TUTTI NE PARLANO, MA L'ITALIA PUO' FALLIRE DAVVERO ?

TUTTI NE PARLANO, MA L'ITALIA PUO' FALLIRE DAVVERO ?

DI RAFFAELE ZENTI

it.adviseonly.com


Purtroppo sono di nuovo qui a parlare di default dell’Italia. Vediamo perché:

Inevitabile essere un po’ preoccupati dopo questo bombardamento di notizie quando si vede lo spread tra BTP decennale e Bund tornare a veleggiare intorno a quota 300 (ricordiamo che è possibile consultare lo spread dei Paesi europei quotidianamente su Advise Only). Manteniamo la testa a posto e ragioniamo.

Beppe Grillo e il fantasma del default italiano

Occupiamoci subito delle opinioni meno circostanziate da un punto di vista economico e finanziario. Quindi occupiamoci di Grillo, che dichiara:

“O ristrutturiamo il nostro debito pubblico, di cui la parte all’estero è in prevalenza in mano a Germania e Francia, o ci aspetta il fallimento insieme alla distruzione del tessuto produttivo.”

Al leader del Movimento 5 Stelle sfugge che la ristrutturazione del debito e il default non sono opzioni alternative, bensì sono esattamente la stessa cosa a livello giuridico (in matematica si parlerebbe di “identità” e per i mercati si tratta del famigerato “Chapter 11”). Il fatto che Grillo evochi il default dell’Italia con tale disinvoltura mi fa pensare che abbia sottovalutato l’impatto nucleare di questo evento. Se volete farvi un’idea potete dare una lettura a questo post: “L’Italia davanti all’incubo default. Cosa succederà?”. Mi auguro solo, per il bene di questa povera penisola e dei suoi abitanti, che questa bizzarra idea di ristrutturare il debito “per non fare default” non abbia troppi proseliti.

I derivati del Ministero del Tesoro

La questione è solo lievemente più profonda della precedente: i Governi di tutto il mondo hanno sempre stipulato derivati. Di solito a ragione, in quanto comprare un’assicurazione che protegga i conti pubblici da aumenti vertiginosi dei tassi d’interesse è del tutto normale. Bene, questa cosa si fa con un contratto derivato. Se poi i tassi scendono, come auspicabile, l’assicurazione non serve ed è quindi normale che il contratto sia in perdita.

Non vorrei essere troppo buonista, ma tendo a pensare che i contratti siano stati stipulati con quest’ottica. Tranquilli, non credo faremo bancarotta per questo.

Il dossier di Mediobanca

Veniamo al rapporto di Mediobanca che ha fatto scalpore. Parte dall’osservazione che esiste una differenza di rendimento positiva tra BTP e BOT. In particolare, tra i BTP emessi molti anni fa ma con solo sei mesi di vita residua ed i BOT a sei mesi: in teoria tale differenza di rendimento non dovrebbe esistere. Se esiste, argomenta l’analista Mediobanca, è perché i mercati stanno distinguendo tra i bond a rischio ristrutturazione (BTP) e quelli non soggetti a ristrutturazione (BOT). Detto altrimenti, conclude, gli operatori si attendono che nei prossimi sei mesi l’Italia possa dichiarare una parziale bancarotta sul suo debito.

Noi di Advise Only abbiamo analizzato queste differenze di rendimento tra BTP e BOT con scadenze simili. Su un orizzonte pari a sei mesi, per esempio, il BTP 15/12/2013 rende l’1,03%, mentre il BOT 13/12/2013 rende lo 0,92% (tassi di rendimento lordi annui): non mi pare una gran differenza. Anche allungando di circa tre mesi l’orizzonte, la situazione non cambia un granché: il BTP 01/04/2014 rende l’1,29% e il BOT 14/04/2014 l’1,27%. Simili differenze sono giustificate molto banalmente dal fatto che i BTP “vecchi”, cioè a fine corsa (detti anche “off the run”), sono mediamente meno liquidi dei BOT di pari scadenza e quindi offrono un piccolo premio di rendimento per il rischio liquidità. Bella lì.

L’Italia farà default?

Va bene l’ottimismo, ma non raccontiamoci storie: l’economia italiana è in contrazione, vive la più lunga recessione dalla Seconda Guerra Mondiale, è tornata (sulla carta) ai livelli di vent’anni fa e un sacco di gente tosta e preparata è a casa senza lavoro o emigra all’estero. Il Governo è tutto meno che solido e ancor più incerta è la situazione politica generale italiana, piena di personaggi inquietanti e inadeguati. L’Europa, nel complesso, arranca.

Dunque sì: l’Italia può fallire. Ma con probabilità, secondo me, molto bassa.

Il lato positivo della faccenda include il fatto che il Paese ha un surplus primario (incassa più di quel che spende, interessi dei titoli di Stato a parte) ed ha conti pubblici in ordine, anche se a discapito dell’economia reale. Il rendimento del BTP decennale ad agosto del 2012, nemmeno un anno fa, era 6,55% mentre ora è 4,69%. Il rischio di contagio, misurato con il nostro indicatore proprietario non è certo basso, ma è molto lontano dai massimi degli ultimi tre anni.

Del resto, Mario Draghi ha appena dichiarato:

“La BCE è stata molto attiva nel rispondere alla crisi”
e
“siamo pronti ad agire di nuovo, se necessario”.

Non so voi, ma io tendo a credergli. L’importanza economica e geo-politica dell’Italia fanno sì che il suo eventuale fallimento non convenga a praticamente a nessuno. E questo ne riduce in modo drastico la probabilità di accadimento.

Raffaele Zenti
Fonte: http://it.adviseonly.com
Link: http://it.adviseonly.com/blog/economia/italia-puo-fallire-davvero/#.Ucs79YWJXQw
26.06.2013

Commenti (23)

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    1. Viator 27 giugno 2013

      Eccessiva disinvoltura nel pensare che l'Italia possa fallire? La bancarotta italiana è la nostra grande speranza, e il suo senso deve consistere nel trascinare nella rovina il sistema finanziario-speculativo internazionale ed il capitalismo terminale.

      Svalutazione azionaria? Riduzione del tenore di vita delle famiglie? Ci vorranno due o tre decenni di guerre mondiali per annichilire la dittatura mondiale della plutocrazia finanziaria e del suo braccio armato, gli Stati Uniti d'America. Il fallimento dell'Italia può essere una delle scintille che innesca il grande incendio.

    1. rebel69 27 giugno 2013

      Da profano mi sembra chiaro che a nessuno convenga che l'Italia fallisca visto che da gli anni 80 ad oggi ci siamo lasciati spremere e sfruttare con il consenso di tutti i nostri politici,che di volta in volta anno sottoscritto con il nostro consenso(almeno di chi li ha votati)le peggio unioni monetarie,agganci valutari,contratti(fiscal compact pareggio di bilancio mes)privatizzazioni e chi più ne ha più ne metta.Certamente i mercati non sono del tutto controllabili e non so a quali leggi rispondano,ma di certo chi controlla i rubinetti del denaro,e non è lo stato o il ministero del tesoro,ha la possibilità di tenerci così incaprettati,continuando nell'opera di smantellamento dei diritti del lavoratori privatizzazione di asset strategici e beni dello stato,senza che ci sia consapevolezza da parte dei comuni cittadini ed un eventuale seria ed organizzata rivoluzione.

    1. alvise 27 giugno 2013

      Mi scuso per questo lungo post, ma lo faccio sperando che qualcuno mi suggerisca quanto chiedo.Il blog del giornale della mia città, ilsecoloxix, ha pubblicato un'articolo proprio sul tema di questo thread.Fino ad un certo punto riesco a capire qualcosa, tuttavia vista la mia non sufficiente cooscenza della finanza, molte volte, come questa, non ho capito bene l'articolo, però ho qualche dubbio sulla correttezza della analisi, e quindi chiedo a chi ne sa più di me, dove e se, ci sono punti non veri, o comunque non riscontrabili.Il testo del giornale è questo, quindi un ringraziamento a chi vorrà specificarmi le proprie analisi, che poi girerò al blog del giornale della mia città.

      ****************** Testo ******************

      Roma - «Non esiste alcun pericolo per i conti dello Stato». Lo scrive il Tesoro in una nota a proposito delle potenziali perdite legate ai derivati emersi da alcuni articoli di stampa: «è assolutamente priva di ogni fondamento l’ipotesi che la Repubblica Italiana abbia utilizzato i derivati alla fine degli anni Novanta per creare le condizioni richieste per l’entrata nell’euro». Il Tesoro - si legge nella nota di Via Venti Settembre - «fornisce regolarmente ogni sei mesi alla Corte dei Conti tutta la documentazione relativa alle operazioni condotte in strumenti di finanza derivata. La Corte dei Conti nel mese di marzo 2013, tramite la Guardia di Finanza, ha chiesto la documentazione inerente alla sola attività di chiusura di un gruppo consistente di operazioni con Morgan Stanley. A fronte di tale richiesta, il Tesoro ha fornito tutta la documentazione richiesta, secondo tempi concordati con la Guardia di Finanza stessa, per ciascuna operazione, inclusi i contratti pregressi dai quali ciascuna operazione ha avuto origine (copia di ciascun contratto e relativo decreto ministeriale con il quale ogni singola operazione è stata formalmente approvata) corredata da una circostanziata relazione esplicativa». «La filosofia di fondo dell’operatività in derivati della Repubblica - viene spiegato - si basa su criteri ispirati al perseguimento dell’interesse dello Stato, mirando alla protezione dai rischi di mercato, primi fra tutti il rischio di cambio e il rischio di tasso di interesse.

      Con riferimento in particolare a quest’ultimo, l’attività in derivati è stata mirata a conseguire l’allungamento della durata complessiva del debito, al fine di proteggere da un eventuale rialzo dei tassi, pagando tasso fisso e ricevendo variabile. Tale funzione prettamente assicurativa è stata perseguita attraverso Irs (interest rate swap) e opzioni su tassi di interesse (swaption), fissando tassi a lungo termine che, al momento della sottoscrizione, risultavano storicamente ai minimi per la scadenza cui si riferivano». Bloccare attraverso derivati un tasso fisso «a pagare» in contropartita di un tasso variabile «a ricevere» rappresenta una protezione verso futuri shock sui tassi di interesse, situazione peraltro sperimentata dallo Stato italiano a più riprese e con un’evidenza particolarmente significativa a seguito della grave crisi monetaria e finanziaria del 1992. Infatti, se in simili frangenti si devono emettere titoli a breve termine, il rischio di aumento del tasso pagato sul debito all’atto del rinnovo dei titoli in scadenza viene neutralizzato, per la parte coperta, dalla gamba «a ricevere» dello swap (a tasso variabile) ed il costo effettivo viene limitato al corrispettivo tasso fisso «a pagare» nello swap. Come ogni assicurazione, peraltro, ove l’evento verso il quale ci si protegge non si verifichi, si sopporta un costo, che rimane tuttavia giustificato dalla priorità attribuita alla prevenzione di gravi conseguenze in caso di scenari avversi. Il valore di mercato degli strumenti derivati in uno specifico momento, il cosiddetto mark to market, non è in nessun caso assimilabile a una perdita realizzata.

      Esclusivamente in presenza di specifiche clausole le controparti possono reciprocamente esigerne la corresponsione secondo le modalità previste nei contratti. Per queste ragioni il ministero dell’Economia afferma che «è assolutamente priva di ogni fondamento l’ipotesi che la Repubblica Italiana abbia utilizzato i derivati alla fine degli anni Novanta per creare le condizioni richieste per l’entrata nell’euro. Le operazioni poste in essere all’epoca sono state sempre registrate correttamente secondo una prassi consolidata, nel rispetto dei principi contabili sia nazionali che europei. I controlli effettuati sistematicamente dall’Eurostat a far tempo dalla seconda metà degli anni Novanta, anche quelli conseguenti all’introduzione in più fasi di nuove linee guida sugli strumenti finanziari derivati, hanno sempre confermato la regolarità della contabilizzazione di queste operazioni». Le operazioni sui derivati - continua la nota del Tesoro - sono «sempre registrate correttamente nel rispetto dei principi contabili sia nazionali che europei. I controlli effettuati sistematicamente dall’Eurostat a far tempo dalla seconda metà degli anni Novanta hanno sempre confermato la regolarità» di queste operazioni. E il presidente della Bce, Mario Draghi, ha detto: «Il Tesoro italiano emetterà presto una dichiarazione completa per chiarire tutti gli aspetti».

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