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TEORIA ECONOMICA ALLA DERIVA


[Un antropologo che volesse scrivere un libro sulle sopravvivenze magiche e superstiziose nel cuore della società postmoderna dovrebbe dedicare un capitolo alle credenze riguardanti la fiducia nel cosiddetto “libero mercato”, da porre tra il capitolo sull’astrologia e quello dei devoti di Padre Pio. Mentre si esaltano scenari tecnocratici e ci si compiace per la fine delle ideologie, si pone ogni cura ad inculcare una visione del meccanismo economico che ha poco a che fare con la realtà e i criteri di scientificità richiesti in qualunque altro settore. Naturalmente, gli ambienti accademici che hanno prodotto teorie screditate come l’equilibrio generale dei prezzi o gli schemi monetaristi, ormai sanno bene quanto siano fragili le loro basi concettuali, ma stanno attenti a non attaccarle troppo duramente – e soprattutto a non farlo davanti al pubblico dei non specialisti – per non compromettere il loro valore propagandistico di giustificazione al fondamentalismo di mercato, l’unica ideologia oggi ammessa.
Traduco dallo spagnolo un articolo del quotidiano messicano La Jornada, che non solo riassume la questione delle incoerenze teoriche che minano le spiegazioni predominanti della crisi economica, ma opportunamente sottolinea quanto sia ingenuo aspettarsi razionalità economica dalle autorità politiche e monetarie in un’economia altamente finanziarizzata in cui gli interessi del settore finanziario subordinano qualunque altra considerazione — Gianluca Bifolchi ]

DI ALEJANDRO NADAL
La Jornada

Come spiega la teoria economica l’attuale crisi delle principali economie capitaliste del mondo? La verità è che se analizziamo la teoria economica che predomina nelle banche centrali e nei ministeri del tesoro, vediamo che non può spiegare la crisi. Anzi, per questa teoria la crisi non dovrebbe neanche esserci. Per spiegarlo dobbiamo addentrarci nell’arcano mondo della teoria economica.

Negli anni settanta si presenta una doppia crisi nella teoria economica. Nella cosiddetta teoria microeconomica la crisi è terminale: nel 1974 è ormai dimostrato che non esiste una base scientifica per ritenere che i mercati assegnino le risorse della società in maniera efficiente. Ciò avrebbe dovuto essere sufficiente per dichiarare chiuso il programma di investigazione teorica basato sulla fede nella bontà del libero mercato. Ma nel mondo accademico gli economisti preferirono ignorare i problemi e continuarono a torturare i propri studenti insegnando loro la parte priva di interesse della teoria dell’equilibrio generale, evitando di menzionare che con questa teoria non si può dimostrare come si formano i prezzi di equilibrio. Da allora, vediamo uscire dalle università legioni di economisti che credono (senza fondamento) che da qualche parte esiste una teoria rigorosa che dimostra che i mercati assegnino le risorse della società in maniera efficiente.

In campo macroeconomico accadde qualcosa di peggio. Negli anni sessanta gli economisti che si richiamavano a Keynes scoprirono la cosiddetta curva di Phillips e pensarono di poterla utilizzare per completare e difendere il pensiero del loro maestro. Grosso modo, questa curva diceva che c’è una relazione inversa tra disoccupazione e inflazione: quando aumenta l’inflazione la disoccupazione diminuisce, e viceversa. Ma negli anni settanta si presentò un episodio di inflazione con disoccupazione. Stando al modello, era una cosa che non doveva succedere.

La stagflazione segnò la sconfitta di questa concezione keynesiana e l’auge del pensiero monetarista. Sotto la guida di Milton Friedman sorse una visione dell’economia secondo la quale “l’inflazione è sempre e comunque un fenomeno monetario”. In base a questo ragionamento, la variabile chiave per stabilizzare i prezzi sarebbe l’offerta monetaria. Senza un’analisi scientifica seria, Friedman giunse alla conclusione che questo risultato (tenere sotto controllo l’inflazione) era compatibile con livelli adeguati di occupazione. La base di tutto questo ragionamento è la fede irrefragabile nella stabilità dei mercati in un’economia capitalista (esattamente il contrario di ciò che la teoria microeconomica aveva scoperto nel 1974).

In un saggio pubblicato nel 1968 Friedman arrivò all’idea sorprendente che per ogni livello di piena occupazione, vi è un tasso “naturale” di disoccupazione. Questo tasso naturale corrisponde a ciò che viene definito disoccupazione frizionale (determinata dal tempo che passano i lavoratori a cercare un nuovo impiego). Da qui si giunse alla NAIRU, acronimo inglese che corrisponde al tasso di occupazione compatibile con un tasso di inflazione senza accelerazione nell’incremento dei prezzi. Tutto questo edificio teorico serviva a giustificare che l’obiettivo unico della politica monetaria doveva essere il controllo dell’inflazione.

Negli anni 90, economisti come Bob Eisner distrussero le basi analitiche della NAIRU. E nei fatti il tasso di disoccupazione si ridusse diverse volte senza impennate inflazionistiche. Anzi, l’offerta monetaria ebbe forti oscillazioni e l’inflazione non aumentò. Tutto ciò smentiva brutalmente la credenza fondamentale dei monetaristi sulla relazione tra offerta monetaria e inflazione.

Quanto all’instabilità nei mercati finanziari, la serie di crisi degli anni novanta dovevano almeno scuotere la fede dei monetaristi sulla stabilità dei mercati capitalisti e portarli a concludere che era necessario tornare a regolare il settore finanziario. Non fu così. E’ perché sono stupidi? No, quello che succede è che le autorità monetarie agiscono subordinate agli interessi del settore finanziario.

Oggi osserviamo che alla Federal Reserve continua a dominare lo schema monetarista. Perciò il problema per la politica macroeconomica si definisce come prima: occorre trovare il livello preciso di offerta monetaria per tenere sotto controllo l’inflazione e mantenere l’occupazione a un livello adeguato. La Fed sbaglia di nuovo: l’origine della crisi va cercata nella deregolamentazione finanziaria e in una politica monetaria alimenta le bolle speculative.

Perciò le teorie che dominano alla Fed (e in molte banche centrali) non possono dire nulla di rilevante sulla crisi: né sulle sue origini, né sulla politica per affrontarla. Il vero problema è che il mercato capitalista è intrinsecamente instabile e la crisi è la forma naturale di vita di questo sistema economico. In una cornice riformista occorrerebbe almeno convenire che la risposta politica corretta è la regolamentazione e l’intervento pubblico.

Versione originale:

Alejandro Nadal
Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=71641
21.08.08

Versione italiana:

Fonte: http://achtungbanditen.splinder.com/
Link: http://achtungbanditen.splinder.com/post/18131099/Teoria+economica+alla+deriva
21.08.08

Traduzione a curadi GIANLUCA BIFOLCHI

Pubblicato da Davide

  • Bazu

    Ogni epoca ha avuto i suoi stregoni e ciarlatani. Quasi tutti divennero più o meno ricchi e potenti. Noi abbiamo i nostri, professori in economia.

  • Tao

    DRAGHI, TRICHET, BERNAKE…L’INTERVENTO PBBLICO O LA FINE

    DI ANTONIO TRICARICO
    Liberazione

    Il governatore di Bankitalia Mario Draghi, l’altroieri, ci ha avvertito che ci vorrà qualche anno perché l’economia mondiale si “aggiusti”. Ma dovrebbe, forse, chiedersi con più energia perché si sia “rotta”. Anche Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve Usa, e Jean-Claude Trichet, collega della Banca centrale europea si stanno ponendo il problema che le politiche monetarie e il controllo dell’inflazione non sono sufficienti a governare i mercati finanziari. Prima del crack della banca Nothern Rock e della crisi dei subprimes sostenevano, infatti, che i mercati potessero andare avanti da soli e che la sofisticazione dei loro strumenti fosse funzionale ad attrarre maggior prestito e moltiplicare i soggetti che si assumessero il rischio per ridistribuirlo. E che il tutto avrebbe retto purché i fondamentali, come l’inflazione, fossero sotto controllo grazie alla loro politica monetaria. Solo che cittadini (e risparmiatori) hanno scoperto a proprie spese che quelle politiche hanno contribuito a destabilizzare l’economia reale e alla fine ad infiammare l’inflazione. Ora, si potrebbe dire dopo 25 anni, se ne accorgono anche loro.

    La tempesta che oggi incombe minacciosa è stata scatenata, infatti, da quattro spinte liberalizzatrici diventate struttura di quella che oggi chiamiamo finanza. La liberalizzazione del sistema monetario, avviata negli anni ’70 con la riforma del sistema dei cambi e l’aggancio al dollaro, cui ha fatto seguito la seconda spinta con la liberalizzazione del mercato dei capitali, imposta in larga misura dal Fondo monetario internazionale con gli aggiustamenti strutturali degli anni ’80. La terza scossa è arrivata con la liberalizzazione dei mercati finanziari, e lo spostamento della maggioranza dei loro strumenti sempre più lungo l’asse transfrontaliero. Da ultimo il sistema bancario, tradizionalmente separato dagli altri attori, ha cominciato a diversificarsi puntando su tutti gli strumenti finanziari possibili. Unicredit, ad esempio, oggi fa più della metà del suo fatturato con i mercati dei derivati, non del credito.

    Il Financial stability forum (la sede di concertazione internazionale dei principali “controllori” monetari) prefigura un nuovo scenario nel quale gli operatori si assumeranno meno rischi, il credito sarà più controllato, la leva finanziaria sarà meno agibile e dunque tutti quegli attori non bancari come gli hedge fund o i private equity fund che tramite il mercato dei derivati si sono inventati nuovi strumenti finanziari e un vero e proprio mercato bancario parallelo a quello del credito, dovranno essere più trasparenti. Oggi, però, per legge la maggior parte delle perdite delle banche non arrivano nemmeno sui libri contabili. Il campo di attività regolato, infatti, è sostanzialmente il mercato tradizionale del credito. Tutto quello che è stato inventato intorno ai derivati è fuori dalla loro portata. L’apice di questo processo di diversificazione è stato toccato con il mercato dei subprimes ma le stesse implosioni potrebbero verificarsi ancora, senza preavviso, con quello delle carte di credito o dei credit swap , quei pacchetti di crediti che passano di mano in mano.
    Quando ci dicono che il sistema si assumerà meno rischi, Draghi e gli altri continuano a ragionare nell’ottica che se i mercati finanziari continueranno a macinare credito, questo andrà a beneficio di tutta l’economia. Per garantire un’effettiva trasparenza, però, le banche centrali dovrebbero coordinarsi di più, come hanno annunciato di voler fare, ma anche essere in grado di controllare non soltanto prezzi e inflazione, bensì tutto il mercato. Qualcosa che soprattutto gli operatori inglesi e americani non vogliono perché ciò che è “fuori controllo” è gran parte del business della City e di Wall Street.

    La crisi dei mutui ha dimostrato che chi è rimasto con il cerino in mano sono stati milioni di persone negli Stati Uniti e alcune banche che prestavano i soldi ai moltiplicatori del rischio. Dobbiamo chiederci con serietà perché uno Stato debba pagare – e caro – gli errori di soggetti orgogliosamente privati fino al giorno che ha preceduto il loro fallimento. Lo farà per salvarli sul momento, come è successo nei casi più recenti, e reimmetterli sul mercato tra un anno a un prezzo minore, sperperando denaro pubblico, o per nazionalizzarli davvero, spiegando a se stessi e al mercato che cosa significhi condurre una banca pubblica oggi e quale ruolo potrebbe svolgere per uscire dalla crisi?
    Nessuno, tra finanza e politica, si è voluto misurare fino in fondo con una nuova logica di intervento pubblico. L’approccio utilizzato finora è, francamente, superficiale visto che a seguito del suo intervento uno Stato sovrano avrebbe, ad esempio, tutta la legittimità di sostenere che nazionalizzare significa facilitare e migliorare il credito per coloro che non lo hanno (aiutando, ad esempio, quei milioni di americani rimasti senza un tetto e senza risparmi dopo l’esplosione della crisi). Migliorando la supervisione e la trasparenza, senza regolamentare drasticamente il mercato dei derivati – il vero gioco d’azzardo della finanza – non usciremo dalla crisi. Gli speculatori si sposteranno, come sta succedendo, dai mutui al grano, da questo alla terra agricola. A rischiare saranno sempre gli stessi, spesso senza nemmeno saperlo. E non perderanno solo i soldi che avranno investito, volontariamente, ma quelli che avranno versato, per legge, all’erario.

    Antonio Tricarico (Campagna Riforma Banca Mondiale)
    Fonte: http://www.liberazione.it
    24.08.08