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UN GOVERNO SOSTENIBILE: IL SISTEMA BANCARIO PER UN “NUOVO” NEW DEAL

DI ELLEN BROWN
webofdebt.com

“Non stiamo parlando di un governo smisurato e inefficiente o di un governo modesto e senza pretese. Si tratta di costruire un governo più intelligente che si concentri su ciò che funziona.” – Barack Obama, 26 novembre 2008

Mentre il nostro 45mo Presidente si prepara ad entrare nella Stanza Ovale, il prestito bancario si è bloccato, alcune delle più grandi banche del paese sono attaccate al respiratore artificiale e i tre colossi dell’auto sono falliti. Il mercato immobiliare continua il suo tracollo e lo stesso vale per l’economia.
Non c’è da stupirsi del fatto che Obama sia paragonato a Franklin D. Roosevelt, che entrò alla Casa Bianca nel 1932 in difficoltà finanziarie analoghe. Ancor prima di insediarsi, Obama ha iniziato la sua versione delle “chiacchiere davanti al focolare” (modernizzate dalla radio ai video online) che venivano tenute da Roosevelt quasi settimanalmente per rassicurare l’opinione pubblica. Il 22 novembre Obama ha detto che punta a creare 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2011 e rimettere in moto l’economia costruendo strade e ponti, ammodernando le scuole e creando tecnologie e infrastrutture per le energie rinnovabili. Sono tutte ottime idee, ma con che cosa verranno finanziate? Con altro debito?Obama ha promesso di onorare gli impegni dell’amministrazione uscente per salvare i mercati finanziari, sulla base della teoria che se non lo facessimo il nostro sistema creditizio si bloccherebbe del tutto. Ma, come ha fatto notare Barry Ritholtz in un articolo pubblicato lo scorso 2 dicembre, il salvataggio è già costato più del New Deal, del Piano Marshall, dell’Acquisto della Louisiana, della corsa alla Luna, del salvataggio delle cooperative dei risparmiatori, della guerra in Corea, della guerra in Iraq, della guerra del Vietnam e del budget di una vita della NASA messi assieme [1]. L’aumento del peso del debito potrebbe spezzare la schiena dei contribuenti e mandare in rovina l’intera nazione.
Come può affrontare il Presidente questa durissima impresa di finanziamento? Due secoli fa Thomas Jefferson si era reso conto che esisteva un modo per finanziare il governo senza tasse e senza debito. Purtroppo, l’aveva capito solamente dopo aver lasciato la Casa Bianca e quindi non fu in grado di metterlo in pratica. Con un po’ di fortuna Obama si accorgerà di questa soluzione di finanziamento all’inizio del suo mandato, prima che il paese dichiari fallimento e venga abbandonato ai creditori.

Una chiave per la soluzione: capire il denaro e il credito

Jefferson si rese conto troppo tardi che i Padri Fondatori erano stati tratti in inganno. Egli scrisse al Segretario al Tesoro Gallatin nel 1815:
“Il tesoro, non avendo fiducia nel paese, si è consegnato legato mani e piedi a dei banchieri e degli avventurieri sfrontati e insolventi che fingono di avere denaro.”
Jefferson scrisse a John Eppes nel 1813:
“Anche se abbiamo permesso così stupidamente che ci venisse rubato il campo del mezzo circolante da degli individui privati, penso che potremo riprendercelo… Agli stati dovrebbe essere chiesto di trasferire al Congresso il diritto di emettere cartamoneta, per sempre.”
Per molto tempo è stato diritto sovrano dei governi quello di creare l’offerta monetaria nazionale, una cosa che le colonie avevano intrapreso con successo per un centinaio di anni prima della guerra d’Indipendenza. Perché allora il governo ha consegnato il diritto di creazione del denaro a dei banchieri privati che fanno semplicemente “finta di avere i soldi”? Perché, a distanza di 200 anni, ci stiamo ancora umiliando davanti a delle banche private che stanno dichiaratamente fallendo? La risposta potrebbe essere che, allora come oggi, i legislatori e la maggior parte delle persone non hanno capito il funzionamento della creazione del denaro. All’incirca solo il 3% dell’offerta monetaria degli Stati Uniti consiste di “denaro concreto” – monete metalliche (emesse dal governo) e banconote (emesse dalla Federal Reserve di proprietà privata e prestate al governo). Tutto il resto esiste solamente sugli schermi dei computer o in conti virtuali e questo denaro viene tutto creato dalle banche quando erogano prestiti. Contrariamente a quanto si crede, le banche non prestano il proprio denaro o quello dei loro correntisti ma semplicemente “monetizzano” la promessa di pagamento di chi richiede il prestito. Molte persone autorevoli hanno confermato questo fatto. Eccone alcuni:
“Quando una banca eroga un prestito, aggiunge semplicemente al conto di deposito del mutuatario presso la banca l’ammontare del prestito. Il denaro non è preso dal deposito di nessun altro, non è stato versato in precedenza da nessuno. Si tratta di nuovo denaro, creato dalla banca per essere utilizzato dal mutuatario.”
– Robert B. Anderson, Segretario al Tesoro sotto la presidenza Eisenhower
“Le banche creano denaro. Servono a questo … il processo produttivo per creare denaro consiste nell’inserire una voce in un registro. Tutto qui … ogni volta che una Banca eroga un prestito … viene creato nuovo credito bancario, denaro nuovo di zecca”.
– Graham Towers, Governatore della Banca centrale canadese dal 1935 al 1955

“Naturalmente [le banche] non erogano prestiti utilizzando il denaro che ricevono come deposito. Se lo facessero, non verrebbe creato denaro aggiuntivo. Quello che fanno quando erogano un prestito è accettare dei pagherò in cambio di credito sul conto del mutuatario. I prestiti (attività) e i depositi (passività) aumentano entrambi [della stessa quantità].”
– The Chicago Federal Reserve, Modern Money Mechanics (ultimo del 1992)
Non solo le banche fingono di avere i soldi che ci prestano ma oggi pretendono spudoratamente anche di essere salvate dai loro debiti sconsiderati da gioco d’azzardo in modo da poter continuare a prestarci denaro che non possiedono. Secondo il Controllore della Valuta, i registri contabili della banche americane riportano ora oltre 180.000 miliardi di dollari sotto forma di scommesse speculative meglio conosciute come derivati. Soprattutto in discussione oggi sono quelle specie di scommesse chiamate credit default swaps (CDS) che sono state vendute dalle banche come garanzia verso un’inadempienza di un prestito. Il problema è che i CDS sono solamente delle scommesse private e non c’è nessun funzionario assicurativo che garantisca che i “venditori” abbiano il denaro per pagare l’”acquirente” se questi subiscono delle perdite. Mentre i prestiti sono diventati inadempienti, l’elaborato piano d’azzardo che è stato costruito su di loro è vacillato fino ad arrivare vicino al tracollo, minacciando di trascinare con sé il sistema bancario. Ora i giocatori esigono che il governo sostenga le loro puntate con il denaro dei contribuenti, sulla base della teoria che se il sistema bancario crollasse l’opinione pubblica non avrebbe più credito e soldi. Questa è la teoria, ma interpreta male la natura del denaro e del credito. Se una banca privata può creare denaro semplicemente registrando un credito in un conto di deposito, può farlo anche il governo. La Costituzione dice che “il Congresso deve avere il potere di coniare moneta”. Non dice che il Congresso può delegare alle banche private il diritto di creare il 97% dell’offerta monetaria nazionale sotto forma di prestiti. Nulla garantisce il nostro denaro tranne “la piena fede e credito degli Stati Uniti”. Il governo potrebbe e dovrebbe avere un proprio sistema di banche pubbliche con l’autorizzazione di emettere direttamente il credito della nazione.

Acquisizioni, non salvataggi

L’accumulazione di una rete di banche di proprietà pubblica oggi sarebbe una questione semplice. Quando le banche diventano insolventi, invece di provare a salvarle il governo le metterebbe in stato di fallimento e le acquisirebbe. Delle banche insolventi se ne occupa la FDIC, che è autorizzata a scegliere fra tre alternative. Può ordinare un indennizzo, con il quale la banca è liquidata e cessa di esistere. Può predisporre l’acquisto e l’accettazione, nel quale un’altra banca compra la banca fallita e si accolla le sue passività. Oppure può scegliere l’opzione della banca ponte, con la quale la FDIC rimpiazza il consiglio di amministrazione e fornisce i capitali per continuare le operazioni in cambio di una quota di partecipazione nella banca. “Quota di partecipazione” significa un interesse di proprietà: le azioni della banca diventano di proprietà del governo [2]. La nazionalizzazione è un’alternativa che viene normalmente seguita in Europa per le banche in fallimento. Come ha fatto notare William Engdahl in un articolo del 30 settembre, citando l’economista Nouriel Roubini come esperto:
“Nella recente crisi bancaria, quasi in ogni caso in cui è stata necessaria un’azione del governo per salvare il sistema finanziario, il metodo più conveniente (per i contribuenti) è stato quello della nazionalizzazione delle banche in difficoltà da parte del Governo, come in Svezia o in Finlandia all’inizio degli anni ’90, e l’acquisizione del loro management e dei loro beni… Nel caso svedese, il Governo ha detenuto i beni, per la maggior parte immobiliari, per diversi anni finché l’economia si è ripresa al punto di poterli rivendere sul mercato… Nel caso svedese, è stato calcolato che il costo finale sui contribuente è stato pressoché nullo. Lo stato non ha mai fatto quello che proponeva Paulson, cioè acquisire i rifiuti tossici della banche, lasciandole libere di svignarsela dalle loro pazzie di cartolarizzazione e di illeciti speculativi.” [3] Come in una qualunque acquisizione aziendale, le attività delle banche nazionalizzate dal governo potrebbero proseguire come prima. Non servirebbe cambiare molto, a parte i nomi sui certificati azionari. Le banche si troverebbero solamente sotto una nuova gestione. Potrebbero anticipare prestiti sotto forma di voci contabili, proprio come fanno ora. La differenza sarebbe che l’interesse sugli anticipi di credito, invece di andare nei caveaux privati per un profitto privato, andrebbe nelle casse del governo. La “piena fede e credito” diventerebbe un bene degli Stati Uniti. Invece di pagare 500 miliardi di dollari di interessi ogni anno, gli Stati Uniti potrebbero ricevere interessi sul proprio credito, sostituendo o eliminando la necessità di tassare i propri cittadini.

3 modi per finanziare il “nuovo” New Deal

Ci sono tre modi con cui il governo potrebbe finanziarsi senza indebitarsi con i prestatori privati o tassando i cittadini: (1) il governo federale potrebbe istituire una propria struttura di prestito; (2) gli stati potrebbero istituire delle strutture di prestito di loro proprietà; oppure (3) il governo federale potrebbe stampare moneta direttamente, da poter essere spesa nell’economia in progetti pubblici. Per ciascuna di queste alternative esistono dei precedenti di fattibilità:

1. L’alternativa della Banca Federale

Il governo federale potrebbe emettere credito attraverso una propria struttura di prestito, utilizzando la leva sulle “riserve” di tante volte il loro valore nominale in prestiti proprio come fanno ora le banche. Franklin Roosevelt finanziò il suo New Deal attraverso la Reconstruction Finance Corporation (RFC), un istituto di proprietà del governo che erogava prestiti. Tuttavia, la RFC prendeva a prestito il denaro prima di prestarlo [4]. Un’alternativa esente da debito sarebbe quella di una banca di proprietà del governo che emettesse il denaro semplicemente come “credito”, senza doverlo prima prendere a prestito. Questo fu fatto dalle banche centrali di proprietà dello stato di Australia e Nuova Zelanda negli anni ’30 che permise loro di evitare la depressione mondiale di quell’epoca [5]. Nell’opuscolo informativo “Modern Money Mechanics”, la Federal Reserve di Chicago conferma che nel sistema sistema a riserva frazionaria in vigore oggi, un dollaro presente nelle riserve delle banche private viene abitualmente gonfiato in dieci dollari di nuovi prestiti [6]. Seguendo questo protocollo consolidato, il governo potrebbe gonfiare i 700 miliardi di dollari già stanziati per sbloccare i mercati creditizi in 7.000 miliardi di dollari di prestiti ad un tasso basso di interesse.
A quanto pare, questo è il modo con cui il Segretario al Tesoro Henry Paulson e il Presidente della Federal Reserve Ben Bernake stanno pensando di generare i 7.000 miliardi di dollari che sostengono di esser pronti ad anticipare per salvare il sistema finanziario: attraverso il sistema bancario aumenteranno semplicemente la leva dei 700 miliardi di dollari in 7.000 miliardi di dollari di nuovi prestiti [7]. Ma la Federal Reserve è una società per azioni di proprietà privata e i beneficiari della sua generosità non sono stati resi noti [8]. I 700 miliardi di dollari dello stanziamento iniziale appartengono ai contribuenti che dovrebbero trarne vantaggio, e non un sistema bancario privato che si regge sulle stampelle che utilizza i soldi dei contribuenti per le “riserve” per creare un “credito” pari a dieci volte quella somma che verrà poi ridato a prestito, con gli interessi, al contribuente.
Settemila miliardi di dollari in credito emesso del governo potrebbero fornire tutto il denaro necessario a finanziare il New Deal di Obama, con alcune centinaia di miliardi da tenere da parte. Tra gli altri, gli stati e i governi locali sarebbero tra i degni beneficiari di questo credito ad un basso tasso di interesse. Molte amministrazioni statali e comunali stanno fallendo non per colpa propria ma perché i tassi di interesse sono schizzati alle stelle quando gli assicuratori di securities e di obbligazioni hanno perso la loro valutazione di tripla-A nel mercato dei derivati [9].

2. L’alternativa della Banca Statale

Mentre gli stati aspettano l’intervento del governo federale, potrebbero creare per statuto una loro banca privata che emetterebbe credito ad un basso tasso di interesse sul modello della riserva frazionaria. L’articolo I, sezione 10 della Costituzione dice che gli stati “non devono emettere titoli di credito” che è stato inteso con il fatto che non possono emettere la loro cartamoneta. Ma non c’è nessuna norma che si opponga ad uno stato che possieda o crei per statuto una banca che emetta prestiti fino a dieci volte la quantità dei propri depositi, utilizzando i normali principi della riserva frazionaria.
Possiamo trovare un precedente nella Banca del Nord Dakota (BND), l’unica banca del paese di proprietà statale. La BND fu istituita nel 1919 per favorire e promuovere l’agricoltura, il commercio e l’industria nel Nord Dakota. La sua principale base di deposito è lo stato del Nord Dakota e la legge statale richiede che tutti i fondi statali e i fondi delle istituzioni statali siano depositati presso la banca. I ricavi della banca appartengono allo stato e il loro utilizzo va a discrezione della legislatura. Come agente dello stato, la BND può erogare sussidi per stimolare lo sviluppo economico e agricolo ed è più indulgente rispetto ad altre banche nell’imporre i pignoramenti. In base ad un programma chiamato AgPACE (Agriculture Partnership in Assisting Community Expansion), l’interesse sui prestiti erogati dalla BND e dai prestatori locali potrebbe essere ridotto all’1 per cento [10]. Il Nord Dakota rimane fiscalmente solido in un’epoca in cui altri governi statali affogano nei debiti e il suo sistema scolastico è particolarmente forte. Mentre la disgregazione nei mercati di capitali ha ostacolato ovunque le operazioni di prestito agli studenti, la BND continua a gestire una ricca attività di prestiti agli studenti ed è una delle principali banche del paese per numero di prestiti erogati agli studenti [11]. I risultati fiscali del Nord Dakota sono veramente notevoli tenendo presente che la sua economia consiste in larga parte di fattorie isolate dislocate in un clima inospitale. Un credito rapido ad un basso tasso di interesse proveniente dalla sua banca di proprietà statale potrebbe aiutare a spiegare questo straordinario successo.

3. Moneta emessa del governo

Una terza possibilità per creare un governo autosufficiente sarebbe quella che il Congresso creasse il denaro necessario in una tipografia o con delle voci contabili, e che quindi spendesse questo denaro direttamente nell’economia. Le solite obiezioni a quest’alternativa sosterrebbero che si tratterebbe di una misura altamente inflazionaria, ma se il denaro fosse speso in opere produttive che aumentassero l’offerta di beni e servizi – trasporti pubblici, abitazioni a basso costo, sviluppo di energie alternative e così via – l’offerta e la domanda aumenterebbero insieme e non ne deriverebbe alcuna inflazione dei prezzi. I governi coloniali americani stamparono la loro moneta per tutto il diciottesimo secolo. Secondo Benjamin Franklin, fu questo progetto originario di finanziamento il motivo dell’eccezionale abbondanza nelle colonie in un’epoca in cui l’Inghilterra stava soffrendo la depressione della Rivoluzione Industriale. Dopo la guerra d’Indipendenza, i banchieri privati ottennero il controllo dell’offerta monetaria ma Abraham Lincoln seguì il modello coloniale e approvò i Greenbacks emessi dal governo durante la guerra di Secessione. Non solo questo consentì al Nord di vincere la guerra senza indebitarsi con i banchieri ma creò un periodo di espansione e produttività senza precedenti per il paese.
Obama farebbe bene a considerare queste soluzioni di finanziamento per il suo governo “più intelligente”. E’ stato rapido ad assemblare i suoi consiglieri e a creare una linea programmatica ma una partenza rapida su una strada sbagliata potrebbe fare più male che bene. Il piano di salvataggio dell’attuale amministrazione sta servendo solamente a mantenere in vita un sistema bancario in fallimento prosciugando i beni dell’economia produttiva. L’opinione prevalente è che dobbiamo continuare sulla strada su cui ci troviamo ora, perché l’alternativa significherebbe un cambiamento terrificante e radicale. Tuttavia, il finanziamento di un nuovo New Deal senza indebitare ancor di più il paese non sarebbe un netto distacco dalla consuetudine ma rappresenterebbe un ritorno alle origini, unicamente verso quella politica monetaria americana sostenuta dai nostri venerabili antenati Benjamin Franklin, Thomas Jefferson e Abraham Lincoln.

Ellen Brown ha sviluppato le proprie abilità di ricerca come avvocato seguendo cause legali a Los Angeles. In “Web of Debt”, il suo ultimo libro, traduce queste abilità in un’analisi sulla Federal Reserve e sulla “fiducia monetaria”, mostrando come questo cartello privato abbia usurpato il potere di creare moneta, e spiegando come il popolo se lo possa riprendere. Tra gli undici libri della Brown possiamo annoverare il bestseller “Nature’s Pharmacy”, scritto in collaborazione con la dottoressa Lynne Walker, e “Forbidden Medicine”. I suoi siti web sono www.webofdebt.com e www.ellenbrown.com

Fonte: webofdebt.com
Link: www.webofdebt.com/articles/newdeal.php
8.12.08

Scelto e tradotto di JJULES per www.comedonchisciotte.org

Note

1. Barry Ritholtz, “Bailout Costs More than Marshall Plan, Louisiana Purchase, Moonshot, S & L Bailout, Korean War, New Deal, Iraq War, Vietnam War,”, Global Research (2 dicembre, 2008).
2. G. Edward Griffin, The Creature from Jekyll Island (Westlake Village, California: American Media, 1998), pagine 63, 65.

3. “William Engdahl, “Financial Tsunami: The End of the World as We Knew It,” Global Research (30 settembre, 2008).

4. Vedi Ellen Brown, “The Collapse of a 300 Year Ponzi Scheme,” webofdebt.com/articles (16 ottobre, 2008).

5. Vedi “Sustainable Energy Development: How Costs Can Be Cut in Half,” ibid., (5 novembre, 2007).

6. Chicago Federal Reserve, “Modern Money Mechanics” (1963, aggiornato 1992), originariamente creato e distribuito gratuitamente dal Centro di Informazioni Pubbliche della Federal Reserve Bank di Chicago, Chicago, Illinois, ora disponibile su Internet.

7. Mark Pittman, Bob Ivry, “U.S. Pledges $7.7 Trillion to Ease Frozen Credit,” Bloomberg.com (25 novembre, 2008).

8. Ellen Brown, “The Fed Now Owns the World’s Largest Insurance Company – But Who Owns the Fed?”, www.webofdebt.com (7 ottobre, 2008); Mark Pittman, et al., “Fed Denies Transparency Aim in Refusal to Disclose,” Bloomberg.com (10 novembre, 2008).

9. Tami Luhby, “Credit Crisis Hits Main Street,” CNNMoney.com (21 febbraio, 2008); “Bond Failures May Bankrupt Cities,” Marketplace (28 febbraio, 2008).

10. “The Bank of North Dakota,” New Rules Project, newrules.org; “Ag PACE,” banknd.com (2007).

11. Richard Sisson, et al., The American Midwest: An Interpretive Encyclopedia (2007), pagina 41; Liz Wheeler, “Bank of North Dakota Keeps Student Loan Funds Flowing,” Northwestern Financial Review, BNET.com (15 settembre, 2008).

Pubblicato da Davide

  • Affus

    Do you remember Iri?

    IRIW è un acronimo, sta per: Istituto per la Ricostruzione Industriale… Molti (non so quanti…) se lo ricordano per il mostro clientelare che la politica tangentocratica della repubblica nata dalla resistenza lo fece via via diventare riuscendo, infine, a smantellare quello che, dalla sua creazione fino agli anni ‘60, era considerato un modello di gestione sano dell’economia e della sua produzione industriale, agricola e del terziario…

    Forse non ci crederete ma l’Iri nacque in circostanze del tutto analoghe alle attuali… Correva l’anno 1933, da qualcuno ricordato come XI dell’era fascista, e il mondo, soprattutto quello occidentale, si sbatteva all’interno della crisi finanziaria del 1929 scatenata, allora come ora, pensate un po’, negli Usa…

    Il sistema creditizio americano, allora come ora, crollò e, con esso, si trascinarono nella morsa della recessione e del disastro economico e produttivo i sistemi che a quel modello facevano riferimento e di quel sistema erano complici…

    Per una di quelle avventure che altri (non io…) chiamò della “Provvidenza”, in Italia – come si diceva sopra – vigeva un governo (ma che dico: governo? si governano le vacche: gli uomini si dànno un “regime”…) che pretendeva infischiarsene altamente delle scongiure accademiche e dei dettami liberisti. Primo fra tutti, quello del laissez faire… Di “lasciar fare” alla “mano invisibile del mercato”, che minacciava di strangolare popolo e nazione, non ritenne darsene per inteso… E s’inventò qualcosa d’altro e di diverso pur di sottrarre il collo degli italiani dal cappio dell’usura…

    Perdonate se ripeto lo scritto di Qualcuno già citato (da me…) altrove: «Cos’è questo liberismo? Se qualcuno ritiene che per essere perfetti liberali bisogna dare a qualche centinaio di incoscienti, di fanatici, di canaglie la libertà di rovinare quaranta milioni di italiani, io mi rifiuto energicamente di concedere questa libertà…». Detto fatto, quel Qualcuno si regolò di conseguenza…

    Bisogna dire che il Capo di quel governo (oppss, scusate: volevo scrivere “di quel regime”…) aveva, ancora allora (dico così, perché in seguito il fiuto lo tradì…), un fiuto, appunto, incredibile nello scegliersi gli uomini cui affidare la responsabilità di gestione di settori vitali della vita societaria: voleva riformare la scuola? e, beh, mica ci metteva una Gelmini o un BerlinguerW qualsiasi… macché, Lui si andava a prendere il massimo filosofo italiano: Giovanni GentileW; voleva riformare la giustizia? e mica si rivolgeva ai suoi avvocati di fiducia per cotanta impresa: convocava il più grande giurista esistente: Alfredo RoccoW; voleva riformare il sistema economico italiano, per risparmiargli una crisi che, pur venendo da lontano, avrebbe travolto la nazione? beh, pur con tutto il rispetto per l’attuale nostro ministro dell’Economia e della Finanza, incaricò Alberto BeneduceW [nella foto a sinistra]… Non so se mi spiego…

    Mo’, si dà il caso che il Beneduce (nomen est omen?) provenisse da esperienze politiche socialiste-riformiste; che avesse collaborato con la Banca d’Italia nelle politiche di sostegno all’industria bellica (‘15-‘1; che, nel 1916, fosse nominato amministratore delegato dell’Ina; che, nel 1919, dimessosi dalla carica amministrativa (ah! c’era un conflitto di interessi che si rispettava… all’epoca…) per candidarsi alle elezioni politiche nelle liste socialiste; che divenne deputato e, da lì, presidente della commissione Finanze della Camera; che, nel 1921, fu ministro del Lavoro del governo presieduto da Ivanoe Bonomi; che, nel 1924, non si ripresentasse alle elezioni, abbandonando così la carriera politica. Putacaso, l’allora Capo del governo, che non gliene poteva frega’ di meno delle antecedenze politiche di chi reputava utile alla causa della nazione, nel frattempo lo aveva preso a stimare, tanto da farne, nel 1925, presidente dell’Istituto di Credito per le Imprese di Pubblica Utilità.

    Oh! La Pubblica Utilità… Chi ricorda ancora cos’è la pubblica utilità? Volete mettere quanto era meglio parlare, fino a ben poche settimane fa, di utili di mercato? Beh, invece, all’epoca, la pubblica utilità era ancora l’obiettivo mirato dall’azione di (Quel) governo… E, quando la crisi finanziaria del 1929 cominciò a far sentire gli spifferi della tempesta anche al di qua dell’oceano Atlantico, il suo Capo alzò la cornetta, chiamò Alberto Beneduce e gli fe’:

    «Senti, Benedù… qui va tutto a puttane, mica solo il fascismo… qui va a puttane l’America, l’Europa e pure l’Italia… quelle cazzo di banche della Commerciale, del Credito italiano e del Banco di Roma, se so’ compromesse colle consorelle americane… ‘tacci loro… quelle crollano, crollano pure le nostre e bonanotte ar secchio de tutti li sonatori… Che se pò fa’? Le finanziamo?»

    «Ma che sei scemo? – gli rispose Beneduce – La Banca d’Italia è già esposta per 7 miliardi ar fine de sostenelle. Je ne damo n’artri po’, de sordi? E quando ne uscimo più fora? Se pò fa’ de mejo…».

    «Per esempio?», chiese Lui…

    «Per esempio: lo stato assorbe le partecipazioni delle banche in crisi, finanziandole affinché non falliscano; però, poi, trasferiamo le partecipazioni ad un ente statale creato ad hoc. In questo modo, lo stato smobilizza le banche in rotta e diventa proprietario per una percentuale rilevante del capitale azionario delle imprese in debito con quelle banche stesse e, di fatto, diventa pure il maggiore imprenditore nazionale… A quel punto, è lo stato che dirige i consigli di amministrazione delle imprese…».

    Lui ci pensò un po’ su… Poi, riprese la parola: «A Benedù… ma che me stai a propone la socializzazione delle imprese?».

    «No, non ancora: è prematuro, prima devi da fini’ de costrui’ lo stato corporativo… Ma, intanto, se c’è lo stato nei consigli d’amministrazione delle imprese è mejo de che se ce stanno li banchieri… e se i super-profitti li reinvestimo in opere pubbliche anziché lascialli alle banche pe’ li giochetti de borza de li mortacci loro, ‘ansai quanto sarebbe mejo ancora?»…

    «E certo che sarebbe mejo… – fece Lui, grattandosi la capa pelata e dubbiosa – ma famme capi’ ‘na cosa: se nun li caccia fora la Banca d’Italia li sordi per rileva’ le banche, chi li caccia?».

    «E i bot, che l’hanno inventati a fa’? Famo emette li boni dall’Ente de stato che andamo a crea’… Voi scommette’ che er risparmiatore preferisce affida’ er gruzzolo suo allo stato anziché alle banche, soprattutto in ‘sto momento? Che ne pensi, te? », sapendo, il Beneduce, che il duce, lesto di comprendonio, malgrado la pelata, avrebbe detto “bene”…

    «Bene… So’ d’accordo co’ te: famo come dichi tu… E come lo chiamamo ‘st’ente statale? Io lo chiamerei: “Banche Andatevene Affanculo”… Famme ‘n po’ vede’ che acronimo sorte fora? Ecco, viene fora: “Baa”… che te sembra?».

    «Aho! Sei sempre er solito massimalista… bisogna esse’ più moderati… Ecco, chiamamolo: Istituto per la Ricostruzione Industriale…».

    «Iri? ».

    «Sì: Iri…».

    «Vabbeh… Iri me sona bene».

    Il resto è storia:

    23 Gennaio 1933. Il governo istituisce l’Iri (Istituto per la Ricostruzione Industriale) espandendo il ruolo di controllo dell’economia da parte dello stato. L’Iri giungerà ad avere oltre il 21% del capitale azionario di tutte le società per azioni italiane.

    12 Marzo 1934. L’Iri assume la proprietà della Banca Commerciale, del Credito Italiano, della Banca di Roma e di molte imprese controllate da questi istituti bancari: Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell’Adriatico, Sip, Sme, Acciaierie Terni, Edison…

    24 Maggio 1934. Mussolini dichiara: «I tre quarti dell’economia italiana, industriale ed agricola, sono nelle mani dello stato». Forse esagerava un po’ sulle quote: l’uomo era così ma, comunque, la via era tracciata…

    La crisi finanziaria del ‘29 fu superata e il “modello Italia” venne additato come esempio virtuoso di economia politica…

    L’Iri – pensate, ancora – sopravvisse perfino agli esiti fatali di Quel regime. Negli anni ‘60, in tempi di “boom economico”, proprio l’Iri fu tra i protagonisti del “miracolo italiano”. I governi laburisti inglesi, e non solo loro, guardavano alla “formula Iri” come esempio positivo di intervento dello stato nell’economia, giudicandolo senz’altro migliore della semplice “nazionalizzazione”, perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato. Il che, se ci pensate bene, in termini di politica economica è esattamente la terza via fra capitalismo puro e comunismo…

    Poi, vennero prima Prodi, nel 1982, a ridurre il raggio d’influenza dell’Iri, cominciando a parlare di “privatizzazioni” e, quel che è peggio, a praticarle; poi, venne l’accordo (1992) Andreatta (allora ministro del Tesoro del governo Giuliano Amato) – Van Miert (commissario europeo alla “concorrenza”) che, sulla base del Trattato di Maastricht (un obbrobrio di puro stampo liberista), alzò il tiro delle privatizzazioni fino alla liquidazione dell’Enel, dell’Eni, eccetera, eccetera, eccetera… fino alle dismissioni finale di Telecom Italia e Autostrade, con la garanzia agli acquirenti delle laute rendite di cui hanno goduto e godono e con quale scapito per i servizi “pubblici” ben si sa…

    Fino a che, nel 2002, l’Iri fu messo in definitiva liquidazione, incorporato in Fintecna, alias: Finanziaria per i Settori Industriale e dei Servizi S.p.A., una società che è, sì, sotto controllo completo del Ministero dell’economia e della Finanza ma che ha come ragione sociale principale il coordinamento e controllo delle società “con prospettive di uscita dal portafoglio”, alias, ancora: “privatizzazioni-liquidazioni”. Pace all’anima dell’Iri…

    Ora, io, con “Aridatece l’Iri”, cosa voglio sostenere?

    Ma che cazzo! È la centomilionesima volta che il liberismo mostra i limiti della sua infamia e crolla… E, ogni volta che crolla, chiede allo stato – dal quale, in tempi di vacche grasse (per i liberisti) pretende che se ne stia alla larga dai suoi affarucci di mercato e non interferisca – di rifarsi vivo e di salvare le sue imprese primarie: vale a dire, le banche…

    E pure stavolta sta ripetendo il giochetto: “aiuto aiuto… stiamo crepando perché siamo talmente ingorde da aver investito i vostri soldi (del contocorrentista e/o azionista) in prestiti scriteriati… Però, se crolliamo noi (le banche) le imprese chi le sostiene? Tanto più che (le imprese…) sono tutte nostre debitrici (molto più che nel ‘29…). O ci tirate fuori dal buco nel quale ci siamo cacciate o ci finite dentro pure voi, stati e imprese…”.

    E va bene, gli risponderei io… Socializzeremo le vostre perdite… Però, facciamo come si fece in Italia nel 1933: io, stato, pago le vostre malefatte ma, da questo momento in poi, le imprese debitrici con voi, lo sono con me, stato… Indi per cui, entro nei consigli di amministrazione delle imprese produttive e voi, banche, ne uscite… Do ut es…

    Se pò fa’… Se pò fa’… Volendo…

    Miro Renzaglia
    Fonte: http://www.mirorenzaglia.org

  • lino-rossi

    “Nell’opuscolo informativo “Modern Money Mechanics”, la Federal Reserve di Chicago conferma che nel sistema sistema a riserva frazionaria in vigore oggi, un dollaro presente nelle riserve delle banche private viene abitualmente gonfiato in dieci dollari di nuovi prestiti.”
    “A quanto pare, questo è il modo con cui il Segretario al Tesoro Henry Paulson e il Presidente della Federal Reserve Ben Bernake stanno pensando di generare i 7.000 miliardi di dollari che sostengono di esser pronti ad anticipare per salvare il sistema finanziario: attraverso il sistema bancario aumenteranno semplicemente la leva dei 700 miliardi di dollari in 7.000 miliardi di dollari di nuovi prestiti.”

    la signora Ellen Brown non ha compreso:

    1) il meccanismo del moltiplicatore bancario. https://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3817
    non c’è nessun “gonfiamento” misterioso.

    2) il meccanismo dell’emissione monetaria. https://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&thold=-1&mode=flat&order=0&sid=4379

    ma può stare tranquilla. è in buona compagnia; infatti anche Lyndon LaRouche non l’ha ancora capito.
    bisogna aumentare la base monetaria, in qualsiasi maniera, ed abbassare il moltiplicatore bancario, ovvero aumentare drasticamente la riserva obbligatoria.

  • lino-rossi

    manca l’aumento della riserva obbligatoria.

    e come la mettiamo col fatto che Benito fu finanziato da comit?
    http://archiviostorico.corriere.it/2003/febbraio/04/Comit_conto_aperto_signor_Mussolini_co_0_0302041528.shtml

    e sul liberismo?
    Camera, il 21 giugno 1925. “Lo Stato”, disse Mussolini, “è simile al gigante Briareo, che ha cento braccia. Io credo che bisogna amputarne novantacinque; cioè bisogna ridurre lo Stato alla sua espressione puramente giuridica e politica. Lo Stato ci dia una polizia, che salvi i galantuomini dai furfanti, una giustizia bene organizzata, un esercito pronto per tutte le eventualità, una politica estera intonata alle necessità nazionali. Tutto il resto, e non escludo nemmeno la scuola secondaria, deve rientrare nell’attività privata dell’individuo. Se voi volete salvare lo Stato, dovete abolire lo Stato collettivista, così come c’è stato trasmesso per necessità di cose dalla guerra, e ritornare allo Stato manchesteriano.”

    il problema non è il liberismo. il problema è che lo Stato DEVE rimanere arbitro. il liberismo che abbiamo vissuto vedeva lo Stato come pulitore di cessi; è questo che deve cambiare. ci vuole più pragmatismo e meno ideologia.

  • giovannig

    Questo si che è informare! Grazie per la chiara e dettagliata lezione sulla storai della economia italiana. Prodi, Draghi, Andreatta sul panfilo della Regina Elisabetta,nel ’92, hanno letteralmente svenduto l’economia italiana.Se non si configura come Alto Tradimento me ne stupisco. Grazie anche per avermi fatto conoscere un sito davvero interessante:mirorenzaglia.

  • gnorans

    La riserva frazionaria, anche se minima, e’ ineliminabile dal sistema creditizio, non fosse altro che per garantire la restituzione immediata del denaro in deposito. Inoltre il credito e’ un ottimo sistema per coniare denaro, perche’ questo viene creato quando serve e quanto ne serve.

    Quindi il sistema bancario funziona bene, l’unica cosa che non va e’ la proprieta’ finale del denaro.

    Dovrebbe essere istituito un potere monetario indipendente dal governo, tipo la magistratura, che gestisca in esclusiva il credito. Gli utili sarebbero della collettivita’, come le tasse.
    Una banca privata potrebbe esistere solo come un servizio in appalto, ma non dovrebbe mai essere padrona degli utili. Chi chiede un prestito in realta’ lo chiede alla collettivita’, quindi il denaro prestato dovrebbe essere a credito della collettivita’ fin dal momento della sua creazione.

  • lino-rossi

    quindi Einaudi e Menichella, padri dell’alta riserva obbligatoria che ci ha tirato fuori dalla melma del secondo dopoguerra, erano dei deficienti, secondo lei?
    le consiglio energicamente di rivedere l’uso abominevole della parola “coniare”, assolutamente sbagliato.
    una ripassata a dei buoni testi di economia politica e di tecnica bancaria non le farebbe male.

    se all’università non ricominciano a buttare i libretti dalla finestra non se ne esce più.

  • gnorans

    Non sto a discutere sulla misura della riserva obbligatoria.
    Il punto e’ che coniare – pardon, creare – denaro, non e’ compito di privati, bensi’ dello Stato.
    O per dirla in termini dotti: il denaro creato non deve andare in saccoccia al banchiere, deve restare della collettivita’.

  • lino-rossi

    “Non sto a discutere sulla misura della riserva obbligatoria. ”

    bene

    “Il punto e’ che coniare – pardon, creare – denaro, non e’ compito di privati, bensi’ dello Stato. O per dirla in termini dotti: il denaro creato non deve andare in saccoccia al banchiere, deve restare della collettivita’.”

    concordo in pieno ma, se la intende così, questa frase è in contraddizione con la prima. la moneta M0 è “coniata” o “creata” dalla BC su delega dello Stato. fra M0 (circa 120 miliardi di lire, in Italia) ed M3 (circa 1300 miliardi di lire, in Italia) c’è una bella differenza, generata proprio dal meccanismo del moltiplicatore bancario, perfettamente legittimo e ragionevole (ciò che è irragionevole è la dimensione del moltiplicatore bancario: la stessa misura può essere corretta nei momenti espansivi e deleteria nei momenti di stagnazione o recessione; noi abbiamo il moltiplicatore come se fossimo in espansione ma in realtà pare proprio che siamo in un’altra condizione). quindi la sua seconda frase è corretta se intende M0, ma è già così. è estremamente estremista se intende M3; significherebbe moltiplicatore bancario uguale a zero, oppure riserva obbligatoria del 100%. ora la riserva obbligatoria è del 2%; se fosse del 25-30% avremmo la PM di Einaudi e Menichella ed avremmo risolto gran parte dei nostri problemi (fallirebbero tutte le banche marce e potremmo finalmente ripartire). con riserva del 100% avremmo una economia rigidissima che, mi pare, lei stesso osteggi.

  • operaiomantici

    Secondo me non basterebbe impostare il valore numerico del moltiplicatore bancario per avere una economia a misura d’uomo, perché alle banche private rimarebbe comunque la facoltà di decidere a quale settore elargire credito e a quale no, quindi la possibilità di modellare un paese in base ai propri interessi. Tanto per fare un esempio: le banche private possono decidere di finanziare prevalentemente il settore immobiliare edilizio, perché per qualche motivo sta bene a i loro interessi, e trasformare il territorio in una colata di cemento, e magari negare il credito a chi si occupa di energie alternative perché a loro non sta bene. Chi ha la facoltà di moltiplicare il credito ha un potere enorme, e non trovo corretto che a farlo siano banchieri privati.

  • lino-rossi

    ogni investitore investirà dove più gli conviene. spetterebbe alla politica monetaria determinare il giusto moltiplicatore e la giusta base monetaria ed allo Stato orientare gli investimenti, incentivando, tassando, ecc.

  • gnorans

    La mia frase e’ estremista, ma in un altro senso.
    Facciamo un esempio lasciando da parte le “finezze” matematiche tra interessi e percentuali da scalare dal deposito: il moltiplicatore bancario e’ 4, una banca ha in deposito 100 euro, e quindi ne presta 400.

    Dopo un po’ i debitori pagano i loro debiti per un totale di 400 euro e la banca decide di chiudere.
    Oppure, i debitori non pagano e vengono loro pignorati beni per un totale di 400 euro.

    100 euro ripianeranno il deposito originale.
    I 300 euro “guadagnati”, soldi o beni che si sono trasformati da virtuali in reali, non devono essere del banchiere, bensi’ della collettivita’.

  • lino-rossi

    “il moltiplicatore bancario e’ 4, una banca ha in deposito 100 euro, e quindi ne presta 400.”

    mannaggia!!!!!!

    questo non è il moltiplicatore bancario;

    il moltiplicatore bancario è questo:
    https://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3817

    col tuo moltiplicatore bancario si va in galera dritto per dritto. prova a fare la partita doppia e guarda cosa succede.

    col moltiplicatore bancario vero, invece, la partita doppia funziona perfettamente: si deposita 100; 2 vanno in riserva obbligatoria e 98 si prestano. c’è una bella differenza dal tuo.

  • gnorans

    Nell’esempio ho premesso di lasciar perdere sia gli interessi sia le percentuali da scalare dal deposito per non distrarre l’attenzione da quello che e’ il punto.

    La tua precisazione e’ giusta ma credo che prima della precisione contabile viene un principio sul quale mi sembri d’accordo: il denaro virtuale creato dalla banca non e’ proprieta’ del banchiere, bensi’ della collettivita’.

  • lino-rossi

    è per questo che ritengo la riserva obbligatoria debba essere assai più elevata