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UN IMMERITATO OMAGGIO A FRIEDMAN


Monumento allo sfruttamento di molti da parte di pochi

DI HENRY C.K.LIU

Asia Times

I piani dell’Università di Chicago, annunciati in giugno, di fondare un istituto di studi economici con il nome del vincitore del premio Nobel Milton Friedman, professore monetarista nell’università dal 1946 al 1976, propugnatore del libero mercato, si scontrano con una forte opposizione niente meno che da parte degli stessi colleghi universitari di Friedman.

Friedman fu ovunque considerato come il leader spirituale della Scuola di Chicago di economia monetaria, che ha posto l’attenzione sulla schiacciante importanza della quantità di moneta quale strumento di politica economica governativa come determinante dei cicli degli affari e dell’inflazione. Inoltre fu uno strenuo difensore del libero mercato, a cui vincolò inevitabilmente la libertà politica.

Friedman ricevette il Premio Nobel per l’economia nel 1976. Il comunicato stampa del premio menzionava che Friedman aveva coniato lo slogan “money matters” (“la moneta conta”) e anche “solo la moneta conta” come uno slogan attraente per il monetarismo. Il 17 novembre 2006, un giorno dopo la sua morte a 94 anni, il Wall Street Journal pubblicò un articolo di opinione di Friedman intitolato: “Perché la moneta conta”.
Il comunicato stampa ufficiale del premio spiegò l’elezione di Friedman come segue:

Questa forte enfasi sul ruolo della moneta dovrebbe essere visto alla luce di come gli economisti – di solito propugnatori di una interpretazione ristretta della teoria keynesiana – hanno ignorato quasi completamente per molto tempo l’importanza della moneta e della politica monetaria nell’analizzare i cicli degli affari e dell’inflazione. Dall’inizio degli anni Cinquanta, Friedman fu pioniere nella fondata reazione alla precedente parzialità post-keynesiana. Ed ebbe successo – soprattutto grazie alla sua indipendenza e brillantezza – all’inizio di un dibattito scientifico molto animato e fruttifero che è continuato per più di un decennio.

Di fatto, gli attuali modelli macro-econometrici differiscono considerevolmente da quelli di un paio di decenni fa per quanto riguarda i fattori monetari – e ciò lo si deve in gran parte a Friedman. L’ampio dibattito sulle teorie di Friedman portò anche a riesaminare le politiche monetarie attuate dalle banche centrali – in primo luogo, gli Stati Uniti. E’ molto strano che un economista eserciti così tanta influenza, direttamente o indirettamente, non solo sulla direzione della ricerca scientifica, ma anche sulle politiche effettive”.

Il comunicato stampa fu obiettivo per alcuni aspetti e categoricamente inesatto per altri. E’ esatto che Friedman aveva sottolineato fortemente il ruolo della moneta. Ma è inesatto quando descrive Friedman come colui che invertì il senso dell’”interpretazione ristretta” della teoria keynesiana, perché “conta solo la moneta” è un approccio riduttivo in mezzo all’ampia gamma dei fattori che la teoria keynesiana considera nella formulazione della politica economica, includendo i fattori monetari.

E’ esatto dire che Friedman fu un precoce pioniere della reazione al post-keynesianismo, però non è esatto qualificare il post-keynesianismo come parziale. Di fatto “conta solo la moneta” suonava definitivamente più parziale alla maggioranza degli ascoltatori. La reazione di Friedman al keynesianismo è molto poco fondata, anche se occorre riconoscere che è reazionaria. Come segnalò la nota stampa, l’enfasi per la moneta di Friedman è importante per l’analisi del ciclo degli affari e dell’inflazione. Però il ciclo degli affari non è l’economia, è solo un aspetto di essa. Di fatto, l’errore fondamentale di Friedman è la sua ossessione per il ciclo degli affari così come lo esprime il mercato borsistico, in luogo di considerare tutta l’economia come un’ampia varietà di aspetti di meta-finanza quali l’economia agricola, l’economia del lavoro, l’economia della popolazione, l’economia di guerra, della contaminazione, dello sviluppo, etc. La lista è lunga e interconnessa e qualunque economista che ignori parte della lista corre il rischio di essere parziale.

Il mercato è solo il registro delle transazioni dell’economia. Gli studenti dell’economia di mercato tendono a confondere gli affari, che si fanno nel mercato, con l’economia nel suo insieme. E’ il problema degli economisti delle scuole impresariali che dovrebbero essere chiamati “affari-nomisti” piuttosto che “eco-nomisti” dato che per definizione e per proposito non si occupano di “eco”, la parola greca “oikos”, che vuol dire “casa”. La parola descrive le complesse relazioni simbiotiche di tutti gli organismi viventi in relazione al proprio ambiente nell’eco-sistema. Gli affari sono solo un sottosistema dell’ecosistema socio-economico. L’obiettivo degli “affari-nomisti” è isolare il ciclo degli affari dalle ricorrenti cadute anche se ciò comporta che si distrugga l’economia. Per raggiungere questo obiettivo, si sono inventate le banche centrali.

Detto questo, non si intende denigrare gli esperti di affari. Tutti gli esperti, per quanto limitato possa essere il loro campo, realizzano utili funzioni, e i brillanti esperti meritano ammirazione. Succede solamente che dovrebbero astenersi dal fantasticare che sono dei generalisti che si occupano di economia. Gli affari esistono per ottenere benefici per l’imprenditore e non c’è niente di male in questo se si osservano le regole etiche. A differenza degli affari, l’economia esiste per elevare il progresso della civilizzazione. Il primo è artificiale, il secondo è reale. Il problema cruciale del monetarismo di Friedman negli ultimi decenni non è che conti la moneta, ma che conti troppo.

Friedman ha anche scritto molto in materia di politica pubblica, sempre con un’enfasi primordiale per la preservazione ed estensione della libertà pubblica, andando al di là dell’economia. I suoi libri, articoli di giornale, presenze personali nei media, e una serie di dieci puntate alla televisione pubblica, nel 1980, con il grandioso titolo “Libertà di scegliere”, seguita, nel 1984, da una seconda serie in tre parti, che nel complesso occuparono più tempo in onda che la serie in dieci puntate sulla Civilizzazione di Kenneth Clark, lo fecero diventare un influente formatore di opinione nazionale, non solo in materia di economia. Col tempo, Friedman dal ruolo di sociologo, si trasformò in quello di evangelista trottamondo, imbonitore della fede in ciò che successivamente un banchiere centrale giapponese chiamò l’”economia della pozione magica”.

Nel 1988, Friedman ricevette la Medaglia Nazionale della Scienza dalla Fondazione Nazionale della Scienza e la Medaglia Presidenziale della Libertà dall’allora presidente Ronald Reagan. Incoraggiato in questo modo, Friedman giunse a pubblicare nel 2002 “Capitalismo e libertà”, in cui si faceva un’eco appassionata delle sollecitazioni ufficiali ad estendere la libertà economica individuale e limitare l’azione governativa, salvo che in materia di affari esteri. Il libero commercio, appoggiato ufficialmente dalla pseudo-scienza, è diventato da allora il punto focale della politica estera “trasformativa” degli Stati Uniti per portare la libertà in tutto il mondo. Adam Smith si sta rivoltando nella tomba.

Il presidente Gorge W. Bush ha difeso un programma di libero commercio in termini moralisti. “Il libero commercio non è solo un’opportunità economica, è un imperativo morale,” dichiarò in un discorso il 7 maggio 2001. “Il commercio crea posti di lavoro per i disoccupati. Quando negoziamo a favore dei mercati aperti, stiamo dispensando nuove speranze per i poveri del mondo. E quando promuoviamo il commercio aperto, promuoviamo la libertà politica”. Queste affermazioni, anche se continuano ad essere molto controverse se confrontate con i dati reali, spiegano perché Friedman, un economista del libero commercio, abbia ricevuto la Medaglia Presidenziale della Libertà.

Phyllis Schlafly, una giornalista conservatrice pubblicata in tutto il paese, rispose tre settimane dopo in un articolo “Il libero commercio è un tema economico, non morale”. In esso segnala che mentre i conservatori avrebbero dovuto essere felici di avere finalmente un presidente che dà una dimensione morale alle proprie azioni:

la Bibbia non ci istruisce riguardo al libero commercio in nessuno dei Dieci Comandamenti. Gesù non ci disse che lo seguissimo lungo il cammino del libero commercio… Neppure nella Costituzione degli Stati Uniti esiste qualcosa che pretenda che noi appoggiamo il libero commercio e che esecriamo il protezionismo. Nei fatti, il protezionismo fu il sistema economico in cui credevano e che praticavano gli artefici della nostra Costituzione. I dazi protezionisti furono la fonte principale di entrate del nostro governo federale dagli inizi nel 1789 sino alla discussione dell’emendamento 16, che creò l’imposta federale di entrata, nel 1913. Furono negligenti tutti quei responsabili pubblici, nel corso di più di cento anni, che non aderirono ad una “obbligazione morale” di libero commercio?

Difficilmente, sostiene la Schlafly, i cui punti di vista furono degni di nota perché la politica degli Stati Uniti era in quei giorni coinvolta in una lotta tra paleo-conservatori strettamente costruzionisti e neoconservatori moral-imperialisti. Nonostante l’ascendenza del neoimperialismo nella politica estera degli Stati Uniti, il protezionismo continua ad essere forte nella cultura politica degli Stati Uniti, in particolar modo tra i conservatori e nel movimento sindacale. E ora, nel 2008, un nuovo populismo cresce contro la versione statunitense del libero commercio.

Ridefinendo la moralità umanista, gli Stati Uniti affermano che il commercio mondiale è un imperativo morale e che un tale libero commercio dà impulso alla democrazia, alla libertà politica e al rispetto dei diritti umani nelle nazioni che partecipano a tale commercio. Disgraziatamente, l’uguaglianza delle entrate e della ricchezza non fanno parte dei benefici promossi dal libero commercio. Persino se la validità di quella affermazione ideologica deformata non fosse posta in discussione, contraddirebbe evidentemente la pratica dell’embargo commerciale degli Stati Uniti nei confronti di paesi che gli Stati Uniti considerano antidemocratici, carenti di libertà politica e deficienti nel rispetto dei diritti umani. Se il commercio potesse promuovere simili condizioni appetibili, la pratica di vincolare il commercio alla libertà equivarrebbe a negare le medicine agli ammalati.

L’amore è cieco e l’orgoglio dissimula gli effetti come se fossero virtù. Così come Rudyard Kipling s’innamorò della magnificenza del colonialismo e vide lo sfruttamento razziale come “la carica dell’uomo bianco”, Friedman s’innamorò di Hong Kong coloniale, sedotto dalla generosa ospitalità dei suoi padroni coloniali e compratori elitari prima che la Cina recuperasse la sua sovranità nel 1997. Friedman confuse il sistema economico coloniale di Hong Kong con il libero mercato, nonostante la prolungata storia di Hong Kong quale struttura economica coloniale di comando altamente organizzato. L’economia di Hong Kong adorata da Friedman prosperò come risultato della tensione geopolitica della guerra fredda, non in base ad un principio di libero mercato. La crisi finanziaria asiatica che scoppiò in Tailandia il 2 luglio 1997, il giorno dopo che la Cina recuperò Hong Kong, fece cadere in disgrazia in Asia il fondamentalismo del mercato monetarista.

Il nuovo Istituto Milton Friedman sarà finanziato con capitale iniziale dell’Università di Chicago per lanciare una campagna al fine di raccogliere 200 milioni di dollari da donatori privati, che si spera donino ciascuno 1 milione di dollari o più, senza dubbio provenienti da fonti che abbiano beneficiato magnificamente delle idee strampalate di Friedman.

Edward Snyder, decano della Graduate School of Business (Scuola di Amministrazione d’Impresa) dell’università, dichiarò a Bloomberg News, “che mettere il nome di Friedman all’istituto onorerà l’economista, le cui teorie libertarie aiutarono a diffondere i sistemi capitalisti di governo, e attrarrà donatori da tutto il mondo. Quando si pensa ad una grande battaglia tra il socialismo e i liberi mercati – lui portò l’incarico sul credo dell’Università di Chicago. C’è molta gente che donerà per il suo nome, sforzo ed eredità.” Il capitalismo tra amici intimi sta dando alla luce l’intellettualismo tra amici intimi.

Come una svolta imprevista rispetto alla slogan di Friedman “la moneta conta” è stato costituito un Comitato per la Libera Ricerca sull’Economia e la Società (Committee for Open Research on Economy and Society, CORES) per protestare ed opporsi al proposto Istituto Friedman. CORES è co-presieduto da Bruce Lincoln e dalla professoressa di storia delle religioni dell’università Caroline E.Haskell. Più di 100 membri titolari del corpo docente di un’ampia varietà di discipline, che sono preoccupati per la promozione dell’egemonia dottrinale del potere della moneta, hanno firmato una petizione opponendosi al concetto e alla struttura di un istituto il cui obiettivo dichiarato è quello di promuovere e legittimare una scolastica basata sull’ideologia, ristretta, controversa (ora ampiamente screditata dagli eventi), incompatibile con la tradizione di una università aperta alla ricerca indipendente della verità.

Ciò che è in gioco è la forte influenza che la Scuola di Chicago ha esercitato negli ultimi decenni sulla politica dei governi e l’attitudine delle industrie rispetto all’esultanza basata sulla fede dei supposti meriti del fondamentalismo di mercato che, tuttavia, ha prodotto evidenti risultati malsani in tutto il mondo durante gli ultimi due decenni.

La scuola di economia di Chicago si identifica strettamente con un’opposizione veemente all’intervento governativo nelle economie nazionali e con il rifiuto massivo della regolazione dei liberi mercati. La sua inclinazione ideologica, basata nell’adesione alla teoria del prezzo, è che in temi economici, o anche in tutti i temi, il mercato sa quello che è meglio. Si ritiene che l’intervento governativo, anche se benintenzionato, fa sempre più male che bene. Il progresso della civilizzazione può essere mediato attraverso il meccanismo del prezzo nei liberi mercati. Questo dogma è stato rafforzato da studi esaustivi di dati storici e razionalizzato con un’ampia riserva di teorie innovatrici per punteggiare buchi concettuali creati da una generalizzazione troppo estesa.

La Scuola di Chicago, rifugio per snobbati fondamentalisti del mercato durante l’era keynesiana, cominciò a godere di un ampio appoggio dell’establishment dopo la fine della guerra fredda, quando l’unica superpotenza rimasta non aveva più bisogno di conquistare i cuori e le menti del mondo frenando lo sfruttamento sistematico dei deboli da parte dei forti. La funzione del governo passò dalla protezione dei deboli dai forti, a sciogliere le redini dei forti in modo che cannibalizzassero i più deboli sulla base della dottrina che la sopravvivenza del più idoneo rinforza la specie.

Economicamente, il cambiamento cominciò quando Friedman arrivò ad essere consulente politico del candidato conservatore Barry Goldwater nella sua fallimentare campagna presidenziale del 1964 contro il democratico liberale Lyndon Johnson. Nel suo discorso di accettazione della candidatura Goldwater disse: “Compatrioti statunitensi, la corrente è corsa contro la libertà. Il nostro popolo ha seguito falsi profeti”.

L’apice del suo discorso fu: “Voglio ricordare che l’estremismo in difesa della libertà non è un vizio. E permettete che vi ricordi anche che la moderazione nella ricerca della giustizia non è una virtù”. Goldwater attaccò il liberalismo di Kennedy/Johnson come una minaccia per la libertà, in violazione delle regole nominali dell’epistemologia politica.

Nel 1976, Friedman scrisse un saggio che dichiarava: “la grande depressione è stata prodotta dalla cattiva gestione governativa” ignorando il fatto storico che la mancata interferenza del governo nel mercato durante tutto il periodo dopo la I guerra mondiale aveva prodotto la frenesia del mercato borsistico dei “Felici anni venti”. Ad ogni modo, sia il mancato intervento che l’intervento sono politiche governative, solo che l’una è positiva e l’altra normativa.

Le dottrine fondamentaliste di mercato della scuola di Chicago furono adottate con entusiasmo da opportunisti con interessi acquisiti. Alla fine, si santificava lo sciacallaggio come una legge positiva naturale. L’oppressione economica mediante il potere diseguale nel mercato fu ridefinita come legge naturale. La scuola di Chicago godette da un giorno all’altro dell’entusiastico appoggio del settore finanziario perché le sue teorie potevano essere sfruttate per arricchire in modo spettacolare gli uomini d’affari che cercavano di spingere l’involto etico del commercio senza l’interferenza del governo.

Le istituzioni e i conglomerati finanziari transnazionali utilizzarono il fondamentalismo di mercato per spingere i responsabili politici del Terzo Mondo ad accettare il neoimperialismo mascherato da neoliberalismo.

L’obiettivo della crociata evangelica di Friedman era John Maynard Keynes e i keynesiani che dominarono la politica governativa dal New Deal. In realtà, sia Keynes che Friedman furono economisti favorevoli al mercato. La differenza è che mentre Keynes proponeva di salvare il mercato dalle sue tendenze autodistruttive, Friedman affermava che il mercato poteva autocorreggersi con una semplice politica governativa di concentrazione della somministrazione di moneta. Il presidente della Federal Riserve, Paul Volcker, provò la formula di Friedman nel 1980 con il suo “nuovo metodo operativo” di controllare la somministrazione di moneta mediante una acuta volatilità del tasso d’interesse che quasi portò la Federal Riserve a perdere il controllo del tasso sui fondi della Riserva, lo strumento più effettivo per controllare la somministrazione di moneta senza fare appello all’artiglieria pesante del tasso di sconto e alle intimazioni delle riserve bancarie.

Anche il suo successore come presidente, Alan Greenspan, continuò a seguire il consiglio di Friedman di amministrazione monetaria dell’economia e portò l’economia globale a cavalcare per due decenni le bolle seriali con il suo perdente uso del lassativo di liquidità. Nel 2007, portò il mondo alla peggiore crisi finanziaria dopo la Grande Depressione (vedasi “Greenspan, the Wizard of Bubble Land,” Asia Times Online, 14 settembre 2005).

Così come il presidente Nixon dichiarava: “Adesso siamo tutti keynesiani” quando reintrodusse il controllo dei salari e dei prezzi e separò il dollaro dall’oro nel 1971, Larry Summers, Segretario del Tesoro negli ultimi anni del governo di Bill Clinton, ha scritto “Ogni democratico onesto ammetterà che adesso siamo tutti friedmanisti”, nel rendere tributo a Friedman quando morì nel 2006, quando i segnali di un imminente collasso del fondamentalismo friedman-esco del mercato libero erano già chiaramente visibili a coloro i quali non operano in modo negativo.

La scuola di Chicago si identifica fortemente con il monetarismo in microeconomia. Banchieri centrali, molti dei quali allenati dai monetaristi della scuola di Chicago, rimasero accecati di fronte a Friedman. Il monetarismo della scuola di Chicago godette di un rispettoso timore reverenziale dei banchieri centrali perché offriva loro una semplice formula per maneggiare problemi complessi. Lo fece con l’accettare che l’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario, il che li liberò dal dilemma di scegliere tra la piena occupazione e la stabilità dei prezzi. Un tasso naturale di disoccupazione è strutturale in un’economia di mercato e perciò non è colpa dei banchieri centrali. La piena occupazione non è nemmeno una prerogativa politica della banca centrale.

I critici hanno segnalato che i dati che stanno dietro alle teorie della scuola di Chicago sono raccolti in forma selettiva e ordinati in modo da appoggiare un’ideologia preconcetta, che altro non è che un sistema verticale di credenze piuttosto che il risultato di uno studio scientifico veramente aperto. Le scienze economiche sono un tema complesso. Qualsiasi tema, per complesso che sia, se è considerato correttamente, diventerà ancora più complesso. D’altra parte, se è osservato in forma semplicistica, può condurre a conclusioni convenienti ma ingannevoli. Questa verità sfugge a numerosi esperti che tendono ad evitare meticolosamente piccoli errori mentre incorrono in grandi falle. E’ ciò che successe agli economisti della scuola di Chicago.

Nel suo saggio del 1953 “The Methodology of Positive Economics”, Friedman argomenta contro la “basilare confusione tra l’esattezza descrittiva e la significazione analitica che soggiace alla maggioranza delle critiche alla teoria economica”. Il documento afferma che realtà complesse possono essere scientificamente ridotte a semplici strutture fondamentali. E la prova di queste ipotesi sono i suoi frutti. Una teoria è la forma con cui percepiamo i “fatti” e non possiamo percepire i “fatti” senza una teoria.

David Hume (1711-86) segnalò nella sua “Ricerca sull’intelletto umano” che poiché la conclusione di una valida deduzione non può contenere informazione non presente nella premessa, non può esserci alcuna valida conclusione dai fenomeni osservati a quelli non osservati.

Immanuel Kant (1724-1804) emancipò il dominio umano della conoscenza dallo scetticismo di Hume. Nella sua “Critica della ragion pura” (1781), sottolineò il contributo del conoscitore alla conoscenza. Mentre ammise che i tre grandi temi della metafisica – Dio, libertà e immortalità – non possono essere determinati logicamente, affermò che la loro essenza non è un presupposto necessario. Nelle sue pubblicazioni successive: “Critica della ragion pratica” (1788) e “Critica del giudizio” (1790), Kant stabilì come una legge morale il suo famoso imperativo categorico che richiede azioni morali per essere incondizionatamente ed universalmente vincolante per la buona fede assoluta.

La buona fede è straordinariamente assente nel fondamentalismo di mercato. Dio e l’immortalità sembrano essere stati rivendicati da alcuni fondamentalisti di mercato sulla base della loro supposta logica sul tema della libertà.

Le domande positive/normative si distinguono per la dicotomia “è/dovrebbe”. John Neville Keynes, padre meno conosciuto di John Maynard Keynes, divise le scienze economiche in “positive” (lo studio di “ciò che è”, e il modo in cui funziona l’economia), “normative” (lo studio di ciò che “dovrebbe essere”) e l’”arte delle scienze economiche” (scienze economiche applicate – come convertire “ciò che dovrebbe essere” in “ciò che è”). Quindi, l’intervento è ineluttabile per il progresso.

Nello stesso saggio del 1953 sul positivismo, Friedman cercò di negare la dicotomia “è/dovrebbe” argomentando che le risposte alle questioni sul “dovrebbe” dipendono necessariamente dallo stabilire previamente “ciò che è”. Ciò nonostante, la maggioranza dei critici della metodologia positiva di Friedman pensano che stava argomentando contro le scienze economiche normative e pertanto conclusero che stava solo argomentando a favore delle scienze economiche positive. Tuttavia, “ciò che è” determina “ciò che dovrebbe essere”, il che si riflette sul giudizio del valore dell’economista applicato. Pertanto la metodologia positiva deve precedere le prescrizioni normative. Però se si utilizza la metodologia positiva per giustificare “ciò che è” senza procedere a “ciò che dovrebbe essere”, lo studio positivo diviene superfluo.

L’affermazione della scuola di Chicago che la prosperità proverrà dai mercati lasciati liberi dall’interferenza governativa è posta in discussione dai fatti accaduti. Crisi finanziarie ricorrenti sembrano essersi concretizzate in un modello ciclico di dieci anni, come evidenziano i crolli del 1987, 1997, 2007. A questo modo, dopo tre decenni di dominio egemonico nella politica governativa e nella filosofia dell’impresa privata, la teologia della scuola di Chicago già non può poggiare sulla sua sicura piattaforma del potere politico mascherata da supremazia teorica.

Il collasso del fondamentalismo di mercato nell’economia sta mettendo alla prova dappertutto la teologia della scuola di Chicago. La sua grande bugia è stata smascherata dai fatti su due livelli. L’affermazione dei Chicago boys che l’aiuto ai ricchi aiuterà anche i poveri non solo è smascherata come falsa, ma risulta anche che il fondamentalismo di mercato danneggia non solo i poveri ai quali manca il potere: danneggia tutti, ricchi e poveri, anche se in maniera differente. Quando i salari sono mantenuti a basso livello per combattere l’inflazione, il regime dei bassi salari causa un eccesso di capacità produttiva attraverso i sovra-investimenti da eccesso di profitti. E il rilassamento monetario a queste condizioni produce iperinflazione che danneggia anche i ricchi. I frutti del test di Friedman sono sotto gli occhi di tutti – e sono tutti pessimi.

L’ascendenza politica della scuola di Chicago si sviluppò attorno al nucleo del monetarismo macroeconomico, del quale Friedman fu il principale guru. “La moneta conta” divenne il suo slogan popolare. Però lo slogan è vero soltanto a metà. La moneta conta abbastanza purché non sia solo un tema economico; è un importante tema politico. Gli studiosi di storia monetaria sanno che la moneta è stato un tema di intensa discordia politica nel corso della storia. Per gli Stati Uniti, una nazione relativamente giovane determinata a cercare una nuova forma di governo attraverso la democrazia popolare, il tema della moneta apparve in ogni capitolo della sua storia politica.

Ma la scuola di Chicago è più che un movimento di teoria economica. Negli ultimi decenni, era diventata un agente aggressivo dell’imperialismo intellettuale, approdando al polveroso manto del darwinismo sociale, applicando le sue dottrine economiche ad altre discipline come le scienze politiche, la teoria legale, la storia, la sociologia, le relazioni internazionali e persino la teologia.

Arricchirsi è diventato l’equivalente del fare un lavoro divino nel capitalismo di mercato. Ciò nonostante, molte religioni spesso considerano l’attitudine verso il denaro più indicativa del vero valore di una persona che il mero possesso di quest’ultimo. Lo stesso vale per le civilizzazioni. Ciò spiega il motivo per cui le società moderne, i cui membri possono ossessionarsi per la determinata ricerca della ricchezza materiale, si confrontano costantemente con ricorrenti crisi di valori. La ricerca della massimizzazione della ricchezza porta inevitabilmente al tradimento dei valori umani che altrimenti vieterebbero lo sfruttamento smisurato del prossimo e lo sdegno impersonale verso lo stesso. I valori umani non possono essere mediati attraverso il prezzo, nonostante l’infame memorandum della Banca Mondiale di Larry Summers sull’efficienza economica raggiunta attraverso la dislocazione dell’inquinamento nel Terzo Mondo.

I super-vincitori nel capitalismo di mercato sono non solo rispettati ed ammirati per ciò che fanno per vincere nel mercato, ma anche per la loro supposta sapienza di vita. Li si ricerca costantemente affinché diano le loro opinioni sui grandi problemi del nostro tempo, inclusi quelli che sono molto lontani dai loro ambiti di competenza.

L’Università di Chicago puntò storicamente ad incoraggiare una comunità di uomini di lettere di diversi punti di vista ed esperienza per germinare ampie idee circa i grandi problemi sociali, non attraverso una timida investigazione empirica sullo status quo, ma nuovi arditi balzi dell’intelletto puro che fossero futuri temi di investigazione empirica, come sotto la presidenza di giganti dell’educazione come William Rainey Harper e Robert Maynard Hutchins. Pertanto è ironico che tale Università sia la sede della scuola di Scienze economiche di Chicago, vista generalmente come una roccaforte dottrinaria.

Nel 1856, il senatore democratico Stephen A. Douglas, famoso per i dibattiti Lincoln-Douglas, il quale introdusse la dottrina Freeport contro la schiavitù, che permise che i nuovi territori escludessero la schiavitù in nome della sovranità popolare, offrì una donazione di 0,4 ettari di terreno ai presbiteriani “per un luogo ove far sorgere una Università nella città di Chicago”. Gli elitari presbiteriani declinarono e l’offerta ricadde sulla populista prima Chiesa Battista di Chicago, che credeva che la grazia di Dio fosse per tutti e non solo per gli individui predestinati.

Gli amministratori battisti si appoggiarono a quote sottoscritte da ricchi abitanti di Chicago per finanziare l’edificio dell’università. Tuttavia, il grande incendio del 1871 e il panico del 1873 distrussero il valore di una gran parte delle quote che erano state ottenute senza condizioni. Quelle calamità indebitarono considerevolmente l’università, che mai poté pagare i debiti. La cerimonia del 16 giugno 1886 segnò la fine della prima Università di Chicago.

Per mantenere in vita l’Università, l’amministratore battista Thomas Goodspeed chiese l’appoggio finanziario di John D. Rockefeller, anch’egli devoto battista, che mai aveva visitato Chicago. In quei giorni Rockefeller stava pensando di creare una grande università battista a New York.

In seguito alle negoziazioni tra New York e Chicago, con l’intermediazione dell’ecclesiastico battista Frederic Taylor Gates e dell’erudito ebreo William Rainey Harper, Rockefeller scelse Chicago. Gates fu un assessore cruciale per convincere Rockefeller sulle necessità di filantropia al fine di sviluppare un fine sociale per la sua enorme ricchezza e per ricostruire l’immagine pubblica del suo nome appoggiando progetti e istituzioni dedicate al bene pubblico.

Con la Legge Interstatale di Commercio del 1887 e l’imminente Legge Antimonopolista Sherman del 1890, Chicago aveva il vantaggio di essere lontana da Wall Street e di evitare le chiacchiere circa una relazione speciale tra gli interessi dei ricchi e la nuova università. La Scuola di Scienze Economiche di Chicago e il proposto Istituto Milton Friedman sembrano aver superato totalmente una tale suscettibilità.

Nel 1890 Rockefeller accettò di donare 600.000 dollari (equivalenti a 14 milioni di dollari attuali – molto meno di ciò che si cerca ora per l’Istituto Milton Friedman) se gli abitanti di Chicago avessero offerto gli altri 400.000. Goodspeed ricorse al banchiere e filantropo di Chicago, Charles Hutchinson, affinché spingesse l’elite di Chicago ad aderire alla condizione di Rockefeller e così nacque la nuova università. Il commerciante Marshall Field donò il terreno per un nuovo campus ad Hyde Park.

Harper fu nominato presidente e aprì la nuova università di Chicago il 1° ottobre 1892. Egli fu uno studente accademico prodigio che ottenne un dottorato a Yale a 18 anni. Edotto in ebraico e studi biblici, Harper disponeva di competenza linguistica in aramaico, arabo, siriano e accadico. Come primo presidente della nuova università, anticipò un glorioso futuro per l’università di Chicago, che era destinata a competere con le otto università più prestigiose degli Stati Uniti, come Harvard e Yale, non copiandole, ma lasciandole dietro di sé. Solo nel 1897 Rockefeller fece la sua prima visita all’università, che crebbe sino a diventare una delle maggiori al mondo. Inoltre segnò l’inizio di un massivo programma filantropico di Rockefeller nel settore dell’educazione in tutto il globo.

Gli ultimi decenni del secolo XIX furono un periodo turbolento per l’economia degli Stati Uniti. Si ebbero panici finanziari e crisi agricole a catena insieme all’emergere di monopoli che agivano come levatrici per la nascita dell’economia industriale. La concentrazione della proprietà attraverso la finanza depredatrice, mentre facilitava una crescita spettacolare, causò risentimenti pubblici dovuti alla truffa generalizzata, la manipolazione finanziaria e l’abuso della forza lavoro. Crociate agrarie e sindacalismo furono affrontati con indescrivibile violenza da parte dei capitalisti e gestori che assunsero picchiatori come forza di sicurezza privata che praticamente presero la legge nelle proprie mani. Riformatori populisti come Henry George, monetaristi bimetallici, progressisti e persino repubblicani “silverite” [favorevoli all’impiego dell’argento nelle monete, per distinguerli dai sostenitori dell’oro, NdT] entrarono in scena e cercarono il consiglio di economisti progressisti per un appoggio concettuale alle loro posizioni politiche.

La nuova università di Chicago, incaricata dalla visione di Harper di superare i centri del potere accademico dell’est, iniziò un aggressivo programma di accalappiamento nei confronti dei giovani astri nascenti delle istituzioni distaccate, una strategia copiata posteriormente da tutte le università dotate di mezzi finanziari. Siccome praticamente tutti gli economisti rispettabili dell’epoca erano, nei differenti gradi, apologeti che difendevano il nuovo capitalismo industriale, con tutti i loro difetti, l’università invitò nel 1892 l’economista arci-conservatore J. Laurence Laughlin a formare il suo dipartimento di scienze economiche. Laughlin aveva studiato sotto Charles Dunbar ad Harvard, più tardi abbandonò l’ambiente accademico per fare una piccola fortuna con le assicurazioni, e poi ritornò ad insegnare a Cornell per due anni prima di ricevere la chiamata all’Università di Chicago.

Nell’università, Laughlin stabilì una tradizione d’espansione dello spazio intellettuale e nominò vari istituzionalisti, in particolare il suo vecchio studente a Cornell, Thorstein Veblen, a dirigere il Journal of Political Economy de Chicago. “Teoria della classe oziosa”, una critica classica al consumismo, fu scritta da Veblen.

Proprio Laughlin, bramoso sostenitore partitario del libero mercato, insieme a Frank Taussig ad Harvard, Arthur T. Hadley e il social darwinista William Graham Sumner, entrambi a Yale, non accettarono di essere membri dell’Associazione Economica Statunitense, che era stata concepita dalla “nuova scuola” come equivalente negli Stati Uniti dell’”Associazione di politica sociale”, la “Verein für Sozialpolitik” tedesca, convertendo per difetto l’associazione in un baluardo degli emergenti istituzionalisti. La reputazione di Laughlin nell’estabilishment si basava su un lavoro in economia monetaria, come eloquente oppositore al bimetallismo e energico propulsore del sistema delle banche centrali.

Gli Apologisti Americani [economisti e sociologi arci-conservatori di fine secolo XIX e inizio del secolo XX, n.d.t.] utilizzarono argomenti religiosi e morali per difendere lo status quo del capitalismo industriale come opera di “leggi eterne dell’economia”, benedette da Dio e dalla morale, anche se non completamente giuste. Ogni tentativo di interferire, come la legislazione antimonopolista e i sindacati legalizzati, erano innaturali, se non direttamente immorali, e avrebbero finito per determinare l’autodistruzione della specie umana, distruggendo il suo istinto di sopravvivenza. Veblen, insieme a Henry J. Davenport e Frank H. Knight, se la spassarono a ridicolizzare gli Apologisti con le loro dichiarazioni insensate.

Frank H. Knight, conosciuto come “Il grande vecchio” di Chicago, era rispettato quanto Joseph Schumpeter di Harvard. Insieme a Jacob Viner, Knight presiedette il Dipartimento di Scienze Economiche di Chicago dagli anni venti sino agli anni quaranta, e giocò un ruolo centrale nello stabilire il carattere del dipartimento. La sua famosa dissertazione “Rischio, incertezza, beneficio” (1921) continua ad essere una delle letture più interessanti sull’economia, in particolar modo ai giorni nostri.

Knight fece una distinzione tra “rischio” derivante da aleatorietà con probabilità conoscibili e “incertezza” risultante dall’aleatorietà con probabilità non conoscibili, che è ora conosciuta come Teoria del Cigno Nero, coniata da Nassim Nicholas Taleb, il brillante teorico della finanza quantitativa. Frank prospettò il ruolo dell’imprenditore in una teoria caratteristica del beneficio e fece una delle prime presentazioni della famosa legge delle proporzioni variabili nella teoria della produzione.

Viner fu un keynesiano al contrario, dato che credeva che le depressioni si dovevano al fatto che la deflazione dei prezzi di produzione avveniva a un ritmo più rapido che il collasso dei costi. Il recupero, credeva, richiedeva una restaurazione dei margini di beneficio, persino se si produceva un’inflazione indotta dal governo, però non incentrandosi nell’espansione monetaria o nell’inflazione, ma piuttosto mediante costi fiscali deficitari per creare il necessario aumento dei prezzi mentre i costi continuavano ad essere mantenuti inferiori e i benefici aumentavano. Friedman definì erroneamente Viner come un monetarista della prima ora. Il buco nella ricetta di Viner è che senza aumento dei salari o piena occupazione, non si può recuperare alcuna depressione. E’ particolarmente vero nella situazione attuale, dove l’eccesso di capacità produttiva è un problema centrale. Come descrisse Henry Ford, la strada verso il profitto passa attraverso salari più alti di quelli di minima sussistenza.

La spinta intellettuale della scuola di Chicago dal 1920 al 1950 differì significativamente dalla sua incarnazione posteriore. Diretta da Knight, la scuola sospettava fortemente della metodologia economica positiva per studiare come l’economia lavora sul momento. I membri del corpo accademico denunciarono l’imperialismo intellettuale, argomentando a favore di un ruolo limitato per l’analisi economica. Sospettavano delle affermazioni di efficienza dell’economia del laissez-faire, e la accettavano solo su una base non consequenziale. L’efficienza non è contagiosa; tende a aumentare mediante una diminuzione dell’efficienza in altre aree.

I Chicago Boys di questa era accettarono politiche attive del governo per curare le recessioni, incluso il Plan Chicago di Henry Simons per una politica monetaria anticiclica. Nella facoltà c’era Paul Douglas, liberale appassionato del New Deal, che lasciò per divenire senatore degli Stati Uniti con grande influenza persino in politica estera. Mediante la Scuola di Sociologia di Chicago, Douglas sviluppò un’affinità intellettuale con Jane Adams, riformatrice sociale e prima donna statunitense a ricevere il premio Nobel per la pace. Un altro membro fu l’attivista socialista Oskar Lange che sviluppò un modello per il socialismo di mercato. Si sperava che Lange arrivasse ad essere un personaggio importante nel dipartimento ma abbandonò Chicago alla fine della II guerra mondiale per unirsi al nuovo governo comunista in Polonia e servì come ambasciatore presso le Nazioni Unite.

Negli anni sessanta, il dipartimento cominciò ad assumere una nuova forma, diretta da George J. Stigler e Friedman. A volte ci si riferisce come alla seconda Scuola di Chicago, famosa per la sua polemica anti-keynesiana. Terminò per essere conosciuta come la Scuola di Scienze Economiche di Chicago, tale e quale come si intende attualmente il termine. Il periodo Stigler-Friedman di economia neoclassica nega ostinatamente la possibilità del fallimento del mercato, con una ostilità militante contro la concorrenza perfetta che restringe l’ingresso al mercato, come nel caso dei monopoli. I Chicago Boys di questa epoca videro se stessi come una nemesi nata spontaneamente dell’economia keynesiana.

I Chicago Boys furono distaccati propagandisti che fecero buon uso delle loro due influenti pubblicazioni – il Journal of Political Economy e il Journal of Law and Economics – come araldi della verità. Apprendendo dal successo secolare della Scuola di Economia di Manchester di libero commercio, che era stata rafforzata dall’appoggio politico diretto del governo britannico e dal patrocinio finanziario dell’industria, la scuola di Chicago si concentrò nella forgia di alleanze ideologiche a Washington con i conservatori su temi di politica interna e con i neoliberali su questioni internazionali, alleanze finanziarie con i banchieri di Wall Street che volevano meno interferenze governative, e alleanze con le banche centrali che volevano formule semplici che li assolvessero dalle loro responsabilità.

Quei fondamentalisti del mercato si nascosero dietro le loro vigorose metodologie di investigazione per sequestrare la verità come loro proprietà privata, nonostante che altri economisti altrettanto vigorosi traessero conclusioni diametralmente opposte, ma meno sensibili agli interessi dei facoltosi. I Chicago Boys conquistarono rapidamente posti chiave nell’apparato politico del governo e punti di potere nell’amministrazione degli affari per vendicarsi degli anni nel deserto durante l’era keynesiana.

In microeconomia, sotto la direzione di George Stigler, il paradigma neoclassico fu ampliato per incorporare nuove osservazioni sensibili all’analisi economica, tracciando nuove rotte con interpretazioni economiche del capitale umano, dei diritti di proprietà e dei costi delle transazioni, assegnando valori misurabili a tutte le cose in modo che l’utilità marginale potesse informare la presa delle decisioni.

Era un approccio che permetteva che l’efficienza eclissasse la direzione. Non importava dove andava la nazione ma che lo facesse rapidamente e a basso costo. Gli affari e la finanza, anteriormente incombenza delle scuole vocazionali, furono introdotti alla filosofia del campo intellettuale nell’università e incorporati all’economia neoclassica. La pianificazione industriale si fece indispensabile per la sopravvivenza e per le imprese rispettabili, ma la pianificazione nazionale fu considerata come una minaccia per la libertà. Il profitto cominciò a raggiungere una condizione equivalente all’immortalità. Le scienze politiche e la teoria istituzionale furono ristrutturate in modo che avessero una base finanziaria in luogo di un fondamento economico, anche nel caso della sicurezza nazionale e delle relazioni internazionali.

A un certo livello, la controversia dell’Istituto Milton Friedman nell’Università di Chicago è un problema locale in un’università privata. Ma l’Università di Chicago è una istituzione di livello mondiale con connessioni e influenza in tutto il mondo. Ciò che succede a Chicago comporta ampie implicazioni in altre parti del mondo.

In questo ambito, la lotta a Chicago è globale. Ovunque, istituti di educazione superiore lottano contro l’uso illegittimo delle immense risorse finanziarie opprimenti, mal guadagnate, per perpetuare ideologie difettose che hanno generato tali guadagni illeciti a spese del benessere di miliardi di persone in tutto il mondo, e per aumentare ciecamente l’efficienza di un regime di sfruttamento mondiale. Il problema è specialmente acuto nelle economie emergenti.

La lotta nell’Università di Chicago potrebbe agire come un faro in tutto il mondo per spogliare il fondamentalismo di mercato e la sua pretesa pseudo-scientifica e smascherarlo come un artefatto propagandistico per razionalizzare lo sfruttamento di molti da parte di pochi in tutto il mondo.

(Il professor Lincoln del CORES incoraggia tutti quelli che si identificano con la lotta di Chicago a esprimere il proprio appoggio attraverso il sito citato in seguito).

Henry C. K. Liu è presidente di un gruppo di investimenti privato con sede a New York. Il suo sito è: http://www.henryckliu.com.

(Copyright 2008 Asia Times Online (Holdings) Ltd. All rights reserved.

Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/JI05Dj03.html
Tradotto dall’inglese per Rebelión da Germán Leyens
7.09.08

Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=72363

Tradotto dallo spagnolo per www.comedonchisciotte.org da RICCARDO (www.alol.it)

Pubblicato da Truman

  • lino-rossi

    Walter Beveraggi Allende – teoria qualitativa della moneta – Edizioni di Ar

    “A partire dal marzo del 1976, José Alfredo Martinez de Hoz, sotto la protezione del Governo militare e dotato di “pieni poteri”, assunse la guida dell’economia in Argentina; costui, senza essere un economista, asserì di prendere a modello i dettami di Milton Friedman e subito dopo diede corso ad un programma decisamente deleterio per il Paese, i cui risultati sono sin troppo evidenti.
    Naturalmente, il Prof. Friedman non solo si astenne dal negare la propria paternità riguardo al “Piano Martinez de Hoz”, ma contribuì in vari modi a dargli il suo “appoggio”, convincendo mezzo mondo del fatto che effettivamente il menzionato Ministro, audace e improvvisatore oltre ogni limite, era un fedele discepolo della “Scuola di Chicago”. Centinaia di pubblicazioni giornalistiche lo confermano.
    Come prova di quanto affermato, basterà segnalare che nel 1977 il settimanale più popolare in Argentina pubblicò un’intervista con Milton Friedman, con l’intento precipuo di consultarlo sui problemi di quel Paese; tale servizio, abbondantemente corredato da fotografie del “Premio Nobel”, definito come “una delle più grandi autorità del mondo in materia di Economia”, occupa nientemeno che tredici pagine della suddetta pubblicazione (Gente” , Buenos Aires, n. del 2 giugno 1977, pp. 32-45.).
    In questa intervista, il Prof. Friedman avalla, direttamente o indirettamente, quanto Martinez de Hoz stava compiendo in Argentina.
    I tassi di interesse bancario, che in quel periodo superavano il 200% annuo, non turbano assolutamente Friedman, che si limita a raccomandare la notoria restrizione monetaria “per controllare o ridurre l’inflazione” ed auspica al contempo, nel miglior stile “classico-liberale”, che l’Argentina produca quegli articoli in cui essa, in relazione al loro costo, gode di “vantaggi competitivi”…
    Con tutto ciò, il quadro dell’inflazione in Argentina continuava ad aggravarsi sensibilmente e non per l’incremento della massa monetaria, ma per ragioni assolutamente estranee a questa causa a cui Friedman attribuiva, “sempre e dovunque”, la responsabilità di quell’anomalia.
    Come abbiamo fatto notare in vari studi pubblicati in anni recenti, i principali fattori d’inflazione in Argentina non avevano nulla a che fare con l’incremento della moneta.
    In altri termini ciò che Friedman propone come “dogma monetarista” è la stabilità ad oltranza della massa monetaria. Per conseguire questo fine, non importa che i tassi di interesse superino qualsiasi livello, non importa neppure l’entità della spesa fiscale.”

    la logica di questo furfante, inoltre, è stata quella che ha informato il devastante operato di bankitalia dal settembre 1979 in poi.
    https://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=print&sid=3844

    sottolineo che la falsa scienza di darwin è pretesto, ancora una volta, per foraggiare i delinquenti. darwin, scientifico come la favola di biancaneve, è divenuto il pretesto per giustificare ogni animalesca sopraffazione. non è vero che i discendenti di una determinata specie si trovano con organi di altre specie.