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TIBET: INDAGINE SU UNA FOTOGRAFIA MANIPOLATA

DI MICHEL COLLON

Osservate bene questa foto di “soldati cinesi camuffati da monaci”, che certamente avete ricevuto o riceverete presto.

Circola molto su Internt, con il commento: “Londra – 20 marzo – la GCHQ, l’Agenzia governativa di comunicazioni che sorveglia elettronicamente la metà del mondo dallo spazio, ha confermato l’accusa del Dalai Lama, secondo cui alcuni militari dell’Esercito popolare di liberazione cinese, camuffati da monaci, hanno causato le sommosse che hanno ucciso o ferito alcune centinaia di Tibetani…

Si suppone che questa fotografia abbia indignato molta gente. Ora, osservatela attentamente e giocate al gioco dei sette errori…

I 7 errori…

1. Avete mei visto una “fotografia – satellite” presa da tale visuale?
2. Ci dicono che i soldati si mascherano da monaci per giocare agli agenti provocatori. Sono abbastanza stupidi per condurre tale operazione segreta in strada?
3. Ci dicono che la fotografia è recente, proprio prima degli eventi. Cosa ce che lo prova?
4. Ho interrogato un amico che conosce il Tibet. Dice che questa fotografia non può essere stata fatta questo 14 marzo, sotto un sole primaverile, poiché questo anno, in Tibet, la primavera è arrivata soltanto il 21 marzo.
5. Mi informa inoltre che i colori del ciclo-taxi di Lhasa sono cambiati a partire dal 2005.
6. Il mio conoscente dice anche che queste uniformi dei poliziotti non sono più utilizzate da tempo.
7.Occorreva dunque condurre una piccola indagine che ci ha fatto scoprire un’altra versione…

Ma allora da dove proviene?
In realtà, la foto è del 2003. Durante le riprese di un film, essendosi i monaci rifiutati di recitare come comparsesono stati sostituiti dai soldati, che qui ricevono le tonache. Pratica corrente laggiù, così pare… In ogni caso, nulla a vedere con le recenti immagini TV che mostrano i monaci esercitare violenze e distruggere negozi a Lhasa.
Bene, ciò sembrava una tale enormità che occorreva verificare.
Infatti potete trovare conferma su… il sito pro- indipendentista che diffonde la fotografia “accusatrice”: http://buddhism.kalachakranet.org/

La fotografia reca il sottotitolo: This is not an uncommon ‘tactical move’ from the Chinese government, as could be seen on the back-cover of the 2003 annual TCHRD Report.
This photo was apparently made when monks refused to play as actors in a movie, so soldiers were ordered to put on robes. (Questo non è un raro “movimento tattico” da parte del governo cinese, come si può vedere sulla retrocopertina del Rapporto annuale del 2003 del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy. Questa fotografia sembra essere stata scattata quando i monaci hanno rifiutato di recitare in un film, e quindi venne ordinato ai soldati di indossare questi abiti.)
Interrogato su questa manipolazione, il webmaster del sito ha risposto che ha tuttavia associato la fotografia al testo che accusa i cinesi “per mostrare il tipo di esche che i cinesi hanno utilizzato nelle sommosse recenti“.
Ciascuno apprezzerà questa deontologia giornalistica.
Successivamente, ogni sorta di gruppo ha puramente e semplicemente eliminato questo commento per far credere che la fotografia fosse recente e che si trattasse di una cospirazione dell’esercito cinese. Da allora, la fotografia fa il giro del mondo…

“Fotografie – satelliti”? Non è la prima volta…

1. Non è la prima volta che si pretende di dimostrarci la verità con fotografie prese dal satellite.
Nel 1990, gli Stati Uniti hanno preteso di disporre di fotografie – satelliti (che non hanno però mai non mostrato) che “provavano” che Saddam Hussein stava sul punto di invadere l’Arabia Saudita. Questo trucco di demonizzazione ha svolto un ruolo importante per manipolare l’opinione. Ho analizzato questa menzogna mediatica nel mio libro “Attention, médias ! “ (pagina 21.)
2. Nel 2003, gli Stati Uniti hanno diffuso fotografie – satelliti che “provavano” che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa.
3. Più recentemente, hanno ripetuto la menzogna contro l’Iran (tacendo il fatto che Israele possiede duecento testate nucleari illegali).

Un’immagine può mentire?
È dunque il momento di ricordare che si può mentire con le immagini. Senza parlare delle tecniche grafiche attuali, di grandi cineasti come Chris Marker, il quale ha brillantemente dimostrato come un commento possa far dire qualunque cosa ad un’immagine e farla sembrare credibile.
Infatti, l’immagine stessa non ci dice:
1. Quando e dove è stata scattata.
2. Ciò che mostra realmente.
3. Ciò che nasconde (di lato, prima, dopo…)

Tutti, ci siamo già fatti intrappolare in passato da simili immagini.
Certamente, ciascuno si farà la sua opinione sulla questione del Tibet, provando a verificare le due versioni, studiando gli interessi in gioco delle due parti, in particolare di George Bush che il Dalai Lama tanto ammira.
Ma in ogni caso abbiamo diritto ad una informazione non manipolata.

Michel Collon
Fonte: http://www.michelcollon.info/
Link:

Versione italiana:

Fonte: www.eurasia-rivista.org
Link: http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkpZEFkAylWQokFbRI.shtml
2.04.08

Pubblicato da Davide

17 Commenti

  1. il Dalai Lama è un liberista e quindi NON è affidabile dal punto di vista politico. se poi si considera che questa battaglia è fomentata da pannella (e grillo), non resta che evitare di cadere nel trabocchetto della guerra a tutti i costi.

  2. Ma dove sono finiti i Bertani & Co. che sbertucciavano il Fulvio Grimaldi e il suo intervento sul Tibet? Ma davvero, un piccolo atto di contrizione (anche alla luce di tutto quello che è uscito dopo…). Una dimostrazione di umiltà può solo fare onore (e merito). E accrescere la credibilità…

  3. chi semina vento raccoglie tempesta

  4. TIBET: ASIANEWS, SOLDATI CINESI TRAVESTITI DA MONACI [www.repubblica.it]

    L’accusa del Dalai Lama alla Cina di aver fomentato la rivolta in Tibet facendo vestire da monaci alcuni soldati e’ stata confermata oggi ad AsiaNews da Tsering Choedup, coordinatore per l’Asia del sud di International Tibet Support Network. Come e’ noto, il Dalai Lama aveva dichiarato che “alcune centinaia di soldati si sono vestiti come monaci” e come prova aveva portato una fotografia che mostra un lama che impugna una spada. In proposito il Dalia Lama aveva fatto notare che quella non era una spada tradizionale tibetana e di conseguenza a impugnarla era un falso monaco. Nell’intervista all’agenzia del Pontificio Istituto Missioni Estere, Choedup afferma che “non si tratta solo di una foto” e che la presenza di soldati cinesi travestiti da monaci e’ confermata da “testimoni oculari che vivono a Lhasa”. “Attraverso telefoni cellulari – spiega – hanno confermato di avere visto soldati e agenti di sicurezza cinesi cambiarsi con vestiti da monaci e incitare la folla”.

  5. Ohibò…la fotografia sarà anche taroccata o riferita ad altro ma questo non esclude che soldati cinesi possano avere svolto la funzione di agenti provocatori…lo fanno anche in Italia, perchè non dovrebbero farlo in Cina?

  6. Non pretendo di affrontare degnamente il problema, ma ci sono due binari su cui ragionare: 1) la Cina combatte l’indipendentismo tibetano con soldi, istruzione, infrastrutture moderne, guerra demografica/etnica, forza militare; 2) il Tibet è/era una teocrazia dove la popolazione monacale costituisce il 25% della popolazione e una sorta di élite, mantenuta dal restante 75% che vive in povertà e parzialmente in condizioni definite di schiavitù e in cui truppe di indipendentisti sono state addestrate dalla CIA già dagli anni ’50 allo scopo di mantenere sotto schiaffo la Cina.
    Non provo particolare simpatia per la Cina, ma il Tibet è molto meno innocente di quanto ci vogliano far credere. Se un Tibet “libero” deve tornare ad essere la vecchia greppia feudale per i lama e i monaci buddhisti, allora preferisco il regime Cinese. Lo dico da simpatizzante del buddhismo.

  7. i tibetano sono un popolo oppresso dalla cina.
    ovvio che si incazzino e che attacchino il simbolo del potere economico (più che militare) che li opprime, vale a dire la banca della cina.
    non un negozio qualsiasi.
    almeno così si vede dalle immagini trasmesse dalla cina.
    che poi in occidente ci sia un certo delirio a favore dei monaci buddisti è vero, ma da qui a dire che è una merda solo perchè sono sostenuti da beppe grillo è un delirio politico-ideologico.

  8. alce, fatti un giretto istruttivo.
    Metti International Tibet Support Network in google e guarda chi ne fa parte.
    Guarda i dirigenti e ricerca i loro nomi sempre su google.
    E’ molto ma molto interessante, e dice molto più di tante altre cose su quel che accade in Tibet.

  9. NerOscuro hai ragione in quello che dici.
    è vero che il regime dei lama era di tipo feudale, ma era abbatsanza blando essendo i tibetani più o meno tutti quanti dei poveracci.
    nulla a che vedere con le differenze di reddito e di diritti che ci sono nella cina stessa.
    dovrebbe essere il tibet a invadere la cina =)
    ed in ogni se la soluzione ad un male non può essere un male peggiore.
    un po’ come combattere il regime di saddam portando la democrazia sotto froma di bombe e torture…che ha orecchio per intendere intenda.

  10. Come ho già suggerito ad alcenero fatervi un giro per il web a guardare esattamente CHI sta sostenendo ed aiutando finanziariamente e logisticamente il movimento tibetano, chi sono e quale è la storia del cosidetto governo in esilio (il governo in esilio…..diomio….senza ritegno davvero…….e chi l’avrebbe votato di grazia?)…..navigate un po’ vedrete che è istruttivo sapere chi sono i dirigenti dei vari movimenti….fate fate…e poi tornate a fare la predica sul tibet se ne avrete ancora voglia.

  11. no!

    andare in tibet a buttare benzina sul fuoco, come ha fatto pannella, è un atto politico bello e buono.
    per fare cosa?
    la guerra o la pace?

    a me preme la pace e quindi quando vedo qualcuno che va nella direzione opposta lo dico.

    chi va nella direzione di chi butta benzina sul fuoco o è un ingenuo o un pirla.

    lino rossi

  12. è vero che la tirannia va combattuta, ma bisogna usare il metodo di Gandhi, non quello di pannella.

    quando poi un santone si dice liberista mi si drizzano tutti i peli nella schiena. un santone che non capisce che prima viene la vita, poi la politica e poi, alla fine, ma proprio alla fine, l’economia, che santone è?

  13. signor rossi
    condivido l’appunto ma per favore evitiamo di tirar fuori i metodi di Gandhi.
    Il movimento per l’indipendenza dell’India fu tutt’altro che non violento e anche giustamente per di più. Alla violenza di un potere imposto non c’è “non-violenza” che tenga, a meno di avere un Gandhi come facciata (e di anime maestose così non ne nascono di certo una l’anno e soprattutto non ovunque) e soprattutto come intelligenza politica di portare un movimento non violento a copertura dele naturali violenze quotidiane della rivolta proprio mentre gli inglesi avevano qualche problemino diverso da affrontare in patria, tipo le bombe tedesche magari.
    Idealizzare Gandhi è cosa buona e saggia, idealizzare invece quello che è stato il movimento per l’indipendenza dell’India è un po’ naive. Come tutte le rivolte, è stata violenta, con migliaia di morti e sangue. E senza Hitler alle porte, e fuoco e fiamme un po’ ovunque nel paese gli inglesi non se ne sarebbero mai e poi mai andati dall’india, senza contare poi che non era nemmeno più così conveniente da mantenere quell’apparato coloniale. La storia va sempre presa nel suo complesso quando la si analizza, soprattutto se poi si cerca di utilizzarne gli insegnamenti.

  14. Dal blog di Falecius:

    A parlare di Cina e Tibet, un primo problema si pone nel definire cosa sia la Cina e cosa sia il Tibet.
    La cosa è di un certo interesse, dato che gli scontri, attualmente, avvengono anche nel Sichuan, ovvero in una provincia cinese che in parte non appartiene alla provincia amministrativa del Tibet, e solo nella sua parte occidentale e meno popolosa al più ampio Tibet storico.
    Esistono zone del Sichuan occidentale, in cui la popolazione appartiene ad alcune delle numerose etnie tibetane, nel senso che parlano qualche lingua imparentata col tibetano e perlopiù professano il buddhismo lamaista tibetano. In passato, la parte occidentale del Sichuan, che in alcuni periodi costituì una provincia a sé stante, il Si-kang, ha fatto parte del Tibet.
    La Cina è un grande crogiolo di etnie e nazionalità, così come lo sono stati l’Unione Sovietica e in misura minore gli imperi ottomano ed austriaco. La Cina, al pari dell’Unione Sovietica, ha una larga maggioranza della popolazione costituita dal popolo che ha creato e dominato l’impero: gli Han. E’ difficile usare il termine “etnia” per descrivere gli Han, benché questo possa semplificare le cose. Gli Han sono una nazione, e non sono uniti da una religione e nemmeno, in senso stretto, da una lingua comune; il linguisti considerano il mandarino ed il cantonese lingue diverse, ma i parlanti entrambe sono Han, nutrono in generale uno stesso sentimento nazionale cinese e scrivono con gli stessi ideogrammi.
    Molte popolazioni di origine, lingua ed usanze non cinesi sono state assimilate dagli Han nel passato; altre si sono spostate a sud, dando origine agli odierni Laos e Thailandia, e forse anche alla diffusione dei molti dei popoli che vivono negli attuali Viet Nam, Indonesia, Filippine, Malaysia, nelle isole del Pacifico e perfino in Madagascar. Pare infatti che le lingue, strettamente imparentate, parlate da malgasci, malesi, filippini, indonesiani e polinesiani abbiano avuto origine, così come il thai, il lao ed il viet, nel sud dell’attuale Cina.
    Altre ancora, come gli Zhuang, che vivono nel Sud della Cina e parlano una lingua connessa col thai, sono rimasti, con qualche grado di autonomia, all’interno della Cina ma hanno mantenuto la propria specificità, che, in teoria, il governo cinese riconosce.
    Fin qui, si parla di territori che fanno parte della cosiddetta “Cina propria” ovvero della regione che non solo ha una schiacciante maggioranza di popolazione Han, ma è storicamente, da secoli, parte dello Stato o degli Stati cinesi, della civiltà cinese, e ha espresso la propria cultura perlopiù in forme e solitamente in lingua cinese (sebbene gli Zhuang ed altri popoli, come i Bai, e naturalmente i Mancesi ed i Coreani, abbiano ed abbiano avuto proprie forme di scrittura ed espressioni di alta cultura in parte autonome). La Manciuria meriterebbe un discorso a parte: oggi è quasi completamente Han, e i restanti Mancesi, che io sappia, si identificano generalmente nello Stato cinese; tuttavia questa assimilazione è stata abbastanza recente e la regione non fa parte della Cina imperiale storica: il motivo per cui oggi appartiene alla Cina è che i Mancesi conquistarono la Cina nel 1644, e non il contrario.

    Tuttavia una parte sostanziale del territorio dell’attuale Repubblica Popolare cinese, ovvero le tre province autonome di Mongolia Esterna, Tibet e Xingjiang e la provincia del Qinghai, non appartengono alla Cina propria. Sebbene queste aree abbiano antichi legami storici con la Cina, non partecipano della millenaria civiltà cinese. Hanno elaborato infatti tradizioni e modelli autonomi, ma all’interno della cultura centro-asiatica. Se la Cina ha elaborato il Taoismo ed la filosofia confuciana, queste regioni hanno invece adottato in genere, il buddhismo o l’Islam. Nel caso del buddhismo, poi, ne hanno sviluppata una forma propria, nata in Tibet e diffusa anche tra i popoli mongoli, il lamaismo. Al pari della Cina stessa, queste terre sono state conquistate ed unificate in un impero sovranazionale da un popolo nomade, i Mancesi.
    Mentre la Cina storica era essenzialmente la nazione degli Han, salvo minoranze, l’impero mancese della dinastia Qing era un impero sovranazionale e universale del tipo di quelli ottomano, austriaco e russo.

    postato da: falecius alle ore 00:57 | Permalink | commenti
    categoria:cultura, politica, asia, società, pericoli per tua sorella, i valori dallaccidente
    mercoledì, aprile 02, 2008
    Tu-Fan I
    Si discute(va) assai, specialmente nel mondo dei blog antimperialisti e canagliosi che frequento, di quanto sta accadendo in Tibet.
    Le posizioni sono diverse, per un semplice motivo: la potenza che opprime il Tibet non è la Grande Potenza Imperiale Satanica DOC, ovvero gli USA, ma un imperialismo “minore”, ovvero la Cina.
    La questione è abbastanza complessa. Intanto, sulla “minorità” dell’imperialismo cinese si può discutere, a partire da un semplice fatto: a Pechino basta un’operazione finanziaria relativamente semplice come la conversione delle riserve in euro per mettere in ginocchio l’economia USA. In altri termini, la Cina controlla una parte del debito estero americano, tramite le sue riserve in dollari, da minacciare la stabilità economica americana.

    Io non so molto di economia e finanza, ma questa faccenda mi è abbastanza chiara, anche se la terminologia che ho usato per descriverla potrebbe essere imprecisa.
    Dunque, la Cina E’ una grande potenza imperiale.
    Negli anni Novanta, ci si trovava di fronte ad un mondo capitalista essenzialmente monocentrico, ed il centro principale erano gli Stati Uniti.
    Oggi non è più così: siamo in una situazione simile per certi versi a quella che precedeva la Prima Guerra Mondiale, in cui, pur permanendo senza dubbio un centro dominante (all’epoca, la Gran Bretagna) la situazione era marcata dalla competizione di diversi capitalismi centrali, più o meno evoluti (più avanzati quelli inglese, americano, e un po’ meno quelli francese e tedesco, ancora meno quelli italiano, giapponese e russo, tanto per fare un’approssimazione) ognuno dei quali coltivava una propria strategia imperialista. Oggi abbiamo in prima approssimazione almeno tre o quattro centri più avanzati (USA, Europa e Cina, eventualmente Giappone) e altri meno (India, Russia e Brasile) a cui vanno aggiunti dei capitalismi centrali a livello economico ma subalterni a livello politico (Canada, Australia, Nuova Zelanda, Israele).
    La particolarità del centro europeo è la presenza di strategie nazionali di competizione interne ad esso in termini nazionali, cosa che non mi risulta accadere tra gli Stati americani o le province cinesi. Inoltre, e a differenza di quello che accadeva nella Belle Epoque, i centri hanno specializzazioni diverse: così come le tre piazze finanziarie principali (New York, Londra e Tokyo, cui si sta aggiungendo Shanghai) hanno ruoli diversi (agevolati dai fusi orari) nelle transizioni, il centro cinese ha una caratterizzazione industriale, quello americano finanziaria e militare, quello europeo ancora finanziaria ma legata al soft power, mentre la Russia ha importanza anche come fornitore di materie prime.
    Anche questo, beninteso, come approssimazione.
    Nel nuovo capitalismo policentrico in via di formazione, gli Stati Uniti stanno cercando di conservare un passato ruolo egemone sempre più messo in discussione, mentre la Cina cerca di affermarsi come grandi potenza in prevalente collaborazione con la Russia, che anch’essa punta al recupero di una sfera di egemonia; l’Europa infine è impegnata nel processo di integrazione da un lato, e nella ridefinizione dei rapporti gerarchici interni (tra le varie componenti nazionali) ridefinizioni che sembra andare a scapito dell’Italia, non per una qualche malvagità dell’Unione Europea ma proprio per colpa dell’inettitudine nostrana e del carattere originariamente arretrato del capitalismo italico, che ben più di altri si è appoggiato al clientelismo e alle stampelle statali, e che presenta uno squilibrio a favore della piccola e media impresa incapace di competere in un mercato allargato oltre le frontiere nazionali.
    Nel frattempo si assiste ad una imponente ripresa del ruolo della Spagna, mai così importante dal 1763, ed un attivismo della Francia che va più nel solco della vecchia tradizione imperialista nazionale (in questo particolare momento più appoggiata agli USA, a differenza di quanto accadeva durante la presidenza Chirac) che in quello di una politica europea realmente integrata.
    Possiamo senza dubbio definire Russia, USA, Europa ( e i suoi maggiori costituenti quali Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia e in parte Spagna) e Cina come grandi centri imperialistici competitivi, con un alleanze operative orientate su assi contrapposti USA-Europa (NATO, integrata da altre alleanze strategiche con Israele, Australia e Nuova Zelanda) contro Russia-Cina (Organizzazione di Shanghai), fermo restando che questo quadro è ancora fluido e che la posizione della Russia e di altri paesi importanti come il Giappone (oggi allineato agli USA) potrebbe cambiare.
    Un problema interessante è posto dal ruolo dell’India, strettamente legata a entrambi gli schieramenti; l’India è quello che potremmo definire un “centro in formazione” cioè un caso gigantesco, e accademicamente interessante, di passaggio dal capitalismo periferico a quello centrale.
    L’India conserva buone relazioni con entrambi i gruppi di centri già costituiti; il suo principale problema strategico si chiama Pakistan, e il Pakistan è alleato storico degli Stati Uniti ma anche della Cina.
    Detto questo, cioè stabilito che non esiste un imperialismo ma vari imperialismi in competizione, tra i quali non è più scontata la dominanza di quello americano, la questione del Tibet può essere inquadrata in modo meno banale.
    Cosa che farò in un altro post.

  15. Come ho già detto mille volte il problema non lo si inquadra bene se si continua ad ignorare che oggi l’imperialismo non è più uno solo.
    Noi stiamo ragionando come se fossimo nel mondo di francis fukujama,teorico della ”fine della storia”,libro farlocco scritto all’indomani della caduta degli urss in cui si prevedeva la fine di ogni conflittualità in una pax americana globale.
    Sono passati vent’anni due guerre(perse) da parte dell’America e le cose non stanno più come prima.
    Ora io mi domando perchè nessuno cerca di indagare realmente i cambiamenti che sono avvenuti.
    Qualcheduno del ”coordinamento progetto Eurasia” saluta l’avvento di nuove potenze come la Cina come una ”sfida all’imperialismo”.
    A mio avviso non si tratta di ”una sfida all’iperialismo” come quella di Chavez,ma di un imperialismo vero e proprio bramoso di sostituirsi a quello vecchio.
    Gli imperi non sono eterni e ciclicamente la storia sostituisce l’uno all’altro.
    Cercherò di essere prudente e di non sbilanciarci in previsioni che si potrebbero rivelare sbagliate,tuttavia è bene cambiare atteggiamento,altrimenti guardando le cose da un punto di vista sbagliato potremo formulare giudizi che non tengono conto dei cambiamenti avvenuti e di quelli in itinere.
    Posto un articolo di un sito di persone comuniste che nonostante la loro rigidità ideologica sembrano aver capito l’antifona è del 2004.
    Da notare che l’America latina è sempre stato il giardino di casa degli Usa.

    La Cina capitalista estende la sua influenza in America Latina
    Accordi e investimenti miliardari a Cuba, in Brasile, Cile e Argentina
    Castro esalta il “socialismo” della banda revisionista, borghese e fascista di Pechino
    Il mese di novembre ha proposto importanti novità negli assetti della politica mondiale capitalista e imperialista. L’attivismo politico ad ampio raggio della Cina capitalista ha confermato che questa potenza regionale, in forte ascesa economica, ambisce a un futuro ruolo di superpotenza mondiale, andando a ricoprire quelli che erano stati gli spazi vitali del socialimperialismo sovietico.
    Sfruttando il vertice dell’Associazione dei paesi dell’Asia e del Pacifico (Apec) svoltosi a Santiago del Cile, il presidente cinese Hu Jintao ha guidato personalmente una foltissima delegazione che dall’11 al 25 novembre ha visitato Argentina, Brasile, Cile e Cuba, stringendo importanti accordi di vario genere. Per la prima volta la Cina capitalista si è cioè spinta in quello che è da sempre considerato il “cortile di casa” dell’imperialismo americano. Con il risultato che gli Stati Uniti rischiano di perdere il ruolo di interlocutore privilegiato sia con la regione sudamericana che con quella asiatica. L’Apec infatti è nata come collante delle due vaste zone in forte sviluppo capitalistico che si affacciano sul Pacifico, con gli Usa come punto di riferimento centrale. Oggi l’America sta perdendo il controllo della regione a vantaggio della Cina. Traendo il bilancio del vertice Apec la grande industria americana ha lanciato un allarme alla Casa Bianca: a Santiago sono stati negoziati ben 30 accordi commerciali tra paesi Apec e Cina, solo 4 con gli Stati Uniti. E il “New York Times” in un editoriale ha avvertito Bush: “L’America Latina di recente non ha avuto molta attenzione da Washington, mentre è stata oggetto di uno straordinario interesse da parte di Pechino. Washington farebbe bene a non dare più per scontata la sua influenza”.
    Se nel Sudest asiatico, area “di casa” per la potenza cinese, questo processo era già iniziato da tempo e l’ultimo vertice dell’Asean lo dimostra (vedi articolo pubblicato a parte), in Sudamerica la cricca revisionista, borghese e fascista di Pechino ha sviluppato rapporti molti forti. Ormai uomini d’affari cinesi sono la norma in Brasile e Argentina, molto di più di quanto non lo siano oggi gli americani. Anche in Centro America la Cina si è mossa sviluppando rapporti con la Repubblica Dominicana dopo che l’isola ha rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan. Ha persino investito 23 milioni di dollari a Antigua, isoletta dei Caraibi, che ha però una rappresentanza e un voto alle Nazioni Unite. Lo stesso sta avvenendo con l’Africa, dove la Cina sta sviluppando rapporti diretti di fornitura e si sta assicurando materie prime e contratti che le consentiranno di esercitare un’enorme influenza nel continente africano.

    All’assalto dei mercati dell’America Latina
    La Cina è partita in quarta alla conquista dell’America Latina, che fino a poco tempo fa era una destinazione secondaria dei suoi flussi economici, ma che già nel 2003 era balzata al secondo posto quanto a investimenti all’estero con 799 milioni di euro e il 36,5% del totale, dietro all’Asia con 1.151 milioni di euro e il 52,6%. In dieci anni la Cina investirà cento miliardi di euro.
    La tournée di Hu Jiantao iniziata in Argentina, proseguita nel Brasile di Lula e in Cile, si è conclusa il 23 novembre a Cuba. Ovunque il presidente cinese si è presentato con una montagna di soldi e si è lasciato dietro un fiume di accordi economici: 20 miliardi di investimenti in Argentina, oltre 6 in Brasile, un Trattato di libero scambio proposto al Cile. A Cuba Hu e Castro hanno firmato vari accordi su investimenti e commercio in diversi campi (nichel, biotecnologie, petrolio, telecomunicazioni, agricoltura). Del resto Pechino guarda al Sudamerica come a un grande fornitore di materie prime come petrolio, gas, cemento, ferro, alluminio, rame e nichel per il suo piano di sviluppo industriale capitalista, ma anche soia, carne e altri prodotti agricoli a buon mercato per il proprio fabbisogno alimentare.
    I 6,5 miliardi di euro cinesi al Brasile governato dall’imbroglione socialdemocratico Lula saranno destinati alla costruzione di ponti, strade e ferrovie per portare le merci ai porti d’imbarco per l’estremo Oriente. In cambio dell’apertura del mercato cinese per la carne bovina e i polli brasiliani la Cina ha guadagnato lo status di paese ad economia di mercato, condizione che gli permetterà di evitare molte delle norme antidumping poste in passato contro i suoi prodotti, soprattutto quelli elettronici e tessili, a buon mercato.
    Più breve ma non per questo meno proficua la visita della delegazione cinese a Buenos Aires. Anche qui, sul modello di energia e cibo in cambio di infrastrutture, China Beiya Escom e China Railway contribuiranno con quasi 6 miliardi di euro alla costruzione di nuove reti ferroviarie per collegare le province del nordest argentino e quelle patagoniche, due aree ricche di minerali e metalli preziosi, ai porti di Mar del Plata e di Buenos Aires. Il governo affamatore di Nestor Kirchner ha ottenuto l’eliminazione delle barriere sanitarie per l’esportazione di carne bovina, polli e frutta per un valore complessivo di 153 milioni di euro all’anno.
    In Cile, a margine della riunione dell’Apec, la Cina ha stretto un accordo col governo di Santiago per iniziare le negoziazioni per un Trattato integrale di libero commercio, il primo stipulato da Pechino nella regione. La domanda cinese si concentra soprattutto sul rame, di cui il Cile è il primo produttore mondiale.

    Castro, il solito imbroglione antimarxista-leninista
    Oltre agli aspetti economici-commerciali già citati in precedenza e che vedono la Cina già ora come terzo partner mondiale dell’Avana, la visita di Hu a Cuba ha avuto una forte eco politica. Una cerimonia in pompa magna con Castro che esordisce: “Il socialismo rimarrà come l’unica speranza di pace e di sopravvivenza dell’umanità, come ha dimostrato il partito comunista della Cina popolare”. L’imbroglione dell’Avana perpetua nei suoi inganni. Mente ben sapendo che di fronte aveva il leader di un paese convertito al capitalismo da oltre vent’anni. Addirittura il presidente cubano si è felicitato per il nuovo “ruolo della Cina come motore dell’economia mondiale”.
    Il presidente cinese ha retto il sacco e risposto: “Noi siamo fratelli, e ci auguriamo sinceramente che il popolo cubano non si fermi lungo il cammino della costruzione socialista”. Due artefici della restaurazione capitalista nei rispettivi paesi che si definiscono ancora “socialisti” per ingannare le masse operaie e popolari che credito possono avere dai sinceri combattenti per il socialismo?
    Pechino intende sostituire Mosca nel sostegno al regime castrista in funzione antiamericana e sopprassiede volutamente sul fatto che Castro dagli anni Sessanta si schierò apertamente con l’Unione Sovietica revisionista di Krusciov prima e con quella socialimperialista di Breznev poi, sputando veleno sulla Cina di Mao e sull’esperienza dell’edificazione e della difesa del socialismo nel paese asiatico. Per questo il “compagno” Hu rivolgendosi al “compagno” Fidel (roba da chiodi) ha riaffermato che i legami tra Cina e Cuba hanno “resistito al test del tempo e ai cambiamenti nelle situazioni internazionali”.
    Per chiudere la questione ricordiamo ai nostri lettori che nel 1966 Castro dichiarò a Carlos Franqui, ex direttore del giornale cubano “Revolucion” e dal 1968 esule all’estero: “Mao Tse-Tung è arteriosclerotico e un vecchio rimbambito”, mentre la Cina era un paese del Terzo mondo dove vigeva un “socialismo rozzo” e antipopolare. Il socialismo “vero” per l’imbroglione dell’Avana era quello dei revisionisti sovietici. Oggi, di fronte ad una Cina capitalista, afferma: “Per tutti coloro che, come noi, credono nel socialismo, quello che la Cina sta facendo rappresenta una speranza. Non è azzardato affermare che il futuro del socialismo nei prossimi decenni dipenderà in larga misura da quello che la Cina saprà realizzare. Mi rendo conto con gioia che la Cina, col suo potenziale umano, le sue ricchezze, sarà il gigante del XXI secolo” (citazione tratta dal messaggio di Castro per il 50• della fondazione della Repubblica popolare cinese del 1• ottobre 1999). Mao tuttavia aveva le idee chiare su Castro. Nel “Discorso a una riunione dell’Ufficio politico” (20 marzo 1966) così si esprimeva: “Abbiamo detto che è una cosa buona che i rinnegati, i traditori degli operai dell’Unione Sovietica siano anche nemici della Cina. Dal momento che ci si mettono contro, noi possiamo intraprendere qualcosa. In generale, i rinnegati e i traditori degli operai devono essere nemici della Cina. La nostra bandiera deve essere luminosa e chiara, non dobbiamo essere negligenti. Castro è soltanto una bestia feroce al potere”.

    La repressione delle lotte dei lavoratori
    Infami risultano le espressioni interessate di Castro sulla Cina. Perché la crescita economica di questa potenza è avvenuta, come tutti i passaggi al capitalismo, sulle spalle del popolo, e in particolare su quelle dei lavoratori. Per garantire il motto del rinnegato, revisionista e fascista Deng Xiao Ping “arricchirsi è glorioso”, la Cina sta proseguendo l’opera di distruzione dell’industria pubblica, iniziata con decisione alla fine degli anni ’90, quando il governo guidato da Zhu Rongji decise di varare una drastica riforma delle aziende statali tramite un piano di chiusure, dismissioni, accorpamenti e privatizzazioni. Così dal 1998 alla fine del 2003 il numero delle aziende interamente controllate dallo Stato è stato ridotto da 238mila a 150mila; i dipendenti complessivi di queste ultime sono stati tagliati del 40% fino a circa 43 milioni di addetti; frattanto, i profitti complessivi delle industrie pubbliche sono saliti da 2,6 a 60 miliardi di dollari, mentre a 75 miliardi di dollari ammontano il valore dei collocamenti in Borsa effettuati dalla Cina dal 1992.
    Di fronte a questo scenario liberista e liberticida le masse cinesi non potevano che reagire. Le stesse fonti ufficiali riportano 58mila episodi di proteste nel 2003 che hanno riguardato oltre 3 milioni di persone. Per il 2004 riportiamo in ordine cronologico le ultime proteste antigovernative di cui si è a conoscenza.
    Ad agosto l’occupazione degli operai della fabbrica di veicoli speciali Shanhua, svenduta dallo Stato ai privati, è stata stroncata con la forza dalla polizia. Dal 14 settembre e per sette settimane nella fabbrica tessile Tianwang Xianyang, provincia dello Shaanxi, 6.800 lavoratori, per la maggior parte donne, hanno occupato gli impianti per impedire l’attuazione dei piani di ristrutturazione della fabbrica, un tempo proprietà statale oggi privatizzata. I nuovi proprietari vogliono far tabula rasa: liquidazione di tutti, riassunzione con contratti a tempo determinato di un numero non precisato di lavoratori che ripartono da zero, anche se dipendenti da decenni, con una paga molto inferiore alla precedente. Ai riassunti si chiede poi “un periodo di prova” di sei mesi nel corso del quale riceveranno solo il 60% del nuovo salario. Accessoriamente non saranno versati contributi né per le future pensioni né per la presente assistenza sanitaria. Gli operai si organizzano per un lungo braccio di ferro con turni di guardia ai cancelli 24 ore su 24. La polizia stronca la protesta con la forza e arresta una ventina di operai.
    Nel mese di ottobre si registrano le proteste dei lavoratori tessili di Bengbu, nella provincia dell’Anhui, che hanno bloccato la città per una settimana per ottenere una pensione dignitosa. A Jining City, nella provincia dello Shandong, migliaia di lavoratori hanno assediato il distretto dei supermercati pubblici, di recente privatizzati, per protestare contro le arbitrarie riduzioni di salario e l’impiego eccessivo degli straordinari. Il 18 ottobre a Chongoing 50mila persone hanno dato vita ad una rivolta per protestare contro il pestaggio di un lavoratore migrante da parte della polizia. Gas lacrimogeni e proiettili di gomma sono stati usati dalla polizia per disperdere i manifestanti.
    3 morti, due contadini e un poliziotto, si sono registrati negli scontri nella provincia del Sichuan contro la costruzione di una enorme diga. Le manifestazioni di protesta sono iniziate il 27 ottobre interessando 40mila contadini. Un esercito di oltre 100mila persone sono condannate a lasciare le fertili terre che saranno sommerse dalle acque del bacino artificiale. Agli sfrattati sono stati offerti risarcimenti ridicoli e nuovi insediamenti in una zona montagnosa a stento coltivabile. Una catastrofe sociale e ambientale.
    Infine le miniere. Il 28 novembre nella miniera Chenjiashan, provincia dello Shaanxi, 166 minatori sono morti per un’esplosione di gas. L’ennesima tragedia in un panorama minerario cinese che ormai è costretto a constatare stragi quasi quotidiane. 7.000 morti l’anno secondo stime ufficiali, almeno tre volte di più secondo fonti alternative. Vite quelle dei minatori che per il regime di Pechino non valgono nulla, visto che i leader cinesi continuano a definire il carbone “il combustibile più a buon mercato”. Nel 2003 ne sono state prodotte 1,7 miliardi di tonnellate. Per quest’anno le autorità hanno confermato il tetto di 1,9 miliardi per compensare il petrolio, troppo caro. Quando una settimana prima dell’incidente nella miniera di Chenjiashan erano scoppiati incendi nei pozzi, la direzione aveva deciso imperterrita di continuare il lavoro di estrazione, nonostante il gas che impestava la già scarsa aria delle gallerie. Alcuni minatori si erano rifiutati di lavorare ma molti altri hanno continuato, non potendo permettersi il taglio dei salari decretato dalla direzione, che avrebbe tolto 100 yuan (oltre 11 euro) per ogni giorno non lavorato. Turni di 12 ore per sette giorni consecutivi in condizioni di lavoro criminali, con attrezzature antiquate e inadeguate ai ritmi di produzione richiesti.
    E’ questa la Cina capitalista di oggi.

    9 dicembre 2004

  16. mi riferivo alla fotografia gigante di Gandhi esposta nei congressi radicali di qualche decennio fa.

  17. Sarei propenso ad affidarmi più all’analisi storica, geopolitica ed economica che a perder tempo dietro ad un’immagine che non è corredata (come ricorda giustamente l’autore) dai necessari attributi.
    Potrebbe essere stata scattata ovunque ed in qualsiasi contesto. Negli anni ’70, un fotografo milanese raccolse qualche amico orientale, lo vestì da contadino vietnamita e fecero un bel “servizio” sulla guerra in Vietnam, che pubblicarono in una galleria milanese. Poi, svelarono l’inganno.
    Durante la guerra in Kosovo, gli USA mostrarono brevi spezzoni cinematografici per spiegare che gli AH-64 Apache perduti erano “caduti in esercitazione”, il che era un falso.
    I contenuti iconici sono ancor più difficili da interpretare dei testi: solo, la loro immediatezza, ci può far cadere nell’inganno che la vista sia un senso – in qualche modo – “oggettivo”. Non vale la pena di perderci del tempo. Carlo Bertani