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SCHUMACHER E L'ECONOMIA DELLA SOPRAVVIVENZA

DI KIRKPATRICK SALE

FRITZ SCHUMACHER era, tendiamo a dimenticarlo, un uomo veramente radicale. Era così affascinante e pacato come persona, e così fluido e diretto nella scrittura, che la maggior parte delle persone non hanno capito quanto lungimirante è stato il nocciolo delle sue politiche e i suoi programmi.

La sua era una visione che andava molto al di là della mera tecnologia intermedia e della conservazione, e della proprietà dei lavoratori, – infatti la parte più importante di questa era una teoria genuinamente liberatoria e comunitaria, ciò che chiamava in un punto “economia buddista”.

Schumacher non si esprimeva granché sull’economia tradizionale. Infatti era solito raccontare questa storia. Un giorno un architetto, un astronomo e un economista erano seduti insieme discutendo su quale delle loro professioni fosse la più antica. L’architetto diceva che era la sua perché era stato un architetto a pianificare e costruire il Giardino dell’Eden, la prima casa dell’umanità. No, diceva l’astronomo, prima del Giardino c’è stata la creazione del cielo e della terra, e ci deve essere stato un astronomo a studiare quel cielo. Bene, disse l’economista, hai ragione, ma Dio ha creato il cielo e la terra dal caos – e, disse, chi credi abbia creato quest’ultimo?Bene, gli economisti invero hanno creato il caos, e lo hanno chiamato capitalismo industriale moderno. Così caotico che in un senso non funziona – non fornisce cibo , riparo, acqua, salute, longevità, in modo adeguato per un terzo, forse la metà intera, degli abitanti della terra, non fornisce sicurezza, armonia, obiettivi, significato, giustizia, o pace a tutto il resto delle persone ma solo a una piccola minoranza delle nazioni ricche.

E nell’altro senso funziona davvero, funziona a tal velocità e potenza da usare le risorse del pianeta – cioè il suo scopo fondamentale, il carburante del suo motore – e facendo questo stermina le sue specie, impoverisce il suolo, inquina le sue acque, altera l’atmosfera, elimina le foreste, modifica il clima, degrada la flora marina, e allarga i suoi deserti. Caos, appunto.

Schumacher conosceva l’economia del caos molto bene – era stato, dopo tutto, capo economista del Comitato Britannico del Carbone per 20 anni. Sapeva quanto unidirezionale e pericolosa fosse, ecco perché, dopo un soggiorno a Burma negli anni ’60, elaborò i temi di un’economia di giustizia basata sul “nobile sentiero a otto vie” del Buddha, un insieme di obiettivi personali che includono “il retto stile di vita” – come una persona possa condurre la sua vita nel modo migliore – ma anche “la retta comprensione”, “la retta condotta”, “il giusto sforzo” e “il giusto obiettivo”.

Schumacher stesso riassunse il caos dicendo che “l’economia senza Buddhismo” – cioè, senza valori spirituali e morali – “è come il sesso senza amore”. Schumacher non prospetta da nessuna parte un sentiero economico a otto vie – concentrandosi sul “retto stile di vita” nel suo saggio centrale sull’economia buddhista – ma io ho ricostruito da una serie di scritti di Schumacher, mischiati con varie idee economiche espresse dal Buddha, qualcosa di simile al sentiero economico a otto vie.

1. Tutta la produzione di beni e servizi si fonderebbe principalmente sul rispetto per la vita, una comprensione biocentrica del fatto che la vita significa di più degli esseri umani – significa animali, uccelli, piante, alberi – soprattutto alberi, aglli occhi del Buddha – significa l’ecosistema vivente, ruscelli e fiumi, foreste e laghi, colline e montagne, nuvole e piogge, e significa fondamentalmente la terra vivente – Gaia . Lei stessa, concepita come il solo pianeta autosufficiente, autoregolato, della galassia il quale non abbozzerà all’infinito gli abusi umani senza contraccolpi.

2. Tutti i sistemi hanno dei limiti, e bisogna tenerne conto in ogni atto economico, e la sovrautilizzazione di risorse o specie o la loro distruzione verrebbero visti come un atto criminoso di violenza, e la sovrapproduzione di una risorsa o una specie, come l’essere umano, sarebbe vista come un atto criminoso di avarizia e ingordigia, per non dire di stupidità.

3. La principale unità di produzione sarebbe la comunità, entro una bioregione autoreferenziale, che si impegnerebbe a produrre tutto ciò di cui necessita, evitando il commercio fra lunghe distanze eccetto per i beni non essenziali della bellezza e le decisioni politiche ed economiche sarebbero prese democraticamente a quel livello.

4. I consumi verrebbero limitati, poiché non sono un fine giusto in sé per sé ma un mero mezzo per il benessere umano, il quale abbisogna di poco per soddisfare le sue necessità vitali: il fine della vita economica non è la moltiplicazione dei bisogni ma la soddisfazione delle necessità fondamentali.

5. I beni prodotti e i mezzi di produzione incarnerebbero i quattro princìpi cardinali del “più piccolo, più semplice, più economico, più sicuro” – vale a dire, tecnologia a misura d’uomo, comprensibile, alla portata di tutti, e non violenta.

6. Gli unici lavori sarebbero quelli che migliorano il lavoratore, contribuiscono alla comunità, e che producono nient’altro che i beni necessari – e dico beni, non mali.

7. Tutti queli che desiderano farlo lavorerebbero, in quanto scopo del lavoro non è di produrre cose che soddisfano la bramosia ma piuttosto che nutriscano e sviluppino innanzitutto l’anima individuale, ponendosi come obiettivo quello di appagare la più elevata natura del carattere umano.

8. Tutte le decisioni economiche verrebbero fatte in accordo con il principio buddhista: “Cessa di fare il male, cerca di fare il bene”, e la definizione di bene sarebbe tutto ciò che preserva e potenzia l’integrità, la stabilità, la diversità, la continuità e la bellezza delle specie viventi e dei sistemi; tutto quello che provoca il contrario è male.Molte persone hanno affermato per molti anni quanto sia necessaria una cosa del genere, che dobbiamo ripensare l’economia globale prima che sia troppo tardi. Io non penso che abbiamo avuto alcun risultato significativo nel modificare le menti delle persone che gestiscono le economie mondiali o che li abbiamo convinti della necessità di un cambiamento radicale. Dobbiamo stare molto attenti riguardo a questa idea di “cambiamento”.

Lasciatemelo dire bruscamente: non dobbiamo avere l’illusione che sia possibile riformare le istituzioni e i sistemi del capitalismo industriale avanzato. Non dobbiamo sprecare energia intellettuale o tempo a sognare i modi di far funzionare meglio queste istituzioni – non dobbiamo deludere noi stesi con la visione limitata, per esempio, degli attivisti no-global di Porto Alegre, o di quegli economisti liberali che pensano che i governi decreteranno “tasse ambientali”, o di quegli studiosi che pensano che le Nazioni Unite avranno la volontà e il potere di cambiare i massimi sistemi in modo radicale – tramite la gestione della distribuzione dell’acqua, ad esempio – o di quegli attivisti che credono che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale possano essere riformate in istituzioni amiche dell’ambiente.

Non possiamo riformare il sistema economico. Il problema, vedete, non è