UN 25 APRILE LO SOPPORTO, MA DUE NO…

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DI FRANCO CARDINI
secoloditalia.it

Io, “fascista immaginario”, ho giurato per la Repubblica. Ma gli yankee che c’entrano?

Ho seguito ieri e domenica quanto è stato detto – e quanto è avvenuto – anche quest’anno in relazione alla “festa” del 25 aprile che, personalmente, non nascondo di vivere con disagio. A due livelli. Il primo come persona, perché sono io, con i miei anni, le mie idee e la mia storia. Il secondo come cittadino e come insegnante. Primo livello. Nonostante la mia settantina, o proprio per quello, ho la memoria lunga: e, se mi piacciono moltissimo quelli che cambiano idea e hanno la coerenza e il coraggio di spiegare le ragioni legittime per cui la cambiano, non ho mai amato furbastri, opportunisti e voltagabbana. Mi ricordo benissimo quel che ero da ragazzo e da giovanissimo: ero un fascista (non un “neo-“), nel senso che ritenevo che il fascismo fosse stato una conclusione logica e tutt’altro che folle, in sé e per sé, del Risorgimento unitario (sul quale adesso ho molti dubbi) e che avesse fondato in Italia lo stato sociale, un nuovo senso dello stato, una nuova “civiltà del lavoro”, un originale concetto di “modernizzazione”, una società nella quale cittadinanza e fede religiosa (per i cattolici) non stessero più in conflitto com’era fino dal 20 settembre 1870 e un modo originale d’intendere la giustizia sociale e i rapporti fra le classi nella prospettiva del Bene Comune.

Nella foto: Franco Cardini

Naturalmente, non approvavo né la violenza, né le prospettive coloniali (che però riconoscevo frutto dei tempi), né l’alleanza con Hitler e il nazionalsocialismo, né il coinvolgimento nella guerra ’39-’45, né tanto meno il razzismo e l’antisemitismo. Giunsi così ad elaborare, tra i miei sedici e i miei venticinque anni, un mio “fascismo immaginario” cattolico, socialista ed europeista. A parte un bel po’ di ciarpame nostalgico, sentimentale e rivendicatorio, sono rimasto fedele a quelle mie idee adolescenziali e giovanili. D’altro canto, la mia famiglia – solidamente e saggiamente cattolica di base – aveva i suoi “opposti estremismi”, che peraltro erano due paste d’uomo e che si volevano un gran bene: l’anarchico nonno Giulio e il fascista (ex Ardito del Popolo, poi squadrista e repubblichino) zio Roberto. Li ricordo perché, quando ci parlavo, a parte le opposte valutazioni su Mussolini (e quelle concordi e convergenti su casa Savoia, e quelle un po’ differenti ma non opposte su Santa Romana Chiesa), mi spiegavano le stesse cose: che bisognava essere onesti, che se una cosa è “pubblica” vuol dire che è di tutti e non che non appartiene a nessuno, che non si doveva fare agli altri quel che avremmo sgradito fosse fatto a noi, che lo stato sarebbe meglio se non ci fosse ma visto che c’è bisogna portargli rispetto ed essergli fedeli perché di scuola, di strade, di ospedali e ohimè anche di giudici e di poliziotti c’è obiettivamente bisogno (il che vuol dire che tutti debbono pagare le tasse in proporzione di quel che hanno e di quel che guadagnano).

Con queste premesse, mi trovo a disagio con la Festa della Liberazione nella misura in cui non è ancora, e secondo alcuni non deve divenire, una festa della riconciliazione nazionale. Si dice che è così, ma non è vero. Si continua a considerare dei reprobi quelli che stavano “dall’altra parte”, dimenticando se non altro la grande lezione del diritto canonico, cioè che esiste uno ius in bello, che riguarda la ragione e il torto di chi fa una guerra (e a quel livello si potrebbe anche dire che c’erano una parte “giusta” e una “sbagliata”), ma poi c’è anche lo ius ad bellum, che riguarda il grado di moralità con al quale si fa una guerra: e lì la differenza non sta nel colore della divisa né nelle idee per cui si combatte, bensì nel comportamento (e a quel livello criminali e atti criminosi vi furono dalle due parti: si può anche fare una graduatoria, se si vuole, ma non si può far coincidere i vincitori con tutte le virtù e i vinti con tutte le infamie, perché ciò è obiettivamente ingiusto). Napoleone trasformò la Place de la Révolution, in cui si ghigliottinava la gente, in Place de la Concorde. In Italia, 65 anni dopo quel 25 aprile, siamo lontani dal far quel che Napoleone fece più o meno una decina di anni dopo al fine del periodo più tragico della Rivoluzione.

Secondo. Il mio disagio di cittadino e d’insegnante nasce da qui. Nel 2009 il parlamentare d’origine missina Ignazio La Russa, approdato al governo e noto per lo sfoggio di uniformi paramilitari come ministro della Difesa, ricordò in un discorso pubblico, con espressioni per la verità misurate, anche i “ragazzi di Salò”. Tuoni e fulmini. La Russa imparò la lezione e da allora si è allineato e coperto. Qualche mese prima, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, stessa origine sia pur in diversa corrente, era stato bacchettato per aver assistito senza replicare al discorso di un militare che, a proposito del 20 settembre, si era permesso di ricordare che nel 1870 c’era stato anche qualche povero cristo di soldato del papa ammazzato dai liberatori. Anche qui, solite tirate d’orecchie. Vale la medesima regola. I buoni democratici non sopportano di aver vinto: vogliono che si riconosca che hanno vinto perché erano i migliori, perché avevano tutte le ragioni e il Nemico era sempre, comunque e totalmente dalla parte del Male. È la laicizzazione del concetto di Guerra Santa: del resto Hegel, parlando della ragione immanente della storia, non diceva in fondo nulla di diverso.

Ecco perché lunedì 26 aprile 2010, una bella giornata di sole fiorentino, ho fatto incetta di quotidiani dal giornalaio sottocasa e con questa “mazzetta” da parlamentare ho intrapreso l’escussione sistematica dei quotidiani. Constatando una sostanziale omogeneità di temi e di toni dal nostro Secolo d’Italia a il manifesto, il che non mi stupisce affatto – la battaglia politica accanita, in Italia, verte su poltrone, sgabelli e strapuntini: non sulle idee e sulla storia – rivelo alcune perle d’infamia. Ad esempio questa. Il Corriere della Sera sbatte in prima pagina la foto di un raduno di neofascisti in camicia nera a Giulino di Mezzegra, il paesetto comasco nel quale secondo una vulgata sempre più incerta venne ucciso, il 28 aprile del 1945, Benito Mussolini. La mostruosità non sta nei nostalgici in sommaria uniforme, bensì nel primo piano di una bella bambina di cinque-sei anni, in camicia e basco neri anche lei. Commento del giornalista Goffredo Buccini: «I nostalgici… han portato i bambini. Che andrebbero lasciati fuori dagli odi degli adulti». Parole d’oro, giuste.

Ma sorgono spontanee alcune considerazioni. Per esempio: se si deve parlare della violenza dell’odio, allora i manifestanti democratici che hanno preso a parolacce e corpi contundenti la ex della Cisnal (sindacato para-missino) Polverini, governatrice del Lazio, sono stati molto più violenti dei neofascisti di Giulino di Mezzegra; e più violenti di loro sono stati quasi tutti gli oratori di domenica scorsa, che hanno ribadito la condanna senza appello e senza distinzioni per tutti i combattenti di Salò, mentre a Giulino di Mezzegra ci si è limitati, al massimo, a una certa malinconica apologia di fascismo. Inoltre, se ci preoccupiamo dell’infanzia plagiata (e si fa benissimo), perché allora ci s’indigna della bambina in camicia nera e non anche del fatto che i bambini vengono portati anche in altre manifestazioni? Perché il sacrosanto rispetto di chi è innocente e non va coinvolto nei nostri odi o comunque nelle nostre opzioni di parte, e dev’esser lasciato libero di maturare e scegliere poi, se vorrà, da che parte stare, deve valere solo se i bambini si camuffano da fascisti e non da fieri democratici o da tifosi o da quel-che-volete? Se così è si condanna la scelta di parte, quando è “sbagliata”: l’abuso e la violenza sul minore appaiono viceversa legittimi o comunque un’allegra birichinata perdonabile in altri casi. E io non ci sto. Anche se so che tutto ciò comporta altre contraddizioni, altri paradossi: andando di questo passo, il rispetto dei piccoli porterebbe a intaccare anche la tradizione del battesimo e dei sacramenti impartiti ai bambini e comunque ai minorenni. Lo so, le cose sono sempre più complesse di quanto ci si augura. D’altronde, bisogna pur stabilire delle priorità. Parliamone. Ma non facciamo il gioco delle tre carte, secondo il quale se un bambino si traveste da balilla è male e se invece si traveste da partigiano o da tifoso della Curva Nord, allora tuttovabenmadamalamarchesa. Nossignori. Non ci sto.

E già che non ci sto, fatemi fare quel che secondo Crozza il Presidente della Repubblica non può fare: cioè permettetemi di non inghiottire il rospo. Perché se è vero che ho disagio a celebrare il 25 aprile perché penso ai disgraziati ammazzati come cani nel nome della Libertà e che spesso non avevano ancora vent’anni (e magari chi sparava era stato vicefederale e aveva scritto idiozie antisemite sul giornalino del Guf), perché penso alle ausiliarie della Rsi violentate e rapate a zero e alle quali oggi è ufficialmente proibito offrire un fiore, è non meno vero che a questa repubblica, nata dalla resistenza, ho giurato due volte fedeltà, come soldato e poi come pubblico funzionario, e non mi permetto di dimenticarlo nemmeno un attimo. Ma anche la fedeltà alla parola data ha un limite.

Un 25 aprile baste e avanza. Due sono troppi. Non chiedetemi l’impossibile: siccome 25X2 fa 50, non pretendete che vi celebri il 50 aprile. Invece, dai giornali di lunedì apprendevo proprio questo. Il 25 aprile è la festa della Liberazione – nonostante ci richiami anche a un evento obiettivamente infausto, la fine di una guerra conclusa in una tragica sconfitta – perché, lo ha ricordato il presidente Napoletano, ci ha liberato dalla dittatura nazifascista. Durante la mia adolescenza e giovinezza, avevo in odio il fatto che si facesse di tutto per convincere la gente e insegnare nelle scuole che la liberazione dal nazifascismo era stata tutta e soltanto, o in massima parte, opera della resistenza partigiana, in particolare (così si diceva nella mia Toscana) di quella comunista e al massimo un pochino anche azionista. Siccome un po’ di storia la sapevo, mi chiedevo: e i partigiani cattolici? E i poveri soldati “badogliani”, quelli del regno del sud? E gli alleati, che erano stati quelli che sul serio avevano vinto al guerra? Poi, il vento è cambiato: ora sembra che i partigiani comunisti al massimo buttassero al gente nelle foibe o si dessero a infami e indiscriminate vendette perché a loro volta volevano instaurare il regno del terrore e la repubblica bolscevica asservita a Mosca, mentre tutti i meriti vanno agli altri, i cosidetti “bravi ragazzi venuti da Oltreoceano per liberarci”.

Bene: i conti non tornano. Le virtuose democrazie liberali che nel ’39 dichiararono guerra alla Germania, ma si dimenticarono (ah, la distrazione!…) che del casus belli – la violazione del territorio nazionale polacco – erano responsabili anche i sovietici. Se avessero davvero scatenato la guerra per difendere la Polonia, avrebbero dovuto dichiararla anche a Stalin. Non lo fecero. Lo fece, più tardi, lo stesso Hitler. E fu ancora Hitler a dichiarare guerra agli Stati Uniti; il presidente Roosevelt era al riguardo molto riluttante: fosse stato per lui, che era in guerra contro il Giappone (ma non l’aveva dichiarata alla Germania), forse i bravi ragazzi non sarebbero mai venuti a liberarci. Per contro, è obiettivo che la vittoria sul nazismo si sia in gran parte dovuto proprio a Stalin e ai comunisti. Vogliamo celebrare la Liberazione? Benissimo: allora, una parte della gloria e dell’onore vanno anche a Stalin. Piaccia o no. E soprattutto, per piacere, non facciamo che le Liberazioni sono due. Non diciamo che, oltre a liberarci dalla tirannide hitleriana, i bravi ragazzi venuti d’Oltreoceano e i loro sostenitori ci hanno liberato anche dalla dittatura bolscevica.

Da quella avevano già pensato a mantenerci immuni Stalin e Roosevelt, che si erano accordati a Yalta su come spartirsi la torta. E quel grande politico che fu Togliatti, con la “svolta di Salerno”, seppe esser di ciò fedele interprete. Molti comunisti dovettero inghiottire il rospo, qualcuno dette segno di non volerci stare e sparì di circolazione. Ma a liberarci dal comunismo non fu il 25 aprile, fu la Realpolitik. Ne discende una preghiera ai politici. Per piacere, se proprio non vi riesce di trasformare la festa della liberazione in festa della conciliazione, almeno limitatevi a una liberazione, quella dal nazifascismo. Anche quella dal comunismo è davvero troppo. Un 25 aprile va bene, ma basta e avanza: due sono eccessivi. No al 50 aprile.

Franco Cardini
Fonte: www.secoloditalia.it
28/04/2010

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