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DI GIANLUCA FREDA
Blogghete!!

Su “ Comedonchisciotte” un lettore che si firma Tellavelde ha scritto, in risposta al mio ultimo articolo, il seguente commento. Ciò che il lettore afferma è molto stimolante e ben argomentato (oltre che ben scritto), del che lo ringrazio:

Per commentare questo scritto di Gianluca Freda prendo spunto da un’affermazione di Caterina (caterinazanivan). La seguente: «La rivoluzione non è piu’ quella che si fa scendendo in piazza a manifestare e scontrandosi, o meno, con la polizia. La rivoluzione è la comprensione da parte di ogni singolo individuo che tutto il sistema è sbagliato». Buonissimo punto di partenza, Caterina. Ma da questo punto non possiamo ancora sapere nulla circa le ragioni (gli argomenti, i pensieri, le idee) che nella testa degli individui devono essersi formate prima di arrivare alla sintesi “tutto il sistema è sbagliato”. Ed è proprio di queste ragioni che dobbiamo sapere il più possibile se vogliamo comprendere che genere di rivoluzione potremmo andare a costruire mettendoci insieme a questi individui. Sia che si tratti della “soldataglia” di cui scrive Freda, sia che si tratti di una qualche supposta “élite” di rivoluzionari novelli, sia che ci si trovi di fronte ad una forma di aggregazione fra persone mai sperimentata prima.

Nella foto: La delegazione degli studenti ricevuta da NapolitanoA mio avviso, nel secolo appena cominciato possono esistere, a questo riguardo, essenzialmente due figure di rivoluzionari: a) quelli, e sono la stragrande maggioranza, che ritengono il sistema sbagliato perché produtore di tutte le miserie e le nefandezze che connotano la catastrofe in corso: situazioni derivate, in estrema sintesi, da rapporti di forza che ci costringono a subire le condotte antisociali e criminose di alcune élite sovranazionali detentrici del potere a livello finanziario, economico e politico. Il rimedio rivoluzionario, per questo primo tipo di figure, consiste nella sostituzione (più o meno “violenta”, più o meno “domocratica”, un po’ più “dall’alto” o “dal basso”) di queste élite con un nuova leva di élite (meglio illuminate, meglio organizzate) aventi un orientamento più favorevole alle moltitudini planetarie, che blocchi il saccheggio a tempo indeterminato chiamato da ultimo “crisi” attuando una serie di misure redistributive e un utilizzo meno distruttivo delle risorse del pianeta; b) quelli, in netta minoranza per il momento, che pensano altrimenti la catastrofe in corso, al punto da imputarla non semplicemente alle condotte delle élite sovranazionali al potere, quanto alla logica stessa di funzionamento di un “sistema” che tende ormai a riprodursi “in automatico” avendo formato e legato a sé le menti degli attori sociali (tanto quelle dellé elite dominanti di cui si serve quali “esecutori” e “sicari” di una sua logica senza umane misure “a monte” e “già data”, quanto quelle delle moltitudini dominate tenute aggrappate al suo carro da illusioni di realtà quali il Progresso, lo Sviluppo, la Scienza, il Consumo, il Desiderio, la Vita-dopo-questo-schifo, ecc.). Il rimedio rivoluzionario, per questo diverso tipo di figure, non può risiedere nella sostituzione delle attuali élite al potere con nuovi e più illuminati “leaders mondiali”, bensì nell’inceppamento e nella rovina del meccanismo automatico mediante la differente formazione e il distacco delle menti dei dominati dalla sua logica di funzionamento: processi da innescare a partire: a) dall’immaginazione (quindi anche dalla dimensione dell’utopia) di una differente forma di società, di un diverso rapporto con le specie viventi e col pianeta; b) da un insieme di comportamenti conseguenti, da attuare per quanto si può da subito, che stiano fuori dal meccanismo (scambi senza denaro, risorse vitali preservate e usate da tutti, più tempo diversamente vissuto per stare insieme, ecc.). Personalmente, ritengo che solo questa seconda figura di rivoluzionario abbia oggi una qualche possibilità di proporre ed agire in modo non fittizio il cambiamento. Le figure del primo tipo, consapevolmente o meno, incarnano l’impostura. Su questo punto molti che frequentano questo ed altri siti la penseranno diversamente da me. In ogni caso, dovrebbe apparire chiaro almeno questo: la vera linea di demarcazione tra quanti pensano che “tutto il sistema è sbagliato” passa di qua. Qua c’entrano pochissimo le varie “personalità” in gioco, le “matrici” e le “incrostazioni” ereditate dalla storia passata dell’antagonismo sociale degli ultimi due secoli (tipo la cosiddetta “dialettica destra-sinistra”). Oggi, tutta la differenza nelle “azioni concrete” possibili (strategie e tattiche) delle persone implicate (facenti o meno parte di élite nel senso specificato da Freda) non può che derivare dal primitivo convincimento di ognuno/a riguardo alla natura del “sistema” sbagliato, dal suo essere figura di rivoluzionario del primo o del secondo tipo.

Tutto il resto, per quanto vitale e importante possa sembrare, davanti a questo punto affatto dirimente, assume il rilievo che può avere la cura dei sintomi della malattia rispetto alla scoperta delle sue cause. In altre parole, senza considerare il responso di questa primaria cartina di tornasole per i rivoluzionari del ventunesimo secolo, tutto il resto è come la carta da parati (wallpaper) che, come disse con inarrivabile humour Oscar Wilde nel suo letto di morte, ci sta uccidendo tutti quanti…

Vediamo allora come si colora questa cartina di tornasole quando viene immersa nella soluzione chiamata Gianluca Freda. Intanto, egli sembra voler rimuovere troppo disinvoltamente la dimensione dell’immaginazione collettiva di una diversa società dal novero delle “azioni” rivoluzionarie indispensabili per il salto al di fuori dell’esistente. Non a caso la rinomina e la ricomprende sotto categorie più docili e sfumate: “sogni e utopie”, “progettazione di un cambiamento sociale” e “pianificazione intellettuale”. Leggiamo: «Il lettore ritiene che sogni e utopie siano il motore di ogni cambiamento. Può darsi che questo sia vero per la vita individuale. Ma quando parliamo della progettazione di un cambiamento sociale, sarebbe bene che ci abituassimo a lasciare i sogni nella dimensione che ad essi appartiene di diritto: quella del dormiveglia e delle fantasie notturne». E ancora: «Date retta a un fesso: le rivoluzioni, quelle vere, sono roba per persone ben sveglie e con i piedi per terra. Soprattutto, sono roba da élite. Dove, col termine “élite”, non si intende indicare una realtà connotata sul piano della gerarchia economica o sociale, bensì su quello del pragmatismo politico e della pianificazione intellettuale».

Dunque, secondo Freda il soggetto protagonista del cambiamento rivoluzionario è senz’altro l’élite come lui la intende, ovvero l’élite depositaria unica della consapevolezza di cui è priva per definizione la “carne da cannone”. Tuttavia, il dispositivo tramite cui la cosa ci viene spiegata appare disarmante nella sua piatta semplicità: l’autore non ci dice mai ciò che a me sembra invece cruciale, ossia se nella consapevolezza dell’élite debba rientrare oppure no un’interpretazione del fondamento della società da rivoluzionare in termini diversi rispetto alla chiave di lettura dei meri rapporti di forza che essa stessa “agisce”: «L’élite pianifica, organizza, gestisce, manovra la percezione del mondo e la stessa violenza di piazza secondo modalità che sono funzionali ai suoi obiettivi; la carne da cannone è del tutto priva di capacità di decodifica dell’esistente e di schemi progettuali». La cosa resta inspiegata e avvolta nel silenzio anche più oltre, quando l’autore, con l’occhio alla situazione italiana, lamenta come le finalità perseguite dalle attuali élite di potere che hanno manipolato la “soldataglia” lo scorso 14 dicembre a Roma siano «antitetiche a ciò che ritengo essere l’interesse attuale del nostro paese, inteso nel suo insieme complessivo di pastori e di mandrie, di colonnelli e subordinati». Anche da tutto il seguito dell’articolo non arrivano lumi circa il tipo di consapevolezza del fondamento della società di cui l’élite rivoluzionaria, per definizione dell’autore “consapevole”, si farebbe portatrice. A questo punto la nebbia si fa pesante e densa, e tutto il resto dell’argomentazione, per quanto conseguente con l’assunto di partenza dell’articolo, rischia di assomigliare ad una danza di ombre agite da un equivoco di fondo: l’élite rivoluzionaria auspicata da Freda viene definita in modo spregiudicato unicamente in base a caratteristiche estrinseche funzionali alla sua sopravvivenza e al suo successo nella “guerra” col nemico (le élite attualmente dominanti), a prescindere dal tipo di pensiero in base al quale riesce o meno a raggiungere i propri scopi. Insomma: per Freda all’élite rivoluzionaria pertengono le doti della comunicazione efficace, della diplomazia, della furbizia e dell’inganno (perché, come prescrisse Sun-Tzu, «tutta la guerra è basata sull’inganno»). Non pare essere prerogativa o compito dell’élite né la comprensione dei fondamenti del vivere sociale al di fuori dei rapporti di dominio né l’immaginazione di un fondamento della società distinto da quello della società esistente che s’intende “rivoluzionare”. Insomma, l’élite rivoluzionaria pensata dall’autore fonda se stessa e la società futura a partire da se stessa. Il che, ovviamente, puzza di marcio appena lo si pensa. È, ancora una volta, un’élite autoreferente, come tutte le élite costituite da quel particolare materiale umano che è il ceto politico e sindacale d’ogni dove. Quindi, l’élite rivoluzionaria auspicata da Freda, del resto non diversamente da quella vagheggiata da Barnard, Chiesa, Massimo Fini e Pallante, non è in grado di spiegare altrimenti se stessa né possiede un’interpretazione di società in termini differenti da se stessa e dai rapporti di forza nei quali soltanto sembra vivere. Se così stanno le cose, i suoi esponenti non potranno che essere figure di rivoluzionari del primo tipo. E anche Gianluca Freda pare esserlo, per quanto rispetto ad altri possa tirare fuori una maggiore dose di lucidità e di coerenza logica nell’analisi dei processi che stanno “a valle” delle sue assunzioni di partenza. Ciò non rende meno surreale e “di plastica”, per così dire, tutta la parte finale del suo articolo, che vale la pena riportare integralmente: «Occorre dunque decidere – e decidere adesso – se desideriamo rivestire il ruolo di soldati che subiscono la rivoluzione prossima ventura o di progettisti che la pianificano e la manovrano. Rivolgo pertanto un appello a tutte le menti razionali che, ritrovatesi martedì scorso nel bel mezzo di una guerra alla cui progettazione non avevano in alcun modo contribuito, abbiano sentito “a pelle” di trovarsi nel livello sbagliato della gerarchia. Invito tutti costoro a lasciar perdere le molotov, le risse coi celerini e gli scudi di cartone e a venire dietro le tastiere, dove c’è urgente bisogno di loro. Di truppaglia mercenaria da gettare allo sbaraglio contro il nemico ne abbiamo anche troppa. Ci servono generali, strateghi, programmatori, psicologi delle masse, scrittori, articolisti, ministri della (nostra) propaganda. E’ con questi strumenti e solo con questi che si organizzano e soprattutto – come avrebbe detto con saggezza il vecchio Sun Tzu – si può provare a vincere le guerre e le rivoluzioni». Domanda: cosa mai potrebbero pensare i “soldati” di coloro che decidono di stare dalla parte dei “progettisti” che “pianificano” e “manovrano” se sapessero la piccola verità che questi ultimi hanno in testa soltanto l’idea della rivoluzione come rovesciamento dei rapporti di forza e sostituzione delle élite esistenti con l’élite nuova di cui fanno parte essi stessi, mentre la logica di funzionamento della società rimane la medesima che ha prodotto la catastrofe in corso per i “soldati” e per le loro famiglie in ogni parte del pianeta?

 

Poiché non voglio appesantire il discorso, mi limito a rispondere alle sole domande dirette che il lettore pone, evitando di prendere in considerazione, per il momento, i molti spunti interessanti offerti dalle sue riflessioni.

Darò per scontato che la discussione esuli ormai da ogni tipo di valutazione sulle manifestazioni studentesche degli ultimi giorni; le eroiche avanguardie del disagio giovanile, prostrandosi ieri davanti a Napolitano e arrivando addirittura a dichiarare “Napolitano è con noi”, hanno dimostrato definitivamente la loro miserabile pochezza e assoluta incomprensione dei fenomeni contro i quali pretenderebbero di sfogare la loro rabbia. Napolitano è l’uomo che molto più di Berlusconi e della Gelmini rappresenta la sudditanza dell’Italia verso gli USA, sudditanza che ha dolosamente prodotto lo sfascio attuale del nostro paese in tutte le sue declinazioni, compreso il disastro dell’istruzione pubblica. Se gli studenti “ribelli” non arrivano a capire neanche questo, che ingoino la riforma Gelmini e si dedichino gioiosamente alla Playstation. O meglio ancora – ammesso che ne siano in grado – allo studio dei meccanismi che presiedono ai fenomeni sociali e geopolitici, studio che potrebbe consentirgli, alla prossima occasione, di agire in maniera meno sciocca e autolesiva, di porre nel mirino obiettivi realistici e sensibili e di segnare qualche punto a proprio favore. Li preferisco, comunque, di gran lunga quando sfasciano vetrine e incendiano cassonetti che quando si fanno ritrarre in sorridenti foto ricordo al Quirinale: il loro confuso bailamme di strada è stato inutile e imbecille, ma senz’altro molto meno pericoloso e disgustoso del profondersi in sconsiderati salamelecchi dinanzi al sorvegliante capo della nostra prigione.

Venendo al commento, il lettore critica la mia ossessione maniacale per la strategia di lotta da adottare, che mi porta a trascurare pressoché del tutto ogni definizione del tipo di società che da tale lotta dovrebbe scaturire e dei nuovi rapporti su cui dovrebbe essere fondata. Per usare le sue parole, nel mio articolo non trovano cittadinanza “né la comprensione dei fondamenti del vivere sociale al di fuori dei rapporti di dominio né l’immaginazione di un fondamento della società distinto da quello della società esistente che s’intende “rivoluzionare””. Pur comprendendo benissimo le sue perplessità, mi sembra che il lettore corra un po’ troppo. Dal mio punto di vista, se una lotta deve esserci nel momento politico attuale (e il momento mi sembra perfetto), essa deve mirare innanzitutto a produrre un’emancipazione del nostro paese dalla servitù internazionale che lo strangola da quasi 70 anni e che passa attraverso il controllo esercitato sulla nostra classe politica tanto dagli organismi europei (manovrati dalla finanza statunitense e israeliana) quanto da settori dell’industria e della finanza nazionale che si sono letteralmente venduti all’occupante. La liberazione da queste catene che annullano la nostra sovranità è una precondizione, senza realizzare la quale nessun altro tipo di cambiamento sarà possibile o anche solo immaginabile. E poiché all’orizzonte non si scorge, per ora, nessuna prospettiva di affrancamento, già la sola lotta per rendere concreta questa precondizione è qualcosa che potrebbe impegnare le nostre intelligenze, le nostre risorse e i nostri sforzi per tutto l’arco delle nostre vite. Mi sembra un po’ puerile, quindi, fare castelli in aria su ciò che faremmo se vincessimo un miliardo di euro al superenalotto, quando al momento non disponiamo nemmeno dei quattro soldi per effettuare la giocata. Conviene prima di tutto scervellarci su come trovare il denaro con cui pagare il gestore della ricevitoria; soltanto dopo, quando e se avremo vinto, penseremo a progettare la quotidianità del nostro ricco e radioso avvenire.

Vero è che in realtà – come il lettore acutamente osserva nel finale del suo commento – la questione della progettazione utopistica della “società nuova” non è qualcosa che si possa dribblare semplicemente constatando il carattere abbondantemente prematuro della discussione. Il lettore scrive infatti: “cosa mai potrebbero pensare i “soldati” di coloro che decidono di stare dalla parte dei “progettisti” che “pianificano” e “manovrano” se sapessero la piccola verità che questi ultimi hanno in testa soltanto l’idea della rivoluzione come rovesciamento dei rapporti di forza e sostituzione delle élite esistenti con l’élite nuova di cui fanno parte essi stessi […]?”.

Qui si potrebbe rispondere, con un certo cinismo, che se i soldati fossero in grado di comprendere queste “piccole verità”, essi sarebbero élite e non soldati. Il che sarebbe splendido. Se davvero ogni individuo possedesse le competenze e le conoscenze necessarie per scorgere i fili da cui è manovrato – e cioè per rappresentarsi un quadro preciso della situazione politica internazionale, nonché degli strumenti di cui si servono i poteri dominanti per perseguire i loro scopi, comprendendo la complessità delle strategie in opera e le loro ricadute sugli scenari locali – , allora potremmo progettare la nostra azione su basi del tutto diverse e il nostro compito sarebbe molto più semplice. Ma è un po’ come dire che se gli uomini nascessero con le rotelle ai piedi, non ci sarebbe bisogno di costruire pattini. Purtroppo la natura e l’anatomia sono quelle che sono e ogni discorso sensato sul da farsi deve partire dall’analisi della realtà di fatto. Quale sia il livello di comprensione dei fenomeni politici che la maggioranza degli individui possiede, lo si è visto proprio in occasione delle recenti manifestazioni studentesche: risse da stadio con i celerini presentate, con gran sprezzo del ridicolo, come “lotta contro il potere”, incendi di motorini e cassonetti ad opera di cialtroni senza cervello spacciati per ribellione sociale, governi di maggiordomi scambiati per vertici del potere, esecrabili secondini come Napolitano scambiati per alleati nella lotta. Spiace dirlo, ma persone del genere possono svolgere in qualsiasi guerra soltanto il ruolo della carne da cannone; il che, sia detto per inciso, è sempre meglio che non avere alcun ruolo. Ed è sempre più conveniente per questa truppaglia essere guidata da una dirigenza che condivide al momento i loro stessi disagi sociali e i loro stessi obiettivi di medio termine, piuttosto che da élite caratterizzate da tutt’altra estrazione e tutt’altri propositi.

In questo senso, il discorso sulla progettazione utopica della società prossima ventura acquisisce una cruciale connotazione propagandistica. Occorre sì una definizione di obiettivi idealistici e massimalistici, cesellati e rifiniti con cura (possibilmente da artigiani dotati di maggiore fantasia artistica di quella su cui può contare il sottoscritto), ma nella piena consapevolezza che tale costruzione immaginifica ha lo scopo essenziale di fornire alle truppe parole d’ordine e retribuzioni motivazionali di lungo termine per condurle a realizzare il vero obiettivo di breve/medio termine, che è quello di spazzare via i dominatori atlantici e gli sguatteri che ne curano localmente gli interessi, restituendo autonomia politica e culturale al nostro paese.

Si badi bene: ciò di cui sto parlando è sì un inganno finalizzato a motivare la fanteria alla battaglia, ma un inganno molto meno cinico e molto meno “ingannevole” di quanto a prima vista potrebbe apparire. Infatti, al di là dell’universale e oggettiva convenienza di una liberazione nazionale dalla sudditanza allo straniero, va detto che le utopie rivoluzionarie, per quanto fondate su presupposti improbabili, finiscono per acquisire tangibilità man mano che se ne incrementa la diffusione nell’immaginario delle moltitudini. La realtà è immaginazione condivisa e ogni edificio fantastico, se debitamente trapiantato attraverso la propaganda nell’immaginario globale, non può che tradursi in una materializzazione, se non dell’intero impianto teorico che lo sorregge, perlomeno di ampi segmenti della sua struttura. E questo a prescindere dagli obiettivi originari dei suoi ideatori, che, come si è detto, sono solitamente di assai più breve e concreto respiro. Le idee dell’Illuminismo, propagandate in Francia dagli agenti britannici al solo scopo di destabilizzare il paese facendo leva sulle velleità di dominio delle élite borghesi locali, finirono per mutarsi in realtà politica e per monopolizzare comunque, per ampi periodi, il percorso rivoluzionario. Per quanto stravolte, rinnegate e ribaltate dagli eventi sanguinosi che scandirono il corso della Rivoluzione e ciò che ad essa seguì, tali idee rappresentano ancora oggi il punto di riferimento obbligato di ogni progettazione politica; un fantasma, forse, un monumento teorico alle buone intenzioni perennemente svilito dalla realtà dei fatti; ma pur sempre un monumento a cui nessun politico del passato o del presente, per quanto spregiudicato, ha potuto esimersi dal rendere perlomeno un omaggio formale. E questo senza contare quelle (sia pur limitate) realtà locali in cui i princìpi dell’uguaglianza, della libertà d’espressione e di stampa, ecc., hanno realmente conquistato nel corso della storia qualcosa di molto prossimo ad una reificazione effettiva.

Dunque, per quanto astratte e progettate per più prosaiche finalità, le utopie rivoluzionarie non sono mai del tutto ingannevoli una volta incorporate in un atto di risoluta rimodellazione politica. Per inciso, sarebbe dunque un bene che l’elaborazione di tali utopie, quali che esse siano, fosse appaltata ad un artigiano rigoroso, capace di scolpire un falansterio teorico in cui sia ridotta al minimo l’eventualità di divergenze tra i sogni della “truppa” e i programmi tattici degli “alti comandi”. Aggiungerò che le azioni di trasformazione dell’esistente (o rivoluzioni) sono inevitabili e incessanti. In qualunque momento cruciale della storia esiste un’élite pronta ad assumerne la guida e indirizzarle alla realizzazione dei propri interessi. Si tratta semplicemente di capire se anche noi abbiamo degli interessi e se siamo disposti a costituirci in élite per perseguirli al meglio. Ciò comporta l’assimilazione di una serie di princìpi di base che potranno apparire a molti così cinicamente spregiudicati da non meritare alcuna attenzione. Non voglio certo imporre la mia visione del problema a chicchessia, né, volendolo, avrei il potere di farlo. Possiamo sempre scegliere di essere truppa o spettatori, anziché generali, nella rivoluzione che sta già muovendo i suoi primi passi. L’importante è essere consapevoli delle conseguenze – in termini di adattamento a nuovi scenari definiti in ambienti a noi del tutto estranei – che la passività contemplativa o il limitarsi a sfogare la propria frustrazione in tumulti sterili produrranno sulle nostre vite nel prossimo futuro. Ognuno faccia le sue considerazioni e scelga il proprio ruolo secondo coscienza.

Gianluca Freda
Fonte: http://blogghete.altervista.org
Link: http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=659:gianluca-freda&catid=25:politica-italiana&Itemid=44#comments
24.12.2010

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