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SIAMO TUTTI COMPLICI DEI TORTURATORI, MA COSA POSSIAMO FARE?


Se il nostro governo utilizza le informazioni estorte a queste creature allora siamo noi che agitiamo le fruste.

DI ROBERT FISK

Siamo tutti complici per questi vili atti di tortura, ma che cosa possiamo fare? Se il governo utilizza le informazioni estorte a queste creature allora siamo noi che agitiamo le fruste.

Conservo ancora gli appunti sulla tortura presi da un uomo che sapeva tutto sull’argomento, si tratta di un mio amico druso che nel 1980, durante la guerra civile libanese, si compiaceva con se stesso perché aveva appena preso due miliziani cristiani che stavano cercando di mettere una bomba sulla passeggiata a mare di Beirut. “Ho visto due falangisti, li ho riconosciuti. Avevano una bomba nella macchina. Allora ho chiamato il PSP (Il Partito Socialista Progressista di Walid Jumblatt) che li ha presi per interrogarli.” Che fine hanno fatto? “Bè, sapevano che cosa li attendeva, sapevano che non c’era speranza. Sono stati interrogati per un paio di giorni e poi li hanno portati a Beit Eddin.”

Ah, Beit Eddin, uno dei più graziosi villaggi del Libano, con il palazzo di Emir Bashir secondo, sede ora di uno dei più bei festival musicali, diretti dalla elegante moglie di Jumblatt, Nora. Ma nel 1980 Beit Eddin era diversa. Il mio amico druso ha continuato: “Sapevano che erano condannati, che non valeva la pena di soffrire, perché li avrebbero uccisi subito dopo che avrebbero parlato. C’era una centrale là. Senza sopravissuti. C’era solo gente che non mollava fino a quando uno non avrebbe parlato. Uno dei metodi consisteva nel ficcare qualche oggetto nel sedere di una persona fino a quando non si metteva a strillare. Uova bollenti, o roba simile. Alla fine li uccidevano. Dopo pochi giorni tutto era finito. Veramente queste cose a me non piacciono, proprio no, però che cosa posso farci?”

Si tratta di una domanda valida anche oggi. Che cosa possiamo fare? Cosa possiamo fare quando un presidente americano manda i “sospetti” in paesi terzi dove vengono spogliati, avvolti nei fili elettrici, torturati con la corrente elettrica, squarciati e torturati fino a quando cominciano a desiderare di non essere mai nati? Cosa possiamo fare con un primo ministro, il nostro, il quale è convinto che le informazioni raccolte con la tortura ci siano utili e che dobbiamo continuare a raccoglierle? Come possiamo lavarcene le mani quando sappiamo che le persone “da trasferire” passano attraverso i nostri aeroporti? La polizia ha il diritto di salire a bordo di uno di questi aerei affittati dalla CIA che atterrano in Inghilterra e dare un’occhiata alla vittima che vi è rinchiusa e farlo uscire, se ritiene che possa essere sottoposto a tortura?

Ho cominciato a pensare seriamente a queste cose nella bella cittadina di Listowel in Co Kerry, non lontana, per caso, dall’aeroporto di Shannon, dove mi trovavo per una conferenza in un incontro fra scrittori. Un barbuto del pubblico mi ha subito offerto un volantino dove c’era scritto: “Chi c’era a bordo del volo charter Re. No N313P che è atterrato a Shannon il 15 dicembre 2003, diretto in Irak?”

Adesso, dopo un piccolo controllo, sembra che il gruppo attivista contro la guerra fosse nel giusto. Gli aeroplani sono partiti anche con altre destinazioni. Uzbekistan, Egitto, e altri paesi dove la convenzione di Ginevra, già calpestata dai campagnoli e dalle ragazzine che lavorano a Guantanamo e ad Abu Ghraib, viene considerata buona per water closet. In Uzbekistan i “sospetti” vengono messi a bollire nel grasso. Gli vengono strappate le unghie. In Egitto vengono fustigati e anche sodomizzati.

In una prigione egiziana un gruppo di attivisti in difesa dei diritti umani ha scoperto che i guardiani costringevano i prigionieri a violentarsi fra di loro. Però nessun poliziotto amico si preoccupa di sapere chi c’è a bordo a Shannon. Il governo irlandese non si preoccupa di indagare su questi voli sospetti. Gli sguardi degli irlandesi possono essere sorridenti, però non è permesso loro di posarsi all’interno di questi rivoltanti aeroplani.

Non è difficile rifare il percorso di questa perdizione. Anzitutto abbiamo Lord Blair di Kut al-Mara, che nel novembre del 2003 assieme a Gorge Bush, durante una conferenza stampa, sbraitava che: “davanti a questo terrorismo, non bisogna arretrare, non esistono compromessi, e nessuna esitazione nell’affrontare questa minaccia.” Nessun arretramento? A fare coppia con queste ciance ci sono stati scrittori come David Brooks e il New York Times che chiedevano maliziosamente ai loro lettori che cosa sarebbe accaduto “al sentimento nazionale” se “ i notiziari iniziassero a diffondere le immagini delle misure brutali che le nostre truppe erano costrette ad adottare…Il presidente ci avrebbe ricordato che ormai viviamo in un mondo perduto, e che dobbiamo prendere delle azioni moralmente rischiose..” Davvero!

C’è già un altro caso famigerato di un cittadino canadese, nato in Siria che, passando per gli Stati Uniti, è stato arrestato, messo su un aeroplano diretto a Damasco, e lì torturato per bene sino a quando i siriani non hanno deciso di lasciarlo andare. Poi, quando è tornato in Canada, ha scoperto che le autorità canadesi forse hanno segnalato alle spie americane che si trattava di un ricercato. Adesso io me ne intendo un po’ di torture siriane. Una bella bastonatura è il minimo che ci si può aspettare. Esiste, da qualche parte, in uno delle loro cantine, uno strumento chiamato la sedia tedesca, portata in passato dall’ormai defunta Repubblica Democratica Tedesca. La vittima vi viene adagiata e poi lo schienale si muove fino a quando la spina dorsale si rompe. Una versione domestica, la sedia siriana, è ancora peggio. Spezza la schiena del prigioniero con più lentezza.

Come tutti sappiamo, e i torturatori di Saddam erano esperti anche in ciò, venivano condotti in prigione anche i famigliari dei prigionieri per poi essere picchiati, violentati o sodomizzati fino a quando il prigioniero non si decideva a parlare. Adesso noi siamo complici di tutto questo. Fino a quando continuiamo a mandare altri uomini in questi inferni siamo noi che maneggiamo i fili elettrici, siamo noi i carnefici. Fino a quando il nostro governo continua a utilizzare le informazioni estorte a queste povere creature , siamo noi che strappiamo le loro unghie, siamo noi che maneggiamo le fruste.

Attenzione, i nostri amici americani stanno già, sembra, scaldandosi le mani per spalmare un po’ di escrementi sui prigionieri da picchiare e, da quello che ho sentito da un prigioniero che è stato a Baghram, ficcare qualche manico di scopa nel sedere degli uomini e, naturalmente, anche ucciderli. Finora ci sono state 30 vittime nelle carceri USA. Non si può credere alla teoria delle mele marce. Le cose sono accadute in una scala troppo grande. E come ci difendiamo per tutta questa sconcezza? Come ci giustifichiamo per tutta questa immoralità? Facile, dicendo che Saddam era peggio.

Con Saddam le donne venivano violentate, oppure fucilate e gettate nelle fosse comuni. Era molto peggio. Ma se la malvagità di Saddam deve essere il nostro metro di giudizio, tutto ciò come ci definisce? Se la bussola morale delle nostre azioni deve essere il regime di Saddam fino a quale grado di scelleratezza e di iniquità possiamo arrivare?

Saddam fucilava e torturava le donne di Abu Ghraib. Lì noi ci siamo limitati a violentare qualche uomo e ad ucciderne qualcun altro, a Baghram abbiamo eliminato qualche sospetto, a Guantanamo abbiamo sottoposto un po’ di prigionieri a trattamenti disumani, qualcun altro lo abbiamo mandato da qualche nostro amico, che si è incaricato di farlo bollire senza l’imbarazzo della nostra presenza. Saddam però era molto peggiore. E così alla fine è diventato inevitabile che il simbolo della vergogna di Saddam, Abu Grhaib, sia diventato anche il simbolo anche della nostra vergogna.

Rober Fisk
Fonte: www.informationclearinghouse.info/
Link:http://www.informationclearinghouse.info/article9194.htm
18.06.05

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da VICHI

Pubblicato da Davide