SUL GIORNALISMO ITALIANO

DI CRISTIANO LOVATELLI RAVARINO

Parla Massimo Fini, il più trasgressivo degli ultimi maestri dell’informazione.
Una affettuosa, terribile, commovente, spietata radiografia del giornalismo italiano, e non.
Amati ma anche forse per la prima volta denudati fino in fondo i nostri miti.
Oriana Fallaci, Giorgio Bocca, Indro Montanelli, Eugenio Scalfari, Giampaolo Pansa, Lamberto Sechi, Enzo Biagi, Umberto Brunetti.
Ma anche le mazzette della Cesara Buonamici, Renato Farina senza paracadute, la prima volta di Luciano Moggi, l’ingordo Raffele Fiengo.
E anche i miti stuprati da giovani: Luca Rossi, Antonio Selvatici, Sergio di Cori…

Se non sono rimasto negli Stati Uniti e mi sono trasferito definitivamente in Italia -mi dispiace per gli italiani- la colpa è di Massimo Fini. Fresco di laurea barcollavo indeciso tra una improbabile carriera diplomatica e l’amore per il giornalismo. Rimarrò -mi dissi- nella nazione che edita i pezzi che più mi piacciono, in inglese o italiano che siano. Non ebbi dubbi: i dialoghi sul giornalismo con Giorgio Bocca che Massimo Fini per anni jmmihendrixianamente svolse a lungo sul prestigioso mensile di settore Prima Comunicazione. Jimmiendrixxare un testo vuol dire prodursi in una miracolistica miscela di scrittura tersa ma anche improvvisamente barocca, imprevedibile – ma anche classica e mai nevrotizzante- che nell’autore del recente, terribile, “Un ragazzo” ha, perlomeno per il nostro paese, un ineguagliato autore. Ma con Massimo Fini -non a caso definito dal mitico padre-direttore dell’Europeo Tommaso Giglio: “L’unico le cui qualità siano paragonabili a quelle di Oriana Fallaci e Giorgio Bocca”- non si tratta certo solo di stile.Nei suoi articoli Massimo è capace di sfidare l’intera filiera dei pregiudizi nazionali su qualunque argomento… di recente ha come detto scritto un libricino terribile “Ragazzo, storia di una vecchiaia” (i Nodi Marsilio) con pagine che senza tema di smentita sono state definite dostoievskiane… è anche capace di libri di storia come “Nerone, diecimila anni di calunnie” (Oscar Storia Mondadori) in cui credibilmente fa le pulci persino a Tucidide e Svetonio… e forse non è un caso che l’unico autore di un programma televisivo “Cyrano” interamente girato e mai mandato in onda (tanto Fini spaventa i voltagabbana, i baciapile, i ciambellani ossequienti della politica) abbia anche generato un movimento civile “Movimento Zero” giudicato da molti come come l’antesignano del tornado Grillo. Sorseggiando uno stupendo vino bianco nel suo bell’attico milanese Massimo Fini riesce ancora nel miracolo -sempre più difficile- di farti credere che il giornalismo sia sempre meglio che lavorare (come diceva Missiroli) anche se la sua pratica, soprattutto in Italia, può non di rado rivelarsi un mestiere orrendo.

Caro Massimo parlando con te -che molti consideriamo il meno banale e il più imprevedibile degli ultimi grandi maestri del nostro giornalismo- vengono in mente quelli avrebbero potuto diventarlo ma che per disgusto di come si pratica questo mestiere in Italia gliel’hanno data su, hanno smesso di scrivere, hanno cambiato lavoro. Parlo, ma la lista sarebbe lunga, di gente come Luca Rossi, Antonio Selvatici, Sergio di Cori.

“Quello che dici purtroppo è vero, sono d’accordo.”

Il libro di Luca Rossi “I disonorati” sulla mafia rivelava verità scomode persino su Ayala e Caponnetto e i suoi articoli su PM, mensile di Panorama, sembravano scritti da Hemingway.
Col suo “Prodeide” Antonio Selvatici fece un ritratto -mai querelato- di Romano Prodi che sembrava quello di Al Capone ed è diventato la summa dietrologica su di lui. Risultato: adesso vende appartamenti. Sergio di Cori, anche se pochi lo sanno, svolgeva le indagini sulla mafia in America per conto di Falcone. Risultato: licenziato in tronco dall’Unità. Adesso fa il pittore. Poi ci sono i giornalisti che avrebbero potuto essere grandissimi ma rimasero medi perché schiantati da altri, come Gianfranco Venè. Che per inciso fu uno dei miei “scopritori”.

“Venè era un grande giornalista ma venne sacrificato alla Fallaci, alla Orianasuperstar su cui
l’Europeo di Giglio puntò tutto.”

Parlando di chi è riuscito a non scomparire ma è diventato mito mi ha colpito scoprire in certe sue foto giovanili vedere quanto la Fallaci fosse avvenente e sexy (meno affascinanti gli ambienti vorrei-ma-non-posso delle sue case). Un discorso sul giornalismo italiano non può non partire da lei.

“Io l’ho conosciuta e frequentata non più giovanissima, sui quaranta, era una donna già profondamente segnata dal tempo, però ancora molto affascinante. Io arrivavo all’Europeo dall’Avanti, per me era come traslocare in un mito, tutti questi colleghi che hanno coraggiosamente girato il mondo mi dicevo: sarà come assidersi alla tavola rotonda. Invece con mio sbigottimento mi resi conto che l’unica cosa che amavano -o di cui amavano parlare- erano i migliori alberghi, i migliori ristoranti, e le migliori… puttane.”

E la Fallaci?

“Ecco con la Fallaci quando andavi a pranzo -allora stava con Panagulis e forse umanamente fu il suo periodo migliore- non avevi bisogno della CNN tanto era multiforme e catturante l’universo di cose di cui ti parlava..”

Infatti qualcuno ha detto che come affabulatrice era quasi meglio che come scrittrice. Poi però ti chiese di scrivere la sua biografia per i lettori che la reclamavano e tu sfornasti un tale capolavoro che lei si ingelosì e ruppe i rapporti con il pretesto di una… virgola.

“No, non era gelosia, era una forma di perfezionismo..”

Maniacale.

“Una forma di perfezionismo. Il tuo pezzo è bellissimo mi disse ma questa virgola fuori posto lo rovina, io la estrarrei come un bisturi estrae un tumore da un corpo perfetto… bè, insomma, su un qualcosa di delicatissimo come scrivere all’Oriana la sua vita non le andò bene una virgola. Lo considerai un complimento immenso.”

E a parlarle intimamente?

“A parlarle confidenzialmente era un continuo fuoco d’artificio, direi meglio uno scoppio nucleare di aneddoti, ritratti fulminanti, urlacci, intuizioni scorticanti….

Come dicevo prima, ancor meglio come affabulatrice che come scrittrice.

“Penso che a dirglielo uno avrebbe rischiato la pelle. Non a caso lei parlava di Santa Carta Scritta. Il testo è tutto, il testo è il Vangelo. Avemmo un bellissimo periodo. Prima che impazzisse.”

So che a venire querelata si atteggiava a lesa maestà alla Regina, a Santa Giovanna d’Arco mandata al rogo. Poi però era lei la prima a querelare. Mezzo pianeta. Persino te, l’ex biografo amico, per un ritratto che le facesti, anche quello bellissimo. Ma non apologetico.

“Ma infatti. Evidentemente ormai non era più in grado di sopportare neanche un alito di vento.
Il mio in realtà era un ritratto dolce, in fondo affettuoso, anche se chiunque di noi non può -oltre le luci- non presentare qualche ombra. E’ chiaro che non potei non alludere, ad esempio, al suo carattere infernale. Mi fece quasi pena.”

Perché?

“Perché in modo artigianale si scrisse lei stessa nella querela la memoria difensiva d’accusa..”

Sarà stata una requisitoria terribile.

“No perché ormai- povera Orianina- non c’era più, scordava le cose, si dava la zappa sui piedi… se non fosse morta il processo l’avrei vinto a mani basse …avrei scritto un libricino magari un po’ perfido intitolato Massimo adversus Oriana con le esilaranti testimonianze dei testimoni o il grottesco di una udienza rimandata ad anni a venire con l’ Orianina ormai ridotta al lumicino..”

A proposito di querele, proprio perché sei il contrario di un giornalista accomodante, so che ne sei stato subissato come pochi. Mi sembra indecorosa quella che ti fece Raffaele Fiengo chiedendoti 3 miliardi e da medaglia sul petto quella di Luciano Moggi che ti querelò moltissimi anni fa per le cose che oggi sanno tutti.

“Fiengo mi querelò per una espressione chiaramente paradossale:” che non aveva mai scritto un articolo “ma quando si appurò che in 33 anni per il Corriere aveva scritto una cinquantina di articoli in tutto si vide che la mia espressione era quasi testuale, a parte essere lui una testa di ponte del partito comunista dentro il Corriere come lo stesso Lodovico Festa era disposto a testimoniare… il magistrato però non volle sentire nulla e nessuno ma per fortuna l’ammenda fu di soli dieci milioni… con Moggi -in effetti fui l’unico che lui querelò in quegli anni (e non ero certo un giornalista sportivo) mi condannarono in primo grado ma nel secondo il pm era stato un giocatore della Roma… fu lui stesso indignato a chiedere la mia assoluzione!!”

Ma è vero, tornando alla Fallaci -il mito è stato talmente incensato che possiamo con affetto soffermarci anche su qualche umana debolezza- che l’Oriana ogni volta che telefonava ad esempio a Feltri faceva finta cadesse la linea per farsi ritelefonare e non appesantire la bolletta?

“E’ verissimo. Sai, era toscana. Non tutti ma c’è una genìa di toscani avari marci, attaccati allo spillo. Mi diceva Davide Lajolo che quando andava a cena con Curzio Malaparte, che io considero il più grande di tutti…”

Concordo. E’ giornalismo che pur essendo preciso e cronachistico si elèva ad altissima letteratura….

“…il conto, con mosse quasi da prestigiatore, a poco a poco Malaparte lo avvicinava al suo piatto dimodochè al povero Lajolo toccava pagare ogni volta. Ma il dato più sconvolgente non è l’avarizia, ma la solitudine della Fallaci. Mi chiedo quanto dovesse sentirsi sola per ridursi a telefonare spesso a Vittorio Feltri.”

C’è di peggio. Telefonava spesso a Castelli.

“Il giudice Caselli?”

Eh magari, no l’ex Ministro leghista di Giustizia Roberto Castelli… telefonava a Castelli spessissimo per avere aggiornamenti giuridici sull’islam… con tutto il rispetto come fonte non mi sembra il massimo.. ma la cosa interessante è che gli faceva giurare per iscritto di non rivelare queste sue telefonate! Il mito, alla costruzione del proprio la Fallaci si dedicò fino all’ultimo respiro, non si fa mai vivo.

“Finì sola, solissima, povera Orianina. A proposito di mito penso lo fossero in parte anche le sue osannate interviste politiche -fatte per illuminare più sé che chi intervistava- io gli ho sempre preferite le prime, quelle agli attori, alla gente di spettacolo.”

Ne ricordo una prodigiosa a Pietro Germi in cui va avanti e in modo avvincente cinque cartelle
Solo descrivendo come il regista si rifiutava di rispondere al telefono o di aprire la porta.
In quanto alle altre… giù il cappello ovviamente, ci inginocchiamo, sono nella Storia. Però… però
La sua manipolazione -non voglio dire falsificazione- il suo espediente -non voglio trucchetto-
Molti elementi fanno pensare consistesse nell’essere testuale nelle risposte ma autocelebrativa nelle domande… insomma un conto è dire: “Signor Presidente qualcuno ipotizza lei sia duro con l’opposizione” un altro è sbobinare la domanda teatralizzandola in: “Come fa un lurido orrendo sporco dittatore come lei a tenersi l’anima in pace con le galere gonfie di cadaveri??!” Nessuno dei testimoni dell’intervista a Khomeini vide il famoso chador rabbiosamente gettato via e nessuno dei testimoni dell’intervista a Kissinger persino ricorda la famosa frase del Cowboy che solitario spiana al popolo la democrazia…. a chi smentiva, soprattutto ripeto il tono delle sue domande più che l’intervista, (in America non a caso c’era chi la chiamava “Oriana the Fallacy”, “Oriana l’Inganno”) lei dava del farabutto, del mascalzone, del cagasotto, del senza palle, fors’anche del microfallico. Eppure le sarebbe bastato chiosare: “Signori alla Boston University come tutti sanno sono conservati sotto vuoto come reliquie i nastri delle mie interviste. Andateveli a risentire, teste di cazzo.” Ma, curiosamente, non lo fece mai. A maggior ragione però giù il cappello alla grande scrittrice.

“Nelle interviste però, non certo nei romanzi. Purtroppo lei fraintese sciaguratamente un consiglio di Curzio Malaparte che aveva intuito il suo talento e che la esortò: “Orianina ricordati che un vero giornalista per essere tale scrive anche dei libri” Ma lui intendeva libri di saggistica non certo romanzi…lo stile della Fallaci, in effetti spesso folgorante nelle interviste, nei romanzi diventa stucchevole, melenso… il giornalista non è portato a essere uno scrittore, sono due stili che si elidono.”

Tranne clamorose eccezioni come Dos Passos ed Hemingway

“Eccezioni appunto.. eppoi di scrittori che in fondo hanno forzato il proprio stile per diventare giornalisti… da noi l’esempio maggiore rimane Dino Buzzati.”

Un altro dei miei miti. Sua moglie Almerina non ha mai concesso un’intervista ma grazie a Giorgio Soavi divenni talmente suo amico che grazie alle sue confidenze potrei scrivere un libro… dopo la morte del grande Dino divenne, per occupare il tempo, l’immobiliarista della Milano bene… Craxi Armani, Feltrinelli, e vide tante cose… come quella volta che andò all’improvviso a trovare una parente di Feltrinelli in un capannone industriale da lei affittatole e un mare di urla l’accolse -quando entrò- di fare attenzione dato che stava passeggiando in mezzo a timers e plastico C4… oppure quando mi smentì blandamente che Armani per ringraziare i tanti celebrativi articoli di Silvia Giacomoni, la moglie di Giorgio Bocca, si vociferava le avesse omaggiato un attico… per inciso la Giacomoni la ricordo trent’anni fa a un congresso della CGIL a Firenze con questo bel viso sexy, è ancora viva?

“Purtroppo sì. Nella bella casa dove vivono lo tiene oramai prigioniero. Va detto però che di libri che Giorgio continua a reputare tra i suoi capolavori come la biografia di Togliatti fu la Giacomoni a svolgere il durissimo lavoro di ricerca.”

A proposito di grandi maestri che si scannano fra di loro… di recente Pansa ha parlato per Bocca di demenza senile e di squallida invidia per il suo successo di vendite (in questa querelle è arrivato persino a dare a Corrado Augias del piccolo boss di partito, del poco professionale, dell’ipocrita tartufo) Bocca a sua volta non usa mezzi termini: dice che Pansa è solo un fascista e dovrebbe andare in galera.

“Non c’è paragone tra Bocca e Pansa. Con il primo parliamo di Coppa dei Campioni con il secondo di serie C. Pansa scrive le stesse cose che Giorgio Pisanò scriveva trent’anni prima di lui venendo ricoperto- nonostante le cose che scriveva fossero giuste e fosse un reporter mirabile – da un oceano di fango da parte di tutti, Pansa compreso. Oggi che il clima è cambiato è molto più facile …francamente non ho una particolare stima per Pansa mentre ne ho molta per Bocca che sulla pagina scritta conserva una lucidità grandissima.”

Per non parlare dei suoi libri straordinari, anche come riflessione sul nostro mestiere, come il “Provinciale” e “l’Inferno” Non ricordo in quale scrisse che amava in modo particolare gli archivi della Mondadori ottimi, se non altro, per scoparsi tutte le segretarie. Voglio fare il giornalista! mi sono detto.

“Il Provinciale è un libro straordinario. Tanto è vero che a Giorgio – che in effetti il complesso dei libri di Pansa che vendono più dei suoi ce l’ha- glielo dico sempre: chettifrega, diversi dei tuoi libri rimarranno, quelli di Pansa no. Siamo su due piani diversi.”

Debbo comunque osservare che i detrattori di Pansa lo insultano genericamente ma mai nei contenuti traumatizzanti dei suoi libri sulle stragi partigiane, dove è documentale. Ma torniamo alle tue colpe se questo sgangherato cecchino dell’informazione (quale mi reputo: ogni tanto però ci prendo ) è divenuto tale. Mi innamorai dei tuoi dialoghi con Bocca su Prima Comunicazione… anche il suo storico direttore, Umberto Brunetti, ha uno stile rutilante ma a differenza del tuo, volto ai contenuti, il suo è più fine a se stesso, enzobiagista -se mi passa il termine che considero riduttivo- insomma lui è uno che ti affascina cartelle intere descrivendoti come il batacchio dell’editore Caracciolo gli sbatacchia sulla gamba mentre si getta in mare piuttosto che sondare i suoi oscuri rapporti con Tassan Din o con Flavio Carbone il malavitoso forse omicida… ricordo dopo alcune mie interviste per cui la redazione di Prima gridò al miracolo che mi censurò una intervista a Federico Zeri (in cui guarda caso parlava anche della causa vinta in America contro le balle che la Fallaci scrisse di lui) gemendo spaventatissimo al telefono: “Mio Dio, mio Dio che cose tremende dice Zeri… non posso proprio pubblicartela ..ne avremmo solo terribili grane!” Ma come grane, erano vere o no le cose che diceva? era credibile o no Zeri, numero uno al mondo nel suo mestiere? La pubblicai poco dopo su Flash Art e non successe nulla, a parte che quel gentiluomo di Giancarlo Politi i miei pezzi su Flash Art non me li ha mai pagati…

“Su Prima ebbi l’umiltà di fare lo sparring patner di Giorgio.. diciamo pure la parte del cretino dei fratelli de Rege per far emergere un certo scenario mediatico.. ogni tanto poi riuscivo a infilare qualche mia zampata personale… in effetti riprovarono a farglieli fare con qualcun’altro ma non sono più stati, credo, così efficaci.”

La rottura nacque, mi sembra, perché a suo avviso colorasti troppo un suo giudizio non propriamente lusinghiero sull’ex direttore del Corriere della Sera Alberto Cavallari.

“No, la storia è un’altra. Facevamo questi dialoghi…”

Straordinari.

“Grazie. Dicevo facevamo questi dialoghi sul giornalismo nostrano-e-non e lui un giorno fa delle critiche al vetriolo al direttore dell’Espresso Livio Zanetti che io riporto. Esce Prima e Bocca al telefono alle cinque del mattino, cosa del tutto inusuale per lui, mi butta giù dal letto: “Sei impazzito-mi fa- hai riportato le mie critiche a Zanetti. “Ma non è la verità?- gli replicai, non sono le cose che mi hai detto? La sua risposta me la ricorderò tutta la vita, proprio perché proveniva da quello che io consideravo un maestro del giornalismo coraggioso, senza bavagli: “Se arrivato alla tua età pensi ancora che la verità sia una cosa che va detta sempre mi dispiace, sei solo un povero imbecille” e butta giù il telefono. Improvvisamente mi resi conto che per lui la battaglia della verità, perlomeno in questo caso, contava assai meno che il timore Zanetti –impermalosito- gli togliesse la sua rubrica settimanale. Io ho sempre pensato che una delle poche cose belle di quella orribile malattia che è invecchiare è che uno finalmente dice un po’ quello che gli pare… Giorgio purtroppo è sempre rimasto il figlio della maestrina indigente di Cuneo per cui nonostante sia divenuto -meritissimevolmente- ricco e famoso gli è sempre rimasta l’angoscia del denaro. Sottolineo che tutto questo lo dico con grande affetto e grande rispetto. Ricordo una volta che gli piombai in caso e lo trovo che incollava delle striscioline su una pagina.. ”Ma che fai?” gli chiesi. “La voce di una enciclopedia” mi rispose tutto contento. “Ma hai tempo per queste cose?” gli chiesi interdetto “Sai, mi danno centomila lire“ che pur essendo noi nell’81 non era certo una cifra per cui perder tempo… non era solo una questione di denaro, la questione era ancora più sottile e per me angosciante per lui. Giorgio, appieno, non si è mai reso conto di quanto fosse e sia importante…ricordo che andava alle cene dei Pirelli, della Crespi, dei Brianon e mi raccontava come questi, con la tipica spilorceria dei ricchi, lo avvilivano -lui che è un formidabile mangiatore- con delle insalatine, dei ravanelli… “Ma perché ci vai, scusa?” gli obbiettavo “Eh, mai sai, è gente importante ..” mi rispondeva tutto onorato..” Ma porco mondo Giorgio: non ti rendi conto che tu sei mille volte più importante di loro??!” gli abbaiavo, ferìto per lui. Niente, rimaneva onorato. C’è un lato masochista in un uomo pure così solido e realista come lui. Ricordo quando era già famoso che Tommaso Giglio e Giuseppe Trevisani andavano a cena a casa sua per dirgli che era un provinciale e anche un cretino. ”Ma perché non li mandi a cagare!” mi permettevo di suggerirgli. “Bisogna avere rispetto per l’età” mi rispondeva. Incredibile.”

A proposito di scannamenti tra grandi maestri di recente al Festival della letteratura di Mantova mi ha sconvolto il grande-lui sì davvero- Robert Fisk. No, dico: uno che parla le lingue arabe, uno che ha intervistato tre volte Osama Bin Laden, uno che in Oriente ci vive ed è in grado di correggere un ayatollah su una citazione del Corano: lui sì, il corrispondente dell’Independent, che è un vero maestro tra due culture. Prima di lui e quanto lui ammiravo solo il corrispondente sempre da quei luoghi del New York Times, Thomas Friedman. Glielo cito pensando di compiacerlo e lui di colpo paonazzo e come se fosse sul punto di vomitare inizia a gridare: “Coosa? Thomas Friedman?? uno che si fa pagare 75.000 dollari a conferenza… io piuttosto che sorbirmi quella merda sarei capace di pagarli io, 75.000 dollari, pur di non sentirlo!!” Mi viene in mente il disprezzo, che spesso dai tuoi articoli emerge, di Montanelli nei confronti di Scalfari.

“Una volta chiesi a Indro cosa pensasse di Scalfari e lui mi disse semplicemente “Non è dei nostri, non è un giornalista.” Un grande manager editoriale certo, un grande organizzatore, il creatore di Repubblica, ma più un politico che un giornalista. E come politico per inciso deleterio, il suo è il classico bacio della morte, tutti coloro di cui ha sposato la causa hanno visto di colpo eclissare il proprio potere. I suoi pezzi poi… la loro illeggibilità ormai è quasi mitologica. Una volta erano contorti, adesso sono un enigma sepolto dentro un mistero… il tutto per di più condito da un ore rotundo caramelloso, da velina governativa di provincia. Il contrario del nitore mozartiano di Montanelli capace anch’esso di virtuosismi ma calati in un tale contesto di chiarezza da renderli mai indigesti.”

A parte che si atteggia a Socrate -con tutta la gratitudine che gli dobbiamo per quel difficile miracolo editoriale che è stata la nascita dal nulla di Repubblica- e il suo braccio destro Peppino Turani prendeva.. le mazzette da Gardini (tutti abbiamo un Previti dentro di noi) e dopo averci tormentato le scatole per decenni su come la P2 fosse l’ufficio stampa del Demonio con la P2 il suo editore si metteva d’accordo -il famoso patto editoriale con Tassan Din- e soprattutto (come dimostra la non querelata biografia non autorizzata sul nostro di Piero Vigorelli “Barba Padrona” Nuova edizione del Gallo 1989) al referente bancario romano della P2 Giovanni Guidi dovette l’essere riuscito il suo giornale nei primi anni a scampare dalla bancarotta!

“La colpa maggiore di Scalfari a mio avviso è che egli ha introdotto nell’intellighenzia italiana quello che potremmo chiamare il virus della quaglia, e cioè scrivere una cosa e sei mesi dopo esattamente il contrario senza pagare ammenda. Un virus esponenziale perchè poi i sei mesi in lui divennero un mese, un mese divenne il giorno dopo finchè trionfalmente ricordo un suo pezzo su Craxi in cui alla fine smentiva severamente l’incipit del suo stesso articolo. Questo andazzo, che prima di Scalfari sarebbe stato impossibile, grazie a lui è divenuto una delle connotazioni del giornalismo italiano. Ricordo la battuta che faceva Montanelli quando gli parlavano del grande Scalfari. “Di grande, di certo, c’è solo il bancario.”

Viene in mente il clamoroso scoop su come fosti tu -a costo di rubare- a fornire la prova ai magistrati che la P2 si stava impossessando della Rizzoli.

“In realtà le cose furono molto semplici. Ero andato dal mio avvocato Gaetano Pecorella per il divorzio di mia moglie e lui imprudentemente aveva scordato sul tavolo il documento del patto con cui Angelo Rizzoli cedeva all’Istituzione, cioè la P2, il gruppo Rizzoli -Corriere della Sera attraverso la Fincoriz di Bruno Tassan Din… pubblicai tutto su il Giorno e Pagina… Tassan Din ebbe la faccia tosta di querelarmi per 50 miliardi… tra l’altro anni prima l’avevo conosciuto, un mio amico con cui andavamo a giocare a poker a Campione se l’era tirato dietro, alla frontiera senza documenti fa una scenata penosa: “Lei non sa chi sono io!” siamo dovuti tornare indietro a recuperare la sua carta d’identità… che questo impiegatuccio squallido ad un certo punto sia diventato uno dei burattinai d’Italia è qualcosa… tra l’altro ho la certezza psicologica che sia stata lui la fonte anonima che fece ritrovare le famose liste dela P2 a Castiglion Fibocchi, in questi modo il servo infedele- e mitomane- pensava di liberarsi dei suoi padroni Gelli e Ortolani e sostituirsi al loro potere…”

Che in realtà condivideva con metodi infimi, si è detto anche grazie alle memorie erotiche della Sandra Milo e della Moana Pozzi-dove di molti politici venivano fatti nomi cognomi luoghi date e prestazione sessuali- di cui a lungo bloccò la pubblicazione in chiave ricattatoria…

“Di certo le donne le procurava ad Angelo Rizzoli con questa motivazione grottesca: “Sono un pezzo grosso della Rizzoli!” e le donne le procurava.. al capo della Rizzoli. Povero Angelo, studiavamo assieme al Bachelet e giocavamo assieme a calcio, anzi lui no perché era troppo grasso, iniziarono lì i suoi complessi ingigantiti dalla sua terribile matrigna, la Ljuba Rizzoli.”

Se c’è una tua intervista che sembrava scritta dalla Fallaci ma a differenza di quelle della Fallaci era documentata e non solipsistica fu la tua mitica intervista ad Angelo Rizzoli per l’Europeo… a proposito oltre a riviste come l’Europeo e Pagina fosti l’anima di un altro grande foglio- perlomeno agli inizi- L’Indipendente… come finì quell’avventura?

“Uno dei primi sintomi inquietanti che ebbi da Feltri quando lavoravamo all’Indipendente…”

Che grazie ai tuoi editoriali ed articoli, è universalmente riconosciuto, a quanto passò?

“…da 5000 a 120.000 mila copie.”

Cazzarola !

“…fu che lui mi rivelò all’improvviso che Scalfari era per lui una stella polare. Stella? Ma se il nostro giornale era quanto di più antiscalfariano ci potesse essere al mondo! Poco tempo dopo mi chiese se sarei andato con lui al Giornale di Berlusconi di cui gli avevano offerto la direzione.. gli spiegai i mille motivi per cui non avrei mai potuto e soprattutto che avevamo in quel periodo la possibilità di fare dell’Indipendente la Repubblica di quegli anni…. discutemmo e bevemmo più volte fino a tarda notte.. ogni volta terminava con questo auspicio esorcistico: ”In culo a Berlusconi e al suo Giornale!” L’ultima volta, il mattino dopo, andò a firmare. L’abbandono dell’Indipendente, una nostra creatura in fondo, è qualcosa che a Vittorio non ho mai perdonato. Il che non toglie che i nostri rapporti umanamente siano tornati ottimi e quando nessuno ha voglia di farlo lui non ha mai paura a pubblicare qualunque mio pezzo scomodo… ma L’indipendente era un formidabile cacciatorpediniere -di cui eravamo proprietari: il sogno di ogni giornalista- in grado di silurare qualunque pachidermica corazzata tipo Corriere della Sera che ci passasse davanti.. Vittorio sprecò un’occasione storica irripetibile:”

Ma non eri stato nel comitato di redazione del Corsera?

“No, andò così. Tommaso Giglio non voleva andassimo alle riunioni del sindacato di redazione..
ora se c’è una cosa che mi sta sui co… che proprio non… però era un po’ come mi dicesse non si va a puttane. Bello o brutto che sia saranno ca… miei, o no? Scrissi una lettera a Giglio in cui dicevo
che il suo ostracismo al comitato di redazione era uno di quei piccolissimi sentieri la cui strada finale era la gasatura degli ebrei. Giglio che pure mi voleva e mi volle sempre un gran bene non la prese bene e non mi faceva fare più pezzi… quindi divenni paradossalmente un mito sindacale e mi votavano per il comitato di redazione della Rizzoli che detestavo e per cui per inciso ero un assoluto incapace.”

Come il tuo maestro Montanelli faceva e il tuo ideale giornalistico Curzio Malaparte suggeriva tu scrivi anche libri, libri di storia -ho letto d’un fiato Nerone- ma a differenza di Montanelli che spalmava di esilaranti battute un materiale orecchiato da altri tu arrivi a fare le pulci e a riflettere
Sull’intero asse storiografico dell’argomento di cui ti stai occupando.

“Beh, Nerone mi è costato quasi tre anni di lavoro.”

Non è un pamphlet.

“Non è un pahmplet. Certo io non sono uno storico di quelli che addirittura riescono a creare le proprie stesse fonti con scoperte d’archivio ma le fonti le ho sondate tutte e per quello che ho potuto ho fatto anche ricerche personali,.. Montanelli tirava via dato anche il numero elevatissimo di tomi (con colpi d’ala però tipo il suo splendido libro sulla Controriforma) compensando con il suo geniaccio toscano..”

Non si è mai capito come mai si fosse messo accanto allora uno sconosciuto come Roberto Gervaso. Molti ipotizzarono l’unica spiegazione possibile fosse che era suo figlio, un figlio naturale.

“E’ vero, lo si disse… certo gli assomiglia poco. Nell’aspetto. E soprattutto nell’intelligenza”

Della trimurti Montanelli-Bocca- Biagi è rimasto solo Bocca.

“Biagi era uno con cui potevi parlare solo di mestiere, non conosceva altro. Giorgio è uno che se gli si apre la botola dell’esistenziale cerca di evitarla ma poi ci cade inevitabilmente e gustosamente dentro. Montanelli… Montanelli era come digitare l’Universo. Io non ho mai trovato un solo argomento in decenni di frequentazione su cui non sapesse o non mi sorprendesse.”

Sarà cronaca rosa ma è stato anche uno dei più grandi amanti del secolo. Centinaia di amanti su cui ha sempre steso un immenso velo signorile. No, dico: parliamo di uno che quando la regina Maria Josè si ruppe le palle del Re -se mi passi la metonimia- fuggì con lui. E non lo ha mai rivelato a nessuno, anche se una ristrettissima cerchia lo sapeva.

“Era anche un uomo di suprema eleganza. Non solo affettivamente con le donne ma anche deontologicamente con i collaboratori. Quando scrissi per la Mondadori un libro “Il Conformista” -che in realtà era una raccolta di miei pezzi polemici scritti tra gli anni ottanta e novanta- alla Mondadori mi dissero qui ci vuole una introduzione di peso, di Montanelli. Io della leggenda di Fucecchio avevo un timore reverenziale, gli davo del tu come si fa fra colleghi ma era un tu intimidito e onorato.. vado da lui con la tremarella e balbetto: “Direttore è ancora peggio di quanto pensi, non ti chiedo una recensione al mio libro ma addirittura l’introduzione..” Non mi fece quasi finire: “Certo. Te la devo. Sono in debito.” Ma come in debito, semmai in debito ero io che mi permetteva di collaborare con lui! Due giorni dopo la splendida introduzione di Indro era già sul mio tavolo. Diceva di essere in debito lui a me che potevo solo ringraziarlo. Questo in un mestiere che se chiedi a qualcuno a cui hai magari salvato la pelle un caffè te lo fa pesare.”

Era stupenda anche Colette Rosselli, la moglie, tra l’altro scrittrice molto più urticante di quanto Donna Letizia potesse far credere. Una delle poche ad aver fatto in quei tempi un riratto al cianuro
di un personaggio vagamente nauseante e del tutto agiograficamente beatificato come Sandro Pertini. Non la prendo come una medaglia di merito –anzi sì- ma credo di essere stato l’unico giornalista querelato da lui (querela minacciata e mai arrivata ovviamente) (come riporta nel suo folgorante libro- intervista a Pertini proprio Livio Zanetti: ”Cercai inutilmente di far licenziare uno strano giornalista italoamericano..”) In un mio articolo scritto per l’America riportai quello che pensavano veramente di lui alcune fonti non sospette. All’ A.N.P.I ad esempio di lui dicevano: “O era una spia o era un idiota” tanto è vero che tutti i capi partigiani clandestini che lui durante il fascismo andava a trovare il giorno dopo venivano arrestati. Sempre all’A.N.P.I non gli perdonavano che nel dopo guerra divenuto comunque famoso per fare un comizio pretendesse scarpe e abiti di Gucci firmati. Per non parlare dei quadri del Senato prestatigli come ex presidente dello stesso e sembra mai restituiti. Delle veline del Sifar che concordamente lo qualificavano come il più adatto a far da paravento istituzionale in caso di colpo di Stato. Della malignità con cui assillò il povero Lombardi tanto si disse da contribuire a fargli venire l’infarto… alla marea di insulti da scaricatore di porto e di bestemmie irriferibili con cui immediatamente ricopriva chi solo accennasse anche velatamente a un accenno critico.. Scalfari compreso.

“Ci sono cinque righe in un libro di Altiero Spinelli -vergognosamente censurate dall’editore- in cui in effetti il padre spirituale della Comunità Europea ricordava che quando erano al confino a Ventotene nessuno si fidava di Pertini, indecisi se fosse un cretino o appunto una spia. Con me piove sul bagnato perché allora fui tra i pochi, se non l’unico, a scrivere cinque o sei pezzi violentissimi contro questa vomitevole retorica propertiniana che in tanti sapevano chi fosse, in realtà. Ricordo non so quale collega, si fa per dire, che scrisse: “Ecco l’aereo di Pertini che democraticamente atterra come tutti gli altri “…insomma il nostro Presidente era così benigno da abbassarsi, da planare come il resto del popolo!…”

Un altro capolavoro da baciapile fu quello di Gianni Bisiach, che scrisse: “Quando era coscritto in Francia il futuro Presidente ridipingeva le pareti con lente e maestose pennellate fatte ad arte, senza sbagliarne una. Più che il ritratto di un imbianchino sembra il ritratto di Michelangelo.

“L’ultimo mio articolo su Pertini si chiamava “Il Presidente che io vorrei” scritto verso la fine del suo settennato che era l’esatto contrario di ciò che poteva caratterizzare uno come lui. Immediata rabbiosa telefonata al direttore della rivista la Domenica del Corriere Pierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini… era come fermare il mare con un dito. Il “nostro” San Pertini gli latra minacciosamente: ”Non credere di fare il furbo con me, imbecille! chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!” E infatti il giorno dopo mi si presenta il responsabile editoriale della casa editrice Lamberto Sechi…”

Lamberto Sechi? no! il creatore di Panorama, un altro dei miei miti assoluti… non mi dire che si prestò al gioco sporco di Pertini… sarebbe come se mi portassi le prove documentali che Gesù rubava.

“Eppure purtroppo è così. Mi disse: meglio che non ti occupi più di Pertini. Non solo ma Magnaschi
nonostante avesse portato la rivista a un numero di vendite record nel giro di tre mesi venne licenziato e ovviamente anch’io allontanato dalla rivista.”

Massimo, scusami, mi sembra impossibile, per Sechi dico.

“Tanto impossibile che lo stesso Magnaschi te lo può confermare, a parte la storia stessa della rivista. Eppure fu lo stesso Lamberto Sechi che come funzionario editoriale aveva grigiamente svolto un lavoro diciamo di ramazza che tornato Direttore- lo divenne all’Europeo-non solo valorizzò moltissimo la mia rubrica ma nonostante credo nel 90% dei casi non fosse d’accordo con le mie opinioni non le censurò mai, mai. Il grigio funzionario ritornò lo splendido Direttore che era sempre stato. Anzi io quell ’episodio cercai di raccontarlo una volta al Maurizio Costanzo show…”

La cui cultura al massimo arriva alla Garbatella, hai scritto.

“Esatto ma avendo appunto quel tipo di cultura sfumò subito il mio discorso..”

Costanzo è sempre stato nelle mani dei mediocri che avevano un minimo di spessore. Ricordo una volta che presentò come coraggiosa eroica verità rivelata un intervento dell’avvocato
Giampaolo sul 2 Agosto… non che quest’ultimo non sia degna persona ma è portatore di una lettura di parte sulla strage che non ne esclude altre… Costanzo tremava dall’emozione come di fronte a Mosè…era soltanto l’emozione di un anchor man talmente professionista da non aver mai letto un atto processuale in vita sua. Comunque. Rievocando battaglie meno nobili in una bella intervista che ti ha fatto Giancarlo Perna si ricordano le zuffe tra te e un altro grande creativo della provocazione, Vittorio Sgarbi.

“Arrivò a mettere la mia foto con sopra scritto Wanted a Sgarbi Quotidiani come simbolo del forcaiolismo. E dire che soprattutto agli inizi lo difesi contro tutto e tutti, stessi giornalisti compresi, impermalositi e complessati dalla sua dialettica irresistibile… e dire che fui io a portarlo all’Europeo di Lanfranco Vaccari per i suoi primi articoli, ero rimasto colpito dalla sua verve straripante al Costanzo Show, verve che peraltro negli articoli non si ripetè… sì poi ci sbertucciammo per una tipa e per il fatto che se lo criticavo mancavo di “avvertirlo”.. insomma la critica con avvertimento diplomatico preventivo è una categoria che non conoscevo… io l’avevo criticato tra l’altro per il suo pressappochismo liquidatorio nei confronti dei giudici “Sarebbe-gli dissi-come se dicessi io a te che Caravaggio e Michelangelo sono tutti farabutti e assassini..” lui, che mi aveva appena querelato, era capace in certe cene dove lo incontravo di alzarsi e fare intemerate furibonde contro gli stronzi che querelavano… una volta scrissi che sarebbe diventato adulto solo quando si fosse liberato dell’ombra onnipresente della madre… iniziò a sostenere e a ululare che io mi auguravo la morte di sua madre…una cosa insensata e penosa… poi comunque tanto mediò la signora Rina che ci riconciliammo… c’è un fondo caratteriale in lui in realtà dolcissimo…”

Lo ha dimostrato anche di recente al Premio Mantegna da lui fatto dare a Leonardo Cremonini… la premura e deferenza quasi filiale con cui trattava il grande pittore era commovente.
Passo di palo in frasca al tuo movimento, Movimento Zero, che molti dicono abbia anticipato quello di Beppe Grillo.Tra l’altro so che hai referenti in tutta Italia, tra cui l’affascinante principessa Orsini della libreria omonima tua referente a Pistoia. So che vi siete indignati dei paragoni azzardati che hanno fatto tra voi e Forza Nuova. Se questo è vero come mai ospitate tra le vostre file un sospettato di stragismo come Paolo Signorelli?

“In effetti Paolo Signorelli è stato un grosso problema. Noi siamo partiti dall’idea che non ci interessava il pedigree passato di una persona ma chiunque condividesse le nostre concezioni poteva entrare. Il problema di Signorelli non era che fosse entrato nel movimento, ma che cercasse di egemonizzarlo. Questo movimento creato da me ed Eduo Fiorillo, il brillante creatore anche del mio sito e dello spettacolo teatrale Cyrano che avrei dovuto fare in Rai (unico caso nella storia della Tv di programma completamente girato e mai andato in onda) questo movimento l’avevamo ideato perché venisse gestito dai giovani. Io ho sessanta anni, se le mie idee hanno un destino è perché siano rielaborate dai trentenni che hanno voglia di fare, non certo da uno come Signorelli, che infatti poi è finito fuori.
Un altro che cercò di egemonizzarlo e fece la stessa fine fu un ex leghista, un certo Antonio Serena. Il movimento deve camminate sulle proprie gambe, io sia ben chiaro non sono né il Talmud né un altro Beppe Grillo, anche se di quest’ultimo si capisce l’importanza dato il terrore con cui ha ricompattato l’intera classe politica contro di lui.”

Tornando e concludendo la nostra chiacchierata sul giornalismo nostrano: cosa pensi del fatto che uno come Renato Farina –incauto certo nei propri rapporti con i servizi segreti (che nel giornalismo Usa peraltro sono all’ordine del giorno)- ma anche intessuti a fin di bene per salvare delle vite umane- venga demonizzato vomitato e radiato e l’anchor woman (si fa per dire) del TG5 la Cesara Buonamici che è arrivata a chiedere le mazzette a due loschi faccendieri come Ugo Bonazza e Nunzio Laganà per mettere una buona parola con il ministro Altero Matteoli (come da istruttoria del pm Woodcock) se la sia cavata con la risibile pena di sei mesi di sospensione dall’Albo?

“Che questa è l’Italia.”

Cristiano Lovatelli Ravarino
Fonte: www.cristianolovatelliravarinonews.com
Link: http://www.cristianolovatelliravarinonews.com/articoli/massimofini.html
dicembre 2007

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