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SOMALIA: PIRATI O PESCATORI IN LOTTA ?

DI JEFFREY ST. CLAIR
Project Censored

Benché la stampa dei paesi del Nord ne parli meno spesso delle disavventure degli ostaggi, le condizioni di vita dei «pirati» somali e dei loro concittadini rivelano che sono soprattutto pescatori in lotta contro la man bassa occidentale della pesca e dello smaltimento dei rifiuti tossici. In questo articolo scelto dal Projet Censuré 2010, la realtà delle conseguenze del caos politico persistente in Somalia non appare soltanto sotto l’aspetto della pirateria: nei fatti, persino l’ONU ha a lungo trascurato i trattati in vigore sui rifiuti tossici.

La comunità internazionale ha condannato con forza i pirati-pescatori somali e ha dichiarato loro guerra, nascondendo dietro un velo di discrezione l’attività delle flotte che si dedicano alla pesca illegale non dichiarata né regolamentata.

Nella foto: La motonave italiana Montecristo liberata oggi con un blitz delle Forze britanniche e statunitensi Queste flotte provenienti dal mondo intero praticano la pesca abusiva e scaricano rifiuti tossici nelle acque somale dal tempo della caduta del governo somalo, diciotto anni orsono.

Quando il governo somalo cadde nel 1991, le imprese straniere colsero l’occasione per iniziare a depredare le ricchezze alimentari marine della nazione e fare della loro acque senza sorveglianza la discarica di rifiuti nucleari e tossici.

Secondo il Gruppo di lavoro in alto mare (HSTF, acronimo in inglese), nel 2006 più di 800 pescherecci [IUU] operavano in acque somale, traendo profitto dall’incapacità di sorvegliare le proprie acque e le sue zone di pesca in cui si trovava il paese. Le navi IUU prelevano ogni anno nelle acque somale frutti di mare e pesci per un valore globale di 450 milioni di dollari: in tal modo esse privano la popolazione somala, uno dei paesi più poveri del mondo, di una fonte inestimabile di proteine e portano alla rovina i pescatori, privati dei propri mezzi di sussistenza.
Dall’inizio degli anni 90, si registravano le proteste a proposito dello scarico in mare di rifiuti tossici e della pesca illegale, ma c’è stato bisogno che lo tsunami devastasse il paese nel 2004 perché venissero fuori le prove [1]. Il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (PNUE) ha segnalato che lo tsunami ha trasportato container ossidati, pieni di rifiuti tossici, fino alle terre del Puntland, nel nord della Somalia.

Nick Nuttall, portavoce del PNUE, ha dichiarato all’emittente araba Al Jazeera che, quando i contenitori furono sventrati dalla forza delle onde, si è potuto mettere in luce che sconosciuti si occupavano di un’«attività terrificante» da oltre dieci anni. “La Somalia serve da discarica per le sostanze pericolose dall’inizio degli anni 90 e ciò è continuato durante tutto il periodo di guerra civile”, ha aggiunto. “I rifiuti sono di natura variabile: vi sono scorie radioattive di uranio, principalmente, ma anche piombo, metalli pesanti come il cadmo e il mercurio, come pure rifiuti industriali, ospitalieri e chimici: c’è di tutto!”

Nuttall precisa che, da quando i container si sono arenati sulla spiaggia, centinaia di abitanti della costa si sono ammalati, soffrendo di emorragie addominali e boccali, d’infezioni della pelle e di altre malattie. “Quel che è più allarmante sono le scorie nucleari. I residui radioattivi di uranio minacciano i Somali di morte e distruggono completamente l’oceano”, ha precisato.

Ahmedou Ould-Abdallah, inviato dell’ONU per la Somalia, afferma che, nei fatti, il petrolio ha contribuito alla guerra civile che dura da otto anni in questo paese, giacché per scaricare i loro rifiuti, le compagnie pagano i ministri del governo e/o i capi delle milizie. “Non ci sono controlli del governo… e poche persone rispettano l’etica… corrompono i dirigenti, ma questo è possibile a causa della fragilità del «governo federale transitorio», senza contare che alcune compagnie neppure si accordano con le autorità: scaricano i loro rifiuti e se ne vanno. »

Nel 1992, i paesi dell’Unione Europea e 168 altre nazioni hanno firmato la Convenzione di Bali sui controlli transfrontalieri dei rifiuti pericolosi e sul loro stoccaggio. L’accordo vieta il commercio tra i paesi firmatari, così come con i paesi che non hanno firmato il documento, tranne nel caso di accordi bilaterali. Vieta anche l’invio di rifiuti pericolosi nelle zone di guerra.
L’ONU ha tradito i suoi propri principi e lascia inascoltate le domande somale e internazionali per mettere fine alla devastazione continua delle risorse marine somale e allo scarico dei rifiuti tossici. Queste violazioni sono state ignorate anche dalle autorità marittime della regione.


[Video-documentario sui rifiuti nucleari (uranio) e non solo, che in provenienza dei paesi industrializzati sono gettati in Somalia.]

Questo è il contesto nel quale hanno avuto origine quelli che vengono chiamati «pirati».

Si è d’accordo sul dire che, all’inizio, sono i semplici pescatori somali che hanno preso i loro gommoni a motore per tentare di dissuadere le incursioni delle navi che scaricavano i loro rifiuti e pescavano a strascico, o almeno di far loro pagare un’«imposta». Si erano eletti a «Guardacoste volontari della Somalia».

Uno dei leader dei pirati, Sugule Ali, ha spiegato che da parte sua si proponeva di “mettere fine alla pesca illegale e alla discarica di rifiuti nelle sue acque…
Non ci consideriamo come banditi del mare. Noi pensiamo che i banditi sono loro, quelli che pescano, scaricano i rifiuti illegalmente e portano armi nelle nostre acque nazionali”.

Il giornalista britannico Johann Hari ha fatto notare, nell’Huffington Post, che nonostante nulla giustifichi la presa di ostaggi, i pirati godono del sostegno quasi totale della popolazione locale, e questo per una ragione. Il sito web somalo Wardher News [2], ha effettuato l’inchesta migliore di cui disponiamo su ciò che pensa il cittadino somalo medio. 70% delle persone intervistate da questo sito “sostengono energicamente la pirateria, perché è un modo di assicurare la difesa delle acque territoriali del paese”. [3]

Invece di prendere misure per proteggere la popolazione e le acque somale contro le infrazioni internazionali, la risposta dell’ONU è stata di approvare risoluzioni aggressive che danno diritto ai trasgressori di fare la guerra ai pirati somali, se non addirittura li incoraggia a farla.

Le voci dei paesi emergenti che domandavano in maniera corale l’inasprimento dell’azione internazionale hanno ottenuto che forze navali multinazionali e unilaterali abbiano rapidamente invaso e preso il controllo delle acque somale. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU (di cui alcuni membri avrebbero potuto avere motivi non dichiarati per proteggere indirettamente le loro flotte di pesca illegale in acque somale) ha approvato le risoluzioni 1816, in giugno 2008, e 1838, in ottobre 2008 [nel testo originale è erroneamente indicata la risoluzione 1868 al posto della 1838. N.d.t.], che “invitavano gli Stati favorevoli alla sicurezza delle attività marittime a partecipare attivamente alla lotta contro la pirateria in alto mare, al largo della Somalia, in particolare dispiegando le loro navi da guerra e i loro aerei militari.”

La NATO e l’Unione europea hanno ugualmente dato ordini in questo senso. La Russia, il Giappone, l’India, la Malesia e lo Yemen si sono uniti alla battaglia, a fianco di un numero crescente di paesi.

Durante numerosi anni era stato impossibile far passare risoluzioni dell’ONU per controllare la pirateria nei mari del mondo, soprattutto perché gli Stati membri sospettavano che avrebbero perso la loro sovranità e la loro sicurezza. I paesi erano restii all’idea di cedere la sorveglianza e il controllo delle loro acque territoriali. Le risoluzioni 1816 e 1838 dell’ONU, alle quali si opposero numerose nazioni dell’Africa occidentale, dei Caraibi e dell’America del Sud, sono state quindi concepite esclusivamente per la Somalia, un paese senza rappresentanza abbastanza solida alle Nazioni unite per esigere qualche emendamento a protezione della sua sovranità. Allo stesso modo furono ignorate le obiezioni della società civile somala al progetto di risoluzione, che non faceva neppure menzione della pesca illegale e dello scarico di rifiuti.

Hari si domanda: “Ci saremmo aspettati che i Somali affamati si sarebbero messi sulle loro spiagge o a remare nel mezzo delle nostre scorie nucleari mentre assistevano a come gli rubavamo la loro pesca per gustarla nei ristoranti di Londra, Parigi e Roma? Non abbiamo fatto assolutamente nulla contro questi reati. Ma quando i pescatori reagiscono interrompendo il traffico del corridoio marino per il quale passa il 20% del petrolio del mondo, noi ci mettiamo a gridare contro questo «colpo basso». Se vogliamo veramente combattere la pirateria cominciamo per eliminarne le cause, ossia perseguendo i nostri delinquenti prima di inviare le nostre cannoniere a ripulire il corridoio da tutti i criminali somali.”»

Aggiornamento di Mohamed Abshir Waldo (di WardheerNews)

Gli atti ripetuti di pirateria non sono diminuiti in Somalia dalla pubblicazione del mio articolo “Le due piraterie in Somalia: per l’una si ignora l’altra?” nel dicembre 2008 [4]. La pirateria della pesca illegale, dello scarico di rifiuti e del traffico marittimo incontrollato continua senza problemi. I pescatori somali reagiscono alla pesca illegale straniera, in provenienza da navi armate, con una guerra intensificata contro ogni battello che attraversa il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano.

I governi stranieri, le organizzazioni internazionali e i grandi media si sono uniti nel demonizzare la Somalia e far passare i suoi pescatori per pericolosi assassini che attaccano a sorpresa e terrorizzano i marinai (anche se, sino ad ora, nessuno è stato ferito). Questa versione è chiaramente distorta. I grandi media si mostrano invece infinitamente più discreti sulle altre forme di pirateria, come la pesca illegale e lo scarico di rifiuti.

Le marine militari del mondo intero – oltre 40 navi da guerra, di cui dieci di paesi asiatici, arabi e africani, e le altre nazioni della NATO e dell’Unione Europea – stanno dando una vera caccia ai pescatori-pirati somali e non interessa loro sapere se i loro obiettivi in acque somale stiano praticando semplicemente la pesca o la pirateria. Le varie riunioni del Gruppo di Contatto per la Somalia (ICGS, acronimo in inglese) sono sempre l’occasione per stigmatizzare i pescatori somali e per invitare i suoi membri a lanciare spedizioni punitive, senza considerare le violazioni commesse dalle proprie flotte.

Durante la riunione anti-pirateria dell’ICGS al Cairo, tenutasi il 30 maggio 2009, l’Egitto e l’Italia sono i paesi che più hanno insistito nell’esigere punizioni severe contro i pirati-pescatori somali.
Mentre questi paesi si riunivano di nuovo a Roma, il 10 giugno 2009, la comunità della città costiera di Las Khorey ha fermato una chiatta italiana e due battelli egiziani riempiti all’inverosimile di pesce catturato illegalmente in acque somale. La chiatta invece trasportava due enormi contenitori di cui si sospetta che contenessero rifiuti tossici o nucleari. La comunità di Las Khorey ha invitato gli esperti internazionali a venire ad investigare in loco, ma non hanno ricevuto nessuna risposta.

Rimane da segnalare che la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU) come pure lo scarico di rifiuti, hanno luogo anche al largo di altri paesi africani, in particolare la Costa d’Avorio, altra grande vittima della rete dei rifiuti tossici internazionali.
Alcuni affermano che questi atti di pirateria obbediscano alla logica della disperazione e, nel caso specifico della Somalia, i pirati degli uni non potrebbero essere in effetti i guardacoste degli altri ?

Guardate questo documentario (in inglese) sui rifiuti tossici gettati in Somalia dalle compagnie marittime italiane. Due giornalisti italiani che indagavano su questi traffici furono assassinati a Mogadiscio.

NOTE

[1] Al Jazeera English, 11 ottobre 2008, “Toxic waste behind Somali piracy”, di Najad Abdullahi.

[2] Vedere: http://wardheernews.com/Editorial/e…

[3] Huffington Post, 4 gennaio 2009, “You are being lied to about pirates”, di Johann Hari.

[4] WardheerNews, 8 gennaio 2009, “The Two Piracies in Somalia : Why the World Ignores the other”, di Mohamed Abshir Waldo.

Si ringrazia per il contributo:
Studente Ricercatore: Christine Wilson
Tutore: Andre Bailey, EOP Advisor, Sonoma State University.

Titolo originale: “Somalia: “pirates” or struggling fishermen?”

Fonte:
“>http://www.projectcensored.org/
Link

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di A. C.

Pubblicato da Davide

  • kawataxi

    a pero’ come sono corte le bugie….

    un mio vicino di casa, pescatore d’alto mare fu’ sequestrato per 6 mesi dai somali, quando torno’ racconto’ che sono stati rapiti per chiedere un riscatto (il peschereccio e’ di san benedetto del tronto, ne parlarono anche i telegiornali). adesso pero’ ho compreso i veri motivi dell’ azione! non che lui ne ha colpa, ma poteva almeno dire la verita’ (disse che pescava ad oltre 20 miglia dalla costa…)