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SUICIDIO

DI ANTONIO TURIEL
crashoil.blogspot.com.es

Non avrei mai pensato di scrivere su questo argomento, ma una recente notizia di El pais mi a spinto a farlo. La notizia è questa:”La crisi miete vittime in Italia“. Si dice che ogni giorno in Italia si suicidano due persone per cause imputabili alla crisi (difficoltà economiche, principalmente), tipicamente un imprenditore ed un lavoratore. Ogni giorno. E leggendo il testo si legge che possono anche esserne contenti, perché in Grecia hanno già 1.725 suicidi di questo tipo in due anni (quasi cinque al giorno) e che la Grecia ha una popolazione di quasi cinque volte inferiore rispetto all’Italia.Che accade in Spagna, il paese dove risiedo? E’ difficile saperlo, visto che c’è un certo consenso nel non divulgare questo tipo di notizia per non incoraggiare questo tipo di comportamento così autodistruttivo in gente suscettibile. E, tuttavia, alcune notizie cominciano a filtrare, come ad esempio questa de El confidencial che suggerisce che molti incidenti stradali in realtà non siano tali (a parte commenta altri problemi e da un momento rivelatore: in Spagna si suicidano 9 persone al giorno, anche se non sappiamo quante di queste lo facciano per ragioni imputabili a questa crisi che non finirà mai).

In realtà, questo triste fenomeno, quello cioè del suicidio a causa della disperazione per lo svanire delle aspettative, è un’altra manifestazione della Grande Esclusione. La gente comincia ad accettare che i problemi che ha, di lavoro, personali, di integrazione sociale, ecc. sono in buona misura dovuti a sé stessi e per questo, incapaci di superare il proprio fallimento di vita, alcuni si suicidano. Specialmente vulnerabili sono quelle persone molto intransigenti con sé stesse e quelle che devono mandare avanti i famigliari e si vedono impotenti, superati dagli eventi. Ad aggravare questo problema contribuiscono i mezzi di comunicazione e l’atteggiamento politico standard, che vede la situazione attuale come qualcosa di congiunturale e che può essere risolto al posto di vederla come una transizione storica che inevitabilmente e per pura statistica, porta alla disoccupazione e alla esclusione di una certa percentuale di persone ogni anno. (La Spagna ha appena raggiunto il 24,44% di popolazione attiva disoccupata, sfortunatamente in linea con le previsioni che facevamo nel dicembre scorso).
Tutto il processo può essere anche inteso come un processo di crescita dell’entropia sociale a causa della scarsità di fonti energetiche con entropia sufficientemente bassa. La Grande Esclusione può anche essere intesa come un processo nel quale certi predatori che occupano gli strati sociali più alti fagocitino le risorse disponibili, gettando entropia intorno a sé e degradando quindi le condizioni di vita della maggioranza. Ma ci stiamo allontanando dal focus di questo post.
La chiave è che la maggioranza di queste persone che si suicidano hanno un pensiero di tipo BAU (Business As Usual) e non concepiscono che possa esistere un modello di vita diverso da quello che hanno conosciuto e col quale modellato le proprie aspettative. Di fatto, si suicidano perché considerano che le loro vite siano giunte alla fine, una volta che, in modo corretto, capiscono che non potranno mai tornare alle proprie vite di prima. 
La fine della nostra vita nel modo A non significa che non possa esserci una vita nel modo B. Ma è proprio lì che è radicata la maggiore difficoltà. Quella di vedere che può esistere un’altra vita e che questa vita possa valere la pena. O che, in realtà, questa vita B possa essere più soddisfacente e piena della vita A, senza tante complicazioni e più concentrata sulla famiglia, gli amici, la comunità… Parlare in questo modo (vita semplice, ritorno a valori tradizionali come famiglia, amici, comunità…) è già etichettato dal punto di vista BAU con il cliché dell’hippie, dell’idealista, dell’alternativo… insomma dell’infantile, e a dare questa visione hanno contribuito in modo decisivo i mezzi di comunicazione. E’ abbastanza naturale, perché quando c’erano affari da fare, non si poteva consentire che una parte significativa della popolazione uscisse dal sistema; tale uscita era possibile solo per una piccola quantità di persone e solo allo scopo di mettere in risalto la sua disfunzionalità, la sua incapacità, la sua assurdità… insomma, per servire la propaganda secondo la quale la cosa migliore è starsene al calduccio del BAU.
Risulta, pertanto, molto complicato convincere quel dirigente di una grande multinazionale, ora, a più o meno 40 anni, nel guado della disoccupazione di lunga durata, che potrebbe essere un felice calzolaio. Risulta anche terribilmente difficile farlo con un muratore o con un operaio di una fabbrica, per non parlare dei tanti piccoli imprenditori rovinati e indebitati (e che hanno dilapidato anche i risparmi di famiglia).
Alla fine dei discorsi sull’Oil Crash sono solito dire che non dobbiamo consentire che il nostro vicino soffra la fame, che dobbiamo fare, ognuno di noi, uno sforzo positivo per creare comunità, per aiutarci a vicenda, perché la sofferenza vicina non ci sia estranea. Per lo stesso motivo non possiamo consentire che persone vicine cadano nel pozzo oscuro della disperazione e del suicidio. Perché questa è una guerra contro tutti, contro tutti noi, e non c’è nessuno che sia meno prezioso. Non consentiamo che le storie assurde create da un sistema che non funziona e che è agonizzante ed il suo apparato di propaganda trascinino via i nostri amici, compagni, fratelli…
Cosa posso fare io, cosa puoi fare tu, caro lettore? In primo luogo farlo capire. La gente deve sapere che quello che sta succedendo né è colpa sua né ha una soluzione, non da una prospettiva convenzionale almeno, ma questo non vuol dire che non ci sia un’uscita. Sarà un primo passo di transizione per noi stessi. Se superiamo il pessimismo e la paura del rifiuto, tanto in linea con l’individualismo così conveniente per il BAU, riusciamo ad evitare perlomeno una morte evitabile, inutile e dolorosa.

Versione originale:

Antonio Turiel
Fonte: http://crashoil.blogspot.com.es
Link: http://crashoil.blogspot.com.es/2012/04/suicidio.html
30.04.2012

Versione italiana:

Fonte: http://ugobardi.blogspot.it
Link: http://ugobardi.blogspot.it/2012/07/suicidio.html
28.07.2012

Pubblicato da Davide

  • andyconti

    Vecchia storia: ci si suicida di piu’ nelle societa’ individualistiche. E la crisi ha meno soluzione in una societa’ atomizzata e quindi incapace di organizzare rivolte di massa contro coloro che la crisi la stanno guidando. Le chiamano societa’ moderne, ma sono quelle dove l’informazione e’ maggiormente manipolata o dove la maggioranza non si informa o non vuole farlo. La crisi materiale deriva da quella (latente) psicologica e colpisce chi si trova nel mezzo tra le persone che da sempre hanno vissuto con poco e quelle che hanno accumulato beni e potere in abbondanza nell’epoca di vacche grasse. Staremo a vedere come quelli in alto gestiranno il franare della classe media.

  • Hyde

    La fame, la guerra e la miseria non portano ad un incremento dei suicidi, anzi, spesso la relazione è inversa.

    Chi vuole può trovare facilmente i dati statistici, e vedrà che l’allarme è stato lanciato senza tenere in alcun conto i fatti noti, che sono pochi e poco espressivi.

    Chiunque abbia avuto occasione di occuparsi del tema del suicidio da un punto di vista clinico psichiatrico e sociologico (cioè cercando di collegare i moventi individuali del singolo gesto, o più concretamente del rischio, a quadri di patologia psichica teorici e a condizioni relazionali e sociali tipiche), sa che “la causa” è una pura fantasia, oppure una grossolana semplificazione a fini statistici o speculativi.
    I dati relativi sono estremamente opinabili, sono basati su congetture o illazioni, in quanto non c’è pressoché niente di misurabile, e soprattutto in quanto il soggetto non può smentire ne’ confermare le ipotesi causali. I moventi decisivi sono, ovviamente, soggettivi, visto che un suicida se la prende soltanto con sé stesso, e muoiono con il soggetto. Quello che rimane di oggettivo dice ben poco sui vissuti degli ultimi istanti (quelli che contano), e si presta più a macabre ricostruzioni, sopralluoghi, classificazione delle modalità tecniche del suicidio, oppure (quello che qui interessa) a manipolazioni ideologiche.

    E’ tutto da dimostrare che una morte per suicidio sia “inutile e dolorosa”. Sicuramente era la vita ad apparire tale a chi sceglie di lasciarla.
    Mi infastidisce il tono salvifico con cui si conclude l’articolo, che per di più abbocca al concetto che la recessione ammazza due persone al giorno (un imprenditore e un lavoratore, tanto per ribadire che la lotta di classe è obsoleta), mentre in realtà ne ammazza molte di più per altre vie meno spettacolari (basta una visita ad un Pronto Soccorso o ad un servizio sociale fatiscente per accorgersene), e fa soffrire moltitudini che non possono nemmeno permettersi di spararsi romanticamente, o magari non sono propense a farlo perché abituate a faticare per la sopravvivenza, crisi o non crisi.

    Seguo con somma diffidenza la campagna mediatica sui “suicidi per la crisi”, fin da suo inizio, prima di tutto perché è, appunto, una campagna mediatica, che ci indica cosa dobbiamo temere per distrarci da quello che possiamo vedere con i nostri occhi – e i nostri occhi non vedono alcun incremento dei suicidi, ma vedono la perdita del lavoro, lo sfacelo dei servizi pubblici e del welfare, la guerra fra poveri. Campagna che per di più è stata lanciata da apparati assolutamente collusi e integrati con i sistemi di potere che stanno esasperando apocalitticamente lo sfruttamento di classi, popoli, stati e culture: perché mai si autodenuncerebbero? Lo stesso vale per tutte le altre campagne allarmistiche e anche per quelle stolidamente ottimistiche (progressi della Scienza e della Democrazia), ma proprio tutte. Decifrare l’orchestrazione di queste manipolazioni è un compito essenziale per chi vuole resistere.

    La mia ipotesi, o il mio sospetto se si preferisce, è che il messaggio sia diretto:

    1) Alle categorie penalizzate dalla recessione: la società divisa in classi non esiste più, vale l’iniziativa individuale, datevi da fare con la massima flessibilità e non fidatevi delle sicurezze novecentesche, altrimenti morirete nella guerra di tutti contro tutti, in cui ognuno è solo, e chi sta male perché non sa o non vuole correre può scegliere tutt’al più fra uccidersi e rivolgersi alle cure psichiatriche.

    2) Alle sinistre (che dovrebbero costituire l’incanalamento politico addomesticato della reazione delle categorie svantaggiate), rifornite di temi umanitari struggenti, impellenti, coloriti e colorati, isterici, e simultaneamente private della tradizione storica fatta di difesa, resistenza, studio, analisi, organizzazione, strategia, contrattacco.

    Insomma: la Crisi deprime e uccide, mica suscita sommosse, insurrezioni e rivoluzioni.

    Uno dei commenti alla traduzione dell’articolo riportata nel post rimanda ad un articolo che si conclude, penosamente, con l’appello rivolto al governo dal Neuroscienziato di turno affinché siano potenziati i servizi di salute mentale: http://daily.wired.it/news/scienza/2012/05/09/tasso-suicidi-italia-crisi-75241.html#content.

    Questo rappresenta bene il rischio di cadere nella trappola, pur partendo da una presunta libertà di critica delle notizie mainstream. Occhio, perché il web sopravvive grazie al suo potenziale confusivo.

  • ProjectCivilization

    La scelta in se , del suicidio….la dice lunga sulla capacita’ di reazione e di lotta dell’italiano . Un po’ come le proteste in cui si bruciano le macchine parcheggiate lungo il percorso e non si sfiurano i responsabili delle sofferenze .
    Questo e’ il paradiso dei malfattori .
    Proposte ?

  • Hyde

    P.S. –

    Cosa c’entrano i suicidi automobilistici con la crisi?
    Questo concetto non è affatto “filtrato” di recente, è vecchio quanto il traffico stradale, ed è sempre stato di difficilissima comunicazione scientifica e divulgativa, per motivi evidenti. Se si vedono pazienti, invece, è un fatto assodato e frequentissimo che gli incidenti stradali siano di importanza e significato assolutamente equivalenti a quelli di altri sintomi auto- o eterodistruttivi.

  • terzaposizione

    Turiel meglio una fine orribile di un orrore senza fine.

  • mincuo

    La relazione tra crisi economica grave e suicidi è documentabile.
    Può andare a vedersi i dati durante la crisi del 29 in US e soprattutto durante la Repubblica di Weimar (oltre 200.000). Solo per citarne 2.

  • albsorio

    Dobbiamo capire alla svelta che l’unione fa la forza, identificare i responsabili (1%) punirli legalmente, se possibile, riappropiarci del controllo della moneta.

  • albsorio

    No, troppo comodo.

  • peronospora

    Comodo per chi ?

  • illupodeicieli

    Conoscere la storia , il vissuto, di chi si è tolto la vita dovrebbe aiutare a capire: il che non vuol dire che si condivide la scelta. Diversamente si ha il comportamento , tipico dei tifosi, che se la squadra perde loro, ovviamente, avevano la soluzione, ma se vince, beh, poteva sempre vincere meglio. Il tutto a cose fatte. Mi direte perchè dico cose simili: ebbene, se per sbaglio avete dato un’occhiata al mio blog su leonardo.it (ora purtroppo cancellato insieme a tutti gli altri blog e senza preavviso, dal gestore del portale) avreste avuto modo di sapere che cosa significa essere un fallito, commercialmente parlando, ma anche dal punto di vista personale.Lì ho raccontato, diverse volte, le mie esperienze con il giudice, con il curatore e con le persone conoscenti o meno. Sono andato a bussare e non mi hanno aperto, non mi ha dato una mano il fondo antiusura, nè il vescovo che poteva solo, dice lui, pregare. E gli assistenti sociali ti guardavano,anzi ti squadravano, e qualcuno ti chiedeva se avevi già venduto le orerie e altri beni. In poche parole, alcuni di questi suicidi avvengono perchè una persona si sente sola e abbandonata: perchè nessuno crede più in lei. Arrivi a non avere più nemmeno sogni da realizzare. Ma c’è di più: la solidarietà (anche io andavo a prendere il pacco mensile alla caritas) che noi offriamo come “stato sociale” e come “chiesa cattolica” ti porta a “restare nel pantano dove ti trovi”. Almeno io non ho trovato nessuno che ascoltasse i miei sogni, desideri, aspirazioni: ciò porta le persone a fermarsi, a non avere più stimoli, a non essere più creativi. Sei stato sconfitto, fuori dai piedi: perchè se ricominci, potresti fare altri danni. E una si perdona ma due no. Se poi ci vogliamo mettere una valenza politica al tutto, questa rete di solidarietà è un buon serbatoio di voti (sempre che si voti). Aggiungo ,per coerenza, che solo la chiesa cattolica, attraverso la caritas, dà una mano (del genere che ho descritto sopra, anche se non è quella che una persona talvolta cerca e di cui ha bisogno ) a tutti, musulmani (ne ho visti tantissimi) e di altre confessioni. Le altre confessioni e gli atei ,invece non ti danno un beneamato tubo: gli altri non fanno niente. Sul web trovi gente che,per darti i consigli che ho dato a suo tempo nel mio blog io, si fa pagare.Non solo: avevo chiesto , e la cosa vale anche adesso, che chi aveva idee e consigli da dare, gratis ovviamente, si facesse avanti: consigli del genere socio economico, come per esempio comportarsi se ti arriva una multa , come rispondere a un sollecito di una finanziaria, come farsi cancellare un protesto . Il tutto può servire anche se uno si rivolge a un legale, andandoci così con un parere o un’idea in più.Ovviamente nessuno si è fatto avanti. Riepilogo: quando anch’io volevo farla finita, non so perchè non l’ho fatto. Altri che conosco sono stati meno fortunati, forse, perchè malattie subentrate dopo sventure simili o peggiori della mia, li ha consumati e uccisi. C’è un sottigliezza che non è stata scritta , riportata, nell’articolo, ed è la seguente: si prenda in considerazione le persone, messe già fuori gioco da fallimenti, licenziamenti, precariato eccetera e che ,per ragioni psicologiche rimangono fuori gioco, ai margini della società pur non suicidandosi. Essere considerati ormai inutili è l’anticamera della morte fisica.

  • Jor-el

    Posto che secondo me uno ha il diritto di fare quel che vuole, quindi anche di togliersi la vita, quelli di cui stiamo parlando somigliano parecchio a degli omicidi.

  • albsorio

    Sia per chi si suicida, che per chi comanda questa “crisi economica”. Ricordo un articolo, parlava di un imprenditore preso dalla morsa dei debiti, ha portato la sua famiglia in una lussuosa vacanza, quando sono tornati si è suicidato, io non sono uno psicologo e non capisco se questa persona non accettava la sua futura condizione di povertá o cosa, di certo mi spiace per la sua famiglia. Conosco tante persone che prima ti guardavano tronfie grazie al loro danaro e ora che stanno per tornare a una vita da schiavo come i loro operai di un tempo, qualcuno non lo accetta e smette di lottare. Proprio smettere di lottare favorisce chi comanda questa crisi finta.

  • Nauseato

    Non sarei così convinto di quel pur simbolico 1% … La percentuale dei responsabili è molto ma molto più alta. Considerando le moltitudini tuttora corresponsabili.

  • albsorio

    Che lavoro fai e cosa facevi prima di fallire? Io ho 51 sono disoccupato da gennaio 2012, capisco il senso di vuoto e inutilitá, per fortuna ho una figia piccola che da un senso alla mia vita, se si puo trovare qualcosa di buono è il capire quanta falsa amicizia ci circonda. Solo un amico mi ha teso la mano segnalandomi un lavoro in cooperativa che non ha portato a niente. Molti vivono le loro false sicurezze date da un lavoro, tanti di questi hanno una visione distorta di ciò che ci circonda, a volte vorrei che certi stronzi con la loro superioritá condividessero la mia esperinza.