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STORIA DI LUCIDATORI DI SEDIE

DI CARLO BERTANI

“Noi siam vissuti come abbiam potuto, negli anni oscuri senza libertà…”
I Gufi, Non maledire questo nostro tempo, dall’album: Il cabaret dei Gufi, volume 2.

Mentre tutti hanno preso posto sui migliori palchi, per osservare come andrà a finire l’ennesimo scontro fra galletti: politica-magistratura, Mastella-Di Pietro, Prodi-Berlusconi, ecc…la doccia fredda giunge dall’ISTAT e dall’EURISPES, che fotografano ancora una volta il malessere italiano sul fronte dei prezzi, delle retribuzioni e della fiducia nelle istituzioni. Sconfortante.
Dopo decenni di “crescita” economica, scopriamo che una consistente parte della società italiana non sa come far fronte ad una spesa imprevista di 600 euro: attenzione, non si tratta del conto di un dentista o di un carrozziere, ma di un semplice intervento d’idraulica nel bagno o di meccanica sull’autovettura!

D’altro canto, a forza di “austerità” salariali, i risultati non possono che essere questi. Se si rinnovano contratti con – poniamo – il 5% d’aumento su base biennale, e poi s’attende un anno ancora per cacciare veramente i soldi, s’ottiene questo risultato: tre anni d’inflazione al tasso ufficiale del 2% (quella reale è circa il doppio) fanno il 6%, che viene compensato con un 5%. Ogni tre anni, il potere d’acquisto decresce dell’1% se consideriamo l’inflazione ufficiale, e del 7% circa se consideriamo quella reale. Altre ricerche, affermano che la perdita del potere d’acquisto è più vicina al valore reale che a quello ufficiale, ma già perdere solo l’1% l’anno significa, in vent’anni, ridurre del 20% (che è una voragine!) la potenzialità di spesa.

Il tentativo di portare a rinnovi triennali dei contratti è un ulteriore passo per impoverire la popolazione: facendo “slittare” i pagamenti reali, giungerebbero a dare i soldi in busta paga dopo quasi quattro anni.
A questo, va aggiunto il terribile salasso delle mille gabelle che tutti i governi impongono per gli Enti Locali, per l’immondizia e tutto il resto. Solo per Regione e Comune, pago 53 euro il mese in busta paga: non mi pare che ci sia da aggiungere altro.

Mario Draghi si unisce al coro che chiede migliori trattamenti salariali, ma al prezzo della solita maggior “produttività”, ovvero: lavora di più, produci di più ed avrai più soldi. Il che, è come dire che le cose rimarranno come sono, perché il problema italiano non è produrre di più, bensì produrre altro e meglio, creare qualcosa che sia appetito dai mercati. Vorrei ricordare che la Germania occupa circa 400.000 persone nella nuova industria energetica, e sono tutti posti a tempo indeterminato e con buone retribuzioni.
Anche le recenti sciagure sul lavoro, disgrazie non sono, ed è inutile stracciarsi le vesti con i soliti pianti da coccodrilli: sono soltanto il frutto di anni di “risparmi” sul fronte della sicurezza; il parallelo aumento dell’orario di lavoro (con la pratica degli straordinari “coatti”), e la costante paura di perdere il posto di lavoro, fanno il resto. Risultato: si muore perché qualcuno ha risparmiato sulla ricarica di una bombola d’Ossigeno, perché un’impalcatura – sempre per risparmiare – viene eretta in fretta e con poca cura, perché si deve “correre” sull’autostrada per consegnare le merci, visto che in Italia navi e ferrovie sono state cacciate nel Limbo.

Nello stesso giorno della sciagura di Porto Marghera, gli operai del comune dove insegno sono giunti trafelati, al termine delle lezioni, per avvisare di spostare immediatamente le auto dal posteggio: complice lo scioglimento della neve, le tegole stavano per precipitare, oltre che sulle auto in sosta, anche sulla testa degli ignari studenti ed insegnanti che uscivano da scuola. Dal bordo del tetto, si notavano (e sono ancora lì, hanno solo transennato la zona) decine di tegole oramai in bilico. Chiesi: «Ma, il tetto, non è stato rifatto due o tre anni fa?» Risposta del dipendente comunale, mentre osservava le tegole in bilico: «Sì, ma le avranno messe insieme con lo sputo.»
Ecco una risposta sintetica e chiara: le cose, vengono “messe insieme” con lo sputo, ossia cacciate lì, tanto che sia, per dire d’averlo fatto. Prendi i soldi e scappa: tanto, per arrivare ad una sentenza definitiva, ci vorranno vent’anni, e a quel tempo avremo già cambiato ragione sociale tre volte.

E’ inutile continuare ad ammantare con il velo delle “emergenze” tutte le cose che non vanno: è “emergenza” la situazione dei rifiuti in Campania, se non piove arriva “l’emergenza” idrica, se piove troppo quella del dissesto idrogeologico. L’Italia è in perenne “emergenza” energetica, meteorologica, per il traffico…
Ora, se m’accorgo che un trave del tetto presenta una pericolosa fessura, che s’ingrandisce a vista d’occhio, non posso, dopo, definire una “emergenza” il crollo del tetto. E’stata incuria: avrei dovuto pensarci prima.
Bisognerebbe allora chiedersi chi dovrebbe “pensarci prima” e, se ci sono così tante “emergenze”, perché non ci pensa. Si fa presto a dirlo: politici ed amministratori non s’interessano più del Paese, ma soltanto della loro sopravvivenza. Già lo sappiamo.
Stupisce che Massimo D’Alema, in un’intervista pubblicata dal Corriere della Sera lo scorso 19 Gennaio, non assegni troppa importanza all’attuale “scontro” fra politica e magistratura, ma a ben altro:

“Io credo, viceversa, che ci sia una crisi della classe dirigente del Paese, un prevalere di particolarismi, a volte un venir meno della misura che è anche un venir meno del senso della responsabilità. Il problema, dunque, mi pare più ampio e profondo.”

Mano male che lo ammette – e bisogna almeno riconoscergli l’onestà di dirlo a chiare lettere – ma il Massimino nazionale si dimentica che lui stesso fa parte di quella classe dirigente, e sa benissimo quali furono, in anni lontani, i “parametri” che condussero alla selezione dell’attuale classe dirigente.
Tutta l’attuale classe dirigente è “figlia” degli accordi di Yalta, almeno fino agli attuali cinquantenni. Qual era il parametro essenziale? Fedeltà, fedeltà e poi ancora fedeltà. Capacità? Innovazione? Senso critico? No: fedeltà alla bandiera e basta.
Le “bandiere”, ovviamente, erano quasi solamente due: quella rossa e lo scudo crociato.

Dalla parte “rossa” si cercavano nuove leve soprattutto nel sindacato, ma la pratica del nepotismo era forse ancor più seguita: c’è una foto, oggi quasi ironica, che ritrae Giuliano Ferrara e il fratello in fila di fronte al mausoleo di Lenin, nell’attesa di porgere omaggio al padre del socialismo sovietico. Lo crediamo bene: il padre dei due rampolli era il direttore dell’Unità e il buon Giuliano – oggi transitato su altre sponde – negli anni ’70 era diventato – solo per censo – segretario del PCI a Torino. Se non basta ancora, scorriamo l’elenco dei giornalisti di RAI3: troppi nomi parlano chiaro.
Quelli che, invece, non avevano “santi in Paradiso” ma mostravano delle doti, erano immediatamente inviati alla scuola di partito (se ben ricordo…) ad Ariccia: tornavano dopo alcuni anni in giacca e cravatta, valigetta ventiquattrore, ad occupare una poltrona in una delle tante federazioni. I loro compiti? Tradurre in pratica il “verbo” che giungeva da Roma, che a sua volta era coniato – nei termini essenziali – dal PCUS di Mosca.
A sua volta, Mosca non desiderava chissà quali rivolgimenti nell’italico stivale: se qualcuno ha dei dubbi, ricordiamo la (implicita) risposta di Stalin ai comunisti greci dopo la “rivoluzione” del dopoguerra: “Statevene buoni buonini, perché voi siete stati assegnati al campo occidentale. Non sia mai che, a causa vostra, ci tocchi ridiscutere la posizione della Germania Est o della Polonia.”
C’erano sì dei “territori di caccia”, ma erano perlopiù in Africa e nel Terzo Mondo: il Cile – da un lato – fu una sorta di “scheggia impazzita”, così come lo fu sull’altro versante la Jugoslavia (mai entrata nel Patto di Varsavia), che finì per pagarlo a caro prezzo.
Ben si addice, quindi, la definizione del PCI che dà Costanzo Preve, ossia il “bestione metaforico”. “Bestione” perché grande apparato, e “metaforico” perché completamente avulso dai valori che propagandava. Il compito del PCI – di là delle roboanti affermazioni – era quello di mantenere lo status quo.
Mantenere lo status quo significa premiare l’immobilismo, cassare qualsiasi critica o nuovo progetto: non a caso, D’Alema (con Mussi & compagnia cantante) fu uno degli “estensori” della “bolla di scomunica” per gli eretici del Manifesto.

Se, dalle parti delle bandiere rosse regnava una soporifera gagliardia, sul versante delle bandiere bianche l’identico placido ardore era santificato sugli altari.
Cambiare?!? E cosa? Il pericolo del comunismo con le zanne ed i forconi è dietro l’angolo – miei diletti – e noi dobbiamo usare tutto ciò che abbiamo a disposizione per impedirlo. Ovviamente, il fine giustifica i mezzi, e se il fine è sconfiggere l’armata dei “senza Dio”, ci giunge dall’Empireo stesso il lasciapassare per qualsiasi iniziativa. Anche quelle che la mano destra non dovrà mai conoscere, da Piazza Fontana in poi.
Ovviamente, “L’Empireo”, era quasi sempre l’ufficio del Segretario di Stato USA.
In questo stano”balletto” degli ignavi si sono formati personaggi come Casini, Mastella, Buttiglione…e la compagnia è vasta.
Oggi, grazie all’embrassons nous del Partito Democratico, alcuni ex rappresentanti di Mosca potranno gloriarsi d’esser nati (si fa per dire…) sulle barricate e di morire nelle sacrestie. Allo stesso modo, gli ex spazzini di sacrestie potranno concludere d’aver portato a termine il loro compito: Peppone e Don Camillo – dal Paradiso degli Jedi – osservano, plaudono e si commuovono.
Noi, intanto, andiamo in malora.
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Negli stessi anni, il Partito Socialista cercava più spazio e potere: Bettino Craxi fu senz’altro un abile politico, spregiudicato, ma bravo. Dall’altra, c’era il “mondo imprigionato” del Movimento Sociale, con le sue revanche e le sue nostalgie.
Come cercavano – le forze politiche minori – di creare una classe dirigente? Presto detto.
Fui chiamato con una scusa – primi anni ’70 – a casa di un dirigente locale socialista: formalmente, avremmo dovuto organizzare un evento musicale. La proposta giunse presto, senza nemmeno visionare spartiti od altro: «Ti “prendi in mano” la Federazione Giovanile Socialista: in cambio, il “posto fisso” in Comune.» Rifiutai, e quello che accettò fece tutta la trafila, “gabbia” compresa per “Mani Pulite”.
Alcuni amici, dopo tanti anni, mi raccontarono – invece – cosa avveniva durante le riunioni della “Giovane Italia”, il movimento giovanile missino. Sotto il tavolo, mi dissero, erano piantati i classici pugnaletti da Ardito e un ex militare di Salò li magnificava del “tradimento” italiano e della grandezza del Duce. Per fortuna nessuno si fece male con quei coltelli.

Chi invece si fece tanto, troppo male fu la generazione che si sfidò nelle piazze italiane al grido di “Morte ai fascisti!” e “Onore ai camerati uccisi!”. Mentre la schiera degli apparatcik bianchi, rossi e rosa lustrava le sedie, nell’attesa d’occupare le poltrone, una parte importante dei giovani italiani – che erano sì più idealisti, ma in realtà ideologizzati e finiti nel cul de sac di recitare una parte che non era la loro – si scannavano senza remore. Perfettamente coerenti ai desiderata del potere, schiere di “rossi” e di “neri” – invece di criticare l’immobilismo delle classi al potere – furono usati per mostrare che gli ideali sono pericolosi veicoli di violenza e non generano altro che sangue. Tutti gli ideali: allora, meglio continuare a lustrar sedie ed a bramare poltrone. Una volta giunti nella “sala dei bottoni” – senz’altro qualcuno avrà pensato – cambieremo le cose che non vanno. Non avevano sondato abbastanza le loro menti.

La caratteristica vincente della mente umana è la sua permeabilità, la capacità d’assorbire ed elaborare messaggi – siano essi una battuta od anni di studio – per metabolizzarli e fruirli in un processo evolutivo. Questa è la storia della civiltà.
In un siffatto panorama, quali input giungevano?
Da un lato il rassicurante immobilismo degli apparati di potere, dall’altro la rappresentazione “sul campo” del fallimento ideologico, oramai ridotto ad una sorta di guerra di clan.
Qualcuno tentò una “terza via”, cercò di compiere il proprio dovere d’eletto nelle amministrazioni favorendo l’innovazione ed il buon senso, ma entrò immediatamente in contrasto con la gran maggioranza dei “lucidatori di sedie”, i quali – vigorosamente appoggiati dalle oligarchie di regime – ebbero la meglio e li isolarono. La vicenda del “Manifesto” (ma anche nelle ACLI tanti non se la “passarono” molto bene…) fu esemplare.

Venne la cosiddetta “Seconda Repubblica” e giunsero nuove aggregazioni politiche. Dove trassero le classi dirigenti?
Il deficit più evidente è in Forza Italia: un partito creato dalla sera alla mattina, cacciando nelle liste personaggi televisivi, avvocati di “casa” Mediaset, transfughi d’ogni lido…per giungere oggi ad una ragazzina dai capelli rossi spacciata come nuova “mente” del movimento di Silvio Berlusconi. Personaggi come Bondi sarebbero ottimi: per girare il prossimo “Vacanze di Natale” con il quasi omonimo Boldi. Sarebbero una coppia vincente dell’avanspettacolo. Classe dirigente? Ma non facciamo ridere…
L’altra novità è la Lega, ma pochi ricordano chi fu il vero fondatore della Lega Nord, il deus ex machina che manovrava dietro le quinte: il sen. Miglio. Vicinissimo agli ambienti della Bundesbank, l’astuto senatore “lavorava” per staccare il Nord dal resto d’Italia ed aggregarlo all’Europa “a due velocità” sognata a Berlino: identico “lavoro” portato avanti dal ministro degli Esteri tedesco Kinkel nei Balcani.
Nel momento stesso che quel progetto svanì, sfumarono completamente le speranze della Lega Nord di una separazione dal resto del Paese: qualcuno, in quegli anni, avvertì pesantemente che “l’esercito italiano è composto in larga parte da meridionali”.
Per questa ragione, la Lega Nord (oramai residuo politico di un’iniziativa fallita almeno dieci anni fa) “tira avanti” illudendo i suoi seguaci di una separazione che – gli stessi dirigenti – sanno impossibile. In un certo senso, una nuova “bestiolina” metaforica. Sulla classe dirigente della Lega, poi, meglio stendere pietosi veli: Borghezio e le provocazioni sui treni, Calderoli e le sue “porcate”…mamma mia…
Non parliamo poi dei cosiddetti “partitini”: Di Pietro che raduna senatori i quali, appena eletti, passano all’opposto schieramento, oppure che – come Franca Rame – in un anelito di onestà intellettuale si dimettono.
E, attenzione, Franca Rame ha presentato le dimissioni citando Sciascia: un altro “grande” dell’arte italiana chiamato sui seggi parlamentari, che se ne andò dopo aver verificato la completa inutilità di rimanere a scaldare una sedia.
Su Mastella è inutile infierire: non si spara sul pianista. Insieme a Dini, fonderà il nuovo PCCI, Partito Consorti Condannate e Inquisite.
Si termina con coloro che vorrebbero portarsi a casa la salma di Lenin, e con un’accozzaglia di zapatisti perduti nella nebbia europea, che – sognando il Chiapas – votano leggi antipopolari: un panorama desolante.

Ecco com’è stata selezionata e si è affermata quella classe dirigente, della quale D’Alema lamenta i “deficit” in termini di capacità progettuali: riflettendoci un poco, Massimo non avrebbe certo bisogno di queste righe.
Dall’estrema destra all’estrema sinistra, scorgiamo soltanto personaggi che vivono il proprio tempo filtrandolo attraverso le lenti del loro passato. E basta.
Da Storace che se ne va – riproponendo, in qualche modo, i valori del Fascismo “movimentista” di Pavolini e Farinacci – a Fini, che invece cavalca la tigre che fu del Fascismo istituzionale e di regime, quello di Gentile e dei due Ciano. Si passa quindi ad un corpo vuoto, privo d’elaborazione politica, buono solo a riproporre minestre riscaldate di un’Italia che non esiste più, che trae sostentamento dall’acclamare un vendeur de soupe (venditore di minestre), come Chirac (uomo di destra!) definì Berlusconi. Il “grande centro” altro non è che il rinvangare i tempi nei quali i problemi politici si risolvevano nell’anticamera dei vescovi. Ah, il Todo Modo di Sciascia!
Infine, la variegata sinistra che piange/rimpiange il fallimento dell’URSS (senza averci capito nulla), oppure i “bei tempi” di Bettino Craxi, per concludere con i burattinai del marxismo che si credono comunisti.
In ciascuno di questi scenari, pur differenti, scorgiamo l’incapacità d’elaborare il lutto per un passato che è oramai Storia, di staccarsi dall’abitudine consolidata di lucidare, oggi, le sedie d’altri, per sperare d’occuparle domani. Null’altro.

Il dramma – se qualcuno ritiene d’essere alla fine o nel mezzo del guado – è che siamo appena all’inizio e non possiamo certo tornare indietro. Ciò che attende l’Italia è una deriva di tipo argentino, con l’aggravio di non essere cementata, come lo è il paese sudamericano, da forti legami nazionali.
Durante il precipitare della crisi economica argentina, pochi anni or sono, nei parchi di Buenos Aires alcuni psicologi radunavano la gente intorno alle panchine e cercavano d’intessere, gratis, una psicoterapia di gruppo per aiutare le persone a superare i momenti più tragici. Dubito molto che – operando un paragone con l’Italia, in simili condizioni – i “luminari” della Psicologia, che ci dilettano dalle bianche poltrone televisive, farebbero altrettanto. Manca un valore essenziale: il concetto di empatia collettiva. Qualcuno potrà dipingerlo con il termine “Patria”, altri “Collettività”, altri ancora “Socialità”, ma non sono certo le parole a mancare. E’ il comune “sentire”. Purtroppo, come ebbe a dire il CENSIS, è terribile ma vero: siamo “poltiglia sociale”.

Massimo D’Alema, di fronte a questo sfacelo, non fa che proporre come salvamento la nuova legge elettorale, le riforme istituzionali…e tutta la manfrina che ben conosciamo. Se raccontasse come stanno veramente le cose, per prima cosa negherebbe se stesso: possiamo comprendere.
Il vero rimedio sarebbe ovvio: selezioniamo una nuova classe dirigente più attenta alle vere esigenze della società italiana, strutturiamola in nuove aggregazioni politiche, presentiamoci al voto ed osserviamo come va a finire.
Per prima cosa, dobbiamo ricordare che fare politica costa. Non certo il fiume di soldi che ingoiano i nullafacenti che ingombrano le aule parlamentari, ma costa lo stesso.
Ne sanno qualcosa le Liste Civiche che – per un modesto incontro a Piazza Farnese di qualche mese fa – si sono trovate a dover affrontare, per le sole spese d’organizzazione dell’evento (i partecipanti viaggiavano a loro spese), l’esborso di decine di migliaia di euro, che tuttora stanno cercando.
La voragine finanziaria, creata dalla Casta per “lubrificare” i suoi apparati, non è solo amoralità politica, è anche lo strumento per attrarre tutte le risorse sugli apparati consolidati ed impedire ad altri di presentarsi all’attenzione dei cittadini. I “filtri”, abilmente orchestrati dalle reti televisive – non a caso sono zeppe di parenti ed amici – fanno poi il resto.

C’è, però, una smagliatura che da tempo sottolineo: il Web. Sanno benissimo del pericolo incombente, e ne hanno dato prova con il tentato “golpe” del Decreto Levi: non crediate che non leggano i principali blog, i siti di controinformazione, ecc. Li leggono, eccome, ci sono appositi apparatcik che tengono d’occhio “come vanno le cose” sul Web. Tentano a loro volta di creare siti e blog, ma nessuno dà loro retta: l’ultimo che ha chiuso è quello di Rutelli.
Appena, però, metti il naso fuori da Internet, sei assalito da costi improponibili. Talvolta mi chiedono di presenziare a convegni ed incontri, e sono quasi sempre obbligato a rifiutare: costa troppo.
Se l’aggregazione nel mondo reale ci è preclusa, i costi del Web sono irrisori: con poche decine di euro l’anno, si ha a disposizione un sito. I blog sono addirittura gratis.
Sia chiaro che non sto proponendo soluzioni salvifiche – secondo me, dovremo scendere ancora più in basso prima che qualcuno inizi a levare la testa – però un’aggregazione che partisse dal Web sarebbe già oggi possibile.
Qualcuno potrebbe obiettare che il blog di Grillo va già in questa direzione: poco probabile, perché – per com’è strutturato – è più un confessionale per rabbie e dolori collettivi che struttura d’elaborazione politica. D’altro canto, Grillo ha sempre affermato di non voler scendere in politica.
Ci sono, a questo proposito, parecchie opinioni: chi sostiene che Grillo sia in realtà controllato da poteri esterni, chi pensa ne faccia parte, e chi invece lo ritiene un semplice Masaniello elettronico. La cosa, m’interessa quanto conoscere le previsioni meteorologiche della Siberia Centrale per domani.
Quello che veramente conta è il processo che è stato messo in moto, che non potrà concludersi in altro modo che con la totale delegittimazione dell’attuale classe politica: la fiducia nella classe dirigente è in picchiata, e tutti gli studi lo mostrano. Potranno cercare di venderci riforme elettorali ed altra paccottiglia a iosa: sempre più italiani risultano oramai “vaccinati” contro questo virus, la politica/spettacolo/spazzatura sbattuta a fior di dobloni su tutte le reti. Sempre più amici mi raccontano che il televisore rimane perlopiù spento.
Quando saremo oramai alla frutta – non ci siamo ancora, credetemi – può darsi che qualcosa nascerà: sarebbe meglio prima, ma vedo ancora troppi indecisi, troppe persone pronte a saltare sul carro di chi promette paradisi per domattina. Sono ancora troppe le menti doloranti, che alla sola parola “politica” storcono il naso, come se si trattasse dell’AIDS. Il che, per cos’è oggi la politica, regge il paragone, ma è altrettanto vero che quell’AIDS ci minaccia ogni giorno che passa sulle buste paga, sulle tasse, sulla sicurezza, nella sanità, nei trasporti, nell’energia, ecc.

Cosa potrebbe fare, per raddrizzare la baracca, una nuova forza politica?
Per prima cosa riportare la sovranità monetaria allo Stato: è ora di finirla di raccontare che dobbiamo fare sacrifici per estinguere un debito pubblico inestinguibile. Iniziamo a dire che è ora di concludere l’insano rapporto che ci vede pagare la carta dei banchieri con il nostro lavoro.
Sarebbe l’unica riforma che consentirebbe all’Italia d’avere un welfare veramente europeo, non la paccottiglia caritatevole che cercano di spacciarci.

Ugualmente, dovrebbe riportare la sovranità energetica allo Stato – perché, fra i tanti ministeri inutili, non esiste un dicastero per il più pressante problema nazionale? – poiché se lo Stato non la esercita, altri la esercitano in sua vece. Dal grattacielo dell’ENI, all’EUR. Poi, non sarebbe così difficile sottrarci all’abbraccio mortale dei petrolieri.
Tutta la questione, ruota intorno ai 46 miliardi di euro che paghiamo ogni anno per l’energia: ogni KW sottratto a quelle fonti – avendo l’Italia come unica risorsa le energie naturali – sarebbero centesimi che rimarrebbero nelle tasche dei cittadini.
Non ci sono problemi di natura tecnica – questo è bene metterselo in testa, tutti lo sanno, dalle migliori università ai governi – ma solo di natura politica. I grandi apparati (siano essi termoelettrici o nucleari) sono soltanto coerenti con la necessità di controllare pochi centri di produzione, così da essere – allo stesso tempo – strumenti per nutrire il sottobosco politico e fonti di sostentamento per gli apparati. Dove ci sono ciclopiche colate di cemento ed acciaio, i numeri sono grandi. Anche le piccole percentuali.

Infine, dovrebbe ridisegnare la struttura dello Stato: non esiste nazione che abbia sei (dico sei!) livelli decisionali: Stato, Regioni, Province, Comuni, Circoscrizioni e Comunità Montane.
I modelli sono essenzialmente due: quello prevalentemente federale (Stato, Regione, Comune) come in Germania, e quello di matrice napoleonica (Stato, Provincia, Comune.) E basta.
Personalmente, sarei per il primo, con la precauzione d’aggregare i Comuni sotto una certa soglia (7-10.000 abitanti), così da rendere più snello l’apparato.
La necessità di tanti livelli decisionali si giustifica soltanto con l’esigenza d’avere ampie aree di parcheggio per i politici “trombati”: le amministrazioni locali sono soltanto la palestra e la “panchina” della prima squadra, null’altro.
Sopprimere i piccoli comuni non significherebbe lasciare i cittadini senza uno sportello per l’anagrafe o un cantoniere, giacché queste strutture potrebbero tranquillamente rimanere. Ciò che andrebbe enormemente ridotto è l’apparato amministrativo dei livelli superiori, che con gli attuali mezzi informatici potrebbe essere drasticamente ridotto.
Tutto ciò non significa gettare in strada chi oggi lavora nelle amministrazioni pubbliche, bensì re-distribuire le competenze ed ottenere sensibili risparmi a fronte di migliori risultati: le nazioni più solide, hanno apparati pubblici efficienti. Un cantoniere, solo, può fare ben poco: una squadra di cantonieri, coordinati da un ufficio tecnico e dotata d’attrezzature idonee, può operare con successo invece d’appaltare i lavori all’esterno. Ma, sugli appalti esterni, sappiamo che si regge l’apparato politico del malaffare.
Il “piatto forte”, però, sarebbe la dismissione di circa la metà delle amministrazioni comunali (5.000 consigli!), 110 consigli provinciali, delle comunità montane e delle circoscrizioni. Quanto si risparmierebbe? Difficile fornire cifre esatte, ma siamo nell’ordine di parecchi miliardi di euro l’anno. Tutti soldi che servono soltanto a garantire l’apparato dei partiti che formano la Casta.

Con il ritorno della Banca d’Italia allo Stato, la parallela creazione di una nuova industria energetica (più i trasporti) e una riforma delle amministrazioni locali cosi fatta, l’Italia potrebbe guardare al domani con ottimismo e fiducia. Forse, inizieremmo a non essere più “poltiglia sociale”, perché gli occhi tristi della gente – che cerca solo, nei discount, il prezzo più basso – raccontano questo. Il Presidente Pertini, affermò che “la democrazia inizia con la pancia piena”. Non scordiamolo.
Quando avverrà? Per ora, la società italiana è suddivisa in tre segmenti, quasi equipollenti: chi non ha problemi finanziari, chi ne ha di pressanti e chi sta nel mezzo. A quella parte mediana dovremo porre attenzione, perché il suo precipitare sempre più in basso sarà l’ago della bilancia che non consentirà più alchimie politiche. Un tempo, il processo era chiamato “proletarizzazione dei ceti medi”: chiamatelo come desiderate, significa soltanto che, chi povero non era, inizierà a contare i soldi prima di mettere piede in un negozio.
In quel momento, si potrà pensare di proporre queste riforme, dove nessuno ci perderebbe niente: ci sarebbero solo tanti, pessimi politici a spasso. Dei quali, non sentiremmo minimamente la mancanza: possiamo comprendere il lutto, non l’alibi di chi lo fomenta per miseri scopi di bottega.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/storia-di-lucidatori-di-sedie.html
22.01.08

Pubblicato da Davide

  • lupomartino

    Salve Bertani, lei è sempre lucido nelle analisi…
    Provo a divinare il futuro sulla base di quel che lei ha scitto:
    1) La situazione economica mondiale s’aggrava. I paesi forti dell’area euro decidono di correre a due velocità , lasciando dietro i più lenti. L’Italia si spacca tra chi guarda alla Germania(Veneto e altri pezzi del nord), chi guarda alla Francia (Piemonte, Val d’Aosta, che già dipendono dalla FRancia per l’energia). In mezzo, indecisi su chi vince, tutti gli altri.
    2) La casta decide di sacrificare qualcuno (hanno metodi oliati, alla Craxi per intenderci), e in nome della patria ci bastona.. Forse non tutti sanno che abbiamo leggi sull’ordine pubblico se attuate nel concreto, portano a condanne all’ergastolo anche solo per aver aperto bocca.
    3) Non tutti sono d’accordo (soprattutto i nuovi poveri), e allora l’alternativa è una Argentina in piccolo, chirurgica, o una Jugoslavia soffice.. Non dimentichiamo che qui abbiamo il Papato, che ha tanti difetti, ma non ama le fosse comuni…
    4) L’Italia affogata di debiti, cede ogni potere ai creditori, che sono d’ovunque nel mondo, ma non in Italia. Comunque parte una stagione di lacrime e sangue… Gli Italiani riprendono la valigia di cartone ed emigrano!
    Che ne pensa, sono troppo pessimista?
    Se trova il tempo, apprezzerei una sua opinione. Il mio indirizzo e-mail è già nel suo computer.

    Gigi Turchi

  • Alexis

    L’analisi economica fatta nelle prime righe è matematicamente impossibile in quanto si impara alle scuole medie che perdere l’1% in 20 anni non equivale a perdere il 20%…basta usare una calcolatrice per capirlo e vederlo. Le percentuali non sono cifre sommabili così a piacimento, caro Carlo Bertani pensavo lo sapesse, l’articolo dimostra il contrario. ECCO COSA SUCCEDE A PERDERE L’1% DA UNA QUOTA BASE 100 IN 20 ANNI:1°-100 2°-99 3°-98,01 4°-97,03 5°-96,06 6°-95,1 7°-94,1484 8°-93,207 9°-92,275 10°-91,35225 11°-90,43872 12°-89,5342 13°-88,639 14°-87,7526 15°-86,8751 16°-86,006 17°-85,1462 18°-84,295 19°-83,4520 20°-82,61753 21°-81,7914. Bertani non hai sbagliato di 1,7914 bensì hai sbagliato percentualmente di(81,7914:100=1,7914:x) ovvero del 2,19%.

  • CarloBertani

    Non trovo l’indirizzo di posta…
    Carlo Bertani

  • CarloBertani

    Siccome la “forbice” dell’inflazione (ufficiale/reale) va dal 2 al 4%, che cosa significa spilluzzicare sulla differenza fra interesse semplice e composto? La teoria degli errori ci ricorda che un errore di un livello inferiore diventa insignificante se l’incertezza riguarda livelli superiori. A me, hanno insegnato anche “Ubi maior, minor cessat”. A meno che Alexis sia felice della situazione economica italiana. Nel qual caso, gioisco per lui.
    Carlo Bertani

  • macosamidicimai

    Sig. Bertani, la sua analisi, se cosi’ la vogliamo chiamare, si riduce in un banalissimo “tutti colpevoli”, quindi nessun colpevole!

    Parlare di PCI senza nominare Berlinguer e il suo insistere sulla “questione morale”, senza nemmeno accennare all’omicidio Moro, reo di voler instaurare un bipolarismo vero 30 anni fa, rende la sua “analisi”, di cui sfugge il “cui prodest”, del tutto poco credibile.

    I suoi elogi, invece, sono tutti per il compare Craxi, “politico abile e bravo”.
    Io non so dove lei si trovasse durante il governo Craxi, ma le posso assicurare che col petrolio a 8 dollari il barile (come fu in quel periodo), diventa un politico capace anche il sottoscritto, e senza rubare.

    Senza poi scomodare gli antenati, qualora abbia realmente voglia di fare un’analisi seria, cerchi di capire perchè il cambio Euro/Lira è diventato 1/1000, invece di 1/2000, durante il governo Berlusconi-Fini-Bossi.

    Come dice? Troppa fatica?
    Eh si, lo so.. un po’ bisogna sforzarsi Sig. Bertani, la verità lo richiederebbe…

    Mi stia bene.

  • Alexis

    Prima di tutto chiariamo che la forbice dell’inflazione è una favola. L’inflazione certificata è quella ufficiale e non c’è alcuna forbice che vada dal 2% al 4%(semplicemente non esiste!!! se esiste voglio vedere le fonti!) in quanto guardando a dati obiettivi e certificati negli ultimi 5 anni il tasso di inflazione è stato compreso da un minimo di 1,5% ad un massimo del 2.8% (I MIEI DATI SONO QUI—> http://www.rivaluta.it/inflazione.htm), quindi non vedo come si possa artificiosamente creare questa fantomatica forbice tra il 2% ed il 4%.
    Senconda cosa, ci tengo a ricordare il fatto che qui stiamo parlando di matematica ed in matematica un errore più piccolo si SOMMA ad un errore più grande e non diventa insignificante. Se poi con la frase “La teoria degli errori ci ricorda che un errore di un livello inferiore diventa insignificante se l’incertezza riguarda livelli superiori” si intendeva dire che l’articolo è basato su assoluta aleatorietà allora per far cadere il valore scientifico dell’articolo stesso c’ha già pensato l’autore.
    Dulcis in fundo…sono contento che Carlo Bertani si vanti di arti divinatorie che riescono ad intuire elementi assolutamente inesistenti nelle menti altrui tuttavia lo sfornatore di articoli avrebbe fatto bene a limitarsi a rispondere alla critica invece che affermare un cosa totalmente falsa (da me mai detta e neanche lontanamente pensata…ci vorrebbe una migliore sintonizzazione forse, no?) quale che io sarei felice della situazione italiana…

  • sultano96

    Il Bertani è uno che gode nel parlarsi addosso, sostengo ciò perchè, prima di lei, ho potuto metterlo alla prova dei fatti, ma tra questi ed il dire c’è di mezzo il mare! E non è poco!

  • owanda

    x Alexis

    Ma ci sei o ci fai?

    Senza entrare nel merito delle opinioni espresse da Bertani nell’articolo, ti sembra sensato e logico perdere il tuo tempo (ma soprattutto il nostro!) a cavillare sui decimali di una percentuale quando invece e’ chiaro anche ad un bambino il succo del discorso? Ma non sarebbe meglio utilizzare le tue grandiose qualita’ analitiche per rompere i coglioni ai politici, che di fregnacce ne raccontano di piu’ grosse, apposta, e soprattutto senza succo sottostante??

    Ti faccio notare che la profondita’ del tuo appunto equivale a pretendere di cestinare un libro per un errore di ortografia, indipendentemente dal contenuto.

    Mammamia, se questo e’ il genere di discussione che riesci a portare avanti, diocisalvi!

    x Bertani

    Coraggio, ammetti che su 20 anni si ha il 18.2086% invece del 20%… cosi’ lo liquidi e torna a riposare visto che non e’ riuscito neanche a leggere oltre il terzo paragrafo….

  • CarloBertani

    Non è “troppa fatica”: un articolo non può diventare un libro…non “osanno” Craxi, dico solo che era un abile politico, null’altro. In altre parole, aveva una mente lungimirante: per come poi l’ha usata…
    Il senso dell’articolo era comprendere come si è formata questa classe dirigente, che oggi vediamo allo sfascio. Questo è il vero problema.
    Carlo Bertani

  • macosamidicimai

    Sig. Bertani, i nostri rispettivi punti di vista sull’era Craxi continuano a differire pesantemente.

    Prima di formulare nuovamente espressioni del tipo “mente lungimirante” a proposito del Craxi, a mio avvisto Lei dovrebbe dare un’occhiata (e forse anche piu’ di una) alle statistiche del deficit statale degli anni 1983-1987 (I e II Governo Craxi).
    Si dovrebbe accorgere che sono stati gli anni in cui il defic pubblico italiano ha toccato vette mai piu’ raggiunte.

    In quei 4 anni, infatti, il deficit non è stato mai inferiore al 10%, con un sublime picco del 13% nel 1984.
    (Tanto per fare una comparazione, quest’anno è stato del 2%).

    Non le sfuggirà spero Sig. Bertani, che le difficoltà politiche degli ultimi 15 anni scaturiscono innanzi tutto da gravi difficoltà economiche, dovute all’enorme debito pubblico accumulato, grazie soprattutto al suo “campione” ed ai suoi degni compari del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani).

    Pero’, qualora volessimo cominciare veramente un’analisi seria sull’evoluzione del debito pubblico italiano dovremmo, a mio avviso, cominciare dal 1975.

    Sotto l’incalzare dei risultati elettorali, che vedono il PCI in forte ascesa, il deficit di bilancio italiano balza improvvisamente dal 5% al 10% annuale (e cosi’ resterà, piu’ o meno, fino all’inizio degli anni 90), segno che sono cominciati gli ignobili sprechi clientelari necessari al mantenimento del potere da parte di una determinata classe politica, anche grazie alla costosa spartizione del potere con PCI stesso, a livello di enti locali.

    Senza quell’enorme fardello di debiti non ci sarebbe stata la svalutazione della Lira (1992-1994) e nemmeno, credo, la riunione sul Britannia.

    RB (alias macosamidicimai)

  • Alexis

    Reputando il suo commento tanto insensato quanto pretestuoso mi chiedo sei lei si sia fermato alla 3a riga del mio 1° commento per dare un giudizio.

  • Spock

    Mi permetto di esprimere la mia modesta opinione sull’articolo: mi sembra un’ottima sinfonia contenente però (purtroppo) delle stecche che ne deturpano inesorabilmente il valore complessivo. Sorvolando la faccenda dei calcoli numerici (pur non tralasciando che tale inesattezza offre il fianco a facili polemiche), il fatto più grave è sicuramente l’aver preso le parti di Craxy. L’articolo poteva essere una fredda analisi di una situazione degenerata in senso politico globale ed invece, con quell’asserto, si è andati a spiegare che qualcuno, in mezzo a tanta incompetenza, è stato migliore. Scusate, ma messo giù così sembra proprio un comizio propagandistico. Leggo poi la risposta dell’autore alla giusta critica di macosamidicimai “Non è “troppa fatica”: un articolo non può diventare un libro…non “osanno” Craxi, dico solo che ERA un abile politico, null’altro. In altre parole, aveva una mente lungimirante: per come poi l’ha usata… Il senso dell’articolo era comprendere come si è formata questa classe dirigente, che oggi vediamo allo sfascio. Questo è il vero problema. Carlo Bertani” e poi la confronto con quello che è scritto all’intterno dell’articolo in questione, ovvero “Bettino Craxi FU senz’altro un abile politico, spregiudicato, ma bravo.” e colgo l’insostenibilità della giustificazione data. Sono comunque favorevole alla lettura di un simile articolo che riassume abbastanza bene gli eventi ruzzolanti che ci hanno travolto negli ultimi decenni, ma rifiuto anche solo l’idea che UNO SOLO dei politici che hanno gestito a cavallo degli anni 70/80 sia stato abile, a meno che con questo aggettivo non si voglia identificare la capacità di arraffare a più non posso (soldi, posti nevralgici, potere, etc) a favore dei propri amichetti di partito o, meglio ancora, per se stessi. Scusate, ma essere bravi politici vuol veramente dire questo? Se la risposta è si faccio umilmente notare che questo passaggio pro-Craxy stride con il tono di tutto il resto dell’articolo: ha senso polemizzare contro la mala politica se poi si valuta con questo criterio l’operato di un esponente? Francamente credo che nel periodo storico indicato (70/80) chi ha gestito ha preso in mano una situazione migliore di quella di questi anni, fregandosene altamente delle conseguenze che sarebbero arrivate negli anni a seguire. Sono state azzerate tutte le riserve passate, presenti ed anche future, indebitando lo Stato al solo scopo di tappare provvisoriamente la falla senza costruire nulla: emissioni indiscriminate di titoli di stato con tassi “che non si potessero rifiutare”, pensioni baby, filosofie devastanti al solo scopo di mantenere la sedia e mantenere in vita un sistema che già stava dando avvisaglie di prossima insostenibilità, distribuendo l’occupazione non ai competenti ma ai compiacenti. Ci siamo dimenticati la famosa equazione ” se chiedi 1 milione di lire ad una persona questa non pagherà, ma se chiedi mille lire a mille persone queste pagheranno”? E’ questa la buona politica che ci aspettiamo dai nostri governanti? Cioè protezionismo nei confronti degli abbienti e accanimento coi più deboli? (ricordo che 1 milione dell’epoca aveva un certo valore…). Oppure, ancora, l’innalzamento della tassazione partendo dal solo presupposto che servono un certo quantitativo di soldi per quadrare il bilancio ed applicando il noto postulato della “evasione distribuita”: se so che mediamente TUTTI evadono del 50%, io raddoppio la tassazione, ed ho la certezza di incassare il previsto… Così metabolizzo l’evasione e costringo l’onesto ad una semplice scelta: o FALLISCO, o EVADO (voglio vedere, in libero mercato, a gareggiare con chi ha ben altri margini di offerta). Altro che caccia all’evasione o, meglio, costruzione di modelli che la rendano poco attuabile… Ce li siamo dimenticati questi frutti politici? Beh, se questa è abilità, allora lasciamo perdere l’articolo in questione: lo strato politico è composto proprio da questa gente qua! Metabolizziamoli! Solo dico non abbiamo poi la faccia tosta di fregiarci di essere un Paese democratico ed ammettiamolo: abbiamo strutture da terzo mondo basate esclusivamente sul clientelarismo che non costruiscono nulla e continuano a gestire il pre-esistente mentre il resto del mondo va avanti.
    Adesso poi ci sono le emergenze che giustificano ciò che altrimenti non si saprebbe più come motivare…ma sono vere emergenze o l’evidenza della mancanza di un’adeguata gestione? Ai posteri la facile sentenza. L’unico dubbio è che si tratti delle prove generali per valutare come comportarsi in caso di reale emergenza, visto che a breve saremo travolti dallo Tsunami della crisi economica Statunitense di cui se ne è già parlato anche su questo sito e di cui appena appena si sussurra.