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SCUOLA, CONCORRENZA, MERITOCRAZIA. (RISPOSTA A MICHELE BOLDRIN)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

DI MARINO BADIALE E MASSIMO BONTEMPELLI

Questo intervento è una risposta ad un articolo di Michele Boldrin pubblicato su “Il fatto quotidiano” di sabato 25 settembre . I suoi contenuti sono quelli di una lettera da noi inviata al “fatto” e non pubblicata.

Dissentiamo con forza dal contenuto degli articoli di Michele Boldrin che vengono pubblicati, con una certa regolarità, sul “Fatto quotidiano”. Si tratta infatti, con tutta evidenza, di un signore allevato in quell’area conformista dell’accademia anglosassone, in cui si scambiano per realtà alcune astrazioni matematiche tratte dagli aspetti più superficiali del funzionamento dei mercati, e si scambiano per conoscenza saperi che hanno per oggetto segmenti isolati ed astratti della realtà. I risvolti storici, sociologici, di vita concreta e persino macroeconomici, delle questioni affrontate sono completamente ignorati. C’è poi negli articoli di Boldrin la presunzione di poter parlare ex cathedra di cose non conosciute, ma di cui si crede di avere un sapere esaustivo perché lo si è tratto dall’accademia.

Ci limitiamo qui a discutere quanto Boldrin ha detto sul problema della scuola nell’articolo sopra citato. I suoi ragionamenti su merito e concorrenza non sono solo ridicoli, ma anche eticamente riprovevoli. Dice infatti Boldrin che la concorrenza, mediante il mercato, è una gara sempre aperta, in cui anche se si è perso si può continuare a concorrere perché le gare aperte si susseguono continuamente, ed in ciascuna solo chi arriva ultimo è perdente, perché tutti gli altri, anche se non sono primi, ci guadagnano qualcosa. Peccato che gli operai di Pomigliano non leggano questi articoli, perché altrimenti capirebbero che, anziché resistere allo schiavismo di Marchionne, potrebbero mettersi a competere con lui e tra loro nella produzione di automobili, per la quale hanno tutte le competenze. L’articolo sembra ignorare il fatto che la possibilità di concorrere nel mercato presuppone quasi sempre risorse di vario tipo che si traggono dalla famiglia e dall’ambiente da cui si proviene. Non tener conto di questo è eticamente riprovevole perché significa colpevolizzare i perdenti nel mercato, inducendo loro l’idea falsissima che hanno perduto perché non sono stati abbastanza capaci. Viene ignorato anche l’altro fatto che la concorrenza produce sempre più beni inutili o addirittura nocivi, e distorce un sano orientamento psicologico delle persone. Come è stato detto, anche nei casi in cui produce le merci migliori, produce gli uomini peggiori. Certo, gli acuti economisti educati a una certa scuola anglosassone quando vedono le distorsioni prodotte dalla concorrenza dicono che quella non è la vera concorrenza, esattamente come alcuni comunisti disposti a riconoscere le malefatte dell’Unione Sovietica dicevano che quello non era il vero comunismo. Peccato che la concorrenza cosiddetta pura che si trova nei manuali dei cantori del cosiddetto libero mercato, a partire dal lontano Walras, proprio come il vero comunismo sognato dai comunisti utopici, non sia mai esistita nella storia. Nessun Boldrin che sapesse la storia potrebbe citare una sola regione del mondo di un solo tempo storico in cui sia esistita la concorrenza pura. La concorrenza concretamente esistente non è mai stata l’asettica concorrenza su costi e prezzi di cui parlano i corifei del cosiddetto libero mercato, ma è sempre stata condotta con tutti i mezzi, legali o illegali, disponibili nella società in cui si è svolta, tanto è vero che è stato anche proposto da diversi autori di modificate l’espressione «libero mercato» con quella più esatta di «mercato deregolamentato». Se non si viene da un altro pianeta, quando si parla della concorrenza, bisogna tener conto di quella realmente esistente.

Nell’articolo sulla scuola, Boldrin, parlando della formazione che la scuola dovrebbe dare, non ha menzionato né l’educazione alla cittadinanza, né la conoscenza razionale della realtà storica in cui si vive, né la trasmissione da una generazione all’altra di fondamentali valori collettivi, cioè ha eliminato tutto l’essenziale, per ripiegare su un’angusta concezione pragmatica del sapere tipicamente anglosassone. Ha poi detto, scadendo nel ridicolo, che il successo formativo di una scuola può essere misurato, e che gli elementi che lo misurano sono le prove positive nei test standardizzati delle scuole successive e il successo poi ottenuto nei percorsi della vita. Quanto ai test, Boldrin ignora evidentemente la montagna di critiche che sono state argomentativamente rivolte al sistema dei test. Quanto al successo, dalla sua tesi si potrebbe dedurre che le migliori scuole italiane del dopoguerra erano quelle dei Salesiani frequentate da Silvio Berlusconi, il quale, come è noto, è l’uomo che ha avuto il massimo successo in Italia sia come imprenditore che come politico (e si potrebbero fare molti altri esempi simili). Anche sotto questo aspetto si può vedere come certe tesi, al di là della loro vacuità conoscitiva, siano anche eticamente riprovevoli. Infine, viene auspicato, come mezzo per migliorare l’istruzione, l’affidamento delle scuole a cooperative di insegnanti. Un’idea simile emerse in Italia, come è noto, all’indomani della legge Bassanini del 15 marzo 1997, il cui articolo 21 sembrava lasciare spazio anche ad una evoluzione verso un esito di tale tipo. Furono portate allora argomentazioni di ordine sociologico che dimostravano come una simile soluzione avrebbe avuto esiti profondamente negativi sulla trasmissione culturale nelle scuole, argomenti di cui il lettore dell’articolo è tenuto totalmente all’oscuro, e su cui pure esistono diversi buoni libri pubblicati negli ultimi anni del secolo scorso.

Michele Boldrin

L’articolo di Boldrin mostra, una volta di più, come l’ideologismo neoliberista non abbia contatti con la realtà concreta. E non è affatto un caso, tra l’altro, che nessuno degli economisti neoliberisti, anglosassoni e non, abbia previsto la crisi mondiale, di cui avevano invece visto tutti i prodromi alcuni economisti meno ideologizzati. Per dei sostenitori di una concezione pragmatica del sapere non c’è male!

Marino Badiale, Massimo Bontempelli

2.10.2010

Pubblicato da Davide

  • VeniWeedyVici

    A me quelli di sinistra che leggono il fatto quotidiano fanno una pena immensa. In certi casi anche schifo.

  • GRATIS

    Quoto al centopercento, ma trovo che la parola sinistra sia sempre piu fuorviante. Meglio non usarla proprio

  • Tonguessy

    Che confusione! Mischiare banane e vibratori!
    Mischiare “il vero comunismo sognato dai comunisti utopici…mai esistita nella storia” con “colpevolizzare i perdenti nel mercato, inducendo loro l’idea falsissima che hanno perduto perché non sono stati abbastanza capaci.”

    Storicamente il comunismo è esistito per la maggior parte della presenza dell’uomo in questo pianeta. Le società di cacciatori-raccoglitori non sapevano cos’era il consumismo nè il capitalismo. E’ purtroppo assodato che pressochè CHIUNQUE appartenga a questa società consumistica e capitalistica ignori ciò che è esistito per quasi tutto il passato dell’umanità. Potenza del pensiero unico che ci vuole ai vertici delle specie e delle culture.

    E sull’idea invece della responsabilità individuale non posso che concordare appieno. Siamo, da bravi sudditi dell’Impero, latori delle istanze fondanti dell’Impero medesimo. La più importante delle quali è senz’altro l’etica protestante, ovvero la responsabilità individuale (e fanculo le classi e le loro lotte). Paradigmatico fu il pensiero di tal JFK: “Non chiedere quello che il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa tu puoi fare per il tuo Paese”.

    Lo Stato così non può che essere un contenitore sociale che pretende dal singolo fedeltà assoluta al limite del martirio (e gli USA ne hanno di storie in tal senso). Non garantisce nulla, se non sangue, sudore e lacrime. Proprio come a Pomigliano.

  • TommasoG

    Non ho letto l’articolo di Boldrin e non so chi sia, ma il pezzo qui sopra presenta alcuni punti deboli.
    Il problema di Pomigliano (e di tutte le organizzazioni che costano piu’ di quello che ricavano, vedi la vecchia Alitalia, ad esempio), da come lo vedo io, e’ che produrre un auto a Pomigliano costa molto di piu’ che altrove. Possiamo anche accettare il fatto di produrre auto ad un costo maggiore, ma poi chi le compra?
    Gli autori del pezzo qui sopra, quando dovessero decidere di comprare un auto, ci starebbero a spendere 15.000 euro invece di 10.000 perche’ e’ stata prodotta a Pomigliano invece che in Polonia?
    Forse si’ (mio nonno comprava solo FIAT e italiano, per questo motivo), ma, purtroppo, forse non tutti gli italiani, o i clienti della FIAT, che non sono solo italiani, la pensano cosi.
    Questo e’ il problema.
    A questo problema non c’e’ altra soluzione che aiutare i lavoratori che producono cose che nessuno vorrebbe comprare a produrre altre cose che invece gli altri cittadini vogliono comprare.
    Non devono mettersi in competizione con la FIAT e produrre altre auto.
    Ci sarebbero poi tanti altri punti da confutare, ma non ho tempo adesso.

  • Ricky

    Con questi articoli si dá credibilitá e spessore immeritati ad un quotidiano ed ai suoi redattori che ormai da mesi hanno dimostrato ció che sono: un bluff, o meglio i cani da guardia del neoliberismo, l’avanguardia dell’improbabile capitalismo dal volto umano.
    Era meglio ignorare, non ti curar di lor ma guarda e passa…

  • victorserge

    nessuno dei commentori all’articolo ha fatto delle proposte.
    tutti pronti a criticare.bene.

    e allora.
    la scuola è un istituto che ha il dovere, scritto appunto nella costituzione italiana, di formare il sapere dei piccoli, sia dal punto di vista materiale che dal punto di vista spirituale.
    le materie di studio, o di insegnamento, devono essere ad ampio spettro: dalle scienze umanistiche a quelle scientifiche, artistiche musicali, economiche.
    un giovane cittadino ha il diritto di apprendere le cose che servono a diventare un uomo o una donna completo e completa e formato e formata sotto ogni aspetto che caratterizza la vita umana.
    come effettuare tutto questo?
    sicuramente non basando come principio formativo la concorrenza e la meritocrazia.
    infatti non credo che nella costituzione italiana ci siano indirizzi che vanno in questa direzione.
    credo invece sia opportuno capire come vogliono gli italiani adulti il futuro dei propri figli e di conseguenza della propria nazione; se un popolo di avidi sfruttatori e abietti calcolatori di interessi esclusivamente personali, oppure un popolo di cittadini saldamente ancorati ai concetti di progresso civile e sociale e di civile convivenza e progresso tecnico-scientifico ed umano.
    tutto qui.
    tutto il resto è aria fritta.

    ps.
    la meritocrazia è un falso problema in quanto lo stimolo che ogni studente ha di migliorare la proria posizione, cioè di studiare, è direttamente proporzionale alla quantità di interesse che ha dispone nei confronti dell’oggetto del suo studio.
    non sono contrario di principio ai premi, cioè alle borse di studio, ma esse devono essere regolate secondo dei criteri che tengano conto delle capacità dei singoli e soprattutto che esse non siano penalizzanti nei confronti di chi, inevitabilmente, non dispone di capacità di studio approppriate.

    ps.
    la concorrenza invece è un assurdo sia economico sia sociale.
    esso è vero che stimola le capacità del singolo di migliorare le proprie prestazioni ma questo è già insito nella natura umana e dunque non ha nessun motivo di essere mitizzato per indurre l’individuo a prevalere degli uni rispetto agli altri.
    nelle fasi primarie dell’istruzione poi è addirittura nefasto perchè induce comportamenti nettamente antisociali che poi si riverberano negativamente nella società.

  • Truman

    Conviene riprendere la Costituzione.

    Art. 34.
    La scuola è aperta a tutti.
    […]
    I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.

    Insomma il merito nella Costituzione c’è. Non va inteso in senso assoluto, come racconta la favola liberista, secondo la quale ognuno è in gara con il resto del mondo e solo i meritevoli vengono premiati, una favola che contrasta con una realtà nella quale vincono disonesti e ruffiani, ma il merito è uno dei principi fondativi della Repubblica. E mi sembra pure giusto.

  • dana74

    bell’articolo, condivido totalmente.

  • Valterinus

    “Storicamente il comunismo è esistito per la maggior parte della presenza dell’uomo in questo pianeta. Le società di cacciatori-raccoglitori non sapevano cos’era il consumismo nè il capitalismo”

    Premetto, non sono un economista, anzi tutt’altro.
    Sono parzialmente d’accordo con l’affermazione. È vero che le società primitive non sapevano dell’esistenza del consumismo e del capitalismo, ma è anche vero che il capitalismo ha il suo fondamento nelle regole naturali. Chiamiamole molto banalmente “mors tua, vita mea” o “pesce grande mangia pesce piccolo” o ancora “legge del più forte”.
    Se si osserva la piramide della cosiddetta “catena alimentare”, si noteranno grosse somiglianze con la “catena socio-economica” delle civiltà occidentali e non, ma anche di quelle feudali, baronali, ecclesiastiche, ecc.
    Con una differenza: i leoni, dopo aver mangiato, si fermano e riposano, non buttano via il cibo; il capitalista, e l’uomo in generale, no, non si ferma, continua a cacciare, mangiare e accumulare.
    Questa è la sottile differenza: paradossalmente e tragicamente, la nostra superiorità intellettuale e tecnologica, liberandoci dal giogo delle (quasi) perfette regole naturali, ci sta condannando inesorabilmente.
    E scusate i banali paragoni.

  • toolleeo

    L’osservazione non e` molto pertinente, a mio parere.

    Mentre Tommaso si limita a constatare che, stando alle “leggi di mercato”, produrre o meno a Pomigliano possa essere fattibile o meno, gli autori dell’articolo non mi pare facciano alcuna considerazione di questo tipo.

    Cio` che viene messo in evidenza nell’articolo e` che i lavoratori di Pomigliano, pur essendo piu` qualificati a costruire automobili che non Marchionne (vero solo in parte: gli operai della catena di montaggio dubito che sappiano *progettare* una atuomobile…), non possono certo mettersi a fare concorrenza alla FIAT soltanto perche` “chiunque nel libero mercato della concorrenza perfetta puo` partecipare alla gara”

    E non lo puo` fare semplicemente perche` per accedere al mercato dell’auto (dei construttori d’auto, non degli acquirenti ;-)), non basta sapere assemblare l’auto, non basta nemmeno sapere progettarla, ma servono capitali per avviare l’attivita` che ben difficilmente piovono dal cielo.

    Ecco perche` il lavoratore di Pomigliano non puo` vincere la gara della concorrenza, visto che non puo` nemmeno parteciparvi.

    Chiaramente l’esempio della FIAT e` “sovradimensionato”, ma riducendo la scala del sistema (non realizziamo automobili ma vogliamo arpire una gelateria?) molto spesso il problema si ripresenta allo stesso modo.