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SE SCARONI FOSSE MATTEI. OVVERO: TESORI, TESORETTI E STRACCIONI

DI CARLO BERTANI

La
politica italiana, aggrovigliata su sé stessa, oramai discute soltanto
di facezie: s’arrovella per chiedersi se il comandante della Guardia
di Finanza debba essere un uomo speciale o normale, se sia meglio
destinare quattro soldi a questo od a quel ministero, se “ingolfare”

la Magistratura
con qualche nuova inchiesta-veleno, nei confronti di Berlusconi o di
D’Alema.

Una destra populista confonde la volontà popolare con le proprie
necessità di non cedere troppo tempo agli anni, e così s’inventa –
osservando la data di nascita del suo leader – di chiedere al Capo
dello Stato nuove elezioni, dopo aver strappato all’avversario quattro
comuni alle Amministrative.

Il
Governo, prigioniero di mille ricatti, provvede alla “normale
emergenza” governando con il voto di fiducia, mentre un’opposizione
agguerrita si rallegra, concia delle difficoltà altrui, proprio perché
sono “altrui” e non deve sbucciarsele in casa. Fanno finta di non
ricordare quando cambiavano i ministri dell’Economia pescandoli dal
mazzo delle carte, e Bruxelles tuonava.

La situazione italiana segue oramai un copione impazzito, quello di una
destra che non è europea ma quasi sudamericana e quello di una sinistra
che si rallegra per le amicizie che conta nella finanza internazionale,
al punto di dover tacitare i sindacati con un piatto di lenticchie.

Vale la pena, ancora, di seguire la commedia? No, perché è recitata da
persone normali, mentre avremmo veramente bisogno di persone speciali.
Se non le avessero crocifisse da decenni.

Oggi,
ci si rallegra perché il gettito fiscale ha creato un avanzo di
bilancio – il cosiddetto “tesoretto” – del quale non sanno con
precisione nemmeno a quanto ammonta: si va da
2,5 a

9 miliardi, secondo i giorni e gli umori. Mai come oggi, tutti gli occhi
sono puntati sul dito del saggio che indica il cielo.

Eppure, ogni anno che passa, le stime sulla “bolletta energetica”
aumentano con la progressione dei consumi e gli aumenti dell’energia
sul mercato internazionale. Alcune cifre?

La “bolletta energetica” italiana, prevista per il 2007[1],
è di circa 45 miliardi di euro, dei quali 24 per il solo petrolio. Nel
2006 furono 48 miliardi, ma ricordiamo che i 45 miliardi del 2007 sono,
per ora, una previsione. Un misero aumento del barile – dovuto ad una
guerra, una guerricciola, un uragano, un allarme sulle stime –
potrebbe cambiare il quadro.

Sono 45 miliardi di euro che prendono la via dell’estero, dalla Libia
all’Arabia Saudita, dalla Russia alla Francia. I miliardi di euro del
“tesoretto”, invece, provengono tutti dalle tasse degli italiani, e
sono ben poca cosa rispetto ai numeri dell’energia. Da dove nasce
questa situazione?

Se
vogliamo osservare la situazione da un diverso punto di vista, potremmo
valutare che i consumi energetici totali italiani s’attestano intorno
ai 190 MTEP annui[2],
comprendendo in questa cifra tutto, dalla lavatrice all’automobile.

Ovviamente, l’energia proviene da più fonti – petrolio, gas,
carbone, idroelettrico, acquisti d’energia elettrica sul mercato
estero, ecc – ma, per comodità, viene valutata come se fosse tutta
petrolio.

Siamo abituati a considerare il prezzo del petrolio in barili (barrel), ma una tonnellata di petrolio equivale a circa 6,2 barili[3]:
considerando un prezzo di 65 $/barile, una tonnellata costa circa 400$
americani. 190 milioni di tonnellate, dunque, equivarrebbero a 76
miliardi di dollari, circa 56 miliardi di euro[4].

Da
questa cifra dobbiamo sottrarre il 10% di produzione nazionale[5],
e siamo a circa 50. Non tutta l’energia proviene però dal petrolio e
dal gas, ed il carbone è una fonte più economica: come si può notare,
cifre fra i 45 ed i 50 miliardi di euro sono perfettamente coerenti con
i consumi.
Ecco la quadratura del cerchio, da dove nasce la tendenza a
ristrutturare le centrali che funzionano a petrolio con il carbone: una
semplice convenienza economica, giacché il costo dell’energia in
Italia è più alto che all’estero.

Si tratta, però, di una politica assai miope: ristrutturare una
centrale comporta onerosi investimenti e anni di lavoro. Nel volgere
d’alcuni anni, aumentando la domanda di carbone, il prezzo potrebbe
salire e saremmo da capo: in più, con l’aggravio di bruciare carbone,
la fonte che produce più gas serra.

Anche
l’ipotesi nucleare – caldeggiata a lungo dal centro destra, ma solo
per scopi propagandistici – è stata abbandonata anche dall’ex
Ministro Matteoli: un paese che decise vent’anni fa di non ricorrere
al nucleare non può, nel volgere di un battito d’ali, riprendere
quella strada.

Considerazioni ambientali a parte (scorie, ecc), quanto tempo ci
vorrebbe per avere una decina di centrali nucleari in Italia? Non
esistono nemmeno più (o sono ridotte al lumicino) le facoltà
universitarie del settore!

L’IEA[6]
valuta la disponibilità d’Uranio nel pianeta in 40-80 anni, secondo
il prezzo d’estrazione e di raffinazione del minerale (in aumento):
anche se l’Italia decidesse di costruire nuove centrali – e dove?
Con quello che succede per i termovalorizzatori, ci sarebbe un solo
sindaco che acconsentirebbe? Dovremmo rifare il referendum? – ci
arriveremmo probabilmente quando il nucleare diventerebbe poco attraente
anche dal punto di vista economico.

Il “risorgimento” nucleare è dovuto principalmente alla peculiarità
di quel sistema, che non produce gas serra, ma è un risorgimento che ha
le ali tarpate proprio dagli enormi ritardi accumulati dall’Italia sul
fronte dell’energia. Ci arriveremmo troppo tardi.

Come
si è giunti a questa situazione?

Le scelte energetiche italiane nascono da due momenti ben precisi: il
dopoguerra di Enrico Mattei ed il referendum sul nucleare del 1987.
Quando Mattei si sedette alla poltrona dell’AGIP, ereditando il
carrozzone fascista, l’Italia era in ginocchio: fonti nazionali quasi
inesistenti, dipendenza dall’estero pressoché totale. Mattei richiamò
alla neonata ENI anche numerosi dirigenti che avevano subito
l’ostracismo poiché coinvolti con il passato regime, giacché aveva
bisogno di personale preparato. Altro che “bipartisan”!

L’obiettivo
era quello d’iniziare a sfruttare il gas metano presente nel
sottosuolo della pianura Padana, e ci riuscì. I volumi estratti non
erano certo abbondanti, ma per il nulla che l’Italia possedeva erano
pur sempre qualcosa.

La lungimiranza di Mattei, però, fu evidente da quel momento in poi:
forte della sua formazione di cattolico attento alle esigenze sociali,
lanciò l’ENI alla caccia di contratti con i paesi produttori di
petrolio e di gas. L’arma vincente? Pagava semplicemente un poco di più
degli inglesi e degli americani. In quegli anni,
la BP
“divideva” i proventi della società petrolifera mista – Anglo
Iranian Oil – in un modo assai curioso: il 94% agli inglesi ed il 6%
agli iraniani. Una vera ed onesta joint venture!

Fu
facile, per Mattei, introdursi in quel mercato poiché – almeno fino
al 1956 ed ai fatti di Suez – le compagnie inglesi trattavano il
petrolio con l’identica mentalità coloniale d’anteguerra, e gli
americani – pur non essendo mai stati colonialisti – cercavano
d’imparare.

Prima d’essere ucciso, Mattei riuscì a creare una serie di contatti
che consentirono all’Italia la fornitura energetica per i decenni a
venire: le basi dell’approvvigionamento petrolifero italiano sono
ancora quelle create da Mattei. L’unica, importante novità fu il
gasdotto siberiano, che coinvolse l’Italia e l’URSS in una serie di
collaborazioni industriali: ad esempio, lo “sbarco” della FIAT a
Togliattigrad e la fornitura di macchine per la lavorazione del legno,
delle quali i sovietici avevano gran bisogno, viste le enormi ricchezze
forestali. Grazie a quegli accordi, ancora oggi l’Italia conserva
un’ottima posizione in quel settore tecnologico: nel modenese sorgono
moltissime aziende del settore del legno.

Il
referendum del 1987 non doveva finire in quel modo – così pensavano i
vertici dell’ENEL, che aveva iniziato ad investire a Caorso ed a
Montalto di Castro per le prime due, vere[7],
centrali nucleari italiane – ma cadde la tegola di Chernobyl, ed il
popolo italiano disse di no.

Nel 1987, dopo il referendum, la classe politica del tempo avrebbe
dovuto prendere coscienza che l’Italia aveva abbandonato quella strada
– mentre Francia, Germania e Gran Bretagna procedevano – e prendere
provvedimenti.

Già allora si sentiva parlare d’energie rinnovabili, ma il basso
prezzo del petrolio – giunse a 11$/barile negli anni ’90! –
confinava il settore in un ambito meno pressante, con pochi fondi e,
tutto sommato, considerato quasi come un settore di ricerca pura. In
altre parole: se son rose fioriranno, ma non perdiamoci troppo tempo.

Intorno
al 1980, ad esempio,

la FIAT
studiava un primitivo modello d’aerogeneratore – il Libellula – del quale ebbi modo di seguire le vicende, poiché un
prototipo fu installato proprio nella tenuta di un mio conoscente.

L’aerogeneratore,
a differenza dei modelli attuali, affidava ad un complesso sistema di
molle e contrappesi la possibilità di mantenere costante la rotazione
al variare del vento che, quando “variava” troppo, distruggeva molle
e contrappesi.

Puntualmente, giungevano da Torino i tecnici dell’azienda che
sistemavano nuove molle e contrappesi, che il vento si premuniva di
fracassare nuovamente.
Le strade seguite da tedeschi e danesi furono invece diverse:
approfondirono molto – grazie alla “ricaduta” delle tecnologie
aeronautiche – lo studio dei materiali per consentire alle pale di
flettersi senza rompersi, ed i risultati – oggi – si vedono.

Negli
stessi anni, però, il sistema politico italiano era già entrato in
cortocircuito per la sciagurata gestione del debito e per i noti
“terremoti” internazionali: non ci furono di certo orecchie attente
al problema, e quella pessima impostazione perdura.

Ancora nel 2004, riuscirono a cacciare Rubbia dalla presidenza dell’ENEA
poiché, altrimenti, il solare termodinamico avrebbe seriamente corso il
rischio di diventare una realtà.

Vale la pena di soffermarsi qualche secondo sulle esternazioni di
Scaroni – Presidente dell’ENI – poiché sono illuminanti. Con
soddisfazione, affermava qualche mese or sono “che,
per fortuna, l’Italia non aveva venti costanti e potenti come quelli
del Mare del Nord, e quindi il sistema eolico era improponibile”
.

Considerazioni
tecnologiche a parte – l’affermazione di Scaroni ha del vero, ma
sottende anche molte falsità – stupisce osservare che un uomo che
s’occupa d’energia “si rallegri” perché l’Italia è
relativamente più povera di una risorsa energetica. Non credo che
Mattei si sarebbe “rallegrato”.

Contemporaneamente, Enelgreenpower
– ossia l’ENEL – affermava candidamente che la risorsa eolica era
valutata, nel pianeta, quattro volte l’intero fabbisogno mondiale del
1998. Nel 1990, l’Ente Americano per l’Energia sosteneva che tre
soli stati – North Dakota, Kansas e Texas – erano in grado di
fornire l’intero fabbisogno nazionale con il sistema eolico. Nel 2005,
l’Università di Stanford rivedeva al rialzo quelle stime. C’è
proprio da “rallegrarsi”.

L’impasse
energetica italiana nasce dunque da un coacervo di fattori, che
maturarono negli stessi anni: il referendum del 1987, la crisi politica
dei primi anni ’90 e la contemporanea dismissione di molte aziende
meccaniche di proprietà statale. Già, perché se desideriamo costruire
impianti per la captazione delle energie rinnovabili, qualcuno deve pur
costruirli!

Non dimentichiamo che l’area anseatica è diventata leader
dell’eolico anche per ragioni storiche: l’ultima azienda che
produceva mulini a vento tradizionali (quelli delle cartoline) chiuse i
battenti, in Danimarca, intorno al 1970. Vent’anni dopo, s’affermava
la nuova industria eolica: in Germania, valutano che 250.000 persone
lavorino nel settore delle energie rinnovabili.

Chi
poteva (e potrebbe), in Italia, diventare attore nel nuovo settore?

L’ENEA, ad esempio, ha praticamente terminato la fase di ricerca sul
solare termodinamico: chi lo realizzerà? Con il ritorno di Rubbia, è
possibile che l’impianto di Priolo Gargallo sia finalmente terminato,
ma si tratta pur sempre di un impianto sperimentale, e gli anni passano.

Le grandi aziende meccaniche italiane si contano sulle dita di una mano:
FIAT, Ansaldo, Italcantieri, OTO Melara, Pignone e poco di più.
Italsider non esiste praticamente più, l’IRI è un ricordo.

La più importante azienda –
la FIAT
– deve focalizzarsi sul “core
business
”, ossia sul settore auto, per non perdere il terreno che
ha faticosamente riguadagnato dopo una crisi che giunse ai limiti
dell’estinzione.

Ancora
una volta – come dopo l’Unificazione, durante il Fascismo, nel
Dopoguerra – dobbiamo costatare la debolezza dell’apparato
produttivo italiano. Il tessuto produttivo italiano riesce ad
interpretare bene le nicchie di mercato – pensiamo al made
in Italy
, l’estetica – poiché la dimensione contenuta delle
aziende è in grado di competere soltanto sulle nicchie, non sui grandi
mercati.

La “mano pubblica” non ha più la possibilità d’intervenire
direttamente nella gestione industriale – non entriamo nel merito
della contesa fra pubblico e privato, constatiamo semplicemente che così
è – e quindi (anche per le norme europee in materia) lo Stato non può
decidere di costruire centrali solari od eoliche.

Possono costruirle i privati? Troppo piccoli per una simile impresa:
potranno al massimo costruire singoli settori della “filiera” della
nuova industria, ma non interpretare il processo produttivo dalla A alla
Z.

Lo
Stato potrebbe favorire – mediante la leva fiscale – consorzi
d’aziende che lavorano su segmenti diversi della stessa “filiera”
industriale: sarebbe un tentativo per conciliare l’originalità del
nostro tessuto industriale – basato su tante piccole e medie imprese
– con la necessità di gestire mercati ampi e complessi. Non
dimentichiamo, però, che il tempo passa: i colossi internazionali
dell’energia non aspetteranno certo l’Italia.

Rimangono
ENEL ed ENI – quotate in Borsa ma con una residua partecipazione dello
Stato – che però pensano al carbone (ENEL), oppure si
“rallegrano” se c’è poco vento (ENI).

Nulla vieta d’installare aerogeneratori prodotti all’estero – così
oggi vanno le cose – ma non dimentichiamo che, chi “perderà il
treno” della nuova industria energetica, accumulerà probabilmente un
secolo di ritardo tecnologico.

Per il solare termodinamico, invece, siamo al parossismo: la nuova
tecnologia è completamente italiana!

Attualmente, l’ENEA prevede che il costo di produzione di un KW/h
elettrico, con la nuova tecnologia, si aggiri intorno ai 6,5 euro/cent,
inferiore al petrolio ed al gas e poco più alto del carbone (però,
senza inquinare!)[8].

Nei
documenti ufficiali dell’ENEA, però, traspare un concetto che vale la
pena d’analizzare.

La captazione solare è proficua a molte latitudini – l’Austria è
il paese con più collettori solari (acqua calda) pro capite – ma è
alle basse latitudine, zone tropicali ed equatoriali, che diventa molto
conveniente.

Leggiamo
cosa afferma l’ENEA nel suo documento ufficiale sul solare
termodinamico (csp.pdf):

“Come si è visto in precedenza, per gli impianti solari a
concentrazione il grosso del mercato potenziale, più prossimo
all’Italia, si trova nei Paesi a sud e a sud-est del Mediterraneo,
ovvero il Nord-Africa e il Medio Oriente. La presenza in questo ambito
geografico di vaste aree ad alto irraggiamento diretto e con scarso
valore commerciale (non essendovi praticabile economicamente né
l’agricoltura né la pastorizia) offre la possibilità di produrvi
energia di origine solare a basso costo.”

Senza
voler apparire presuntuoso, faccio notare che già lo affermavo nel
2003:

“La principale ragione che ha condotto a descrivere come non economico
il sistema fotovoltaico è che tutte le analisi compiute, in Europa e
negli Stati Uniti, sono state attuate considerando solo le alte
latitudini, dove la radiazione solare annua è insufficiente per rendere
questo sistema competitivo[9]

Io
riferivo l’analisi al sistema fotovoltaico, ma la consistenza della
radiazione è la stessa: l’ENEA – se stima il costo di produzione di
1 KW/h a 6,5 euro/cent nelle regioni meridionali europee – scende,
nello stesso documento, a 4,5 per le aree tropicali ed equatoriali.

Perché? Poiché la radiazione solare, pur essendo consistente al
solstizio d’estate alle nostre latitudini, scende a quello invernale
ad 1/6 circa (media) rispetto alle aree equatoriali. In altre parole,
riceviamo molta energia in estate, ma pochissima d’inverno: fra i
Tropici e l’Equatore, invece, i valori sono più costanti tutto
l’anno; inoltre, la media annua (la quantità totale d’energia) è
sensibilmente a loro favore. Difatti, l’ENEA stima una diminuzione del
costo del singolo KW/h di quasi un terzo, se gli impianti fossero
situati nelle aree sahariane e sub-sahariane.

Tutto
ciò ci riporta alla domanda iniziale, ovvero: se Scaroni fosse Mattei…

Se Scaroni fosse Mattei, ritornerebbe – quasi fosse la sua
reincarnazione – in Africa: questa volta per stendere accordi per le
forniture energetiche utilizzando la nuova tecnologia, tutta italiana,
che ci farebbe tornare fra le nazioni che sfornano tecnologia.

Qualcuno potrebbe domandarsi: perché non attuare la captazione in
Italia? Domanda legittima ed appropriata.

Per
oggettive situazioni geografiche, la sola Sicilia – in Italia –
sarebbe nelle condizioni più favorevoli per avviare il processo:
dunque, si potrebbe fare. Ciò non significa che anche altre aree
potrebbero ricevere la nuova tecnologia: semplicemente, più si sale
verso Nord, meno diventa conveniente.

Pur con costi superiori (6,5 euro/cent KW/h) potremmo avviare i processi
in Sicilia: oltretutto, sarebbe una buona “palestra” prima
d’esportare la tecnologia in esame. Quanto – di quei 45 miliardi di
euro – potremmo risparmiare realizzando le centrali in Sicilia?

Produrre
il 10-20% dell’energia consumata con il sistema termodinamico non è
assolutamente una chimera: sarebbe come mettere insieme un paio di
“tesoretti” ogni anno senza dover ricorrere alle tasse.

Inoltre, progrediremmo nella fase d’industrializzazione del progetto
(magari migliorandolo in corso d’opera, come spesso avviene) e ci
sottrarremmo – almeno un poco – ai ricatti energetici, ai quali
siamo troppo esposti.

Di
più sarebbe possibile fare, ma ci esporremmo ad altri rischi.

Siamo storicamente legati ai paesi della sponda Sud del Mediterraneo: già
i Romani commerciavano con quelle popolazioni per le spezie, e le
“spezie” odierne – se riflettiamo sulla valenza del settore
petrolchimico – sono il petrolio ed il gas.

Temo un’Europa coperta di pannelli solari, di varia natura, e d’aerogeneratori,
che fosse in grado di coprire l’intero fabbisogno con la produzione in
loco: la temo per vari motivi.

Grandi e popolose nazioni – pensiamo all’Algeria – sopravvivono
solo grazie alle esportazioni energetiche: quale sarebbe la portata dei
flussi migratori, qualora venissero a mancare quegli introiti?

Da sempre, l’Europa è produttrice di beni e l’Africa ed il Medio
Oriente sono fornitori di materie prime: se il metodo fosse quello di
Mattei – ossia non la rapina, ma il commercio – le due realtà
potrebbero convivere in simbiosi, e dunque in pace.

Sull’altro
versante, non possiamo dimenticare che chi lo tentò – Enrico Mattei
– fu sacrificato sull’altare della pura e semplice convenienza
economica che negli anni, grazie a strumenti sempre più sofisticati –
il Fondo Monetario Internazionale,
la Banca Mondiale
, ecc – si è trasformata in un nuovo colonialismo.

Per questa ragione – di là delle personali convinzioni, che lo vedono
poco propenso a tentare nuove strade – Scaroni non può diventare
Mattei: correrebbe gli stessi rischi del primo presidente dell’ENI.
Peccato che, questa impasse, finirà per condurci alla rovina.

La palla torna dunque nuovamente nelle mani del sistema politico, il
quale s’interroga sui massimi sistemi, ossia se il comandante della
Guardia di Finanza debba essere un uomo normale o speciale.

Politici “speciali”, come i nostri, non sono probabilmente in grado
d’imprimere una positiva accelerazione ai rapporti internazionali, per
tracciare un nuovo profilo d’approvvigionamento energetico fra le due
sponde del Mediterraneo. Smettiamola d’inviare in giro soltanto
soldati: proviamo ad inviare gente che sappia trattare.

Avremmo
un disperato bisogno di “normali” politici – di destra e di
sinistra – ma di politici capaci.

http://www.macrolibrarsi.it/libri/__mutamenti_climatici.php?id_wish=10678

Carlo
Bertani
[email protected]

www.carlobertani.it
11.06.2007

[1]
Fonte Televideo 11/3/2007
[2]

La TEP

(Tonnellata Equivalente di Petrolio) è un’unità di misura che
equivale all’energia contenuta in una tonnellata di petrolio.
La MTEP
corrisponde ad un milione di TEP.

[3]
Si tratta di un valore medio, giacché differenti tipi di petrolio
hanno diversa densità.

[4]
Al cambio di 1,35 dollari per un euro.

[5]

La produzione italiana d’energia varia secondo gli anni: tale
variazione è dovuta principalmente alla piovosità, giacché la
fonte idroelettrica è la principale, mentre il geotermico e le
rinnovabili forniscono circa l’1% ciascuna.
[6]
IEA: International Energy Agency.
[7]
Le precedenti realizzazioni (Saluggia, ecc.) erano poco di più che
impianti sperimentali.

[8]
Fonte: ENEA, csf.pdf.
[9]
Carlo Bertani – Energia,
natura e civiltà: un futuro possibile?
– Giunti – 2003.

Pubblicato da Davide