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TRE MEDITAZIONI SULLA MORTE, E UN EPILOGO

DI CARLO BERTANI

Prima meditazione

Il funerale è alle 15. Arrivo con un po’ di ritardo: il carro funebre è vuoto, la bara è già al centro della navata e la chiesa è piena, con tanta gente in piedi ed altrettanta fuori, che parla del più e del meno.
Qualcuno, fuori, ride e scherza.
Prendo posto al fondo, cercando uno spazietto ancora vuoto e lo trovo appoggiandomi ad una colonna.
Nella penombra, inizio ad osservare la carrellata dei presenti: pochi visi noti, una marea di sconosciuti. E’ così quando vai ad un funerale per la sola amicizia con un parente; il tuo mondo si specchia nei visi conosciuti e puoi incasellarli nel tempo e nello spazio: luoghi, situazioni, anni.
Scorre, intanto, il nastro di quei volti per te grigi, che non rappresentano nulla. Come tu sei grigio per loro.
Il prete sta parlando, sta esortando i presenti alla fede nella vita eterna, nella quale anche l’estinto avrà un posto, come tutti l’avremo. Di certo. Credeteci, sembra affermare.
Poi, ricorda che verrà per tutti la resurrezione della carne, ed usciremo tutti dalle tombe un giorno lontano: sepolcri nel frattempo scomparsi – non ha nessuna importanza – corpi disgregati che giacciono sotto le fondamenta di un ipermercato. Vi prego, sembra affermare, ve lo dico io che lo so.
Da zero a dieci, tutti votano nella loro mente le parole del prete: osservo qualche 7, un po’ di 6, poi si scende. Qui, in fondo, nessuno alza la paletta.
I 7 ed i 6 rispondono alla liturgia, biascicano qualche risposta incomprensibile: quelle in Latino erano altrettanto oscure, ma erano almeno belle, musicali, evocative. Evocative di che? Niente, nulla da dichiarare – rispondono centinaia di visi cerei, all’officiante in divisa della Finanza – non ho preghiere né richieste da fare, nemmeno di contrabbando.
L’iconografia è desueta: un mondo, povero d’immagini, si scontra con lo strapotere dei mille network, della comunicazione planetaria. Nonostante un “fu” Papa gran comunicatore, la partita è persa senza nemmeno dare il calcio d’inizio a centrocampo. Figuriamoci con un teologo tedesco: chi, ancora, si chiede cosa fosse l’Illuminazione per Agostino?
L’Oberst-Kommandant di St. Peter Platz si rivolge agli italiani e al mondo: “niente preservativo, ricordate, castità”. Ma non ci “seguono” – lamenta – anche le palette con 7 e 6 glissano, si voltano dall’altra parte, perché nessuno ha il coraggio di dire ai propri figli: «Vai, sii fedele alla dottrina: se ti prendi l’AIDS, ci sarà sempre il Buon Pastore a confortarti».
Così trascina la sua stanca vita – fra una polemica per l’uso del preservativo e l’ennesima rassicurazione di non interessarsi alla politica italiana – una religione morente, al tramonto del suo tempo. Crediamo bene che sia contro l’eutanasia: sarebbe la prima candidata.
L’unico istante nel quale la liturgia sembra ravvivarsi, è quando l’officiante chiede di scambiarsi un segno di pace. A quel punto, anche le palette abbassate tendono una mano, sorridono timidamente, fanno almeno un cenno: quasi per voler rassicurare d’esser ancora presenti gli uni per gli altri. Per, poco dopo, dimenticarlo appena saliranno in auto.

Seconda meditazione

Oggi è un altro giorno: viene sempre un nuovo giorno, e i pensieri s’azzerano per ripartire da capo. Non potremmo sopportare un continuum mentale, senza pause, che dura per l’intera vita.
Oggi, si va a trovare un’amica che non sta tanto bene: è tanto che non c’incontriamo, da quando ci s’immergeva insieme nelle acque blu di Liguria, nei “buoni” posti che gli indigeni sanno ancora preservare dall’assalto degli Achei che calano da Nord ogni Domenica.
Sull’Appennino ligure regna una pace bucolica, mentre il sole gioca a nascondino fra le querce ed i faggi: addirittura, ci dobbiamo arrestare per lasciar passare una cinghialessa con i suoi piccoli. L’ultimo è in ritardo: aspettiamo pazienti che scenda dal bosco ed attraversi la strada, quasi urlando «Mamma, aspettami!». Non sono certo di tradurre a perfezione il cinghialese, ma posso assicurare al lettore, almeno, il senso approssimativo della frase.
La sorpresa che ci attende, però, è d’altra natura.
Sì, “non sta tanto bene” e vive sola, in una casa abbarbicata a mezza costa su un monte, come sanno essere impervi e grifagni solo i monti di Liguria.
L’astro, ora, tocca il mezzodì solare e lei c’attende in giardino. La prima cosa che noto, accanto alla sdraio, è la stampella.
Quando si alza – cioè, tenta di alzarsi – chiede dove sia finita l’altra stampella: finalmente, quel corpo sinuoso che osservavo danzare fra le onde, si solleva. Curvo, affaticato, dolente.
Ci trasciniamo in cucina – lei per la fatica, noi per lo sconforto – ed ascoltiamo il lungo racconto: le diagnosi, il peregrinare fra un ospedale e l’altro, poi la speranza – in Germania – ed ora la cura.
Si pranza: anche il pranzo, come il sonno, è un conforto che gli Dei regalano agli umani per consentire loro una cesura.
Dopo pranzo, mi chiede se so fare le iniezioni. Sì, ho imparato da mia madre.
E facciamo questa iniezione: no, sono quattro perché, anche se si tratta di una cura naturale, il nemico è il cancro, e quelle medicine sono una sorta di chemioterapia naturale.
Per carità, nulla di paragonabile alle sofferenze della “chemio” tradizionale, ma soffro nel vederla prona, incapace di muoversi per una buona mezzora, sudata, dolorante.
Allora esco in giardino a fumarmi una sigaretta. E’ l’imbrunire: l’aria stanca del dì di festa, carica d’umidità, scende dai boschi dove la cinghialessa ed i suoi piccini cercavano ghiande e castagne, nel caldo mezzodì della loro vita selvatica.
Lo schiocco di una fucilata rammenta che è giorno di caccia: odo trambusto in lontananza, rumori attutiti dal dialogare del vento. Poi, su tutto, ravviso chiaramente qualcosa che ben conosco.
Non c’è stata la seconda fucilata, ma l’urlo di morte del cinghiale – quel grugnito acido e disperato, lanciato all’inutilità del cielo plumbeo – indica con precisione l’istante nel quale il coltello gli ha reciso la gola. Perché il sangue deve lasciare il corpo, altrimenti la carne non frollerebbe bene: ebrei o goim, per il cinghiale non cambia. Sempre cibo cacer deve diventare.
Intanto s’è fatto buio, e ricordo che è Domenica: gli autotreni carichi di vitelli saranno già dentro al recinto del macello comunale, e non so se una fucilata sia più o meno pietosa. Nemmeno l’esser vegetariani ci salverebbe, poiché quei cinghiali che si moltiplicano divorerebbero fino all’ultima patata.
Rientro in casa. Ora, l’amica è seduta al tavolo della cucina: è avvolta da una coperta, ma il viso è sofferente e trema. Non sono certo io a chiederlo, ma è lei stessa a presagire la domanda celata nella mia espressione, forzatamente neutra; confessa che ci ha già meditato: se tutto dovesse andare male, ha già pensato alla soluzione. Definitiva.
Per non dare fastidio a nessuno, non creare problemi e, infine, per concedere ancora un brandello di dignità a se stessa. Non trovo niente da rispondere: un cenno con il capo basta, per non mettere inutilmente in dubbio il suo onore.

Terza meditazione

Il terzo giorno è il capitalismo a morire. Cioè, non è ancora morto: si tratta soltanto di un triplice infarto, nulla di definitivo. I medici al capezzale del malato somministrano medicamenti antichi: nascondere la viltà dei patrizi, per calarne gli inevitabili danni sulle spalle della plebe. Niente di nuovo sotto il sole.
Alessandro salì a Delfi per consultare la Pizia: poi, confortato, giunse fino all’Indo. Una favola – per la maggior parte di noi – una leggenda sfiorita nei margini del mito.
Solida realtà, invece, credere che la spirale dei consumi a credito potesse crescere senza fine, solo per comprovare nella prassi quotidiana un pensiero di rimozione collettiva della vita e dei suoi limiti, della morte e del suo sancire una fine ad ogni cosa.
Così, assistiamo ad un pessimo teatrino dei Pupi, nemmeno lontanamente paragonabile al potente vento della tragedia: con fare di commedianti, salgono sul proscenio, calcano l’agorà televisiva personaggi che promettono salvifiche pozioni, rassicuranti alcove, caldi e perpetui focolari per riscaldare, senza tremore alcuno, le dubbiose membra.
E c’è del vero, in quel vorticar di suoni nell’aria!
Il Senato sarà salvato – se non altro, perché a scrivere le leggi sono soltanto Cesare ed i suoi senatori – e dunque il mondo potrà proseguire nel suo eterno corso: al più, sarà necessario inviare qualche centuria di Pretoriani sulle vie consolari. Che già hanno preso posto, con la scusa di qualche errabondo brigante.
La ruina sarà scapolata facendo credere che quelle false monete d’argilla, create dal nulla per decenni, finiranno come ogni vaso rotto al Mons Testaceus, la collina dei cocci al Testaccio. Ma, in questo modo, i senatori non sarebbero garantiti!
Allora, si provvederà a consegnare vere monete auree a tutti coloro che consegneranno i falsi simulacri d’argilla. Chi mai, possiede in tal copia si tante monete?
Se ne farà carico l’Erario: parola di Cesare.
La consegna di tanto oro da parte dell’Erario, significherà che non ci saranno più monete per acquistare vino e granaglie per la plebe. Sarà la morte, dopo l’infarto, che verrà ingentilita con preziosi vaticini i quali – nel loro criptico linguaggio – sapranno calmierare con ambigui presagi che tutto non va proprio a catafascio. Solo “quasi”.
Giungeranno a ricordare la solidità di La Palisse: un uomo, un quarto d’ora prima di morire, è ancora vivo.
Le cassandre saranno giustiziate o comprate con pochi sesterzi: ancora una volta, dimenticando che la vera Cassandra aveva ragione. Al termine, dopo che l’oro sarà trasportato nelle ville patrizie, sarà data “mano libera” alla Guardia Pretoria.
Così muoiono gli imperi: nel sangue versato in una sola, grande battaglia oppure centellinando l’amaro calice della sconfitta per lustri e decenni, in un’agonia dolorosa, che deturpa e succhia – come vampiro – le estreme forze.

Epilogo

Una civiltà muore quando smarrisce la frontiera, il limite della Morte come confine ciclico nel volgere degli eventi: lo perde nelle vuote cerimonie funebri, nelle rassicurazioni dei prestigiatori farmaceutici, nella follia dei broker saccenti. Tanto sapienti, da lasciare il loro mondo con una scatola di cartone in mano.
Ratzinger ha ragione quando ricorda che il denaro non è tutto: dovrebbe però spiegare perché, sin dai tempi dei Conventuali e degli Spirituali, la Chiesa Cattolica non abbia quasi pensato ad altro. Oppure dobbiamo ricordare il commercio delle Indulgenze? E le “attività” dello IOR? Da quale pulpito viene la predica.
L’affermazione, quindi, non gli può appartenere – pur verissima – poiché contraddetta in termini dalle opere.
Eppure, in questi giorni di timori e pessimi presagi, è l’unica (o fra le poche) sentenze che meritano attenzione.
Potremo cercare rimedi, per la disgrazia che verrà da quello che oggi è soltanto l’agitarsi di numeri sui monitor: perché, quando si passerà dalla Morte virtuale a quelle reali, il dolore sarà tangibile, sostanziato.
Non conosciamo i termini e gli aggettivi che lo dipingeranno: disoccupazione di massa, welfare da Quarto Mondo, forse una grande guerra per riportare a zero il denominatore e far ripartire una novella, perfida equazione.
Non li conoscono nemmeno i prestigiatori dell’economia i quali, nel bel mezzo di un evento del quale non riusciamo nemmeno a percepire la portata, si permettono l’azzardo – vera ignoranza e presunzione! – di comunicare a quanto ammonterà il deficit USA nel 2013! Ma, quando la finiranno di prenderci per i fondelli? L’Oracolo di Delfi era più serio ed attento!
Il denaro non sarà più “tutto” quando “altro” prenderà il suo posto: ciò che manca oramai da secoli, nella civiltà mercantile, è “l’altro”. Per questa ragione sotterriamo in fretta la Morte: poiché ci richiamerebbe al limite del nostro essere, a qualche domanda più seria e (forse) realmente confortante.
Così, nel vuoto pneumatico di qualsiasi valore pregnante e condiviso – gradualmente, ma inesorabilmente abbattuto dalla necessità espansiva del capitale – la civiltà mercantile muore quando perde l’ultima ancora rimasta: il denaro.
Si ha un bel dire che è necessaria una nuova teoria del valore, che ci vuol un rinnovato socialismo, che dovremo riscoprire i nostri legami comunitari: senza la ricerca interiore di ciò che siamo – l’antico peregrinare della mente alla ricerca del vero, di là delle religioni da ipermercato e da hard discount – l’ansia ci renderà nuovamente schiavi di questo o quel arruffapopoli, sia esso uomo, Dio, semidio o vil denaro.
Gli antichi fidavano su una cosmogonia che rifletteva, su più alti livelli, le pulsioni e i dubbi dell’animo umano. L’uomo medievale, pur vivendo nel terrore di una religione imposta più con la forza che con la conoscenza, credeva o si sforzava di credere in un compendio di certezze. Noi, siamo oramai viandanti nel deserto: sotto il denaro, nulla.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/10/tre-meditazioni-sulla-morte-e-un.html
8.10.08

Pubblicato da Davide

  • ghigo

    a me il commento che è stato cancellato sembrava una critica divertente e non insensata. sempre sperando che il bertani non si deprimi, è uno dei migliori. … lasciamo perdere i cinghiali, ci sarebbe da dire qualcosa, ma sono ancora carnivoro …