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SULL’ARTICOLO DI IGNACIO RAMONET “LE TRE CRISI”

DI JUAN LUIS RODRIGUEZ
Rebelion

Nel suo articolo su Le Monde Diplomatique e Rebelión, Ignacio Ramonet (nella foto) elenca tre crisi dell’attualità: la crisi finanziaria, la crisi energetica e la crisi alimentare.

Credo che siano la stessa cosa, carissimo Ignacio. È la crisi del potere economico sulle popolazioni. Sui cittadini. È un’unica crisi: la crisi che sopportano le persone che subiscono gli effetti degli immensi accumuli di denaro che circolano dal settore immobiliare al settore energetico, passando dall’industria alimentare, con l’unico obiettivo di ottenere più benefici, di incrementare il potere speculativo che quella massa di capitale è capace di generare.

Effettivamente, così come spieghi nel tuo articolo, l’economia reale di sta deteriorando, un deterioramento che forse sarebbe più opportuno denominare schiacciamento dell’economia reale di fronte all’economia speculativa.

Intorno agli anni Ottanta, i controlli del capitale erano pressoché spariti nei Paesi ricchi. Più tardi, negli anni Novanta, l’ascesa del beneficio privato crebbe abbondantemente, grazie al movimento del capitale speculativo, con somme quotidiane (e ci piacerebbe conoscere i valori reali!) stimate intorno ai 1,5-2 miliardi di dollari al giorno.


Queste somme superano assolutamente le risorse di qualunque Paese europeo di primo ordine economico, ossia la ricchezza che i cittadini possono produrre. L’economia reale e produttiva. Attualmente si stima che nella dinamica economica globale soltanto da un 5% a un 10% della stessa sia reale. Il resto è massa speculativa. Di ciò dovrebbe esser bene a conoscenza la Banca Internazionale dei Depositi (una delle istituzioni più conservatrici che esistano).

Il significato fondamentale di tali dati è inequivocabile: società e Paesi interi che lavorano tutti i giorni sono stati ridotti a un ruolo interamente marginale di fronte a piccoli gruppi di persone che possiedono un dominio completo dell’economia mondiale.

Negli anno Ottanta, la struttura si modificò adottando la forma di ammassi imprenditoriali e acquisizioni di controllo. Negli anni Novanta, furono le istituzioni finanziarie quelle che replicarono tali comportamenti, formando grandi mostri bancari e movendo somme economiche superiori ai prodotti interni lordi di molti Paesi messi insieme. A fronte di ciò non esiste un potere politico, non esiste un’istituzione transnazionale con la capacità di intervento, con un potere effettivo e reale su ciò.

Durante gli anni ’90, la maggior parte dei Paesi abbandonarono il controllo delle divise e con questo smise di essere necessario ottenere l’autorizzazione del governo per cambiare la moneta locale in moneta estera o viceversa. Come risultato, il volume giornaliero globale degli scambi di divisa è precipitato, passando da 590 miliardi di dollari nel 1989 a 1,88 miliardi nel 2004.

La capacità di un Paese di controllare se il capitale si muove verso l’interno o l’esterno dei propri confini permette al proprio governo di portare a termine politiche monetarie e tributarie per sviluppare l’impiego, l’economia e le politiche sociali senza il timore che l’evasione di capitare renda impossibile questi programmi. Il governo eletto dai cittadini non ha più potere su ciò.

In questa congiuntura sono state situate le democrazie.

Negli Stati Uniti, la metà della Borsa è nelle mani dell’1% della popolazione, una serie di persone assolutamente privilegiate. L’altro 50% è proprietà, quasi per la sua totalità, del 10% della popolazione: l’aristocrazia finanziaria. E tutti già sappiamo come va il mondo e l’economia dei suoi abitanti, in contrasto con questi dati imbarazzanti che fanno sentire minute nazioni intere.

Tutto ciò è rafforzato e sostentato a sua volta dalla rete internazionale di commercio di soldi in nero, che si mescolano e rendono sempre più invisibile con la speculazione “legittima”, lo scenario internazionale di paradisi fiscali (al di sopra di qualsiasi problematica sociale di qualunque Paese) e un’evoluzione nelle forme di occultamento che avanza quanto maggiore è l’accumulo di denaro.

Le colossali somme di denaro, che sono mosse, vengono codificate in contratti di una tale complessità che soltanto gli specialisti di “livello più alto” sanno maneggiare. La conoscenza richiesta mette i servizi in lotta contro l’evasione e la fiscalità di qualunque Paese in una posizione di accesso impossibile: prima che un sommario di centinaia di pagine finisca per scoprire –l’opacità del denaro sarà cambiata – somme o tracce ridicole nella maggior parte delle occasioni, che non ha niente a che vedere con il grosso delle quantità, che fuggono a qualunque portata ufficiale.

Stimato Ramonet, quasi durante gli ultimi due decenni il discorso economico ufficiale della totalità delle democrazie occidentali – a voce di quei signori politici-economisti programmati nelle università che non hanno avuto nulla a che vedere con l’interesse pubblico – è stato quello delle parole “libero mercato”.

Un libero mercato che è stato falso. Il protezionismo nei Paesi occidentali, le politiche doganali delle economie più forti non hanno fatto altro che tutto il contrario: impedire uno scenario in cui l’offerta e la domanda contenesse un minimo di uguaglianza.

Al libero mercato sono state esposte soltanto le piccole e le medie imprese. Le famiglie economiche più forti non sono soggette all’economia di mercato, sono le più protette dagli stati. Un esempio attuale di ciò lo abbiamo negli aiuti (con soldi pubblici) che, come conseguenza della crisi dei mutui, stanno ricevendo le famiglie bancarie da parte della Banca Centrale Europea e la Riserva Federale Statunitense. Il perverso e ingiusto concetto è stato denominato “privatizzazione dei benefici e socializzazione delle perdite” e dà un’idea adeguata di come fino a che punto questi signori hanno ottenuto che le politiche e misure economiche materializzate con capitale pubblico siano al servizio delle alte sfere.

Come spieghi nel tuo referenziato articolo, il Fondo Monetario Internazionale stima che per uscire dal disastro, il sistema avrà bisogno di 610 miliardi di euro (vuol dire l’equivalente a due volte il budget della Francia!). E questi soldi dovremo pagarli tutti noi cittadini che apparteniamo ai Paesi che fanno parte del Fondo Monetario Internazionale, se questo organismo dovesse intervenire.

E tutto ciò è così da molto e in molti settori. Noam Chomsky illustra la questione con un altro esempio che è specialmente simbolico: Internet; i soldi pubblici al servizio dei benefici privati.

L’idea della worldwide web proviene dal Centro Internazionale d’Investigazione di Ginevra. Internet si sviluppò nel Pentagono in connessione con la Fondazione Nazionale della Scienza degli USA e varie Università. Dopo tre decenni dal suo sviluppo con i soldi pubblici si mise nelle mani di imprenditori come Bill Gates. E tutti possiamo farci un’idea dei benefici che gli ha fruttato. Così tanti che la sua fortuna personale è considerata come una delle maggiori al mondo.

Ma la questione dei soldi pubblici al servizio dei benefici privati sta diventando una costante nel settore dell’energia, delle finanze, aeronautica, compagnie navali, I+D+I[1] …e un lungo ecc. Settori economici strategici nelle mani di un “club selettivo” alla caccia di sovvenzioni nazionali e internazionali.

E le istituzioni politiche democratiche nazionali e internazionali? Sarebbero in molti gli specialisti che affermano che le basi istituzionali su cui si sostenta il nuovo ordine globale sono tre: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la Carta delle Nazioni Unite e il sistema Bretton Woods (nelle questioni economiche).

Ciononostante, risoluzioni delle Nazioni Unite in difesa dei Diritti Umani sono incompiute dai Paesi democratici come gli USA, Israele (il suo Primo ministro Ehud Olmert lascia la sua carica a settembre a causa dei suoi scandali per corruzione), Russia…

In un esempio estremo, tutti abbiamo osservato come, contrastando le opinioni pubbliche dei Paesi democratici e sviluppati, una serie di “falchi” e i loro “soci” abbiano concluso una guerra di sterminio in Iraq, a causa di quel business petrolifero che vogliono finire col controllare dittature familiari che dominano la materia prima dietro una vetrina araba che esegue gli ordini.

La famosa sussidiaria di Halliburton – Kellogg, Brown e Root (KBR) – si era installata in Iraq per preparare tutta la logistica all’esercito, sei mesi prima che il Congresso degli Stati Uniti desse il via al conflitto. C’è una forma peggiore di questa per burlarsi di una democrazia per affari? C’è una peggior violazione dei Diritti Umani che uccidere a scopo di lucro, finanziando tale massacro con soldi pubblici?

Beh, il Tribunale Penale Internazionale, come ben sai stimato Ramonet, non è accettato dagli Stati Uniti. Ai loro elitari e soci internazionali nessuno impone giustizia. Al di là delle democrazie, il potere della forza pagato dai cittadini statunitensi che permetta di avere un costo militare uguale alla somma delle spese militari di tutto il resto del mondo, rendono possibili autoritarismi di questo tipo.

Ora, per esempio, un 80% della popolazione degli USA crede che il Paese sia «comandato e si muova in accordo con pochi grandi interessi che si preoccupano soltanto per loro stessi», senza tener conto del benestare della popolazione. Un 95% della popolazione pensa che il governo dovrebbe prestare più attenzione all’opinione pubblica e non lo fa.

E in Europa, più concretamente in Italia, il 22 luglio si approva (si è approvata, n.d.t.) una legge fatta su misura per Silvio Berlusconi che garantisce l’immunità giudiziale a lui e alle altre tre cariche più importanti dello Stato. Berlusconi vuole che si smetta di dargli fastidio con le imputazioni su casi di corruzione.

Il Rapporto sullo Sviluppo Umano dell’ONU del 1998 lasciava chiaro il dato che un 20% dell’umanità possedeva l’ 84% della ricchezza globale. Nel 2000, 225 multimilionari avevano a disposizione una ricchezza superiore a quella posseduta da due miliardi e mezzo di persone (47% della popolazione mondiale). I Rapporti realizzati dall’ONU posteriori a questa data sono molto più cruenti per quanto riguarda l’accumulo di ricchezze. I dati sono peggiorati molto di più. Lo spettacolo è rimasto senza un nome. E la tendenza è quella della continua crescita.

Il vertice dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Agricoltura e l’Alimentazione (FAO) dello scorso 5 giugno a Roma sulla sicurezza alimentare fu incapace di trovare un accordo per potenziare la produzione alimentare mondiale. E questo stesso organismo riporta il dato per il quale esistono alimenti per approvvigionare la popolazione mondiale due, tre – e alcuni tecnici affermano addirittura otto – volte.

Si potrà accedere universalmente ai Servizi Sociali basilari con un 10% del budget militare degli USA, o con la quarta parte dei budgets militari annuali dei Paesi in via di sviluppo.

50 milioni di poveri nell’Unione Europea. Altrettanti negli USA. E la tendenza è in aumento. E tutto ciò senza entrare nei dati del Terzo Mondo. Arriva un momento in cui spaventa parlare di tanti milioni di poveri in questo modo.

Terminavi il tuo articolo con una riflessione: «è ora che i cittadini dicano “Basta!”». Riflessione alla quale mi sottoscrivo assolutamente. Penso che esattamente persone con il tuo bagaglio culturale e traiettoria siano quelle che debbano smettere di indirizzare formule col fine di rendere reale ed effettiva una reazione cittadina all’altezza delle circostanze.

Juan Luís Rodríguez è psicologo, specialista in Psicologia Clinica e della Salute. Ex consulente nei Gabinetti del Consiglio per gli Affari Sociali e di quello per l’Uguaglianza e il Benestare Sociale della Giunta dell’Andalusia. Collaboratore di Attac Sevilla, e articolista nei mezzi digitali indipendenti.
Fonte: www.rebelion.org
Link: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=71066
3.08.08

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SABRINA VECCHIERELLI

Fonti:

Saleh M. Nsouli y Andrea Schaechter, “Challenges of the E-Banking Revolution”, Finance & Development, settembre 2002.

Gabriela Galato y Michael Melvin, “Why has FX Trading Surged? Explaining the 2004 Triennial Survey”, BIS Quarterly Review, dicembre 2004.
Tom Abate, “Banking´s Soldiers of Fortune”, San Francisco Chronicle, 7 dicembre 2004.

Ignacio Ramonet, “Las Tres Crisis”. Le Monde Diplomatique.

Intervista di Vicenc Navarro a Noam Chomsky. 13 maggio 2008.

El País, 31 luglio 2008.


[1] Le sigle I+D+I in lingua spagnola stanno ad indicare investigación+desarrollo+innovación (ricerca+sviluppo+innovazione).

Pubblicato da Davide

  • sultano96

    Semplicemente condivisibile!