il suo mestiere, un po’ solidarizzano, una volta tanto, con gli odiati «bisonti» responsabili di tante file in autostrada. E poi c’è l’ambiente.

    Il blocco degli autotrasportatori si è interrotto troppo presto per obbligare davvero a riflettere sulla nostra condizione di paese Tir dipendente. Forse il governo si limiterà a proclamare: «L’ordine regna ai caselli» e a pagare, sottobanco, a nome e per conto della cittadinanza, ma che l’Europa non veda, il prezzo dell’accordo – un po’ di milioni di euro, una mancia. Se tutto finirà così, con un sospiro di sollievo e un rinvio alla prossima occasione, la settimana degli autotrasportatori non sarà servita. Non sarà servita a loro che continueranno una vita irragionevole e pericolosa, viaggiando assai spesso senza carico, per spostare merci superflue da una parte all’altra del continente o la stessa merce – con marche diverse ma sempre scarpe, sempre biscotti – tra città lontane. Non sarà servito a noi, il popolo dei consumatori, indotti a pensare che niente è cambiato, a rallegrarci perché «tutto è come prima».

    Accogliere le richieste degli autotrasportatori, rendere più disinvolto il loro lavoro, adattare il loro compito alla vita di tutte le altre persone che dipendono dai Tir e al tempo stesso li maledicono, è inutile e dannoso. La vita di un paese affidata ai Tir è a sempre più a rischio. Qualcuno sa come mitigare questo rischio? Il petrolio è al picco. Nei prossimi anni raddoppierà il suo prezzo e sarà sempre più raro. Non sarà più questione di stazioni di servizio sprovviste o bloccate. Il gas non è un’alternativa. Non avrà vita molto più lunga. Cosa si pensa di fare? Qualcuno pensa ai camion a carbone? Si faccia avanti. Rinunceremo al grano – quello per il pane e gli spaghetti – in cambio di mais per agrocarburanti, da usare nel trasporto su gomma? Il nucleare ha spinto i sommergibili. Può essere miniaturizzato per l’autotrasporto? O manderemo i camion a batteria elettrica o a idrogeno? Oppure li doteremo di specchi solari o di sistemi fotovoltaici o eolici? Tutte queste proposte sono fantascienza; non più però dell’idea di avere ancora rifornimenti di gasolio tra 20 anni. Anche la civiltà del camion come quella dell’auto (e, a suo tempo, dei dinosauri) è alla fine.

    Guglielmo Ragozzino
    Fonte: http://www.ilmanifesto.it
    14.12.07

  3. lucamartinelli says

    interessanti i commenti degli amici, soprattutto quello che riguarda Montezemolo. la banda Agnelli è veramente responsabile di parte dello sfascio italico, ma non sara’ mai chiamata a risponderne. io invece volevo portare alla vostra attenzione un piccolo particolare che ha a che fare con il trasporto su gomma. per ovvie scelte speculative, oramai i bottegai di casa nostra non fanno piu’ magazzino. preferiscono investire i loro soldi in borsa. certo che non si puo’ fare scorta di tutti i prodotti ma di molti si’. se cio’ avvenisse avremmo meno TIR sulle strade. l’italia è diventata un immenso magazzino viaggiante. saluti a tutti

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