Home / ComeDonChisciotte / TREMORI E TREMONTI

TREMORI E TREMONTI

DI CARLO BERTANI

Chi mi riparlerà, di domani luminosi,
dove i muti canteranno e taceranno i noiosi
…”
Fabrizio de André – Cantico dei drogati – dall’album Tutti morimmo a stento, 1968.

Lo scorso 4 Dicembre ho battuto il mio record personale di sopportazione a Porta a Porta: ben 16 minuti. Senza cosce e tette al vento, né truculenti sabba di sangue per l’ultimo delitto “inspiegabile”.
C’era solo, praticamente, Giulio Tremonti che spiegava, ad un uditorio tranquillo e sottomesso, le meraviglie delle sue alchimie economiche. Sedici minuti sono tanti, credetemi.

Ho ascoltato distrattamente, poiché ho preferito cercare sul suo viso, nella scarna scenografia, segni di una Gestalt che potesse spiegarmi come si possa essere così ingenuamente fanciulleschi, scipitamente naif, incoerentemente saltafossi. Nemmeno una cortigiana ritratta da Caravaggio riesce a comunicare sì placida acquiescenza, evanescente e malcelata boria, orgoglio smisurato in un carapace francescano.
Giulio Tremonti è un mago: è il re degli ossimori trasfigurati, il genio dell’eloquio misurato in salsa di peperoncino calabrese. E pochi se n’accorgono.
Ogni suo intervento, anche per spiegare il corretto e parsimonioso uso della carta igienica, si muta incredibilmente in una Lectio Magistralis, nella sapiente codifica dei massimi sistemi i quali – magicamente, in un batter d’ali – si alterano e diventano pragmatismo quotidiano, da spendere nell’edicola sotto casa per l’acquisto di una bustina di figurine.
Anche l’occhio vuole la sua parte, ovvio, e non essendo riuscito a diventare una star della pubblicità – per propagandare la rasatura con il Prep – s’è accontentato di spiegare l’economia per il volgo.

Gaudete, pauperes.

A dire il vero, non è che i suoi colleghi lo aiutino molto: prima il Capoccia – quello che ha sempre usato la brillantina Linetti – rassicura che non c’è nessun pericolo, per l’Italia, di precipitare nella crisi economica. Quindi, partendo in contropiede sul filo del fuorigioco, Sacconi anticipa tutti ed insacca con una “rasoiata” a pelo d’erba: finiremo come l’Argentina.
Non s’è ancora spento l’urlo del pubblico che scende in campo Tremonti, il quale afferma che saranno altri a finire come l’Argentina. Non aggiunge altro: a Parigi e a Berlino si trema e l’inquietudine monta – anzi, tremonta – nelle cancellerie europee (!).

Sono un po’ disorientato da sì tanti, dissimili messaggi nell’etere e mi salta alla mente che siano “pizzini” gettati al vento e basta, senza senso. Oppure un senso l’hanno, se trasposti in un’altra storia, non nella pantomima che va in scena nell’Alveare, laddove chiedono a Tremonti se aboliranno le Province e lui – serafico – risponde che tutte le infrastrutture in programma riceveranno, ognuna, uno specifico commissario. Un po’ come se chiedessimo ad un allievo «Parlami del Boccaccio» e lui, sereno, iniziasse con «Dunque…nella letteratura del Novecento…»
Il “glissare” sulle Province è oramai un artifizio retorico, giacché Calderoli – detto “El gordo” – per la sua bozza di riforma federale ha rassicurato: “Tutti saranno garantiti”. Meno gli italiani.
A chi parla allora Tremonti il quale, solo pochi mesi fa, addossava alla globalizzazione ed allo strapotere delle burocrazie finanziarie tutti i mali, mentre oggi rassicura che “ci saranno solo interventi concordati”? Il personaggio non è nuovo a queste sconvolgenti dicotomie – anche nei suoi libri più datati non era tenero con la globalizzazione e le nequizie del sistema economico – solo che la cosa, quando si siede sulla poltrona del Ministero dell’Economia, pare non aver più peso.
C’è, sinceramente, da temere per la salute psichica del pover’uomo, insidiata da molteplici, dirompenti, incontrollati ossimori che rasentano la scissione.
Sarebbe come se il sottoscritto, dopo anni trascorsi a sostenere le energie rinnovabili, presentasse domanda per dirigere una centrale nucleare oppure se Marco Cedolin divenisse, improvvisamente, direttore del progetto TAV. C’è qualcosa che non quadra.

La musica: quando non riesci a superare l’ostacolo, ascolta un po’ di musica. Canta che ti passa.
«Aqualung my friend…» urla nelle cuffie Jan Anderson, ed io vorrei coccolare Tremonti e rassicurarlo: no, my friend, non finiremo in una parco industriale in disuso della vecchia Rotterdam, non dormiremo all’addiaccio fra le lamiere di una rugginosa Liberty semiaffondata. No, non è questo ciò che c’attende.
Sacconi, invece, non possiamo aiutarlo poiché non riesce a trasfigurare nulla, e la malvagità del suo animo è malamente mascherata dalle timide fattezze da fattorino della UPS. Lo dimenticheremo a dormire nel Chaco, nella notte battuta dal vento che scende dalle Ande, con un poncho cinese pagato 5 euro e la cassetta dei Buena Vista Social Club. Il giusto contrappasso.
Brunetta non esprime pareri: dopo la vigorosa partenza nel “fannulloni trail”, è stato colpito da saudade ed il Capoccia lo lascia sempre più spesso negli spogliatoi.

Il Capoccia ha sempre problemi di formazione, non d’informazione, visto che è suo lo stadio, sono controllate tutte le squadre del campionato ed è il Presidente (ed azionista unico) della Lega Calcio.
La formazione, però, lo preoccupa: è una questione di tempo e di decenza. Entrambe, in qualche modo, importanti, anche se la seconda si può tentare d’esorcizzarla con un’alzata di spalle ed una citazione da Erasmo.
Il tempo e lo spazio sono intimamente correlati, già lo raccontava quel violinista che s’arruffò fino a trasfigurare in fisico. Maledizione a quell’Einstein: se avesse vinto Horbigger, sarebbe stato tutto più semplice.

A forza di far giocare sempre gli stessi, nel non voler lasciar strada a qualche nuovo acquisto, finisce che la difesa va in bamba e ti tocca far giocare Maldini a 40 anni. La cosa lo assilla.
Ha tentato la via degli stranieri con un brasiliano naturalizzato – Angeliňo Victor Conçalvo Alfaňo, detto dapprima “Alphan la Tulipe”, poi “Tulipero” – ma non si è rivelata una scelta avveduta: durante un incontro d’ennesima categoria fra la Salernitana ed il Catanzaro, le due tifoserie si sono azzuffate a suon di carte bollate in testa. Papiri di bronzo.
E’ quindi tornato sui suoi passi, cercando nel vivaio nazionale, ma lo scenario è deprimente: gli è toccato nominare vice ministra una pischella che si trastullava nei locali simil hard spagnoli. L’altra pischella un po’ cresciuta l’ha inviata a studiare Biologia ed Economia per fare il ministro dell’Ambiente, ma i risultati sono ugualmente deludenti.
Quando giunse in visita in Italia Gilberto Gil – musicista ed (ora) ex Ministro della Cultura brasiliano – non sapeva se fosse meglio inviare a riceverlo Bondi o Mogol. Dopo aver consultato il sacro testo d’Erasmo, propose Mariano Apicella.
Insomma, dopo Forza Italia – per il neonato PdL – ci vorrebbero forze nuove, e Forza Nuova c’è già: marchio registrato, accidenti.
Nemmeno si può bussare alla porta delle squadre “associate”, perché dopo ti chiedono giocatori in prestito…quelli della Nazionale Alleata – cantine zeppe di gagliardetti littori – non la prenderebbero bene. Soprattutto dopo aver inviato il loro duce nel nuovo Aventino – oggi ha sede presso la Presidenza della Camera – per un curioso contrappasso: chi d’Aventino ferisce, d’Aventino perisce.
Niente, con questi giocatori non si va da nessuna parte – gli balugina in mente nelle notti insonni, quando si vede alzare la coppa del Mondo mentre cavalca un destriero bianco sotto le Piramidi – al massimo si fa uno scopone scientifico, con Fini e Cofferati – rinnovelli padri – in coppia contro i “nonni” Bertinotti e Prodi.

Alza allora la cornetta e chiama lo studio associato “Letta”, zio e nipote, specializzati in emergenze non rimandabili e in soluzioni impossibili.
I due si mettono alacremente al lavoro: consultano il Censis, la Reuters, l’INPS, l’Almanacco di Chiaravalle, l’ISTAT, l’Ansa e il Mago di Forcella poi, a loro volta, chiedono un incontro.
La soluzione è semplice – azzardano i due Dioscuri – se non puoi avele ciò che desideli natulalmente, allola complalo. Così ha sentenziato il saggio del Lifugio della Montagna senza Litolno. Ce lo ha laccontato mentle tolnava.
E dove li prendo, io, i soldi per comperare un’intera squadra di governo? E poi: sindaci, presidenti di Province – non avrete mica creduto alla panzana della loro abolizione, io ho abolito scuola e ricerca, meno problemi, poi abolirò anche quel nanetto saccente di Brunetta, altrimenti nessun dipendente pubblico mi voterà più – ma sapete quanto mi costerebbe? Chi credete ch’io sia, Babbo Natale?
Lo sbotto è stato troppo veemente per la pacata flemma dei due Letti, che si ritirano con un inchino: di più non sappiamo, e il Saggio è già tolnato sulla Montagna senza Litolno. Punto.

Sbollita la rabbia, rilegge in una notte tutta la storia della Filosofia – da Socrate a Popper – e, alle quattro del mattino, è colto da fulminante illuminazione. Un’Epifania in pieno stile agostiniano.
Se raccontassi che c’è una terribile crisi…che per far ripartire i consumi è necessario varare un colossale piano d’infrastrutture, e se per ogni singola infrastruttura nominassi un commissario con il compito di rastrellare una parte del denaro…d’accordo, diremo che è per controllare i tempi di realizzazione, per la trasparenza, per…va beh, qualcosa inventeremo…potrebbe funzionare…
Sono le cinque e un quarto del mattino quando chiama Tremonti, che si sta i
mpomatando il viso per la rasatura, prima di partire per l’Ecofin numero 34 del corrente mese.
Quanto si potrebbe rastrellare con i fondi europei, considerando per noi una commissione del 30%…più i fondi speciali…più quelli acchiappati da Brunetta con la sua “tassa sui malati”, più la vendita di Paolo Guzzanti agli iraniani?

Tremonti, colto di soprassalto, acchiappa la calcolatrice ed il Prep s’infila fin sotto il display, rendendola inservibile. Allora prende il libretto delle giustificazioni del figlio per scrivere, ma il maledetto Prep fa scivolare la penna come sul sapone.
Potresti chiamarmi più tardi? Prova ad azzardare.
E piantala! Devi andare un’altra volta a quegli Ecofin del picchio, dove vi raccontate barzellette sconce, toccate il sedere alle segretarie e poi uscite a dire che avete trovato una soluzione comune? Dammi retta, montanaro, fa ‘sti conti…
Tremonti si lava e riprende la vecchia calcolatrice a manovella…rattle rattle…eh, potrebbe funzionare…con 80 miliardi gettati in cemento, potremmo metterne da parte quasi una trentina, quasi…
E cosa si compra con trenta miliardi?
Dipende: se li vuoi dal vivaio oppure se già giocano…
Fai un mix…insomma…dammi qualche riferimento!
Guarda, con trenta miliardi potrei assicurare cinquecento sindaci – presi dal vivaio, s’intende – poi…un centinaio di Presidenti di Provincia…una decina di Governatori per le Regioni e quattro, cinque ministri decenti…
Non potresti incrementare un po’ i Governatori e i Ministri?
Si può provare…magari riducendo i Presidenti delle Province…
Ma sì, anche se ne lasciamo una ventina a Walter quello s’accontenta: adesso, figurati che fa la lampada per assomigliare a Obama…
Ridono.

Sì, ma come si fa a raschiare 80 miliardi e gettarli tutti in cemento? La gente…
Cosa vuoi che me ne freghi della gente! Facciamo così: io tranquillizzo, dirò che tutto va bene. Poi manderemo quel fattorino dell’UPS…come si chiama, quel Pacconi, Macconi…sì, Tacconi!
E’ Sacconi, l’altro è un portiere…
Va beh, quello. Mandalo a spararla grossa: fagli dire che cadrà il cielo sulla terra…che caleranno gli Unni, insomma, inventatene una…
E poi?
Poi andrai in TV a fare qualche discorso confuso – tu ci riesci, se vuoi, ti viene naturale – per dire metà e metà, che non va bene e che non va male, che si può fare e che non si può fare, che sarà bene e che sarà male…inventati qualche balla come quella della carta d’identità elettronica c’architettammo cinque anni fa. Ricordi?
Si, ma poi non l’abbiamo fatta…
Ma chi si ricorda?

Trova quattro spiccioli alla Caritas – dì loro che renderemo i 120 milioni per le scuole cattoliche – e fai stampare delle tesserine per i poveri…ma insomma: ti devo dire tutto io?
Ma…non sarebbe più semplice mettere quei quattro euro in più direttamente sulla pensione?
Ah, ma allora non capisci proprio una mazza! Gli italiani sono dei fessi: se gli dai 40 euro in più d’aumento, pensano che sia una miseria e – detto fra noi – è vero. Se, invece, dai loro una tesserina magnetica con 40 euro, si sentono importanti: hanno anche loro la loro piccola carta di credito, come quelli che vedono in TV ballare al Billionaire! Sono fatti così: è come se avessero vinto, ogni mese, un “gratta e vinci” da 40 euro. Vuoi mettere la soddisfazione?

Va beh, se lo dici tu…comunque mi sembra un po’ complicato: tu rassicuri, Sacconi spaventa ed io mezzo e mezzo, poi le tesserine…e poi?
Poi…ma come, non hai capito? Li sconcerteremo, così penseranno che – se siamo così sconclusionati – vorrà dire che la situazione è grave, che servono misure eccezionali, magari che i commissari possano anche by-passare la normativa vigente…l’importante è creare il giusto clima…
Dopo facciamo partire il piano, incassiamo – grazie ai commissari – il 30% e torniamo sul mercato, facciamo Bingo! Avremo soldi per sistemare sul territorio, finalmente, un vero partito: mica un’accozzaglia di derelitti che devo sempre pescare io qui e là, e Fini e Bossi conteranno come il due di coppe!

Potreste credere che questa sia solo una storia strampalata, suggerita in qualche modo dalle fantasiose filastrocche dei Jethro Tull: padroni di crederlo, se volete. Ma il buon giorno si vede dal mattino, e gli imperi iniziano a crollare dalle periferie, mai dal centro.
Ecco allora che un’altra vicenda – apparentemente poco spiegabile – sorge in cielo: Renato Soru, Presidente della Regione Sardegna, cade in un’imboscata tesagli dai suoi stessi consiglieri di maggioranza. E su cosa rischia di crollare?
Sulla una legge urbanistica, sui limiti posti alla cementificazione del territorio sardo.
Soru compie una scelta politica lungimirante ed afferma: tramontata all’orizzonte ogni possibilità di re-industrializzazione della Sardegna – anzi, l’isola perderà ancora investimenti e posti di lavoro – l’unico “capitale” che rimarrà saranno le sue bellezze paesaggistiche. Che vanno, quindi, salvaguardate, anche per una mera questione di convenienza economica di lungo periodo.

Se, oggi, la Croazia può vantare dei paradisi ecologici (e turistici) incontaminati, lo deve alle restrizioni che posero a suo tempo i governi cosiddetti comunisti: alle Incoronate, non vi lasciano nemmeno portare un misero fucile subacqueo ad elastici, ed una legge proibisce di “trarre dall’acqua qualsiasi essere vivente”.
Per onestà, riconosciamo che non dappertutto le cose vanno in questo modo: basti pensare allo scempio che, negli ultimi anni, ha sfigurato il litorale da Spalato alla foce della Neretva.
Si tratta quindi di una scelta politica che ha i suoi pro ed i suoi contro, ma che per la Sardegna sembra una via obbligata, altrimenti l’isola perderà il fascino di “perla” del Mediterraneo.

Il compito di bilanciare la necessità di mantenere accessibili i prezzi delle mete turistiche, con l’esigenza di salvaguardare il territorio, è cosa ardua. Certamente, una volta cementato tutto il cementabile, non rimane nulla di bello che valga la pena per andarci in vacanza: se ci rechiamo in un posto dove ritroviamo, nel paesaggio, le stesse icone che scorgiamo dalla nostra finestra, sale in noi la netta sensazione d’essere stati fregati, d’aver buttato i soldi nel nulla.
Eppure, l’attuale governo crede che si possa, ancora una volta, rimediare agli antichi mali italiani con una robusta “iniezione” di ferro e cemento sulle nostre coste. Oppure costruendo ponti, gallerie, viadotti e case a schiera ovunque. E qualcuno, in Sardegna, pare aver dato credito a questo novello “canto delle sirene”, temendo che il fiume di cemento (ed il corrispondente robusto torrente di tangenti) s’arresti agli imbarchi per l’isola.

La panzana che devono raccontare, per un siffatto incedere, è che le fondamenta italiane siano solide: gli italiani sono “naturalmente” parsimoniosi e dediti al risparmio, a differenza degli americani. Il che, è vero e falso allo stesso tempo.
E’ vero che gli italiani sono parsimoniosi, che sanno cavare sangue anche dalle rape, ma è altrettanto vero che il risparmio delle famiglie scema, “attaccato” su più fronti: perdita di posti di lavoro, imprese che chiudono, contratti sempre più precari, welfare da Terzo Mondo, ecc. Oramai, ti paghi tutto: dalle medicine ai figli da mantenere ben oltre i trent’anni.
Sempre più famiglie vivono “a debito”, rientrando (quando ci riescono!) a quota “zero” sul conto solo quando incassano lo stipendio. Per il resto, sono interessi bancari che corrono.

A questo punto, è meglio trarre dall’armadio uno scheletro sempre evocato e fissarlo negli occhi: credere che sanando la truffa sulla moneta tutto, magicamente, si componga in armoniose spire.
Non abbiamo mai nascosto né sottovalutato l’importanza della truffa che viene compiuta sulla moneta, e le poche sperimentazioni condotte – lontano e vicino nel tempo – mostrano che una mo
neta emessa senza debito è, oltre che eticamente corretta, salutare per l’economia.
Non bisogna, però, affidare solo all’esasperato tecnicismo – quasi fosse salvifico! – la soluzione di tutti i mali: in altre parole, potremmo ritrovarci in una società più ricca, ma ugualmente ingiusta e prevaricatrice per i più deboli.

Il Censis afferma che scorge possibilità di riscatto ma, a leggere con attenzione le dichiarazioni di De Rita, l’amara sentenza è che siamo giunti ad un tale punto della china che saremo obbligati ad un vigoroso colpo di reni. Una tale ipotesi è ovviamente auspicabile, ma non si vede come possa realizzarsi, in un quadro di sempre maggior prelievo di ricchezza dalle classi meno abbienti per il sollazzo di pochi. Pare magia, speranza, più che solida analisi.
Ciò che veramente serve, a questa Italia dissanguata, è definire finalmente chi è l’italiano. Cittadino o suddito?
Dall’Unificazione in poi, il cittadino italiano è transitato – quasi fosse un pacco postale – da un’amministrazione all’altra e da un regime ad uno successivo. Rimanendo suddito.
Ne scorgiamo abbondanti tracce nella nostra storia: dai meridionali, che s’affidarono a Garibaldi e si ritrovarono un re Savoia pari al Borbone. O la truffa compiuta dal Fascismo, nato da fermenti popolari e, alla fine, solidamente coniugato con le borghesie industriali, clericali e finanziarie. Ancora: l’est, che oggi quasi rimpiange la buona amministrazione austriaca.
Infine il dopoguerra, nel quale la democrazia nata dalla terribile guerra sarebbe dovuta essere composizione e sintesi di tutte le istanze dimenticate, mai giunte a compimento, mai sbocciate. L’ennesima delusione, maturata nelle segreterie romane zeppe di continuità con l’Italia Umbertina e Fascista. Ricordiamo che Andreotti si recò personalmente a trattare con Graziani (che la passò “liscia”) per “ricevere” il feudo ciociaro.
L’apoteosi fu la commistione totale della politica italiana degli anni ’80, quando tutti – indistintamente – accettarono il teorema della pura spartizione come modello di prassi politica.
La differenza rispetto a Francia e Germania?
Semplice: in Francia, una bazzecola chiamata Rivoluzione che segnò i francesi per sempre, rendendoli coscienti della loro appartenenza non ad un quarto stato, ma a quello dei citoyen. In Germania, la presenza di un vigoroso movimento marxista, rivoluzionario e socialdemocratico, il quale pone ancora oggi una cristiano democratica come Angela Merkel più a “sinistra” dei nostri rifondaroli.

A cosa serve, allora, questo colossale piano di cementificazione proposto dal governo? A niente, perché non affronta nessuno dei problemi italiani: dalla re-distribuzione della ricchezza al welfare, dal rispetto dei diritti essenziali del cittadino ad una giustizia che non sia burletta che si trascina per decenni.
Inutili sono le rievocazioni retoriche di lontane vittorie pagate con fiumi di sangue, i richiami dai più alti colli alla “responsabilità”, quando si è fatto parte per anni del gran circo della spartizione, o le vuote promesse pre e post elettorali. Nessuna voce giunge al mio cuore, non c’è più verso o parola che riesca ad ingentilirlo.

Adesso, non so se qualcosa vi sembrerà più chiaro ma il cd è terminato, ed ho sonno. Ricordo solo il titolo dell’ultima canzone.
Thick as a brick.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/12/tremori-e-tremonti.html
8.12.08

Pubblicato da Davide

  • Tao

    LA VERA STIORIA DEI TREMONTI BOYS

    DI ANDREA CINQUEGRANI E RITA PENNAROLA
    La Voce delle voci

    Bravi “ragazzi”, i professionisti che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha voluto con se’ in via XX Settembre, da cui partono le scelte rivolte ai destini finanziari del Paese in un momento di crisi mondiale. Braccio destro assoluto e’ l’ex delle Fiamme Gialle Marco Milanese, dioscuro del “Divo Giulio” insieme all’altro campano Nicola Cosentino, cui e’ strettamente collegato.

    DIVO GIULIO

    Tu vuo fa’ l’antiamericano. E bravo Giulio Tremonti. Da un lato, scrive un libro in cui esterna al mondo la sua folgorazione no global, dall’altro pero’, nel segreto del suo stretto entourage, stringe alleanze e decide investiture per i fedelissimi che farebbero invidia a Caligola. Con effetti che potrebbero diventare allarmanti per le stesse sorti della vita pubblica italiana.
    Cominciamo dalla triangolazione – in parlamento, ma anche al governo – fra il ministro dell’Economia Tremonti, il “suo” sottosegretario Nicola Cosentino e un altro deputato in arrivo dalla Campania, il fidatissimo Marco Milanese (subito inserito, non a caso, nella Commissione Finanze).

    Nato all’ombra della Madunina nel 1959 ma da genitori irpini di Cervinara ed eletto, per questo, nella circoscrizione Campania 2, Milanese esibisce sulla Navicella un curriculum studiorum di tutto rispetto: «Laurea in giurisprudenza, Laurea in scienza della sicurezza economico-finanziaria, Master in diritto tributario internazionale; Avvocato, Professore ordinario di diritto tributario». La prima laurea l’ha conseguita all’Universita’ di Salerno. «Ma solo nel 2004, alla bella eta’ di 45 anni», giura chi lo conosce da vicino. Fatto sta che il Milanese si iscrive all’Ordine degli avvocati di Milano appena un anno fa, il 27 settembre del 2007 e – si legge sulla sua scheda personale del Consiglio nazionale forense – non e’ cassazionista, ma apre uno studio nel capoluogo lombardo in zona San Paolo.

    Grazie a un decreto di Tremonti entra come docente alla Scuola di formazione della Guardia di Finanza, lo strategico istituto alle dipendenze del dicastero finanziato ogni anno con milioni di euro (e dove, fra gli altri, insegnava Gabriella Alemanno, sorella del sindaco di Roma, ora passata nello staff di Tremonti a via XX Settembre). Un incarico che non va certo stretto ad un ex finanziere come Milanese e che viene retribuito con circa 60 mila euro l’anno.
    Lui pero’ figura attualmente fra i “docenti non in servizio”, distaccato com’e’ in parlamento. Una precauzione resasi necessaria soprattutto dopo l’ondata di polemiche suscitata da articoli di stampa sui doppio e triplolavoristi ai vertici del Mef, mentre si tagliano stipendi, pensioni e posti di lavoro alla gente comune (Milanese e’ stato, contemporaneamente, nel comitato di gestione dell’Agenzia delle entrate).

    QUANDO PARLA TAVAROLI

    Sul passato non troppo remoto del “professore” Milanese racconta qualcosa ai magistrati che indagano sulla spy story di casa Telecom il superinquisito Giuliano Tavaroli. Il passaggio fa parte di una lunga inchiesta firmata da Carlo Bonini su Repubblica lo scorso 22 luglio. Il periodo di riferimento e’ quello del precedente governo Berlusconi, quando il colosso di telefonia vede scricchiolare le sue fondamenta e l’allora AD Carlo Buora incarica Tavaroli di trovare un contatto sicuro con Giulio Tremonti, del quale si temono i ripetuti altola’ sulle imprese a un passo dal fallimento, ascoltati soprattutto dalle banche, subito pronte a chiudere i rubinetti del credito.
    «Decido – rivela Tavaroli – di mettermi in contatto con il capo della sua segreteria, un ufficiale della Guardia di Finanza, Marco Milanese, che poi lascera’ le Fiamme Gialle per lavorare direttamente nello studio di Tremonti. Contattare Milanese, proprio lui e non altri, e’ un modo per dire a Tremonti: conosco i tuoi metodi, conosco il tuo sistema, chi lo agisce e interpreta, da dove possono venirti le informazioni – vere o false – che possono danneggiare la mia azienda. Non c’e’ bisogno di molte parole. Quelle cose li’, si capiscono al volo nel nostro mondo. I due – Tronchetti e Tremonti – si incontrano. I problemi si risolvono. Nessuno parlera’ piu’ di fallimento con i banchieri».
    Cosa aveva fatto di tanto importante, il Milanese, per diventare in pochi anni l’uomo piu’ “all’orecchio” di Tremonti? La vicenda fa il paio con il feeling che negli anni novanta avvinse Silvio Berlusconi e Massimo Maria Berruti, i quali non si sono lasciati mai piu’. L’allora capitano della Guardia di Finanza Marco Milanese era infatti piombato nell’accorsato studio meneghino di Tremonti per verifiche proprio sulle aziende targate Berlusconi, i cui sancta sanctorum erano, come sappiamo, da sempre affidati alle cure del professore. Non e’ noto che fine abbia fatto poi quella indagine. Fatto sta che Milanese qualche tempo dopo appende al chiodo la divisa e passa a lavorare a tempo pieno presso gli studi di Tremonti, dividendosi fra Roma e Milano. La sua professionalita’ viene premiata nella quattordicesima legislatura, quando insieme a Tremonti entra per la prima volta nello staff del ministero. Nella sedicesima sara’ deputato, gli assicurano. E cosi’ e’ stato.

    COSENTINO STYLE

    Ad Avellino, quando e’ andato ad inaugurare la sua segreteria politica, pare che Marco Milanese sia arrivato a bordo di una Ferrari. Una vecchia passione, quella per le auto da corsa (a Milano gli appassionati ricordano ancora la sua rombante Porsche), che comunque non gli impedisce di dedicarsi anima e corpo alle sorti irpine del suo partito, Forza Italia, del quale «il consigliere economico del ministro Tremonti – annuncia lo scorso 1 novembre la stampa locale – e’ stato nominato commissario straordinario».
    Uno stile di vita alla grande, insomma, come si conviene ad un protagonista del partito di governo. Il quale non a caso per l’inaugurazione di quel comitato elettorale aveva scelto di avere al suo fianco Nicola Cosentino. L’altro gioiello di via XXe#8200;Settembre non poteva mancare, nonostante alla mole di impegni politici si fosse aggiunta la necessita’ di doversi difendere dalle dure accuse che ne stanno amareggiando un percorso altrimenti liscio come l’olio. Una vicenda giudiziaria riassunta pochi giorni fa dal ministro ombra degli Interni Marco Minniti durante la convention del PD a Casal di Principe: «Benche’ sia accusato da cinque pentiti, Cosentino resta ancora al suo posto. Noi parliamo di stazione unica appaltante e Cosentino presiede addirittura il Cipe». Ed in effetti, nonostante le roventi verbalizzazioni portate alla luce dall’Espresso, il sottosegretario non risulta fino ad ora indagato dalla Procura di Napoli.

    ARRIVA IL GENERALE

    E proprio nel capoluogo partenopeo si e’ appena insediato, al vertice delle Fiamme Gialle, un’altra personalita’ dello staff di Giulio Tremonti, il generale della Guardia di Finanza Giulio Mainolfi, assurto giovanissimo al massimo grado (ha appena 49 anni), che insieme a Marco Milanese e’ stato anche docente alla prestigiosa Scuola della Gdf (75.000 euro il compenso percepito nel 2005). Come l’onorevole Milanese, il generale Mainolfi vanta solide origini irpine, anzi, proprio caudine: per festeggiare il suo cursus honorum il Comune di Paolisi (ridente paese della Valle Caudina) gli ha conferito la cittadinanza onoraria.
    Infine l’ultima, strabiliante analogia che lega questi due figli della stessa terra: entrambi, dopo la prima laurea in giurisprudenza, vantano nel curriculum due ulteriori titoli accademici identici: «Laurea in Scienze della Sicurezza Economico Finanziaria presso l’Universita’ degli Studi di Roma Tor Vergata; Laurea in Scienze Politiche presso l’Universita’ degli Studi di Trieste», si legge nella biografia di entrambi.

    NON SOLO VACCARIELLO

    Avellinese e’ anche Alessio Vaccariello, cugino di Marco Milanese. Non poche furono le polemiche che accompagnarono il suo insediamento al vertice dell’Agenzia delle Entrate del Veneto. Era il 22 febbraio del 2006 quando «dopo un solo anno di servizio nella regione Enrico Pardi veniva allontanato per fare posto al dott. Alessio Vaccariello, dirigente di seconda fascia, tra i cui meriti c’e’ quello di essere cognato del gia’ citato Marco Milanese, segretario del Ministro (Tremonti. ndr)», scrive l’informatissimo periodico finanziario on line Contrappunti diretto da Giancarlo Fornari. Ad aprile 2006, in coincidenza con l’insediamento del governo Prodi, la circostanza viene ricordata a muso duro da Vincenzo Visco, il quale assumendo il comando del dicastero sottolinea anche che «l’Ufficio controlli sui soggetti di grandi dimensioni» era stato affidato «al dott. Graziano Gallo, dottore commercialista a Milano», sempre per volonta’ del super ministro Tremonti. Chi e’ Gallo?
    In occasione di quella famosa perquisizione della Guardia di Finanza del 24 ottobre 1979 presso gli uffici di Silvio Berlusconi, al fianco del capitano Massimo Maria Berruti c’era, in veste di investigatore, il colonnello Salvatore Gallo, tessera 933 della disciolta Loggia P2. La storia di Berruti e’ nota: entra in Fininvest e nel 1995 viene arrestato per depistaggio nelle indagini sulle mazzette alla Guardia di Finanza. Dopo la condanna definitiva entra con Forza Italia in Parlamento, dove ora siede nella decima commissione (Attivita’ produttive, commercio e turismo).
    Meno note le performances dei Gallo. Il figlio del colonnello e’ proprio quel Graziano Gallo che sta nel cuore delle manovre strategiche di Tremonti. Scrive Maurizio Chierici sull’Unita’ del 17 settembre 2007: «Quando nel 2003 il ministro Tremonti cambia i vertici della guardia di finanza di Milano, il dottore commercialista Graziano viene nominato direttore dell’agenzia Accertamenti. Deve controllare le imprese di grandi dimensioni. Inevitabilmente l´affare Telecom-Bell lo vede tra i protagonisti» .

    IL FALLIMENTO

    Preso com’e’ dai multiformi impegni, l’onorevole ed avvocato Marco Milanese non ha trovato il tempo di arginare la catastrofe economica che ha portato al fallimento giudiziario la vecchia impresa di famiglia. Si tratta della “Appia Shopping Center Immobiliare”, una sas intestata ai genitori Raffaele Milanese da Cervinara e Maria Cioffi, da Casalnuovo di Napoli.
    Assai attiva nell’edilizia fino a qualche anno fa («ha costruito mezza Cervinara», ricordano in paese), la sfortunata societa’ di Airola (iscritta al Registro imprese di Benevento col numero 98567), e’ stata dichiarata fallita dal tribunale del capoluogo sannita nel 1995 (curatore fallimentare e’ l’avvocato Nicola Boccalone).
    Poco male: il suo posto e’ stato preso da un’omonima “Appia Shopping Center Immobiliare”, stessi soci, che ha trasferito la sede dal Palazzo De Nicolais in via del Rettifilo (Cervinara) ad Airola, altro ridente comune del beneventano, Parco La Lucciola.

    MI FACCIO LA BANCA

    E passiamo ad un’altra creatura made in Tremonti seguita personalmente dal suo proconsole Milanese. Ci mancava solo, per le disastrate sorti di un Mezzogiorno sempre piu’ in ginocchio nella tenaglia fra recessione e camorra, la nascita naif di una “banca no global”. La traduzione in moneta contante del sogno di Tremonti-scrittore? Forse. Peccato che a guastare la festa facciano gia’ capolino vertici massonici in grande spolvero, imprenditori da prima repubblica, faccendieri. Vediamo.
    La Banca del Sud, sede a Napoli nella centralissima via Calabritto, a un passo dalle cravatte di Marinella e i baba’ della Caffetteria di piazza dei Martiri, e’ un vecchio pallino di Tremonti, ovvero la creazione di «un istituto con un azionariato popolare e agevolazioni per i vecchi soci delle banche meridionali». Detto fatto, vecchio e nuovo uniti nell’abbraccio pulcinellesco per far passare ‘a nuttata e veder risorgere, come l’araba fenice, l’economia partenopea dalla munnezza. Ecco cosa dice a fine ottobre l’inviato speciale del ministro e socio promotore della Banca, Marco Milanese: «Si tratta di un progetto di straordinaria attualita’, proprio in questa fase di turbolenza dei mercati finanziari mondiali: questa banca del mezzogiorno si puo’ definire un progetto no global, l’idea di un istituto di credito radicato sul territorio e non implicato negli tsunami dei mercati mondiali oggi e’ piu’ che mai vincente e di prospettiva».
    Ed e’ infatti sicuramente proiettata verso il futuro l’idea tremontiana di lanciare al vertice del progetto Carlo di Borbone delle Due Sicilie, che giusto dieci anni fa convolo’ a giuste nozze con Camilla Crociani, figlia di Camillo (protagonista della scandalo Lockheed). Nel suo pedigree, una hit parade dei cavalierati: Ordine di Malta (Bali’ Gran Croce d’Onore e Devozione), Ordine Costantiniano, e il piu’ ruspante Real Ordine di San Gennaro.
    Buon sangue (reale) non mente. Segue quindi a ruota, tra i primatori nel parterre della Banca del Sud, Lillio Ruspoli Sforza, professione latifondista, impegnato com’e’ – al pari delle dame di San Vincenzo per il recupero di ragazze perdute – nei “Centri d’Azione Agraria”. Meridionalista convinto, ora; quattro anni fa, invece, legato al carroccio della Lega in occasione delle europee 2004, dove racimolo’ 280 voti.

    LA CHIAMATA ALLE ARMI

    Una banca che dovra’ raccogliere idealmente e non solo il testimone di quel Banco di Napoli (anni anni fa passato per pochi spiccioli, 70 miliardi di vecchie lire, alla BNL e da questa smistato all’Imi-San Paolo per dieci volte tanto), la cui eredita’ e’ sparita nel nulla. A testimoniarlo, forse, la chiamata “alle armi” di un pezzo da novanta del Banco di Napoli edizione anni ‘70, l’avellinese (allora demitiano) Aristide Savignano. Il quale dovrebbe affiancare, sul ponte di comando dell’istituto, Gerlando Genuardi, ex vice presidente della Bei (la banca europea degli investimenti) e lontano dall’Italia da quasi trent’anni. «Due facce per bene, due professori, ma lontani mille miglia dagli affari odierni dell’economia e della finanza», sottolineano a Piazza Affari. Dalla Fondazione Banco Napoli, del resto, arriva il presidente onorario della Banca del Sud, l’economista Adriano Giannola. Lo affianca il presidente, Giulio Lanciotti, mentre la poltrona di vice e amministratore delegato tocca a Francesco Andreozzi.

    MASSONI IN PISTA

    Nel consiglio di amministrazione (tredici i componenti) spicca la presenza di Adriano Gaito, dirigente di punta del Banco di Napoli, massone del Grand’Oriente d’Italia (l’avvocato Virgilio Gaito e’ stato Gran Maestro del Goi – a livello nazionale – per sei anni, dal novembre 1993 al marzo 1999). Nell’affollato comitato promotore, dal canto suo, fa capolino uno dei vertici della Gran Loggia d’Italia, Sergio Ciannella, avvocato anche lui.
    Ai destini della Banca del Sud si e’ a lungo interessato il potente brasseur d’affari Antonio Saladino, protagonista nell’inchiesta Why Not portata avanti per mesi e mesi dal pm di Catanzaro (ora trasferito dal Csm al Riesame di Napoli) Luigi De Magistris.
    Un’attenzione che si e’ manifestata in una sfilza di intercettazioni telefoniche, tutte del 2006 (quando la Banca era in fase di decollo). Ecco alcuni stralci da un conversazione intercorsa tra Saladino e un certo Luca Antonini da Gallarate.
    Saladino – Ho visto il Presidente (di Banca del Sud) che e’ un coglione, cioe’ sai, il classico trombato del Banco di Napoli che si butta in questa cosa, questi ora mi hanno chiesto centomila euro… A dieci imprenditori, a diecimila euro l’uno per entrare dentro…
    Antonini – Si’….
    Saladino – … Nel comitato promotore. Pero’ volevo capire cosa avevi fatto tu con Ponsellini (Massimo Ponzellini, nel 2006 al ministero dell’Economia e fra i soci promotori della Banca, ndr), cioe’… noi non avremmo nemmeno grosse difficolta’ a… trovare imprenditori che mettono 10 mila euro l’uno… eh?
    Antonini – Ma tu non l’avevi senito Ponsellini?
    Saladino – No, non l’ho piu’ risentito perche’ lui mi aveva detto che doveva sentire Tremonti la sera dopo…
    Antonini – Richiamalo…
    Saladino – Lo richiamo io?…
    Antonini – Io l’avevo chiamato, si’… e mi aveva detto che per lui andava benissimo e mi aveva detto anche lui questa roba qua… che lui vedeva il giorno dopo Tremonti e via..
    .
    E via con la Banca…

    A. Cinquegrani R. Pennarola
    Fonte: http://www.lavocedellevoci.it
    Link:
    “>http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=170
    4.12.08

  • idea3online

    Se criticate Tremonti sbagliate, tra tutti i politici è il più realista, io sfido ognuno di voi che ha il coraggio da politico e dico da politico e non da semplice cittadino di dire la realtà, è l’unico che spiega alle persone agli investitori di fare attenzione, e potete stare sicuri che rischia ogni giorno la poltrona per il suo andare in parte non al 100% controcorrente, e diaciamo la verità tra una mela marcia al 100% ed un altra mela marcia al 30% quale preferite?

    Ho capito volete a mela integra al 100% giusta, un consiglio solo Gesù Cristo può esprimere quello da voi cercate.

  • castigo

    Image Hosted by ImageShack.us

  • lino-rossi

    ha tradito i suoi propositi. si è allineato alla tecnocrazia che dichiarava di voler contrastare.

  • Lestaat

    Le sue parole Lino,
    ha tradito le sue chiacchiere, non i suoi propositi.
    Era ingenuo aspettarsi qualcosa di diverso.
    Come volevasi dimostrare, e qualcuno sperava addirittura che siffatta personcina si sedesse ad un tavolo per risolvere i problemi del mondo in una nuova Bretton-Wood.
    🙂
    Ovviamente sto facendo ironia, so che il suo pensiero era un po più complesso di così, ma, la battuta se l’è meritata…no?
    🙂

  • adriano_53

    L’ARTICOLO DI BERTANI CONFERMA LA MASSIMA DI ARISTOTELE: NON DISCUTERE CON I PAZZI PERCHE’ POTREBBE NON VEDERSI LA DIFFERENZA.
    SE POI QUALCUNO DISCUTE L’ARTICOLO DI BERTANI SIAMO ALLA PAZZIA IMPAZZITA.

  • Fabriizio

    Questo articolo di Bertani – di cui sono appassionato lettore – non l’ho proprio capito. Voleva essere aggressivo dialetticamente e poi è scivolato in una satire un pochino fuori luogo. Oppure m’è parsa fuori luogo perchè sono un estimatore di Tremonti, di cui riconosco le qualita’ del prossimo leader del centrodestra. Spero non preferiate Bossi o Fini.
    Cosi’ come riconosco in Soru le qualita’ del leader del centrosinistra.
    Perlomeno ritorno a votare dopo tanta nausea.