Home / ComeDonChisciotte / SORPRESA: E' TORNATO CARLO MARX

SORPRESA: E' TORNATO CARLO MARX

DI LORETTA NAPOLEONI
unita.it

Riparte la lotta operaia lungo la catena di montaggio che ormai unisce l’est all’ovest. I metalmeccanici cinesi strappano alla Foxconn e all’Honda concessioni importanti verso la creazione di uno statuto dei lavoratori che i nostri operai invece stanno per perdere. Le stesse forze che applaudono alla vittoria cinese in occidente, incitano gli italiani a rinunciare ai privilegi conquistati in decenni di lotte. Ecco l’ultimo atto canaglia dell’economia globalizzata, e per conciliare questi atteggiamenti incompatibili non si esita a suggerire di cambiare la Costituzione. Peccato che questa contraddizione sia irrisolvibile con i tagli alla Costituzione o ai costi di produzione. Non si illudano politici e alcuni industriali: la crisi è sistemica, e se non viene risolta da entrambi i fattori dell’equazione produttiva: capitale e lavoro, tra dieci anni il nostro capitalismo potrebbe non esistere più. I destini degli industriali e degli operai occidentali sono tornati a incrociarsi.Per vent’anni la formula della globalizzazione è stata: taglio dei tassi d’interesse e delocalizzazione, un’equazione che ha evitato al capitalismo, quello vero, non il suo avatar finanziario, di confrontarsi con il suo nemico numero uno: la caduta tendenziale del saggio di profitto. Marx ne parla a lungo, ma anche Smith e Ricardo accennano a questo virus che si rafforza con il dilagare della produzione meccanizzata. Meno lavoro umano si utilizza nella produzione, meno grasso sarà il profitto; l’uomo e la sua intelligenza hanno un valore aggiunto superiore alla macchina.

Gli asiatici lo sanno bene, noi ce ne siamo dimenticati. La Honda e la Foxconn si piegano ai voleri degli operai cinesi invece che rimpiazzarli con nuove tecnologie o delocalizzare la produzione in Vietnam perché il valore aggiunto della manodopera cinese è ancora imbattibile. Per produrre autovetture ed ipod di prima qualità ci vuole, per dirla alla Adam Smith, la mano “magica” dell’operaio specializzato.

La disputa tra capitale e lavoro alla Fiat è solo l’anteprima di ciò che ci aspetta nei prossimi anni se non ci decidiamo a risolvere il problema della caduta tendenziale del saggio di profitto. Con i tassi d’interesse ormai a zero l’unico modo per contrastarla è tagliare il costo del lavoro, già ridotto all’osso. Delocalizzare in Cina o in Asia non è più così conveniente, ce lo confermano gli scioperi a Shenzhen, si rischia di ritrovarsi con le stesse dispute dall’altra parte del mondo. È vero, ci sono sempre i Paesi dell’ex est europeo: Polonia, Serbia, Slovacchia dove un operaio guadagna ancora 350 euro al mese e dove la vita è quasi tanto cara quanto a casa nostra. Questa la minaccia della dirigenza Fiat: chiudiamo Pomigliano e ce ne andiamo tutti in Polonia, la Panda invece che nel mediterraneo la facciamo a due passi dal Baltico.

Il discorso non fa una piega, peccato che non si sia preso minimamente in considerazione il mercato di sbocco. Ecco l’altro grande ostacolo del capitalismo: il mercato di sbocco, un volano industriale che bisogna conquistarsi con crescente difficoltà. Quello cinese si chiama mercato interno: un miliardo e 300 milioni di operai. Anche in Italia un tempo si chiamava nello stesso modo. Negli anni del miracolo economico la Fiat produceva utilitarie che poi vendeva a quella classe media ed operaia che l’aiutava a produrle.

Il capitalismo, ricordiamolo, prende il nome dal capitale, ma altro non è che il prodotto del rapporto tra questo e il lavoro: l’uno senza l’altro non possono esistere. Se togliamo la fabbrica agli operai italiani e paghiamo 350 euro a quelli slovacchi, la moderna utilitaria chi la comprerà? È una domanda che tutti gli industriali dovrebbero porsi. E prima di guardare oltralpe, facciamo due conti con la concorrenza. La Fiat non è la Toyota che da vent’anni produce macchine ibride, non è neppure la cinese Grenley che si è comprata la Volvo. Non ha né il prodotto, né i muscoli per competere a livello internazionale con i vecchi e nuovi giganti dell’auto. E, ahimé, questo discorso vale un po’ per tutta la nostra industria che negli ultimi anni ha perso lustro e fatica a sostenere la concorrenza agguerrita degli asiatici.

La grande sfida della seconda fase della globalizzazione si chiama mercato nazionale, come difendere capitale e lavoro in un’economia mondiale tendenzialmente canaglia? L’Italia non è la Germania, terzo esportatore al mondo, ma è un Paese dove c’è ancora voglia di lavorare, dove la classe media e quella operaia sono più povere che vent’anni fa, dove un insegnante di liceo guadagna 1200 euro al mese. C’è spazio quindi per la crescita economica, ma per averla bisogna che la torta venga divisa più equamente, le briciole non bastano più. Se non lo facciamo, nessuno mangerà più: l’ha predetto due secoli fa Carlo Marx.

Loretta Napoleoni
Fonte: www.unita.it
16.06.2010

Pubblicato da Davide

  • wiki

    finalmente dopo tante chiacchere e prosopopee liberiste si torna a citare uno dei maggiori economisti mai esistiti…

  • anonimomatremendo

    “C’è spazio quindi per la crescita economica…”

    Eh si,un mondo intero.

  • AlbertoConti

    Se c’è un punto debole del grande Marx è proprio l’interpretazione dell’economia, ed in particolare la sottovalutazione della componente monetaria. Del resto anche i suoi posteri non brillano gran che. Per lo meno Marx non aveva le mani in pasta come Keynes, e non poteva certo prevedere Bretton Woods e Ronald Reagan. Ma fissare tutta la grande crisi attuale alla “caduta tendenziale del saggio di profitto” come fa Loretta, o alla “crisi da sovraproduzione” come fanno i marxisti sessantottini, vuol dire avere le fette di salame sugli occhi, lo dice uno che è convinto che si possa sempre imparare anche dagli asini, e che ogni punto di vista offre uno scorcio di verità. Ma con tutto il rispetto questa larva di sinistra morente non ha più nulla da dire.

  • wiki

    associare le teorie Keynesiane con il NEO LIBERISMO, di cui Reagan era uno de pricipali esponenti politici, è un’ osservazione evidentemente distorta…

  • victorserge

    e dunque cosa si può imparare leggendo il tuo post?

  • wiki

    prosopopee liberiste che ultimamente sembrano aver sposato le tesi signoraggiste, magari per trovare un comodo capro espiatorio, per l’attuale fallimento di mercato, nell’euro…

  • Tetris1917

    Probabilmente non avrai letto la “teoria del valore”. B Woods del 71, e’ una forzatura del rapporto-valore oro/dollaro; si e’ sancito il predominio del dollaro, su scala mondiale. Inoltre manifesta, lo sviluppo massivo del capitalismo parassitario (quello finanziario), proprio in risposta alla “caduta tendenziale del saggio medio di profitto”. Insomma, ai profitti sempre piu’ scarsi nel processo DmD’ (denaro – merce denaro), si e’ sviluppata a dis-misura, un’economia di tipo DD’ (ossia senza produzione intermedia di merce) con D’ > D, chiaramente. Questo, modestamente, non e’ che l’ho detto io o altre menti novecentesche, piu’ o meno fallite, come Keynes. L’ha detto un uomo globale, di due secoli fa, a mio parere non ancora smentito. Anzi visto i venti che soffiano: o socialismo o barbarie.

  • AlbertoConti

    Non mi risulta di aver fatto “associazioni”, ho solo detto che neppure blasonati economisti successivi a Marx hanno fornito una teoria universale e convincente per capire le economie complesse, e quindi il modo d’incanalarle al fine del bene comune (alibi keynesiano). L’ultraliberismo della reaganomics è invece un dato storico di cui Marx non poteva disporre, ma che probabilmente avrebbe inciso non poco sulla formulazione delle sue categorie economiche, in particolare sul ruolo centrale della questione monetaria (e quindi finanziaria).

  • AlbertoConti

    E’ un semplice invito a liberare la mente da schemi rigidi e inconcludenti.

    La verità non ce l’ho certo in tasca, ma la cerco, osservando la realtà che non mi appare imbrigliabile in quegli schemi.

  • Tetris1917

    a conferma di quello che dico, un’interessante intervista sulla crisi greca:
    http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100616/pagina/07/pezzo/280529/

  • AlbertoConti

    Br. Woods è del ’44. Nel ’71 se ne sancisce il fallimento, ed inizia la fase 2 della truffa, l’esplosione dell’economia finanziaria, dove le “plusvalenze” non c’entrano un piffero col lavoro.

  • Tetris1917

    ..intendevo il 71 come superamento di quegli accordi.Forse ho scritto male….

  • AlbertoConti

    Interessante, in particolare questo passo : “… negli anni ’70, fino ai nostri giorni, tutti i governi di Atene hanno usato i prestiti non per garantire il benessere, ma in realtà per raccogliere dei voti in loro favore, per coltivare il loro bacino elettorale.” E’ un’esempio di una generale “convergenza d’interessi” tra banchieri e politici, per la costruzione del matrix truffaldino che ci opprime. Ancora una volta, qui il lavoro non c’entra un piffero (e ne viene espulso).

  • materialeresistente

    Mah, che Marx non abbia affrontato questi temi mi sembra un pò superficiale.
    Qui se ne parla:
    l ruolo della moneta, del credito e della finanza
    Lo sviluppo dei mercati finanziari e dunque delle diverse forme di finanziamento dell’accumulazione, influenza l’andamento del capitale da prestito e slega ancor più capitale reale e monetario. Ma in sintesi rimane il fatto che tutto il denaro che non diventa capitale produttivo di plusvalore rimane capitale fittizio. La questione è: che differenza esiste, sotto il profilo della sua remunerazione, tra capitale produttivo e capitale fittizio? Questo è un punto centrale. Per rispondervi cominciamo con l’analisi che Marx fa della teoria quantitativa della moneta.

    Per gli economisti che modernamente si chiamano “monetaristi”, ovvero che sostengono la teoria quantitativa della moneta[14], i fenomeni della circolazione monetaria spiegano tutto il resto: defluisce l’oro e causa la crisi anziché viceversa, aumenta l’offerta di moneta e c’è inflazione anziché viceversa. Se ci si pensa, questa impostazione è naturale nel senso di connaturata allo spirito reificato del borghese. Poiché appare alla coscienza umana un deflusso di moneta in concomitanza con una riduzione dell’attività economica, questa è causata dalla moneta, la moneta è una potenza autonoma nelle vicende umane. Questa glorificazione del denaro, che diviene una divinità che interviene nelle vicende dell’uomo con la stessa importanza e imprevedibilità di un dio olimpico, non è che il riflesso della funzione storica del capitale: la centralizzazione delle risorse sociali a fini di sviluppo delle forze produttive: “Accumulate, accumulate! Questa è la legge e questo dicono i profeti”. Che cosa rappresenta questa teoria? Essa fornisce al denaro un ruolo indipendente, originario. Le variazioni della quantità di denaro circolante producono i cambiamenti nella ricchezza di una nazione. Il denaro non è più un equivalente, ma sono le merci a dipendere dal suo valore. Questa teoria è dunque l’espressione massima del feticismo delle merci, della reificazione cui sottostà la mente dell’intellettuale borghese. Nel processo di scambio le merci sono solo quantità di denaro. Qui si fa un altro passo: ciò che le merci sono dipende dal denaro. Non a caso tra i primi a sviluppare questa teoria vi fu il vescovo Berkeley, fondatore dell’idealismo soggettivo. Idealista in filosofia, monetarista in economia. In questa visione il denaro è un rappresentante ideale, solo un nome e dunque può idealmente anche essere eliminato per far posto allo scambio diretto di merci. Quello che questi signori dimenticano è che nel capitalismo non circolano valori d’uso ma di scambio. Senza denaro si perderebbe la connessione tra i produttori, il carattere mediatamente sociale del lavoro. È il denaro che ricompone la divisione del lavoro e permette così al mercato di far circolare non solo prodotti, ma quote di lavoro socialmente necessario. La funzione del denaro subisce un capovolgimento nella testa dell’intellettuale borghese, divenendo insieme arbitro delle vicende umane e un futile simbolo. Occorre rovesciare la prospettiva per comprendere la sua vera funzione. Come dice Marx “i prezzi non sono quindi alti o bassi perché circola più o meno denaro, bensì circola più o meno denaro perché i prezzi sono alti o bassi”[15]. Il denaro, quando “i prezzi sono bassi”, ovvero c’è crisi economica, si ritrae dalla circolazione, viene utilizzato in altro modo (all’epoca di Marx veniva tesoreggiato come oro, oggi finisce come capitale fittizio in qualche segmento dei mercati finanziari). Per questo gli alti e bassi della speculazione sono intrinsecamente connessi all’andamento della produzione reale. Questa connessione è totalmente persa dalla economia borghese e non a caso. Al capitalista non interessa la specifica forma e composizione del suo capitale, ma solo la sua grandezza e si attende una identica remunerazione per pari quantità di capitale, a prescindere dal settore in cui vengono investiti i denari. Che si investa per aprire una fabbrica, acquistare titoli in borsa, comprare un immobile, ci si attende un’uguale remunerazione. Il profitto, l’interesse, la rendita sono la stessa cosa. Non ragionava così l’industriale dei tempi di Ricardo, quando la borghesia considerava suoi nemici giurati i rentiers, i banchieri, il re, il prete e tutti gli altri che osavano pretendere una quota dei suoi profitti solo perché le terre erano scarse o perché dovevano mantenere la corte. Non a caso nei classici (soprattutto Smith e Ricardo), la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo è rigorosa. Ma la borghesia della fase imperialista è una cosa sola con i rentiers, i banchieri, lo Stato. In un certo senso tutti i capitalisti sono rentiers al giorno d’oggi. Soprattutto i grandi capitalisti, che lasciano spesso la cura delle proprie aziende a manager ben pagati, ritornando alla vecchia idea della Roma antica che l’ozio sia la virtù suprema. Alla teoria borghese, che vede l’interesse come la remunerazione di una parte del capitale al pari del profitto, Marx obietta che il saggio d’interesse è un fenomeno puramente monetario, connesso con la domanda e l’offerta di capitale monetario. Esso è una deduzione e non una componente dei profitti, come le tasse. A sua volta, domanda e offerta di capitale monetario dipenderanno dal ciclo. Le variazioni del saggio d’interesse dipenderanno dall’andamento dell’economia. Infatti, all’apice del boom, la speculazione è frenetica, e innesca la sovraccumulazione. La concorrenza tra i banchieri rende convenienti progetti sempre meno redditizi. La speculazione, nella misura in cui si rivolge a nuovi settori, finanzia una diminuzione della composizione organica del capitale, perché nei nuovi settori la concentrazione del capitale è minore, i profitti così sono maggiori e possono ripagare interessi più elevati. Quando la speculazione comincia a dare segni di cedimento e i valori mobiliari cominciano a perdere terreno, si innesca una spirale deflazionistica che porta al crollo del saggio del profitto, della domanda, dell’occupazione. Le banche non prestano più, la borsa crolla. Che cos’è dunque una crisi finanziaria se non l’esito dello sviluppo di un nuovo settore? Gli economisti ovviamente, finita la sbornia del crollo di borsa, osserveranno saggiamente che se lo Stato e le banche centrali fossero riuscite a impedire un “eccessivo” afflusso di capitale, questi settori avrebbero potuto crescere in modo equilibrato. Ma “se” ciò accadesse verrebbe meno l’anarchia della produzione, il capitalismo stesso. Non si può impedire la concorrenza, non si può impedire al capitale di muoversi verso settori a più alta remunerazione. L’enorme afflusso di denaro, qualunque forma tecnica assuma, sviluppa una bolla speculativa che attrae nuovo denaro. Alla fine, dopo mesi o anni, gli investimenti ridurranno il saggio di profitto; ciò segnalerà che la concorrenza ha svolto il suo ruolo necessario di imporre la legge dell’uniformità del saggio di profitto, ma a che prezzo! La speculazione, ovvero il finanziamento di un settore al di fuori di ogni “ragionevole aspettativa” gioca un ruolo necessario nel capitalismo, permettendo al capitale di muoversi tra i settori. Certamente, con il senno di poi è facile accorgersi dell’assurdità di certe previsioni. Soprattutto per chi ha fatto quelle sbagliate. Il capitalismo non può esistere senza rivoluzionare continuamente le forze produttive, sottolineava Marx. Questa trasformazione incessante avviene necessariamente a ondate di crescita impetuosa di nuovi settori e di riconduzione a unità dei mille capitali. La sproporzione è dunque inevitabile, perché, come scrisse Carli, “se lo sviluppo è rapido non è bilanciato; se è bilanciato, non è rapido”. Gli esempi di “pazzia delle folle” sono antiche quanto il capitalismo stesso. Dopo ogni episodio i capitalisti si ripetono che non cadranno più nell’errore e che saranno più equilibrati la prossima volta. Come se fosse la loro opinione soggettiva a decidere dell’economia. Al ciclo successivo, quando la speculazione è al suo apice, li sentiamo sottolineare la diversità di questo ciclo e il fatto che “tutti si stanno gettando a capofitto in questo nuovo settore e dunque…”. Ogni episodio del genere, dalla Tulipanomania olandese del XVII secolo alla bolla delle “dot.com” del 2000, è noiosamente simile al precedente. Un brano tratto da un processo speculativo del 1720 descrive perfettamente ogni episodio del genere:

    “Partirono altri progetti, del tipo più strano…nascevano ovunque innumerevoli compagnie per azioni…alcune di esse durarono una settimana o due, e non se ne sentì più parlare…C’erano quasi cento diversi progetti, uno più dispendioso e campato in aria dell’altro…Alcuni di questi progetti erano abbastanza plausibili e, se non fossero stati intrapresi in un momento in cui l’opinione pubblica era così sovraeccitata, si sarebbe potuto portarli avanti con vantaggio di tutti gli interessati…Uno di questi fu un progetto relativo a una ruota in moto perpetuo…ma la più assurda e ridicola di tutte, e che mostrava più efficacemente di qualsiasi altra la completa follia della gente, era una compagnia costituita da uno sconosciuto avventuriero, chiamata una “compagnia che si propone di portare avanti un’impresa altamente conveniente, ma che nessuno sa cosa sia”.”[16]

    Appunto, come sul Nasdaq fino a ieri.

    Il credito e la speculazione, in quanto ampliano enormemente il raggio d’azione del capitale, consentono alle sue leggi di operare con maggior forza e regolarità. Consentono anche, in alcune circostanze, di attenuare gli effetti di queste leggi. In nessun modo possono sbarazzarsene; come osservò Marx, “le leggi di natura non possono mai essere annullate”. Storicamente, il capitalista nasce in contrapposizione al banchiere. Nell’epoca imperialista le due figure si fondono. La classe capitalista intera diviene una classe di speculatori, senza alcun legame necessario con la produzione. Ne deriva un’ideologia alienata in cui la produzione non è più la base del profitto, come negli economisti classici, ma un’inutile perdita di tempo. Il peso della finanza e del capitale fittizio crescono inesorabilmente. La massa di capitale accumulato è tale, la sua concentrazione così elevata, che i mercati finanziari sono ormai enormemente più grandi dell’economia reale. È difficile sommare il loro valore, data la complessità degli strumenti finanziari moderni e il loro collegamento funzionale. Ad ogni modo parliamo di qualcosa come venti, trenta volte il Pil mondiale, forse cento. E la crescita avviene a ritmi forsennati. Tutto ciò che riguarda la moneta è ormai fuori scala. La moneta stessa, in primo luogo. Ancora negli anni ’90 la quantità di moneta dei paesi più avanzati si aggirava fra il 65 e il 70% del Pil. Ora supera l’80%. L’incremento della massa monetaria degli ultimi 5 anni è stato maggiore che nei precedenti venti. Il credito è fuori controllo. Quello degli Stati, delle famiglie, delle imprese. Infine, la finanza nel suo complesso è fuori controllo, con oltre il 95% delle transazioni che avvengono sui mercati mondiali aventi natura finanziaria e non più reale. Che cos’è la finanziarizzazione dell’economia se non l’estrema forma di concentrazione del capitale e la dimostrazione più palese del suo parassitismo?(3)

  • Truman

    Dice AlbertoConti:

    Se c’è un punto debole del grande Marx è proprio l’interpretazione dell’economia, ed in particolare la sottovalutazione della componente monetaria.
    In realtà Marx qualcosa del monetarismo l’aveva capita. Quando parla di feticismo della merce in qualche modo Marx descrive anche il feticcio per eccellenza di oggi, il denaro.
    Un feticcio è un artefatto umano che diventa oggetto di culto, di venerazione.
    Oggi la stragrande maggioranza delle persone adorano il dio denaro. E’ proprio questo che spiega il paradosso di Say, (http://trumanb.blogspot.com/2010/02/il-paradosso-di-say.html) il fatto che le crisi economiche diventano sempre più gravi man mano che gli scambi diventano sempre più liberi.
    Il monetarismo sotto alcuni aspetti è il braccio religioso del liberismo, è ciò che consente di utilizzare una teoria microeconomica (il liberismo) in ambiente macroeconomico. La regolazione dell’economia dovrebbe avvenire, in base alla dottrina ed ai dogmi diffusi, tramite la regolazione della quantità di denaro circolante. Non funziona proprio, ma i sacerdoti del monetarismo ripetono i loro mantra, recitano esorcismi, e cominciano a passare ai sacrifici umani. (Ehi, tu che stai leggendo: non è fantasia e non è un gioco, l’umano sacrificabile potresti essere tu).

  • redme

    ..la faccia come il culo….citano marx e gli operai cinesi nei giorni in cui epifani scarica la fiom alla vigilia di uno sciopero nazionale cgil…e neanche una parola su questo fatto….

  • wld

    Ha perfettamente ragione, redme, ormai il dado è tratto, questo è un grave momento, (non solo per i dipendenti di Pomigliano) ma è una involuzione di tutti i lavoratori che piano piano vedranno sparire i loro diritti, ogni datore di lavoro (visto il precedente) porterà le stesse innovazioni di quel galantuomo di marchionne che si era spacciato da salvatore dell’economia Italiana, con il suo maglioncino blu informale. Posto qui l’articolo per i più distratti: – http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/economia/201006articoli/55915girata.asp

  • AlbertoConti

    Un po’ improbabile che un grande filosofo che ha scritto “Il capitale” non abbia affrontato anche la questione del denaro. La Banca d’Inghilterrra era già truffaldinamente operante e i suoi metodi non sono sfuggiti a Marx. Ma i numeri (recenti) che hai riportato su moneta e finanza non erano neppure ipotizzabili all’epoca, e con essi la rilevanza centrale del fenomeno. Sembra preistoria quando ad un incremento di massa monetaria corrispondeva altrettanta inflazione. Adesso basta tagliare stipendi e pensioni, poi si può pompare tutto ciò che si vuole, a spese del contribuente. Certo che “le leggi di natura non possono mai essere annullate”, ma da troppi decenni abbiamo lasciato che i lestofanti le annullassero a loro vantaggio e a nostro danno, senza entrare nel “meccanismo”. E’ ora di entrarci, e capovolgerlo come un calzino.

  • redme

    …”con il suo maglioncino blu informale”…ne avevo uno uguale (non di cachemire)…..l’ho buttato… 🙂

  • RoteFahne

    Chi dice che il crollo del saggio di profitto nno c’entra nulla con l’attuale crisi non ha capito niente di economia e probabilmente è cieco sordo e anche un po’ tonto.

    Tutto nasce dal fatto che i salari sono fermi da 20 anni o addirittura hanno perso potere d’acquisto per effetto dell’inflazione.

    Che si è fatto?

    Per rimpiazzare la quota di salario necessaria a consumare, si è drogata l’economia col debito.Le carte revolver,i mutui subprime.
    Così drogato,il mercato ha ricominciato a “tirare”.

    Una crescita fittizia,perchè viziata dal denaro creato ex nihilo.

    Specialmente per la Ue che è un mercato decotto e in sovraccapacità produttiva e allo stesso tempo sottoutilizzo degli impianti che lavorano al 60-70% della loro capacità produttiva.

    Il crollod el saggio di profitto c’entra perchè le imprese a causa dei margini di profitto sempre più striminziti sono andate in Cina,per comprimere i costi di produzione.

    Torna tutto.

    Sono gli ottenebrati che come al solito non vogliono capire.

  • wiki

    condivido pressoche completamente questa lucida analisi…

  • dana74

    eh ma non bastano mica eh eh

  • dana74

    brutto articolo.

    Riconosce l’errore del capitalismo e che fa?
    Ti ripropone il Marx, ci rendiamo conto che alla sua epoca non esisteva la globalizzazione, che le nazioni erano sovrane, che c’erano un bel pò di differenze rispetto ad oggi?

    E che facciamo, mentre i cinesi conquistano diritte noi li perdiamo, è questo uno di quei benefici di cui i sindacalisti sostenitori della globalizzazione tanto parlavano?
    Ovvero ritornare competitivi con cinesi indiani etc per produrre sempre le stesse auto che dovremmo cominciare ad esportare su marte per mantenere sti posti di lavoro?

    Fino a quando intendiamo portare avanti questo gioco al massacro?

  • anonimomatremendo

    Crescita,creSCITA,CRESCITAAAA…questa é talmente assatanata di crescita che se potesse si consumerebbe il mondo intero.:)

  • wiki

    CONDIVIDO L’OSSERVAZIONE…

  • anonimomatremendo

    “C’è spazio quindi per la crescita economica [ah siii di piú ancora…], ma per averla bisogna che la torta venga divisa più equamente….”

    Mi dispiace per te e le tue sorti magnifiche e progressive;puoi dividerla come vuoi,la quantitá della torta resta sempre quella…éd é sempre piu´scarsa.Ti sei mai chiesta perché?

  • stefanodandrea

    Marx aveva previsto che le nazioni non sarebbero state più sovrane, che una sola letteratura “mondiale” avrebbe sostituito le letterature nazionali, che il capitale si sarebbe disancorato dagli Stati nazione. Il fatto è che quel processo che per Marx è insito nel capitale come rapporto sociale, la cui regola fondamentale è che il capitale deve valorizzarsi (e oggi, quindi, il denaro deve valorizzarsi) non è per niete un destino necessario. L’esperienza europea, fino alla fine degli anni ottanta e già dalle reazioni alle crisi del 1929 dimostra che è possibile un “modo di produzione statale” dove moltissimi beni e servizi vengono prodotti e utilizzati senza mai divenire “merce”, ossia senza mai essere venduti al mercato al “prezzo di mercato”. In Italia in alcuni anni il 58% del PIL era pubblico e in altri stati europei la percentuale di pil pubblico è più alta. Dunque Marx haa visto bene la direzione della storia che il capitale persegue per valorizzarsi. Non aveva previsto che gli Stati nazione possono limitare, vincolare e costringere il capitale, pur riconoscendo la proprietà privata dei mezzi di produzione. D’altra parte nel Manifesto del Partito comunista l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione è all’ottavo posto (delle dieci proposte), mentre la necessità di una banca centrale nazionale è al primo o secondo posto (sto andando a memoria, perciò potrei sbagliare; ma di poco).
    Ciao

    si sarebbe sviluppata

  • Truman

    Fermo restando che la Napoleoni sui concetti della decrescita non è particolamente indicata, la frase di per sé è sensata, non si parla di una possibile crescita economica illimitata, ma del fatto che ci sono ancora degli spazi di crescita, purchè le risorse siano divise più equamente. Insomma servirebbe una rivoluzione concettuale per passare ad un paradigma di equilibrio con la natura, ma nel frattempo c’è ancora spazio per la crescita.

    Detto questo, una crescita economica illimitata sarebbe possibile anche all’interno di un’economia ecologica, che eviti di sfruttare le risorse naturali, purchè la crescita sia limitata alla parte immateriale: la cultura, i servizi, la qualità della vita intesa come benessere e non come consumo di merci materiali. Anzi si potrebbe avere crescita economica con consumi materiali decrescenti. Un esempio vistoso in questo senso è il riciclaggio dei rifiuti, che evita gli sprechi, aumenta l’occupazione, fa crescere l’economia.

  • anonimomatremendo

    La torta di cui parla la Napoleoni altro non é che il famigerato PIL.Marxisticamente esso é la somma dei salari piú il plusvalore: PIL =PV+S.Ora,sempre marxisticamente,aumentando S non succede che aumenti Il PIL ,semplicemente dimunisce Il PV.Queste cose le sa anche mio nipote di otto anni!

    Se la “torta” di cui parla é un´altra cosa di quella qui marxisticamente intesa,allora che la smetta di citare Marx a sproposito…tutto qui.Ciao

  • anonimomatremendo

    “Come difendere capitale e lavoro in un’economia mondiale tendenzialmente canaglia?”

    Ma il capitale é lavoro! “lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia”.(K.Marx)

  • antsr

    Vorrei solo immettere 2 questioni su questo argomento aperto cui la Napoleoni forse ancora troppo presa da discorsi oramai vecchi non ha tenuto presente e ciò mi è sembrato tanto strano non tenerne minimamente conto (dove si vive?) sono, per me, spero per tutti voi, importanti: la questione ambientale con tutti i nessi e connessi (vedi ultimo caso del golfo del Messico) e quella crescita oramai limitata a cui ci si avvicina a grandi passi per i vari motivi che conosciamo. Vi sembra poco non pensare a tutto ciò?

  • anonimomatremendo

    Mettiamola cosí.La torta é giá stata divisa,quello che é da dividere é il suo incremento.É questo incremento che é sempre piu´ scarso e quindi c´é sempre meno da dividere.Questa Napoleoni é come quel tale che siccome quando piove apre l ´ombrello,pensa che basti aprire l´ombrello per far piovere.Ossia redistribuire piu´equamente la ricchezza prodotta per vederla crescere.Piu´banalmente,ma é questo il livello a cui dobbiamo abbassarci,questa pretende che si divida ció che ancora non é stato prodotto…un po´come fanno le banche ,guarda un po´.

  • anonimomatremendo

    Prima che le risorse naturali si esauriscano,ci saremo noi giá esauriti….e di brutto.;)

  • AlbertoConti

    ” i sacerdoti del monetarismo ” sono degli stupidi imbroglioni, e questo rafforza l’importanza della questione.

  • AlbertoConti

    Non aveva previsto la dimensione della truffa monetaria. Ma non si può certo fargliene una colpa, visto che ora non la si comprende neppure a posteriori. Oltre al comprendonio all’economia-politica attuale difetta anche la memoria, come giustamente hai fatto osservare. E’ un disfacimento cerebrale senza speranza.