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STRENNA DELL’ ITALIA CHE FU

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

“Viaggiando si può realizzare che le differenze sono andate scomparendo: tutte le città tendono ad assomigliarsi l’una all’altra, i posti hanno mutato le loro forme e ordinamenti. Una polvere senza forma ha potuto invadere i continenti.”
Italo Calvino (1923-1985)

C’era una volta Lurisia.
Chissà come si chiamava veramente Lurisia: nessuno l’ha mai saputo.
Cappello da alpino in testa e una vecchia fisarmonica a tracolla, naso rubizzo, aquilino, Lurisia viveva praticamente sul treno Mondovì – Savona, andata e ritorno: pomeriggi, sere, notti…
Lurisia non era un viaggiatore, Lurisia era l’intrattenitore del treno “accelerato” Mondovì – Savona, il musico, il direttore degli improvvisati cori.
Le canzoni erano sempre le stesse, Lurisia pure – la stanca giacca grigio verde, forse una ex divisa – ma la voce squillava di scompartimento in scompartimento: «Non ti potrò scordaaareeee…piemontesina bellaaaa…» e la gente cantava, insieme a Lurisia, poi gli lasciava qualche spicciolo.

Il disegno è di Giulia Bertani, la minore delle mie figliePrimavere ed Estati, fino alla neve, era sempre su quel treno: talvolta tirava fuori una fiaschetta dal giubbotto e trincava un sorso di grappa, poi ricominciava «Ricordi quelle sereeeee…passate al Valentinoooooo…» E gli operai che tornavano dai turni alle Acciaierie del Tanaro, gli studenti che scendevano dall’Università verso i paesi della Langa, sapevano che – sicuro! – c’era Lurisia ad attenderli.
Così, chi scendeva a Lesegno lasciava il posto nel coro a qualcuno che saliva per scendere a Sale Langhe: tenori, baritoni e bassi improvvisati, mirabilmente diretti da Lurisia.
Poi, un giorno sparì: come tutti, come sempre. Però, quando si sale su quel treno ansimante, che s’aggrappa alle salite e punta i piedi nelle discese, l’anima di Lurisia è ancora là.
Mio figlio, che percorre quella tratta avanti e indietro, dal Conservatorio di Cuneo fin qui, nella Langa, ha ancora incontrato qualcuno che gli ha chiesto se conosceva Lurisia, se sapeva che fine avesse fatto.
Questo ha la tromba, quello la fisarmonica…sono della stessa razza – così ragiona la gente di Langa – e si chiedono perché questo ragazzo, invece di trascorrere il tempo a solfeggiare, non tiri fuori quella benedetta tromba e non dia la carica al treno, così da spronarlo e farlo volteggiare come un gheppio su per le curve della Langa, per fargli ritrovare il brio di un tempo, quando Savona arrivava presto, con Lurisia a scandire il tempo, sicuro nei gesti e negli accompagnamenti, cullato dal tran tran dei binari.

Poi c’era Gilera.
Era matto Gilera? Nessuno l’ha mai saputo. Eppure lavorò un’intera vita, “camallo” al porto di Savona. Eppure era sempre e solo Gilera, per tutti.
Perché Gilera – al secolo Vittorio – era entrato in quella maledetta galleria per Albissola nei giorni che la guerra moriva e le cariche poste dai tedeschi erano scoppiate: Vittorio era stato fortunato, mica come gli altri ragazzini dilaniati, ma era morto lo stesso. Era rinato come Gilera.
Appena sedicenne, già correva con una Gilera di quelle vecchie – “Otto Bulloni”, “Saturno”, “Giubileo”… – poi tutte, fino all’ultima “150” costruita dalla casa di Arcore. Anche Arcore ha generato qualcosa di buono, anche Arcore.
Lo ricordo con quella, l’ultima, mentre volteggiava come sulla cavallina in palestra: saliva coi piedi sulla sella, allargava le braccia sul traballante pavé di via Paleocapa, a Savona, e – miracolosamente – non cadeva mai.
All’apice della goduria – non riuscì mai a digerire che lo storico marchio fosse scomparso – lanciava il suo grido di guerra al mondo «E questaaaa…è una moto Gileraaaa…» Quelli che non erano di Savona e dintorni si voltavano e restavano a bocca aperta, nell’osservare quell’uomo già anziano volteggiare su una vecchia moto come un acrobata da circo. I savonesi non ci facevano caso: «U ghè Gilera» e passavano oltre.

Poi c’era Amoruso. Da Molfetta.
Tutti quelli di Molfetta navigavano. Quasi tutti quelli di Molfetta che navigavano erano timonieri. Buona parte di quelli di Molfetta che erano timonieri avevano fatto la guerra. Marina, ovviamente.
Amoruso l’aveva fatta sulle navi che trasportavano i rifornimenti in Africa, quelle che dovevano scampare alle bombe dei Liberator, alle cannonate della Forza K di Malta ed ai sommergibili ovunque. Amoruso da Molfetta, timoniere come tanti di Molfetta, era l’unico che aveva salvato la pelle dopo esser saltato per ben due volte sulle mine.
Così la guerra finisce e Amoruso continua a fare l’unica cosa che sa fare: timoniere sulle navi che fanno il cabotaggio. Solo che vede mine ovunque.
«Mina a babordo, mina a babordo, mina…mannaggia, santa la Madonna, minaaaaaa…» Di tronco, gavitello, materasso galleggiante…si trattava.
Amoruso, come timoniere, era insuperabile: “sentiva” la corrente passare, dalla pala del timone fino alla ruota, su in plancia. Accarezzava appena la ruota «Correggo due gradi a dritta…c’è corrente…»
L’ufficiale di guardia non diceva mai nulla: se Amoruso diceva di correggere due gradi a dritta, due gradi erano, all’Inferno la lossodromia e l’ortodromica, il radar, il radiofaro e tutti i marchingegni della plancia. Basta che non si metta a veder mine…
Di notte Amoruso pregava, perché non gli lasciavano accendere il faro a prua per scrutare il mare: la guerra è finita da vent’anni, Amoruso! Mine non ce ne stanno più, hai capito? Le hanno dragate, fatte saltare quelli della Marina, hai capito? Non si sente più parlare di una mina da anni!
Eh, signor comandante, non si sa mai: quelle ci stanno, ci stanno ancora…
Basta – anche il comandante aveva gettato la spugna – inutile toccare quel tasto con Amoruso: tempo perso.
Così la pensa anche Leonardo, giovanissimo terzo ufficiale uscito dall’Istituto Nautico di Camogli: famiglia di camuggìn, gente che le ha viste tutte, dall’Artico all’Antartico. Proprio lui, Leonardo, ha ancora avuto l’onore di sentir raccontare proprio dalla voce del comandante Oneto, il secondo dell’Andrea Doria, l’agonia di quel levriero del mare.
Quel giorno, a Leonardo tocca il quarto che finisce a mezzogiorno, quando il comandante salirà in plancia e si ritroveranno tutti gli ufficiali della nave, come da tradizione.
Manca ancora mezzora a mezzodì quando Amoruso sbotta: «Mina a babordo, mina a babordo, mina…mannaggia, santa la Madonna, minaaaaaa…»
Eccola, non poteva mancare la mina della settimana – pensa Leonrado, classe 1947 – erano già cinque giorni che non ne vedeva una…
«Mina a babordo, mina a babordo, mina…mannaggia, santa la Madonna, minaaaaaa…» ripete Amoroso. Leonardo esce senza fretta sull’aletta di plancia – deve farlo, è il regolamento – con calma toglie i tappi al binocolo, lo porta agli occhi, mette a fuoco…
E’ lì, vicinissima, poche braccia a babordo dalla loro rotta: nera, grande, enorme, minacciosa, assassina… – Leonardo non ne aveva mai vista una – e rimane paralizzato. Per un attimo, poi quasi “placca” il telegrafo di macchina «Ferma la macchina, timone tutto a tribordo, ferma la macchina…no, non basta, a costo di rischiare albero e cuscinetti fracassati…macchinaaaaaa, indietro tuttaaaaa, indietro tuttaaaaaa….»
Quel giorno del 1972, fra Livorno e la Meloria, Amoruso da Molfetta probabilmente incocciò nell’ultima mina della Regia Marina ancora in servizio. La nave si salvò, per poche braccia, per miracolo.

Poi c’era Ramon.
Ovvio che Ramon non era italiano. Era argentino. Da dove poteva venire Ramon, se non dal circo? E cosa poteva fare un argentino, in un circo? Cavalli.
E quando il circo chiude? Quando la TV irrompe e si gettano i nasi da clown, i tricicli, le maschere…
I pony no, quelli al macello Ramon non li vuol vedere: no, quei dolci cavallini, che tanti visi di bambini hanno fatto sorridere, non devono finire sul banco di una macelleria.
Allora Ramon trova qualche soldo, raccoglie i risparmi, fa qualche debito e li compra. Il circo ha “rotto le righe” a Savona, e Ramon non ci pensa nemmeno a cambiare città…no, lì va benissimo.
Ci sono dei bambini? C’è un parco? E allora, dov’è il problema?
Affitta per quattro soldi un magazzino sotto le arcate di un ponte ferroviario, ci porta la paglia, il legno per la mangiatoia. Corregge, finimenti, catene, acqua, fieno, coperte…poi, chissà dove, scova un vecchio calesse e lo fa diventare un tiro a quattro, mentre i pony più docili portano la sella per i bambini più avventurosi, quelli che vogliono per un attimo sentirsi cow-boy.
Così per anni, per decenni: tutti i savonesi che hanno meno di 40 anni sono saliti sui cavallini di Ramon: mille lire, sconto per i fratelli e le sorelle al seguito. Per i genitori, negli anni, saltarono fuori anche delle vecchie panche di legno, così le nonne aspettavano sedute, che fanno male i piedi ad aspettare in piedi.
Gli anni passano, ed un giorno – visto che avrei il po
sto per accudirlo – mi salta per la mente di comprare un cavallo: a chi chiedere consiglio? A Ramon, ovvio.
Mi squadra, m’attraversa con lo sguardo, soppesa i miei sentimenti e palpeggia la mia anima traversandomi gli occhi. Poi, parla.
«Cavallo non è facile da tenere, no, non è facile. Sempre devi tenere sott’occhio cavallo: fare giretto la mattina, ma se c’è umido…guarda pelo di cavallo: se vedi come nebbia sul pelo subito asciuga, poi coperta, subito coperta, altrimenti cavallo ha freddo, malato…»
Osservo i pony: non sono né grassi e né magri, nemmeno quelli più anziani, che oramai li porta soltanto per farli vedere e non li lascia montare. Nella piccola stalla c’è un ordine certosino: pare quasi che i fili di paglia, sul pavimento, abbiano scelto da soli il giusto intreccio, l’armonia di un tappeto persiano. Di paglia.
Allora capisco che ci sono delle cose per le quali bisogna nascere, non inventarsi d’essere. Per cortesia rimango ad ascoltarlo, ma dentro di me la decisione è presa: più di un Guzzino, non saprei accudire.
Così m’allontano: i figli sono oramai grandi e non chiedono più d’andare da Ramon, perché altrimenti gli amici li prenderebbero in giro. Ma, se potessero…
Tanti anni dopo ripasso dai giardini sul mare e non ci sono più le panche, sparita la locandina che pareva uno squarcio di pampa, nemmeno l’ombra di Ramon. Se n’è andato anche lui, insieme a Lurisia e la sua fisarmonica, Gilera e la sua moto, Amoruso, le mine, i pony…l’Italia che non c’è più. Che bella che era.

Auguri di Buone Feste a tutti e, in particolar modo, a quelli che credono negli alti principi della nostra Costituzione, nell’empatia fra esseri umani che rispetta le diversità e le scioglie nella positiva socialità e nel comunitarismo.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2009/12/strenna-dallitalia-che-fu.html
2o.12.2009

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

Pubblicato da Davide

  • MATITA

    AUGURI ANCHE A LEI,AUGURI DI BUONA SOPRAVVIVENZA NELL’ANNO CHE STA PER ARRIVARE

  • redme

    …..ricordo anch’io di persone eccentriche che vivevano nei quartieri, nei paesi, con le loro peculiarità inserite nei contesti sociali vivendo di solidarietà della gente…….tutto questo prima che diventassero “emarginati”……

  • ranxerox

    “Piccolo Mondo Antico”(o Mondo Piccolo). Grazie Carlo per il breve viaggio nel tempo, ma attenzione: la nostalgia può portare al rancore. Da qui all’istigazione all’odio il passo è breve, coi tempi che corrono. Okkio
    (vabbè, ormai siamo anziani e non facciam più paura a nessuno…dicono)

  • CarloBertani

    La nostalgia – ranxerox – è un sentimento dolce, non rancoroso. Ci può condurre a cercare cosa ci sia di veramente valido nel nostro vivere, nei nostri rapporti, nel progettare un mondo migliore per i nostri figli. L’odio esiste, ma è altra cosa: non si nutre dalle stesse radici. Ciao e auguri. Carlo Bertani

  • Eli

    “Anche Arcore ha generato qualcosa di buono”. Grande! Sottoscrivo in pieno il tuo augurio, nel quale mi riconosco, e te lo ricambio, anche se non sono cristiana ed il Natale consumistico mi ha intristito dall’età di quattordici anni in poi. Ti auguro un Luminoso, caldo Solstizio.

  • ranxerox

    Sinceramente ricambio. Stefano

  • Tonguessy

    Se mi ci metto potrei parlare di Cipoli, contro di lui l’etilometro avrebbe avuto vittoria scontata. Quando ci avvicinava, pronunciava le immancabili “psicologicamente e insignificatamente parlando….” cui seguiva una inenarrabile logorrea. Strabico, con gli occhi che non si capiva come stessero ancora nelle orbite tanto erano in fuori. Fumatore accanito aveva spesso difficoltà ad accendersi la sigaretta con il mozzicone della vecchia per via dell’equilibrio sempre troppo instabile e della vista sempre troppo offuscata. Un bel giorno Cipoli si ammazzò, si buttò dal balcone di casa sua e sfondò completamente una macchina parcheggiata lì sotto casa sua, causando le maledizioni del proprietario.

    E ce ne sarebbero molti altri da ricordare. Ma preferisco ricordare che quando ero adolescente in estate ci si tuffava nel fiume. Impensabile farlo adesso. Si potevano pescare i pesciolini di fiume, deliziosi fritti. E si poteva farlo per tutto il giorno senza dovere subire la maledizione delle zanzare tigre, regalo della gloalizzazione grazie alla quale anche quei pesciolini sono spariti.
    In mare si vedevano i cavallucci marini. C’erano davvero. E c’erano granchi e pesci di ogni tipo, per non parlare delle conchiglie.
    Adesso ai miei figli posso solo mostrare le foto di quello che quarant’anni fa si poteva vedere ancora.
    Quarant’anni fa c’era ancora il campetto. Spazio autogestito.
    http://groups.google.it/group/approfondimenti/browse_thread/thread/fd5ab697452cd1a5?hl=it#

    Tanti auguri anche a te Carlo, possa tu continuare a scaldarci il cuore ancora per molto tempo

  • CarloBertani

    Ricambio volentieri gli auguri di lunga vita ed un link ad una altro campetto http://www.carlobertani.it/vice.htm Ciao. Carlo Bertani

  • vic

    Superimbacuccati in indumenti groenlandesi, in piedi sulla slitta e seminitirizziti interloquiamo col cane capo traino.

    V: Ehy tu, sei sicuro della strada?
    Cane CT (annuisce): Bau bau.
    V: Ti ho detto “Andiamo alla grotta”.
    Cane CT (occhi interrogativi): ?
    V: Ah, non sai piu’ dov’e’! Hai fatto confusione vero? (gli getto un biscotto)
    Cane CT: (mangia soddisfatto il biscotto)
    V: L’ho capito, sai! Tu stai andando da Babbo Natale verso il Polo Nord. Brrrrr.
    Cane CT (deglutisce, annuisce): Bau!
    V: Ma la grotta di Betlemme non sta al Polo Nord!
    Cane CT (ulula, poi abbaia ai suoi): (partono in tromba, grande curva, si fermano)
    V: Bene, andiamo verso sud, sara’ lungo il viaggio. Mi sa che suderemo parecchio, a sud.
    tutti i cani: (ululano al cielo)
    V (sto contemplando una cartina su pergamena di pecora Giordana): Uhm, uhm, cominciamo ad incamminarci verso sud-est, poi decideremo. Nazareth o Betlemme?
    Cane CT (indica una stella): Bauuuuu.
    V: Capito, seguiremo quella stella li’. Yuppi, via, corriamo.

    Tanti auguri di Buon Natale e Capodanno a tutti quanti:
    donne, donzelle, uomini, ometti, fanciulli e fanciulle, nani e giganti, animali e vegetali, purche’ respirino ed espirino come si deve,

    Auguri di continuare a contare, leggere, scrivere e pensare in italiano, buono od astruso che sia.

    Auguri a quelli che nascono, buon ueee ueee, non mollate mai; e tanti auguri all’intrepida mammina, che vi scodella con sto freddo boia.

  • Tonguessy

    Un’altro bel racconto. Che conosco ma non ho mai condiviso appieno. Penso avrò giocato qualche decina di partite di pallone in vita mia. Non l’ho mai capito quello sport. Un bailamme di regole fisiche, un turbinio frenetico di scarpe scalcianti e di calciatori attaccati. Adesso, a distanza di così tanti anni e grazie al bombardamento televisivo, comincio a capirci qualcosa. Non molto, ma quanto basta per capire come deve essere giocato.
    Il quartiere dove sono nato è (era) storicamente comunista. Non si andava in chiesa, non si frequentava la parrocchia. Nessun “vice”. Ma il campetto era lì. Stessa storia senza la pennellata ecclesiastica. Con me ragazzino che più che giocare osservavo. Senza capirci molto.

  • mazzi

    Si, hai ragione, l’Italia una volta era bella. Anch’io mi ricordo ch’era bella. Un giorno mi sono chiesto se avrei preferito nascere in un altro paese. C’ho pensato su un po’ e ho deciso che se ero nato in Italia e’ perche’ non c’era un paese migliore. —– Poi tutto e’ cambiato di colpo, ma proprio di colpo…. sara’ stato un virus.——————–

    Auguri Bertani e grazie per aver condiviso i tuoi ricordi. Mazzi