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TI RICORDA IL ‘29 ?

DI RICCARDO BELLOFIORE E JOSEPH HALEVI
Il Manifesto

Le risposte di Roosevelt alla crisi, terribilmente simili alle decisioni affannose di queste settimane

Possiamo oggi ripensare il New Deal di Roosevelt? Dipende dalle condizioni soggettive: dalla capacità di radicalizzazione della popolazione salariata, precaria, pensionata e via dicendo. Certamente, deve essere come minimo un’azione a livello europeo.
La crisi «finanziaria» del 1929, che toccò il fondo come crisi «reale» nel 1932-3 (la disoccupazione balzò dal 4,5% al 25%, il resto erano lavori «precari»), nasceva da tre problemi: alta concentrazione nel settore monopolistico, dunque elevati margini di profitto e bassi salari; spostamento della ricchezza verso il casinò di Wall Street; concorrenza sfrenata tra le piccole aziende, che comportò una pletora di capitali. La crisi fu aggravata dal legame del dollaro all’oro; dalla politica monetaria restrittiva della Federal Reserve, indifferente ai crolli bancari; dalla demonizzazione della spesa pubblica da parte di Hoover. Il primo New Deal scaturiva dalla forte spinta a sinistra del partito democratico, grazie anche ai lavoratori immigrati non anglosassoni. Le misure prese immediatamente comprendevano, oltre allo sganciamento dal vincolo aureo, una più elastica provvista di liquidità da parte della Fed e il salvataggio delle banche, soggette ad una più stretta regolazione. Provvedimenti cruciali furono la Federal Deposit Insurance Corporation, cioè la protezione di conti bancari delle famiglie, che esiste tuttora, e il Glass-Stegall Act, cioè la separazione tra banche commerciali e banche di investimento, annullato da Bill Clinton (oggi le banche di investimento non scompaiono, né sono di nuovo separate dalle banche commerciali, semmai accedono ai depositi raccolti da queste ultime).

Non vanno dimenticati, negli anni, gli interventi a sostegno dei mutui ipotecari sulla casa e il credito ai contadini, ma anche i sussidi alla disoccupazione, il salario minimo (superiore spesso a quanto garantito dal padronato), l’istituzione di un welfare nella sanità e la sicurezza sociale: innovazioni radicali, ma perseguite talora in modo contraddittorio e discriminatorio. A due altre istituzioni del New Deal – la Reconstruction Finance Corporation, per aiutare le banche, e la Home Owners Loans Act, per rifinanziare i mutui – si è fatto riferimento in questa fase come possibili risposte alla crisi.

Il «nuovo patto» non si fermava alla politica monetaria espansiva o al sostegno al reddito. Lo illustra bene il National Industrial Reconstruction Act, la cui gestione ricadeva su un ente appositamente varato, la National Recovery Agency. L’obiettivo non era «keynesiano». Della domanda effettiva aggregata se ne occuparono pochissimo: Roosevelt era per il bilancio in pareggio, e l’Employment Act impose una massiccia decurtazione degli stipendi pubblici. L’obiettivo era semmai «pianificatorio». Anche se si affermò pragmaticamente, e fu di breve durata, si trattò di una gestione strutturale della domanda che accompagnava una ridefinizione politicamente governata dell’offerta, all’interno di un vero e proprio piano del lavoro. Giocava a favore il fresco ricordo della gestione pianificata dell’economia nel primo conflitto mondiale.
L’asse del New Deal era «grande industria-sindacato». La prima si vide allentare le regole della legge antitrust. Al secondo si garantivano, col Wagner Act, la libertà organizzativa nelle aziende che era stata violentemente repressa negli anni Venti, e la contrattazione collettiva. Alla base vi era l’idea di istituire «contropoteri», dando «potere di mercato» anche ai sindacati. Si tentò anche una timida organizzazione dei consumatori. Tutto ciò comportò uno scontro con la terza componente del «patto», la piccola industria. Finì in un compromesso che non soddisfece nessuno, e che dovette tener conto del populismo regionale americano, che è da sempre contro il big business, le big unions e la centralizzazione a Washington, il big government.

Per qualche anno gli interventi sulle infrastrutture pubbliche e l’occupazione diretta dei disoccupati da parte dello stato andarono avanti. Ai Civilian Conservation Corps, per la «protezione» della terra, e alla Public Works Administration, per i lavori pubblici, si aggiunse la ben più sostanziale Civil Works Administration, che li mise davvero in opera. Sono rimasti famosi la Tennessee Valley Authority, che col tempo sollevò alcune regioni da un profondo sottosviluppo, ed il piano di elettrificazione rurale. Dopo il 1935 il dilagare dei sit down e delle occupazioni di fabbriche per prevenire chiusure e serrate spinse alla promulgazione del Work Progress Administration Act, osteggiato dalla Corte Suprema, che diede lavoro a circa tre milioni di operai non qualificati.
Tuttavia, al procedere della ripresa, la politica federale puntò al rapido raggiungimento del pareggio nel bilancio. Nel 1936 l’economia riguadagnò il livello pre-crisi. Tre anni dopo, malgrado la ripresa, gli aumenti della produttività e le ristrutturazioni comportarono il mantenimento della disoccupazione al 14%. La ricaduta del 1937 riportò la disoccupazione al 19%. Il «keynesismo reale» venne con la Seconda Guerra Mondiale: la produzione bellica ed un disavanzo di bilancio annuo di oltre il 25% del Pil portarono al «pieno impiego», facendo perfino aumentare i consumi privati rispetto agli anni Trenta.
Dopo la guerra, nella c.d. «età dell’oro», la fase capitalistica 1945-1975, l’acquisizione teorica della possibile positività dei disavanzi nel bilancio pubblico fu pagata cara. Il sostegno alla domanda non fu «mirato», ma generico. Il perno fu negli Stati Uniti la spesa militare, che trainava anche le economie europee e asiatiche. Nei fatti, peraltro, i bilanci pubblici restarono in pareggio: quando, dalla metà degli anni Sessanta, i disavanzi crebbero e si ebbe un qualche recupero salariale, il sistema saltò, per le sue contraddizioni interne ed internazionali. Iniziò l’era del primato della finanza e dell’attacco permanente al lavoro, nella distribuzione ma prima ancora nella produzione.

L’ANNIVERSARIO

Viene proprio a proposito: domani (ieri ndr)è l’anniversario del tremendo «giovedì nero», quello che mise il modo di produzione capitalistico davanti alla concreta ipotesi del tracollo. Un fantasma che ancora oggi inquieta il sonno di chi non immagina nemmeno un mondo differente da questo. E giù tutti a dire: «E’ la crisi più grave dopo il ’29». Si può essere d’accordo in senso cronologico: questa viene in effetti «dopo». Ma non sul piano dimensionale: questa crisi è infinitamente più grande. Per la quantità di denaro e «valori» coinvolti. Ma soprattutto perché è il primo «crack» veramente «globale».

LA DEPRESSIONE

Anche chi aveva bandito la parola – estremo esorcismo – ora si ritrova a pronunciarla: recessione. Come allora, nel ’29. Solo col passare del tempo venne consegnata ai posteri con un nome differente: Grande Depressione. Contrariamente a quel che si crede, il 1929 non fu un «botto» solitario, ma una lunga serie di cadute, segnate da improvvise «riprese» di borsa. Una discesa prolungata, costante, che solo dopo un paio d’anni cominciò a riversarsi sull’economia reale, sulla produzione e, quindi, alla fine, anche sull’occupazione. Una crisi che arriva dentro le famiglie, che viene drammaticamente vissuta e ripetuta in questi giorni anche in Italia, con tante fabbriche che annunciano improvvisi tagli e chiusure, cassa integrazione e licenziamenti. Senza dimenticare i lavoratori precari, privi persino di ammortizzatori sociali.

Riccardo Bellofiore e Joseph Halevi
Fonte: www.ilmanifesto.it/
Link: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/23-Ottobre-2008/art15.html
23.10.08

Pubblicato da Davide

  • lino-rossi

    cosa proponete?

  • lino-rossi

    perchè è finita l’età dell’oro, la fase capitalistica 1945-1975?

    dicono gli autori: “Il sostegno alla domanda non fu «mirato», ma generico. … . Nei fatti, peraltro, i bilanci pubblici restarono in pareggio: quando, dalla metà degli anni Sessanta, i disavanzi crebbero e si ebbe un qualche recupero salariale, il sistema saltò, per le sue contraddizioni interne ed internazionali. Iniziò l’era del primato della finanza e dell’attacco permanente al lavoro, nella distribuzione ma prima ancora nella produzione.”

    perchè il sistema saltò? secondo me perchè gli mancavano le fondamenta (errore, questo, che Keynes mai avrebbe commesso).

    gli errori negli anni ’70 furono tanti e la medicina fu peggiore del male.
    la risposta del governo, che a parole punta al capitalismo diffuso (http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/misure_economiche/intervento_tremonti.pdf ) è una risposta. una sorta di sintesi fra Keynes e Hayek. bisogna vedere con quale determinazione il governo girerà le spalle al capitalismo oligarchico. tutto un programma. prima di mettere le mani sulla scuola io avrei messo le mani sulle autostrade. si sarebbe così fatto capire a tutti l’onestà intellettuale.

  • invisibile

    Cosa proponete?
    Aiuti alle banche ok, ma in cambio proprietà delle banche che chiedono aiuto allo stato, se i banchieri non ci stanno creazione banca pubblica per aiutare le imprese.
    Niente aiuti alle imprese italiane che producono la maggior parte dei loro prodotti fuori dall’Italia.
    Divieto di investire in Fondi, perchè tolgono risorse all’economia interna per investire altrove es.( succede che un operaio e un imprenditore investano i propri risparmi in fondi d’investimento senza sapere dove verranno investiti i loro soldi e paradossalmente questi soldi vengano investiti in un impresa magari Cinese che fa concorrenza a loro stessi portando nel giro di qualche anno, l’Imprenditore a chiudere la propria attività e di conseguenza perdere il posto di lavoro all’operaio)
    Divieto di avere cariche politiche per chi ha avuto grossi incarichi in banche e grosse imprese. (conflitto d’interesse)
    Proprietà della moneta allo stato e non alle banche private

  • lino-rossi

    a questo punto bisogna ammettere che su una cosa ha ragione Tremonti: http://movisol.org/08news247.htm
    “LaRouche: «un matto, ma con idee da diffondere»”. il ministro non si riferiva alla politica di Roosevelt, ma effettivamente bisogna fare una buona tara a ciò che sostiene il buon LaRouche, specialmente quando attacca Keynes e quando parla di monete. http://movisol.org/08news207.htm

  • lino-rossi

    intendevo: quale sistema? capitalistico? o cos’altro?

  • invisibile

    Peccato che Tremonti sia uno che ha partecipato alle riunioni del Bildenberg da che parte starà ?

  • lino-rossi

    bella domanda.

    se il centro sinistra, quando aveva la possibilità, avesse fatto il “centro sinistra”, come da DNA della sua base, e non la compagine tecnocratica, ora non dovremmo chiederci da che parte starà Tremonti.

    baffino sull’argomento Keynes faceva il sorrisino ebete …
    mortadella invece invitava i lavoratori a mettere il TFR nel manicomio finanziario.

  • lino-rossi

    a quei raduni grembiulati c’è andato anche veltroni, monti, padoa-schioppa, draghi, ecc.

  • invisibile

    Tutti quelli che stanno nella stanza dei bottoni in Italia hanno partecipato direttamente o indirettamente alle trame del Bildenberg , L’Italia è una piccola colonia dove chi è al potere è solo un burattino in mano ai poteri veramente forti (chiesa , mafie in genere , e lobbie angloamericane )

  • lino-rossi

    mi piacerebbe conoscere la proposta di coloro che propugnano il superamento del capitalismo, senza ulteriori precisazioni. Mi sembra che anche Bellofiore ed Halevi si muovano, correttamente, sul filone dell’individuazione di un capitalismo distribuito e solidale, in contrapposizione a quello oligarchico che abbiamo visto all’opera negli ultimi 30 anni.