Home / ComeDonChisciotte / SPIAZZATI

SPIAZZATI

DI GIANLUCA FREDA
Blogghete!

La manifestazione tenutasi l’altro giorno a Roma in piazza Navona, a cui hanno partecipato Di Pietro, Pancho Pardi, Sabina Guzzanti, Rita Borsellino, Beppe Grillo e migliaia di cittadini onesti provenienti da ogni parte del paese, è andata bene. Benissimo. E’ stato stupefacente vedere quanto consenso e quante presenze sia stata in grado di raccogliere un’adunata tenutasi in pieno luglio e in un giorno infrasettimanale, anziché il canonico venerdì. E’ stata una manifestazione vera e viva. Non come le squallide processioni sindacali e partitiche a cui i capigregge paramentati trascinano di tanto in tanto i loro montoni belanti e tosati. Nel passato, ho partecipato a parecchi di questi defatiganti raduni di pecore. Funzionano così: i capi di un partito o di un sindacato organizzano la kermesse nel giorno che precede immediatamente una festa comandata. Di solito un venerdì o un sabato, nel quale proclamano uno sciopero o un’astensione dalle attività lavorative. La proclamazione dell’evento avviene, di norma, nel corso dell’autunno o della primavera, per evitare la legittima e auspicabile concorrenza di skilift e ombrelloni. Questo per assicurarsi la massima presenza e disponibilità possibile di ovini che, in circostanze normali, avrebbero cose più serie da fare. Dopodiché si passa alla fase della precettazione. Pensionati ridotti alla fame vengono convinti a salire su torpedoni malfermi col miraggio di una gita gratuita e di una sosta in Autogrill retribuita. Rappresentanti sindacali di fabbrichette senz’arte né parte si lasciano buttare giù dal letto alle cinque di mattina nella sincera convinzione di sacrificare a Morfeo il proprio impegno per il trionfo della democrazia. Impiegati e avventori di Acli e circoli ricreativi vengono radunati in massa, sul far dell’alba, dinanzi alla più vicina sede Cgil o alla locale sezione di partito e ammassati su autobus variopinti. “Fate questo in nome della libertà democratica” è il mantra con cui le povere bestie vengono condotte stancamente ad esibire i propri corpi per la gloria del potere. “Portate anche i vostri bambini, ingrosseranno le nostre fila”. Ed orde di neonati carrozzati, di impuberi piagnucolanti, di figli e nipoti di cazzoni in buona fede si trascinano sotto la pioggia o il solleone per le strade della città eterna, lungo un percorso rigidamente programmato e presidiato da truci questurini abbigliati come robocop. Sventolano tante belle bandiere. Ascoltano in muta disperazione, affollati sotto un palco, i deliri retorici dei loro carnefici, che mille volte li hanno venduti e mille ancora li venderanno. Poi la messa finisce e tutti tornano stanchi e vuoti alle loro case, con la terribile sensazione di aver sprecato una meravigliosa occasione per un picnic in montagna o una partita a Risiko.

Questa merda, nel gergo orwelliano dei caprai celebranti, viene chiamata “libertà di manifestazione”.

Martedì scorso, per una volta, non è stato così. Le persone che hanno affollato Piazza Navona lo hanno fatto in pieno luglio, in un martedì lavorativo, senza pressioni né ricatti morali. Lo hanno fatto perché cominciano ad aprire gli occhi e dei caprai e delle loro auto-celebrazioni ammuffite iniziano a non poterne più. Sarà stata anche una manifestazione inutile, come vanno cianciando quelli che sono rimasti a casa, nell’incrollabile convinzione che l’aderenza dei loro culi al divano del soggiorno rappresenti invece un atto di portata rivoluzionaria. Sicuramente è stata una manifestazione bella a vedersi e in grado di scompaginare il quadro politico. Non ho mai visto il culo di un chiacchierone da tinello scompaginare nient’altro che le riviste glamour su cui si era pesantemente assiso.  

Ma il successo più grande è stato l’aver suscitato l’ira dei caprai. I giornali di questi giorni sono tutti una babele di strepiti, accuse, minacce e cacofonici isterismi. “La manifestazione di piazza Navona è stata un regalo a Berlusconi”, bercia con inverosimile faccia di tolla il capo del partito che a Berlusconi ha regalato tutto, ma proprio tutto: impunità, leggi ad personam, bicamerali, tutela delle sue emittenti becere e illegali, indulti, credito politico… gli hanno regalato perfino la propria dignità e quella dei propri elettori, riconoscendolo come interlocutore attendibile e intonando peana alle larghe intese fino all’altroieri. Gli hanno regalato la stessa esistenza politica: Berlusconi non sarebbe mai neanche approdato alla scena istituzionale senza un’opposizione così indignitosa, corrotta, fraudolenta e repellente. Senza il loro marciume, che disgusta i tre quarti degli elettori di questo paese, a fare da contraltare, Berlusconi non sopravviverebbe dieci secondi. “Se ieri avessi deciso di portare il Pd in piazza Navona”, aggiunge con orgoglio il grande stratega, “oggi il partito sarebbe un cumulo di macerie”. Cazzo, per un pelo! Guardatelo ora il PD com’è integro e robusto. Basta dare un’occhiata ai forum su internet, pieni di ex elettori di sinistra che annunciano la richiesta di asilo politico presso IdV, per rendersi conto che il PD è molto peggio che un cumulo di macerie. E’ un mostruoso falansterio fatiscente e pericolante, che i suoi inquilini non si decidono a demolire solo perché non saprebbero dove scappare e che rischia di rovinare da un momento all’altro sulla strada sottostante, travolgendo quel poco di paese che è rimasto in piedi. “O con noi o con Grillo”, sbraita il quattrocchi, come se la scelta, a questo punto, fosse problematica. Forse non si è reso conto di non avere più la forza elettorale né morale di imporre degli aut-aut. Forse non si è accorto di aver creato all’interno dello stesso organismo del suo partito la forza critica che lo sprofonderà negli abissi del nulla.

No, non parlo di Di Pietro, che sta saggiamente meditando di saltare giù al più presto dal treno scassato di una coalizione in corsa verso il baratro. Veltroni, grande genio della realpolitik, medita di sostituire i voti perduti con il distacco dell’ex magistrato con quelli di Casini. Come creda di far digerire una scelta simile ai suoi elettori è un mistero orgiastico che ha una risposta solo nel delirio lisergico del suo inconscio e – forse – nell’idiozia terminale di un branco di ex comunisti allo sbando che hanno deciso di gettare alle ortiche gli ultimi scampoli di dignità. No, non è Di Pietro l’accusatore integrato che il PD si porta in seno. Sono proprio i suoi seguaci – siano essi ciechi o disperati – che lo distruggeranno, facendo a pezzi il corpo che li ospita come un’orda di cellule cancerose incontrollabili.

Per chiarire il concetto, vorrei fare un parallelo con la dissoluzione del fascismo, che in un discorso sul PD capita proprio a fagiolo. Il fascismo, checché ne dicano i sussidiari, non fu sconfitto dagli alleati, né tantomeno dalla Resistenza (che ebbe un valore morale altissimo, ma per altri motivi). Il fascismo collassò su se stesso per la sfiducia, la rabbia e lo sbando degli stessi fascisti, dico quelli duri e puri, quelli che a parole continuavano a ciarlare di fedeltà al partito e di inevitabile vittoria. E’ difficile aver ragione di un nemico quando il nemico è quello che vedi guardandoti allo specchio. Il 5 maggio 1943 Mussolini silurò Galeazzo Ciano dal Ministero degli Esteri, relegandolo presso l’ambasciata vaticana e assumendo personalmente la titolarità del dicastero; allo stesso tempo allontanò Dino Grandi dal governo destinandolo alla presidenza della Camera. Nascevano in seno al duce i primi Arturo Parisi, i primi Furio Colombo. Cioè i furbi, quelli che si accorgono che la baracca sta per crollare, non hanno le palle per uscirne ma iniziano a guardarsi in giro.

Il 24 giugno si tenne a Palazzo Venezia la riunione mensile del Direttorio del PNF. Parlò il segretario, il povero Scorza, con il tipico trionfalismo magniloquente di chi vede l’approssimarsi di una tempesta. Parlò dei numerosi iscritti al partito, che avevano raggiunto la cifra di 4 milioni e 770.000 persone. “Ma le cifre hanno un valore assoluto solo se rappresentano spirito e volontà”, avvertì il poveretto. “E la volontà e lo spirito che animano le forze inquadrate sotto i segni del Littorio si chiamano fedeltà, disciplina, resistenza, vittoria!”. Scorza parlava a una platea la cui fedeltà era rappresentata da Ciano e da Grandi; la cui disciplina, a un mese dall’evaporazione del regime, non è difficile da immaginare; e la cui fiducia nella resistenza e nella vittoria era così forte dopo la disfatta in Africa che lo stesso Mussolini, non sapendo più come giustificare la sua plateale incapacità, si diceva felice che la guerra facesse soffrire il popolo, perché le sofferenze avrebbero rinvigorito il carattere della stirpe italica.

La notte tra il 9 e il 10 luglio le sofferenze rinvigorenti si intensificarono e in Sicilia sbarcarono le prime truppe anglo-americane. “Non teniamo più!”, telegrafò il vigorosissimo sottosegretario agli Esteri Bastianini all’ambasciata italiana di Berlino, supplicando l’ambasciatore Alfieri di chiedere a Ribbentrop l’invio di truppe e aerei tedeschi a rinforzo. Ma Ribbentrop si diede malato. Sono cazzi vostri. Noi abbiamo già i nostri problemi. Il regimetto italiano si sfarinò in conseguenza dello sfarinarsi del grande regime germanico che lo aveva protetto. Oggi, se diamo un’occhiata oltreoceano, possiamo vedere i neocon americani fuggire verso le colline portandosi dietro, ammassata alla rinfusa in un sacchetto del rudo, l’ideologia neoliberista che ne giustificava il potere. Che ne sarà dei servi dei gerarchi (Veltroni in primis) ora che i gerarchi si danno alla macchia? Se la storia ha davvero i suoi corsi e ricorsi, fosse pure a grandi linee, io un’idea inizio ad averla.

Questo sgretolarsi del partito fascista fu dovuto, in primis, all’annacquamento dei suoi valori morali di base. Il PNF era ormai un carrozzone in cui si trovava di tutto: nostalgici della marcia su Roma accanto a notabili cattolici e demoliberali, elementi della sinistra e perfino “posizioni comunistoidi”, come dirà esterrefatto Mussolini al prefetto Dolfin all’atto della fondazione della Repubblica di Salò. “Qualcuno”, si sbigottiva il duce, “ha perfino chiesto l’abolizione, nuda e cruda, del diritto di proprietà!”. Non penso ci sia bisogno di sottolineare i parallelismi con la congerie arlecchinesca di cui è a capo il duce occhialuto. Sottolineo solo una differenza: il capo spirituale del fascismo aveva ancora, almeno lui, un’idea piuttosto precisa di quali fossero i valori che del fascismo avevano fatto la grandezza; si meravigliava e si doleva della deriva morale del suo partito, pur rifiutando di accettarne la responsabilità. Posso dirlo? Rispetto a Veltroni, Mussolini aveva, sul piano morale e intellettivo, almeno due marce in più.  

Il 24 luglio il Gran Consiglio del Fascismo decise di togliere di mezzo il duce. Dino Grandi raccolse il sostegno dei fascisti moderati, come Federzoni, e anche degli esponenti della “sinistra fascista”, come Bottai e Ciano. Ivanoe Bonomi, vecchio antifascista, offrì il proprio appoggio, riunendo intorno a sé il fior fiore del vetero-antifascismo. La mozione di Grandi per la liquidazione di Mussolini passò a larga maggioranza, con 19 voti favorevoli, 7 contrari e un astenuto (Suardo). Il 25 luglio il re convocò Mussolini per un colloquio e vigliaccamente, a sorpresa, lo fece trarre in arresto. Nessuno mosse un dito. Le camice nere rimasero inerti. L’intera struttura del Partito si sgretolò in silenzio, senza che nessuno provasse a opporre la minima resistenza. Nessuno provò nemmeno a organizzare uno straccio di controgolpe: gli uomini che avrebbero potuto guidarlo (Farinacci, Preziosi, Pavolini, Ricci, perfino il figlio maggiore del Duce, Vittorio) si erano già dileguati. Il resto è storia.

Storia che si ripete.

Anche la caduta del fascismo fu preceduta da grandi manifestazioni (gli scioperi del marzo ’43). Scioperi che non furono certo la causa diretta del crollo, ma ne furono il segnale. Volevano dire che la società non accettava più il fascismo e che stava per verificarsi una “saldatura” tra le masse e gli interessi industriali e finanziari che non si sentivano più tutelati. I vecchi sostenitori del regime, abbandonati a se stessi, ne diventavano i carnefici. Accusatori in pectore. Il fascismo, dal canto suo, non seppe rispondere a queste manifestazioni se non con i consueti strumenti, ormai spuntati e ridicoli: la censura, gli arresti, le minacce, le intimidazioni, i “dopo di me il diluvio”.   

Proprio come hanno fatto i politici e i loro organi di informazione verso la manifestazione di piazza Navona: strepiti e minacce, falsità ed anatemi, ingiurie e minimizzazioni (“100.000 persone? Ma nooo, saranno state al massimo 20 o 30mila”; e quand’anche fosse?). Nell’imminenza della sua fine, ogni casta di potere diventa il fantasma di se stessa, un fatalismo imprudente e prepotente si impossessa dei suoi capi e dei suoi lacchè. Nessuno riesce più a distinguere la malattia terminale dal suo sintomo esteriore. Si attaccano Di Pietro, Travaglio e la Guzzanti come se, zittiti loro, la Casta potesse tornare ai bei tempi andati: quelli in cui dava tranquillamente a bere al pubblico che la democrazia è il migliore dei sistemi possibili, l’alternativa politica è il suo vessillo e il presidente della Repubblica è un bravo ed onest’uomo, garante dei nostri diritti. Credono che la fiducia nelle istituzioni, una volta crollata, possa essere sostituita dalla spietatezza repressiva delle istituzioni. Non capiscono che, come diceva Jedel Andreetto, la stessa passività rassegnata che hanno indotto nei cittadini (ridotti a massa decerebrata) rende ormai impossibile terrorizzarli. Non puoi terrorizzare qualcuno i cui riflessi non reagiscono alle sollecitazioni. Soprattutto se quel qualcuno è la tua massa di riferimento, la colonna portante, lo zoccolo duro del tuo apparato di potere. Soprattutto se quel qualcuno sei tu.  

Gianluca Freda

Fonte: http://blogghete.blog.dada.net/
Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2008-07
10.07.08

Pubblicato da Davide

  • Bazu

    Il fatto triste, e doloroso, è che questi onorevoli signori che ci hanno ingannati e truffati per anni, li dovremo mantenere con fior di pensioni mentre loro continueranno a farsi beffa di noi. Ci serva di lezione, se ciò può servire.

  • CarloBertani

    Articolo molto bello. Quasi “necessario”, pur nella sua crudezza che, quasi, agghiaccia. Rimangono due interrogativi: come “sloggerà” il Cavalier dalle mille vite, e chi potrà mai raccogliere l’eredità da brivido che lasceranno. Cercando uno spiraglio d’ottimismo, potremmo affermare che un “ceto” politico in grado di rimettere sui binari lo sgangherato treno italiano esiste, ma come trasformarlo in “classe” politica? Ancora grazie a Freda. Carlo Bertani

  • TitusI

    Complimenti, articolo strepitoso.
    Lucido, chiaro, realista.

    Dopo il fascismo c’e’ stato lo sfacelo (di cui il fascismo e’ stato responsabile), e l’Italia e’ diventato un dominio di potenze straniere, dopo questi individui di mezza statura cosa verra’?

  • linda

    L’urlo del populismo
    di GAD LERNER

    Sabina Guzzanti
    a piazza Navona

    LA pasquinata di martedì pomeriggio in Piazza Navona non basterà a smontare un’idea nefasta ma ricorrente. L’idea che l’Italia di Berlusconi conceda spazio efficace solo a leadership alternative di natura ugualmente antipolitica e populista. A guidare l’opposizione, cioè, nel paese in cui politica e televisione tendono a coincidere, e perfino il gossip diviene strumento di potere, sarebbero predestinati Antonio Di Pietro e Beppe Grillo, Sabina Guzzanti e Marco Travaglio. I coraggiosi, gli unici che le cantano chiare, evasi finalmente dalla gabbia del “politically correct”.

    Delusa ogni speranza di partecipazione democratica alla vita dei partiti, i cui dirigenti ci credono talmente poco da preferire blindarsi in fondazioni tecnocratiche, la passione politica dovrebbe giocoforza trasmutarsi in ghigno furioso per comunicare – orribile metafora, non a caso in voga – con la “pancia” del paese.

    Se il premier è un attempato signore espertissimo in soubrettes e attrici esordienti, non sarà una rivolta di professioniste dello spettacolo lese nella loro dignità a metterlo in difficoltà, ma piuttosto un altro seduttore che dopo aver frequentato pure lui i bagaglini televisivi, da bordo del suo trattore, gli scaraventa addosso la parola magnaccia. Dando la stura a quel che ne seguirà: in fondo, non sono stati forse Berlusconi e Bossi a introdurre la licenza nel linguaggio istituzionale? Perché dovremmo essergli da meno?

    A chi già si era già allontanato dalla militanza, constatata l’impossibilità di incidere sulle decisioni politiche, viene offerto il ruolo di mero consumatore di spettacolo: tra una presentazione di libri, uno show al Palasport e un raduno di piazza, al massimo potrà improvvisarsi fans, o seguace di un raggruppamento dalla leadership insostituibile, bisognosa solo di voti e di un plebiscito ogni tanto.

    Piazza Navona serve così a capire che anche nell’indignazione più che giustificata contro le norme “ad personam”, gli attacchi alla magistratura, i tentativi di ricatto esercitati sul Quirinale, al populismo d’opposizione riesce impossibile manifestare un volto del tutto diverso dal populismo di governo. Perché nel populismo possono fronteggiarsi leadership alternative, ma le matrici culturali non si differenziano: dal maschilismo all’ostilità nei confronti del diverso, dal disprezzo per le istituzioni a una visione caricaturale dei “poteri forti”.

    Prendiamo l’ultimo mostro generato dall’intreccio italiano fra televisione e potere, cioè il luogo fatidico con cui gli oratori di Piazza Navona intrattengono un rapporto di amore-odio. A partire di lì, la cosiddetta pornopolitica ha definitivamente imposto come senso comune una visione oltraggiosa dell’universo femminile diviso in due: le cortigiane pronte a offrirsi come merce; e le consorti mute per analoga convenienza. Non a caso ciò si è verificato nel paese occidentale che detiene i record della rappresentanza politica più maschile e della tv più guardona. C’è da stupirsi se in Piazza Navona gli avversari di Berlusconi hanno riproposto il suo medesimo stereotipo maschilista?

    La corrività si manifesta altrettanto sulle politiche della sicurezza. Come dimenticare che nell’ottobre 2007 fu Beppe Grillo il primo ad aizzare i suoi seguaci contro “l’invasione dei romeni”, sostenendo che in Italia non c’era posto per loro e che meglio avremmo fatto a respingerli con una (impossibile) moratoria? Il distinguo culturale nei confronti delle norme discriminatorie varate dal governo contro gli immigrati e i rom è rimasto così sullo sfondo, impopolare, troppo poco maneggevole per chi preferisce esibire sintonia con i gorgoglii della famigerata “pancia”.

    Ben più redditizio gli è parso additare al popolo l’esistenza di un non meglio precisato partito unico nel quale combinerebbero affari insieme tutte le altre forze parlamentari, con la complicità del Quirinale. Deformazione grottesca del sistema, cui peraltro viene contrapposto un fronte degli onesti che – guarda caso, come sempre nel linguaggio antipolitico – rifugge alle categorie di destra e di sinistra. C’è da scommettere che anche la più recente invenzione del populismo governativo – lotta senza quartiere contro l’odiosa e misteriosa “speculazione” – diventerà presto terreno di contesa fra opposti demagoghi.

    La modesta riedizione 2008 dei girotondi non si prefigge più un ricambio dei dirigenti della sinistra, come sei anni fa. Immagina semmai di costruire, con i girotondini professionalizzati come dirigenti politici, una leadership alternativa a Berlusconi sul suo stesso terreno, per quando Berlusconi non ci sarà più. E’ un disegno velleitario, ma a preoccuparmi è il suo retropensiero implicito. Quasi che l’arretratezza strutturale e culturale del paese imponessero una sorta di adeguamento, o di rassegnazione. Tra il cinico e lo scettico, in troppi hanno smesso di credere alla possibilità di un antidoto democratico, e si stanno convincendo che l’Italia sia in grado di ascoltare solo le voci licenziose o infuriate del populismo.

    (11 luglio 2008)

    ——————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————————

    Questo è l’articolo che rispecchia i tempi che stiamo vivendo…io a P.zza Navona c’ero…come sempre…non c’era molta gente non diciamo fesserie, la gente era poca, tutta intorno alla fontana, moltissimi turisti, polizia, carabinieri, agenti in borghese, il burino Di pietro in preda ad una accitazione e alla speranza di strappare voti ad una sinistra rappresentata da Veltroni che corre a manifestare il suo disgusto per la manifestazione nella TV di Berlusconi a Matrix …(…) una trasmissione sponsorizzata dalla IMMOBILDREAM di Roberto Carlino…che strilla “non vendo sogni ma solide realta'” …ci si potrebbe mettere lui a capo del PD
    al posto di Veltroni…HAHAHAHAHAH…————————————————————————————————————————–
    Un tempo di Pietro mi ha fatto sognare, poi smentendo una sua dichiarazione che mai sarebbe sceso in politica…ci si è buttato e ci sta facendo carriera…
    Antonio Di Pietro dice che non c’è nulla di male nel fatto che nella veste di Presidente (titolare unico) dell’Italia dei Valori abbia preso in affitto due immobili dalla società AN.TO.CRI. di Antonio Di Pietro, socio unico…
    Di Pietro afferma che “è legittimo” che la sua Italia dei Valori utilizzi i propri fondi derivanti dai rimborsi elettorali (la nuova formula del finanziamento pubblico ai partiti) per pagare l’affitto all’AN.TO.CRI. di Antonio Di Pietro, che, attraverso queste entrate sicure può pagare più agevolmente le rate dei mutui con cui ha acquistato gli immobili che resteranno al patrimonio dell’unico socio dell’AN.TO.CRI., ovvero di Antonio Di Pietro.

    Non vi è dubbio che l’Antonio Di Pietro dell’Italia dei Valori sia proprio lo stesso dell’AN.TO.CRI. Alla dichiarazione di Di Pietro sul fatto che l’aspetto economico dell’Italia dei Valori non è stato e non è seguito da lui, bensì dalla tesoriera Silvana Mura, occorre ricordare che nell’AN.TO.CRI. – come risulta dai verbali e bilanci o dalla scheda di Procura che pubblichiamo – risulta evidente il ruolo nell’AN.TO.CRI. (di Antonio Di Pietro) della Silvana Mura, tesoriera dell’Italia dei Valori che versava e versa a quanto risulta dai verbali e dai bilanci l’affitto all’AN.TO.CRI. stessa.

    Se tutto questo “è legittimo”, non sta a noi dirlo, sarà il GIP di Roma, che ha ordinato supplementi di indagine – opponendosi alla proposta di archiviazione del pm -, accertarlo. Fatto è che dal punto di vista etico e morale, soprattutto considerando che Di Pietro si mostra come “moralizzatore”, è quantomeno sospetto e deplorevole che Di Pietro con una mano prenda i finanziamenti pubblici al partito (alias rimborsi elettorali), mentre con l’altra versa i canoni di affitto alla società di sua unica proprietà, e, quindi con l’altra mano ancora si usino queste entrate per pagare i mutui degli immobili dell’AN.TO.CRI., ovvero che sono e saranno di Antonio Di Pietro, il socio unico!
    e in questo link. c’è anche peggio. clicca————————————————————————————————————————-
    Edited by s.galluccio on Feb 23, 2008 10:11 AM

    _____________________________________________________________________________________________________________________-

    quindi diciamo che a salvare la manifestazione è stato Grillo, Travaglio, ma soprattutto Sabina Guzzanti con pane pane e vino al vino…in tempi con una politica da osteria, è giusto cantare stornelli e liberare i freni inibitori…la misura è colma…bello l’artico di Gad Lerner, brava e coraggiosa Sabina.

    Se la Carfagna si è sentita offesa…(…) e ha querelato, esaminiamo i nastri e pubblichiamo l’impubblicabile!
    linda
    http://www.italianiscostumati.com

  • linda

    Bello anche l’articolo di Gianluca Freda, ma purtroppo la gente non era molta, ma non ha importanza, l’effetto c’è stato e la misura è colma, e sono anche contenta che Nanni Moretti sia addolorato, si sente sporcato…gli bastera’ fare una doccia!
    linda

  • bstrnt

    La corda si sta rompendo …. e l’Argentina è vicina!
    Sarà dura per tutti, ma sarà pure tragica per qualcuno di loro!
    Se hanno un minimo di intelligenza riusciranno a elaborare che non ci sono più i margini per le truffe ai cittadini, anche se le azioni che hanno caraterizzato il caso Alitalia, il caso Rete 4, il caso lodo Schifo-Alfano, sembrano dire il contrario.
    Anche i Romanov, illo tempore, pensavano di avere il popolo per le palle … i Romanov si sono estinti e, a quanto è dato a sapere, non in maniera naturale!

  • bstrnt

    Ritengo queste pagine un ottimo saggio di critica politica.
    Non sarebbe male che qualche nostro politicante capraio ne facesse tesoro, e non solo loro.
    La stampa inetta e incapace, succube del regime dominante, e solo riuscita a recitare dei mantra o sproloquiare contro gli interventi di Guzzanti, Grillo e Travaglio. Non ho sentito nessun commento sulle poesie incivili e “indecenti” (per gli argomenti trattati) di Andrea Camilleri.
    Non ne hanno compreso il significato? Non riescono ad attaccare chi ha inchiodato, molto più di una Guzzanti o di un Grillo, alcuni loschi figuri e senza alcun appello? bisognerebbe avere un po’ di cultura per poter attaccare la lirica di Camilleri.
    Forse volevano che qualcuno mettesse il cappello sopra la manifestazione di piazza Navona; qualche tentativo c’è stato, ma grazie proprio ai Travaglio, Guzzanti e Grillo, hanno dovuto necessariamente fare dei distinguo, ed è stato bene.
    Alla manifestazione c’era anche Parisi, forse per dequalificarla; sono nella sentenza del TAR di vicenza i suoi tradimenti verso il popolo italiano e i vicentini in particolare, di questo individuo e dei suoi compagni di merende (Costa e Prodi).
    Poi abbiamo i nostri politcanti decotti e suonati, un premier settantaduenne (con tutta la sua corte di lacché, nani, ballerine senza dignità e pudore) che si divide equamente nei panni del mafioso che non ritiene di dover essere processato per i suoi crimini (per questo invece di governare per riportare in rotta la nave oramai fuori controllo, leggifera esclusivamente pro domo sua) e nei panni del dongiovanni attempato, un po’ rintronato, che non ha nemmeno il buon gusto e il decoro di tenere nascoste le sue scappatelle, chiaramente non è un Mitterand.
    Dall’altra parte il politicante più incompetente, incapace, incocludente e deleterio che la sinistra abbia mai avuto al punto che qualcuno dubita che non sia proprio una quinta colonna del Berlusca.
    Il fatto che sia ancora lì dimostra proprio la fatiscanza del PD: un partito nato morto, come con il solito acume affermava Giulietto Chiesa, ancora quando si chiamava DS e Margherita.
    Nessun scatto di dignità e di orgoglio da parte dei colonnelli, e sì che una parte di loro militava in un partito glorioso come il PCI, un Partito Comunista democratico al quale gli ideali non mancavano certo.
    Ma non si può pretendere di far camminare eretto chi manca di spina dorsale! Il drammatico è che questi squallidi individui sono riusciti in pochi mesi completare una missione che CIA, Gelli e il Vaticano non erano riusciti a compiere in 70 anni: consegnare l’Italia a un regime fascista!

  • linda

    Io fatico a darmi pace, come puo’ essere accaduto di cadere cosi in basso, chi ha deciso che bisognava consegnare il paese a Berlusconi? tutto è cominciato con la bicamerale di D’Alema, la sinistra ha fatto del tutto per disgustare persino il famoso zoccolo duro, il colpo di grazia lo ha dato Bertinotti e il suo comportamento festaiolo documentato cosi bene da dogospia ogni giorno del calendario a fare festa nei migliori salotti della capitale…la cosa piu’ difficile in questo paese è stato e lo è ancora, crescere i figli con certi popo’ di esempi che ci hanno governato e ci governano, fiumi di droga, tv deficiente, genitori che devono lavorare fino a tardi e tutti e due, i frutti si vedono ogni giorno sui fatti di cronaca. Come i gamberi stiamo tornando indietro, gente che è venuta da noi per un futuro migliore, muore di fatica sfruttati da bastardi padroni senza scrupoli che li trattano come bestie…e non dimentichiamo per piacere che la stessa sorte toccava a tanti meridionali che andavano a Torino a lavorare per la famiglia Agnelli…lavoro fatica e baracche…severi controlli polizieschi sulle loro idee politiche…insomma tutto si ripete il passato ritorna…un nemico c’è sempre.

  • Bazu

    Come può essere accaduto? Penso che tutti siamo responsabili. Abbiamo lasciato la politica in mano ad altri, ci siamo ridotti a serbatoi di voti e altri ne hanno approfittato. Ci lamentiamo, critichiamo Bertinotti, D’Alema e chi altro ancora, ma siamo causa del nostro male. E intanto proseguiamo: da infingardi.

  • linda

    tutti siamo responsabili? ma per piacere non scriviamo sciocchezze…responsabile chi deve lavorare fino a sera in un call center a produrre come una gallina ? un operaio che va in cantiere e lavora come si diceva una volta come un negro? be’ naturalmente poi dovrebbe fare come una volta andare ad ubriacarsi nella casa del popolo? oppure fare attivita’ politica e praticare lo scambio di voto? ancora diffusissimo lo scambio di voto…(…) il voto dovrebbe servire a delegare persone che onestamente operano con trasparenza e per il bene comune…dovrebbe, ma siamo ancora ben lontani da questo tipo di vera DEMOCRAZIA…l’Italiano è ancora immaturo…la nostra democrazia molto giovane…il vizio di recarsi in ginocchio dal politico o dal prete per una sistemazione lavorativa…è ancora molto praticato…purtroppo, ed è questo il nostro dramma…la meritrocrazia è ben lontana dall’essere praticata…molto lontana…se ne sente solo parlare…(…)

  • Bazu

    Conosco di persona la durezza della vita quotidiana, ma ognuno potrebbe iniziare dal poco che può. Ci sono tanti spazi, piccoli, piccolissimi spazi da dove riprendere la vita sociale, senza delegare e, soprattutto, con buona volontà.

  • linda

    Bazu hai ragione, ma stiamo tutti correndo per arrivare a fine mese…mese dopo mese anno dopo anno…la vita è diventata un inferno.

  • Bazu

    Linda, già il tuo è fare politica. Cogliere l’occasione di parlare delle nostre difficoltà quotidiane e scambiare opinioni su come le affrontiamo, come cerchiamo di superarle. E poi, come diceva Gramsci, “pessimismo della ragione e ottimismo della volontà”.