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SACCHEGGIO DELL’AFRICA: STRATEGIA DELL’IMPERO PER CONTROLLARE IL CONTINENTE


DI JOHN BELLAMY FOSTER
Mondialisation

Da cinque anni, gli USA stanno approntando un apparato militare in Africa. Dopo la loro base navale ed aerea di Diégo Garcia nell’Oceano indiano, hanno elogiato alla Francia il Camp Lemonier a Djibouti, da cui sono decollati i C-130 che, in gennaio hanno bombardato popolazioni civili somale in nome della “lotta al terrorismo”.

L’occupazione della Somalia da parte dell’esercito etiopico è stata coordinata, inquadrata, preparata e sostenuta in materia logistica ed informativa dall’esercito USA, insediato a Djibouti e a Dire Dawa, in Etiopia. In Africa Occidentale, gli USA procedono a grandi passi nello stabilire teste di ponte militari, terrestri, aeree e navali, anche qui con la copertura della “lotta al terrorismo”.A febbraio, la Casa bianca ha annunciato la creazione del comando militare USA per l’Africa, AFRICOM, per il momento con base a Stoccarda presso il Comando Statunitense per l’Europa (United States European Command, USEUCOM), questo nuovo Comando dovrebbe acquisire la propria autonomia ed installarsi sul continente nei prossimi anni. Dovrebbe cominciare ad essere operativo il 1° ottobre.

Oramai, l’Impero è dunque in grado di controllare militarmente tutti i continenti del nostro pianeta, su cui dispiega una rete densa di un migliaio di basi militari e 350.000 uomini e donne di truppa (di cui 150.000 in Iraq ed in Afghanistan).
Nel testo che segue, John Bellamy Foster spiega gli obiettivi e le ambizioni di questa nuova “grande Strategia” dell’Impero, che è quella della supremazia mondiale: impedire il suo inesorabile declino economico
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Il Campo Lemonier a Djibouti (a sinistra) e la base aerea di Diego Garcia (a destra)

L’imperialismo è una costante del capitalismo. Ma passa attraverso diverse fasi a seconda dell’evoluzione del sistema. Attualmente il mondo è entrato in una nuova era dell’imperialismo contrassegnato da una strategia spettacolare di dominio mondiale degli USA. Un’indicazione di quanto è cambiato ci è data dal fatto che i militari statunitensi gestiscono oramai operazioni veramente mondiali e dispongono di basi in tutti i continenti, compreso l’Africa, in cui si svolge una nuova corsa al controllo incentrata sul petrolio.

Le elite intellettuali statunitensi, nel decennio seguito all’affondamento dell’Unione sovietica, si accontentavano di lamentare l’assenza di una strategia di vasto respiro comparabile a quel che George Kennan aveva chiamato “containment” (limitazione dell’espansione del nemico, termine coniato per qualificare l’accerchiamento dell’Unione sovietica durante la Guerra fredda, e utilizzato da George Kennan in una direttiva del Dipartimento di Stato del 1948), sotto la cui copertura gli USA erano intervenuti durante l’intera Guerra fredda. La questione centrale, così come fu posta nel novembre 2000 da Richard Haass, analista in sicurezza nazionale, era di determinare il modo in cui gli USA avrebbero utilizzato il loro “surplus di potenza” per rimodellare il mondo. La risposta di Haass, che gli valse l’essere immediatamente reclutato come direttore della pianificazione politica al Dipartimento di Stato sotto Colin Powell, fu che occorreva promuovere una strategia di una “America imperiale” mirante ad assicurare un dominio mondiale degli USA per i decenni a venire. Alcuni mesi prima, una strategia di apertura molto simile ma più apertamente militarista, era stata presentata dal “Progetto per il Nuovo Secolo Americano”, in un rapporto scritto dai futuri vertici dell’amministrazione Bush, tra cui Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e Lewis Libby [1].

La nuova grande strategia imperiale è diventata una realtà in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001, con l’invasione USA dell’Afghanistan e dell’Iraq ed è stata consacrata ufficialmente nella dichiarazione della Casa bianca sulla strategia di sicurezza nazionale del 2002. Sintetizzando questa nuova spinta imperiale, Stephen Peter Rosen, direttore dell’Olin Institute for Strategic Studies ad Havard e membro fondatore del Progetto per il Nuovo Secolo Americano, scriveva nell’Havard Magazine:

Un’entità politica che ha una superiorità militare ed utilizza questa potenza per influenzare il comportamento interno di altri Stati, questo si chiama un Impero. Poiché gli USA non cercano di controllare i territori o governare i cittadini oltremare dell’Impero, siamo un impero indiretto, certo, ma non per questo non siamo un impero. Se questo è vero, il nostro scopo non è di combattere un avversario, ma di mantenere la nostra posizione imperiale e di mantenere un ordine imperiale. Pianificare delle guerre imperiali è diverso dal pianificare guerre convenzionali internazionali…. Le guerre imperiali per restaurare l’ordine non sono di conseguenza artificiose [per delle considerazioni sulla dissuasione]. Una quantità massima di forza può e deve essere usata il più velocemente possibile per ottenere un impatto psicologico, per dimostrare che l’impero non può essere sfidato impunemente… La strategia imperiale si concentra sulla prevenzione dell’emergere di sfidanti potenti ed ostili all’Impero: con la guerra se necessario, ma se possibile attraverso l’assimilazione imperiale” [2].

In un commento apparso alla fine del 2002 nel Foreign Policy, John Lewis Gaddis, professore di storia militare e navale a Yale, dichiarava che lo scopo della guerra imminente contro l’Iraq era di infliggere una “Azincourt sulle rive dell’Eufrate”. Come la famosa vittoria militare di Enrico V durante il XV secolo, questa sarebbe una dimostrazione di forza così grande che il paesaggio geopolitico ne sarebbe mutato per decenni. Secondo Gaddis, ciò che era in ultima analisi in gioco, era la “gestione del sistema internazionale da una sola potenza egemonica”, gli USA. Questa strategia tendente ad assicurare l’egemonia sul mondo intero degli USA attraverso lo strumento di azioni preventive, era, sosteneva, né più né meno che una “nuova grande strategia di trasformazione” [3].

La natura della grande strategia

Dall’epoca di Clausewitz, la tattica è definita nei circoli militari come “l’arte di utilizzare le truppe in una battaglia” e la strategia come “l’arte di utilizzare le battaglie per vincere la guerra” [4]. In rivalsa l’idea di “grande strategia” così come è stata promossa in modo classico dagli strateghi e storici militari come Edward Meade Earle e B. H. Liddell Hart, si riferisce all’integrazione del potenziale bellico di uno Stato in obiettivi politico-economici più vasti. Come ha evidenziato lo storico Paul Kennedy nella sua opera Grand Strategies in War and Peace (1991): “una vera grande strategia è altrettanto, se non più, interessata dalla pace che dalla guerra… a proposito dell’evoluzione o dell’integrazione di politiche che potrebbero essere operative per decenni, oppure per secoli” [5].

Le grandi strategie sono geopolitiche nel loro orientamento, miranti al dominio di intere aree geografiche, comprese le risorse strategiche come i minerali e le vie d’acqua, le risorse economiche, le popolazioni e le posizioni militari vitali. Le grandi strategie più riuscite del passato sono quelle degli imperi durati a lungo, che sono stati capaci di mantenere il loro potere su vaste distese di territorio per periodi prolungati. In generale, gli storici della grande strategia si concentrano sull’Impero britannico del XIX secolo (Pax Britannica) ed anche sull’antico Impero romano (Pax Romana).

Per gli USA oggi, quel che è in gioco, non è più semplicemente il controllo di una parte del globo ma una vera Pax Americana mondiale. Benché alcuni commentatori abbiano visto nell’ultima spinta imperiale il risultato di una piccola banda di neoconservatori in seno all’amministrazione Bush, vi è in realtà un ampio consenso nella struttura del potere USA sulla necessità di estendere l’impero USA. Una recente raccolta di contributi critici sull’amministrazione (attuale) è intitolata The Obligation of Empire: United States Grand Strategy for a New Century [L’obbligo imperiale: la grande strategia degli USA per un nuovo secolo] [6].

Ivo H. Daalder (incaricato di ricerca alla Brooking Institution e consigliere anziano in politica estera di Howard Dean) e James M. Lindsay (vice Presidente del Consiglio per le Relazioni estere, precedentemente preposto al Consiglio di sicurezza durante l’amministrazione Clinton), sostengono nel loro libro America Unbound che gli USA hanno da lungo tempo un “impero segreto”, camuffato sotto il multilateralismo. La politica unilaterale della Casa bianca durante l’amministrazione Bush consistente a “costruire un impero fondato sul solo potere americano” non ha cambiato le cose che nella misura in cui ha messo a nudo il suo carattere nascosto ed ha ridotto la sua forza complessiva appoggiandosi meno sugli Stati vassalli.

Secondo Daalder e Lindsay, gli USA sono ora sotto il comando di pensatori “egemonici” che vogliono assicurare che gli USA dominino il globo intero, sia nel loro interesse nazionale, sia per rimodellare il mondo in accordo con “l’imperialismo democratico”. Ma una posizione così aggressiva, essi evidenziano, non è storicamente nulla di nuovo sotto il cielo USA. Si può rintracciare una tendenza imperiale unilaterale sin dall’epoca di Theodore Roosevelt, ed era presente sin dall’inizio della Guerra fredda nelle amministrazioni Truman ed Eisenhower. Daalder e Lindsay credono ancora nella possibilità di una strategia più cooperativa come strategia superiore di approccio alla gestione di un impero, con le altre grandi potenze che si lasciano distanziare dagli USA [7].

Ma un tale imperialismo cooperativo diventa più difficile da realizzarsi una volta che la potenza egemonica comincia a declinare. Non solo gli USA subiscono un’accresciuta concorrenza economica, ma con la sparizione dell’URSS l’alleanza della NATO si è indebolita. I vassalli europei di Washington non seguono sempre le sue direttive, anche se non sono in grado di sfidarlo direttamente. La tentazione che si offre ad una potenza egemonica declinante ma che resta armata e pericolosa in tali circostanze è quella di tentare di ricostruire ed anche di estendere il suo potere agendo unilateralmente e monopolizzando il bottino di guerra.

La guerra per il “Nuovo secolo usamericano”

Il sistema capitalista è mondiale nella sua dimensione economica, ma politicamente è diviso in Stati che sono in competizione tra loro e sviluppano la propria economia in modi diversi. La contraddizione dello sviluppo ineguale del capitalismo è stata espressa in modo classico da Lenin nel suo libro Imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916. Non può esserci altra base, nel capitalismo, alla divisione in sfere di influenza, di interessi, di colonie, ecc., che il calcolo della forza dei partecipanti in questa divisione, la loro forza economica generale, finanziaria, militare, ecc. E la forza di questi partecipanti nella divisione non cambia ad un grado uguale, perché, nel capitalismo, lo sviluppo delle diverse imprese, trust, settori industriali o paesi non può essere uguale. Mezzo secolo fa, la Germania era un paese insignificante e miserabile, per quel che riguardava la sua forza economica, comparata con la forza dell’Inghilterra di questa epoca. Il Giappone era altrettanto insignificante, comparato alla Russia. È “concepibile” che in dieci o venti anni, la forza relativa delle potenze imperialiste resti immutata? È assolutamente inconcepibile [8].

Esiste oggi un vasto consenso sul fatto che il mondo sta per subire una trasformazione economica globale. Non solo il tasso di crescita dell’economia mondiale conosce un rallentamento generale, ma la forza economica relativa degli USA continua ad indebolirsi. Nel 1950 gli USA valevano la metà del PNL mondiale, per scendere ad un quinto nel 2003. Essi contribuivano a quasi la metà delle riserve mondiali di investimento esteri diretti nel 1960, in confronto a poco più del 20% dell’inizio di questo secolo. Secondo le proiezioni di Goldman Sachs, la Cina potrebbe prendere il posto degli USA come prima economia del mondo nel 2039 [9].

Questa minaccia crescente alimenta l’ossessione di Washington per gettare le basi di un “nuovo secolo usamericano”. Il suo attuale interventismo mira a profittare della sua preponderanza attuale, nei tempi brevi, sul piano economico e militare per assicurarsi delle risorse strategiche che gli garantirebbero a lungo termine una supremazia mondiale. Lo scopo è di estendere direttamente la potenza USA privando i potenziali concorrenti di queste risorse strategiche vitali che potrebbe permettere loro di sfidare gli USA a livello mondiale o anche all’interno di alcune aree.

Il documento La strategia di sicurezza degli USA (The National Security Strategy of the United States) del 2002 affermava: “Le nostre forze saranno abbastanza forti per dissuadere eventuali avversari di edificare una potenza militare in grado di superare o eguagliare quella degli USA.” Ma la grande strategia va al di là della semplice potenza militare. I vantaggi economici sui potenziali avversari sono la posta reale della competizione intercapitalistica. Da qui l’integrazione della potenza militare USA nella lotta per controllare il capitale, il commercio, il valore del dollaro e le materie prime strategiche.

Gli obiettivi strategici USA sono forse stati esposti più chiaramente da Robert J. Art, professore di relazioni internazionali a Brandeis e ricercatore associato a l’Olin Institute, nel suo libro Grand Strategy for America. “Una grande strategia”, egli scrive, “indica ai leader di una nazione quali scopi essi devono perseguire e come essi possano utilizzare al meglio la potenza militare del loro paese per raggiungere questi obiettivi”. Nella concettualizzazione di una tale strategia per gli USA, Art presenta sei “interessi nazionali principali” in ordine di importanza:

1) prevenire un attacco sul suolo americano;
2) prevenire delle guerre eurasiatiche tra grandi potenze e, se possibile, le competizioni intense in materia di sicurezza che le rendono probabili;
3) preservare l’accesso a riserve di petrolio a prezzi ragionevoli e in maniera sicura;
4) preservare un ordine economico internazionale aperto;
5) promuovere la diffusione della democrazia ed il rispetto dei diritti umani all’estero e prevenire i genocidi o i massacri nelle guerre civili;
6) proteggere l’ambiente mondiale, in particolare contro gli effetti nefasti del riscaldamento globale e di un cambiamento climatico grave.

Dopo la difesa nazionale in senso proprio, e cioè la difesa della “patria” contro attacchi esterni, le tre altre grandi priorità strategiche sono dunque:

1) l’obiettivo geopolitico tradizionale di egemonia sul continente eurasiatico visto come la chiave della potenza;
2) assicurare il controllo delle riserve petrolifere mondiali;
3) promuovere delle relazioni economiche capitaliste sul piano mondiale.

Per raggiungere questi obiettivi, spiega Art, Washington dovrebbe “mantenere delle forze posizionate” in Europa ed in Asia orientale (le due parti dell’Eurasia con le più alte concentrazioni di potenza) e nel Golfo Arabo-persiano in cui si trova la maggior parte delle riserve petrolifere). “L’Eurasia racchiude la maggior parte della popolazione mondiale, delle sue riserve di petrolio, della sua potenza militare così come una grande parte della sua crescita economica”. È per questo motivo che è cruciale che la grande strategia USA in questa regione miri a rafforzare l’egemonia nella regione, a cominciare dalle regioni petrolifere chiavi del sud dell’Asia centrale [10].

Da quando la guerra e l’occupazione si è impantanata in Afganistan ed in Iraq, Washington ha proceduto ad una scalata delle minacce di attacco “preventivo” contro il vicino più potente di questi paesi, l’Iran. La giustificazione principale data è il programma iraniano di arricchimento dell’uranio che potrebbe eventualmente permettere all’Iran di sviluppare delle armi nucleari. Ma esistono altre ragioni di interesse per gli USA nei confronti dell’Iran. Come l’Iraq prima di esso, l’Iran è una potenza petrolifera di primo rango, disponendo ora delle più grandi riserve dopo l’Arabia saudita e più dell’Iraq. Il controllo dell’Iran è cruciale nel progetto USA di dominio del Golfo arabo-persiano e del suo petrolio.

L’importanza geopolitica dell’Iran va inoltre al di là del Medio Oriente. È un punto chiave (come l’Afghanistan) nel Nuovo Grande Gioco per il controllo del sud dell’Asia centrale, compreso il bacino del mar Caspio con le sue enormi riserve di idrocarburi. I pianificatori strategici USA sono ossessionati dal timore che si costituisca un blocco formato da Russia, Cina, Iran e paesi dell’Asia centrale (con eventualmente il Giappone), che potrebbero riunirsi economicamente e stipulare degli accordi in campo energetico. Questo blocco potrebbe spezzare il saccheggio USA ed occidentale sul mercato mondiale del petrolio e del gas e creare la base per un cambiamento di potere in favore dell’Oriente. Attualmente, la Cina, la cui economia conosce la crescita più rapida del mondo, manca di sicurezza energetica, e la domanda di energia fossile è in rapida crescita. Sta tentando di risolvere parzialmente questo problema aumentando il suo approvvigionamento energetico dall’Iran e dai paesi dell’Asia centrale. I tentativi USA recenti di stabilire un’alleanza più forte con l’India, di cui Washington ha favorito l’accesso allo statuto di potenza nucleare, fanno chiaramente parte del Nuovo Grande Gioco per il controllo del sud dell’Asia centrale, cosa che evoca il Grande gioco tra la Russia e l’Inghilterra nel XIX secolo per il controllo di questa parte d’Asia [11].

Nella sua propaganda, occorrerebbe dire piuttosto nel suo marketing, il Pentagono diffonde delle immagini tendenti a convalidare il suo argomento principale: l’esercito USA in Africa compie del lavoro umanitario e aiuta lo sviluppo. Ecco alcune delle foto diffuse sul sito e l’United States European Command USEUCOM ed effettuate generalmente da militari incaricati di “affari pubblici” o della “comunicazione di massa”.


Un soldato della 10a Divisione di montagna garantisce la sicurezza di un’operazione di vaccinazione del bestiame condotta dal 478o Battaglione per gli Affari civili (Operazioni speciali) a Dire Dawa, in Etiopia.

Villaggio di tende e latrine costruito dal 5o Battaglione di costruzione navale mobile del Genio marittimo a Dire Dawa per venire in aiuto alle popolazioni colpite dalla siccità.

Tumbuctu, Mali: dei membri del 1o Battaglione del 10o Gruppo aerotrasportato di forze speciali e dei membri dell’esercito del Mali nel corso di una manovra congiunta nel novembre del 2006.

Il capitano Kevin Donohue, dottore, 443o battaglione degli Affari civili dell’Esercito di terra, forma dei militari e responsabili municipali del Mali nella “valutazione efficace dei bisogni della loro città”, nel quadro di una manovra detta “di aiuto umanitario” nel maggio 2006.

La nuova corsa all’Africa

Se esiste un Nuovo Grande Gioco in corso in Asia, c’è anche una nuova “Corsa all’Africa” da parte delle grandi potenze [12]. The National Security Strategy of the Unites States del 2002 dichiara che la “lotta contro il terrorismo mondiale” e la necessità di tutelare la sicurezza energetica degli USA richiedevano agli USA di aumentare il loro coinvolgimento in Africa e chiamavano ad una “coalizione volontaria” per stabilire degli accordi di sicurezza in questo continente. Poco dopo il Comando USA d’Europa, di base a Stoccarda, in Germania, ed incaricato delle operazioni militari USA nell’Africa sub-sahariana, ha aumentato le sue attività in Africa occidentale, centrandosi sui paesi aventi importanti produzioni o riserve di petrolio intorno o nel Golfo di Guinea (grosso modo dalla Costa d’Avorio all’Angola). Il Comando militare USA per l’Europa dedica ora il 70% del suo tempo agli affari africani allorquando non avevano che una parte insignificante ancora nel 2003 [13].

Come ha evidenziato Richard Haass, attualmente presidente del Consiglio per le relazioni estere, nella sua prefazione al rapporto pubblicato dal Consiglio nel 2005 con il titolo: Più che umanitarismo: un approccio strategico USA dell’Africa [More Than Humanitarianism: A Strategic U.S. Approach Toward Africa]: “Alla fine del decennio, l’Africa sub-sahariana è suscettibile di diventare una fonte di importazione energetica USA importante tanto quanto il Medio Oriente” [14].

L’Africa Occidentale dispone di ben 60 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate. Il suo petrolio, a debole contenuto di zolfo, è un greggio dolce molto apprezzato dall’economia USA. Le agenzie ed i centri di ricerca USA prevedono che un barile di petrolio su cinque entrando nel circuito economico mondiale nella seconda metà di questo decennio proverrà dal Golfo di Guinea e che la parte proveniente dal Golfo di Guinea nelle importazioni USA passerà dal 15% al 20% nel 2020 e al 25% nel 2015. La Nigeria fornisce già il 10% del petrolio importato dagli USA. L’Angola ne fornisce il 4% e la sua parte dovrebbe raddoppiare da qui alla fine del decennio. La scoperta di nuove riserve e l’espansione della produzione petrolifera stanno facendo diventare altri paesi della regione degli importanti esportatori di petrolio, soprattutto la Guinea equatoriale, São Tomé e Principe, il Gabon, il Camerun e il Ciad. La Mauritania diventerà un esportatore di petrolio nel 2007. Il Sudan, limitato dal Mar Rosso ad Est, il Ciad a Ovest, è un importante produttore di petrolio.

Attualmente, la principale base militare permanente USA in Africa è quella situata a Djibouti, nel Corno d’Africa, che permette agli USA il controllo strategico della rotta marittima di un quarto della produzione petrolifera mondiale. La base di Djibouti è prossima anche all’oleodotto sudanese (i militari francesi hanno da tanto tempo una presenza militare importante a Djibouti ed anche una base aerea ad Abéché, nel Ciad, vicino alla frontiera sudanese). La base di Djibouti permette agli USA di dominare l’estremità orientale della vasta fascia petrolifera attraversante l’Africa, che è oramai considerata vitale per i loro interessi strategici; una vasta fascia che va dall’oleodotto Higleig-Port Sudan (1600 km) nel sud-est all’oleodotto Ciad-Camerun (1000 km) ed al Golfo di Guinea nell’Ovest. Un nuovo posto di operazioni avanzate in Uganda dà agli USA la possibilità di controllare il Sudan meridionale, dove si trova la maggior parte del petrolio sudanese.

In Africa Occidentale, il Comando militare USA per l’Europa ha oramai stabilito delle postazioni operative avanzate in Senegal, nel Mali, in Ghana e nel Gabon, così come in Namibia, alla frontiera con l’Angola, nel Sud, che implicano il miglioramento delle piste aeree, l’accumulazione di riserve essenziali e di carburante così come degli accordi (con i governi locali) che permettono l’utilizzazione rapida delle truppe USA [15].

Nel 2003 è stato lanciato un programma antiterrorismo in Africa occidentale e nel marzo del 2004, Forze speciali USA sono state direttamente impegnate in un’operazione militare con i paesi del Sahel contro il gruppo salafista per la predicazione e il combattimento (GSPC), che figura sulla lista delle organizzazioni terroriste compilata da Washington. Il Comando USA per l’Europa sta sviluppando un programma di sicurezza costiera nel Golfo di Guinea chiamato Difesa del Golfo di Guinea. Esso prevede anche la costruzione di una base militare navale USA a São Tomé e Principe, che secondo il Comando USA potrebbe rivaleggiare con la base navale di Diégo Garcia nell’Oceano indiano. Il Pentagono sta dunque muovendosi aggressivamente per stabilire una presenza militare nel Golfo di Guinea che permetterà il controllo della parte occidentale della strada transafricana del petrolio e le riserve vitali di petrolio che vi sono state scoperte. L’Operazione Flintlock (pistola a pietra focaia), una manovra militare di simulazione, ha impegnato nel 2005 mille membri delle Forze speciali USA. La prossima estate (2006), il Comando per l’Europa effettuerà delle manovre della sua nuova forza rapida per il Golfo di Guinea.

Qui, i cannoni seguono il commercio: le grandi compagnie petrolifere USA ed occidentali sono impegnate in una corsa al petrolio africano occidentale ed esigono sicurezza. Secondo il Wall Street Journal del 25 aprile 2006, il Comando militare USA per l’Europa sta lavorando con la Camera di Commercio USA per estendere l’autorità delle compagnie USA in Africa nel quadro di una “risposta USA integrata”. In questa corsa economica alle risorse petrolifere africane, le antiche potenze coloniali, la Gran Bretagna e la Francia, sono in competizione con gli USA. Ma sul piano militare, collaborano strettamente con gli USA per assicurare il controllo imperiale occidentale nella regione.

La scalata della presenza militare USA in Africa è frequentemente giustificata dalla necessità di combattere il terrorismo e di conseguire una stabilità crescente nella regione petrolifera dell’Africa sub-sahariana. Dal 2003 il Sudan è stato devastato da una guerra civile e un conflitto etnico concentrati nella regione del Darfur, nel sud ovest, (dove si trova una grande parte del petrolio sudanese), che hanno dato luogo ad innumerevoli violazioni dei diritti umani e massacri di milizie legate al governo delle popolazioni della regione. Dei tentativi di colpi di Stato hanno avuto luogo in numerosi petro-Stati di São Tomé e Principe (2003) e della Guinea equatoriale (2004). Il Ciad, diretto da un regime brutalmente oppressivo protetto da un apparato di sicurezza e di informazioni appoggiato dagli USA, ha sperimentato anch’esso un tentativo di colpo di Stato nel 2004. Un colpo di Stato riuscito ha avuto luogo nel 2005 in Mauritania contro l’uomo forte sostenuto dagli USA Maaouiya Ould Taya. In Angola, la guerra civile è durata tre decenni, provocata ed alimentata dagli USA, che, con l’Africa del sud, hanno organizzato l’esercito terrorista diretto dall’UNITA di Jonas Savimbi, sino al cessate-il-fuoco seguito alla morte di Savimbi nel 2002. In Nigeria, paese egemonico nella regione, regnano la corruzione, le rivolte ed il furto organizzato di petrolio, con parti considerevoli della produzione petrolifera del delta del Niger ammontanti sino a 300.000 barili al giorno all’inizio del 2004 [16]. Il manifestarsi di una insurrezione armata nel delta del Niger ed il conflitto potenziale tra il Nord musulmano ed il Sud non musulmano rappresentano le maggiori fonti di preoccupazione per gli USA.

Vi sono dunque degli appelli incessanti, con una grande quantità di giustificazioni sospette, per degli “interventi umanitari” USA in Africa. Il rapporto del Consiglio per le Relazioni estere More than Humanitarianism insiste sul fatto che “gli USA ed i loro alleati devono essere pronti a prendere le misure appropriate per agire” nel Darfur, nel Sudan, “comprese delle sanzioni e, se necessario, un intervento militare, se il Consiglio di sicurezza è bloccato per intraprendere queste iniziative”. Parallelamente, l’idea che i militari USA potrebbero essere costretti per lungo tempo ad intervenire in Nigeria è stata fortemente agitata tra i vertici ed i circoli di esperti. Il corrispondente dell’Atlantic Monthly, Jeffrey Taylor, scriveva nell’aprile 2006 che la Nigeria era diventata “il più grande Stato fallito sulla Terra” e che la continuazione della destabilizzazione di questo Stato o il suo passaggio sotto l’egemonia delle forze islamiche estremiste porrebbero in pericolo “le importanti riserve petrolifere che l’America ha giurato di proteggere. Se questo giorno dovesse arrivare, ciò offrirebbe il segnale ad un intervento militare più massiccio della campagna dell’Iraq” [17].

Ma gli addetti della grande strategia USA sono d’accordo nel pensare che la vera posta del gioco non sono i paesi africani in sé ed il benessere delle loro popolazioni, ma il petrolio e la crescente presenza della Cina in Africa. Come ha scritto il Wall Street Journal in Africa Emerges as a Strategic Battlefield (“L’Africa emerge come campo di battaglia strategico”): “La Cina ha fatto dell’Africa una linea di fronte nella sua ricerca di una più vasta influenza mondiale triplicando il suo commercio con il continente che è passato da 37 miliardi di dollari in questi ultimi cinque anni, assediando le risorse energetiche, concludendo degli accordi commerciali con dei regimi come quello del Sudan ed educando le future elite africane nelle università e scuole militari cinesi”. In More than Humanitarianism, il Consiglio per le relazioni estere descrive la minaccia principale come proveniente dalla Cina: “La Cina ha alterato il contesto strategico in Africa. Attraverso tutta l’Africa, oggi, la Cina sta acquistando il controllo su delle risorse naturali eliminando i fornitori occidentali dei principali progetti di costruzione di infrastrutture e fornendo prestiti a bassi interessi ed altri incentivi per migliorare il suo vantaggio nella competizione ” [18]. La Cina importa più di un quarto del suo petrolio dall’Africa, in primo luogo dall’Angola, dal Sudan e dal Congo. È il primo investitore straniero in Sudan, Ha fornito alla Nigeria importanti sovvenzioni per aumentare la sua influenza e gli ha venduto degli aerei militari. La più grande minaccia, dal punto di vista delle grandi strategie USA è venuta dal prestito a basso tasso di 2 miliardi di dollari all’Angola nel 2004, che ha permesso all’Angola di resistere alle esigenze del FMI che rimodella la sua economia e la sua società secondo criteri neoliberali.

Per il Consiglio per le relazioni estere, tutto questo non fa che aggravare la minaccia che pesa sul controllo imperialista occidentale dell’Africa. Visto il ruolo della Cina, scrive il Consiglio nel suo rapporto, “gli USA e l’Europa non possono considerare l’Africa come loro riserva di caccia, allo stesso modo in cui i Francesi consideravano un tempo l’Africa francofona. Le regole stanno per cambiare nella misura in cui la Cina cerca non soltanto di accedere alle risorse ma anche di controllare la produzione e la distribuzione delle risorse e forse anche di posizionarsi per ottenere un accesso prioritario a queste risorse, che stanno diventando sempre più rare”. Il rapporto del Consiglio è talmente scrupoloso nel combattere la Cina attraverso l’argomento dell’espansione militare USA nella regione che non sa far altro che richiamarsi a Chester Crocker, anziano segretario di Stato aggiunto agli Affari africani dell’amministrazione Reagan, che esprime la sua “malinconica nostalgia per l’epoca in cui gli USA o l’Occidente erano le sole potenze influenti e potevano perseguire i loro … obiettivi con le mani libere” [19].

Quel che è certo, è che l’Impero USA si è allargato a parti dell’Africa nella sua ricerca rapace di petrolio. Potrebbero verificarsi dei danni per i popoli africani. Come la vecchia corsa all’Africa, questa nuova corsa è una lotta tra grandi potenze per le ricchezze e la devastazione, non per lo sviluppo dell’Africa o il benessere delle sue popolazioni.

Una grande strategia di ampliamento

Malgrado la rapida evoluzione del contesto strategico ed il passaggio in questi ultimi anni ad un imperialismo più crudo, c’è una coerenza ed una continuità nella grande strategia USA, che forniscono un vasto consenso che regna al vertice della struttura di potere sull’idea che gli USA devono cercare la “supremazia mondiale”, come l’ha espresso Zbigniew Brzezinski, il vecchio Consigliere alla sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter [20].

Il rapporto del Consiglio per le Relazioni estere del 2006, More Than Humanitarianism, che sostiene l’idea di ampliare la grande strategia USA per inglobare l’Africa, è stata copresieduta da Anthony Lake, Consigliere alla sicurezza nazionale di Clinton dal 1993 al 1997 e Christine Todd Whitman, anziana capo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente durante l’amministrazione Bush, Come Consigliere alla sicurezza nazionale di Clinton, Lake ha svolto un ruolo chiave nella definizione della grande strategia USA dell’amministrazione Clinton. In un discorso intitolato From Containment to Enlargement, (Dal contenimento all’ampliamento), tenuto alla School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University il 21 settembre 2003, ha dichiarato che dopo l’affondamento dell’Unione sovietica, gli USA erano il “potere dominante (mondiale)… Possediamo l’esercito più potente del mondo, la sua economia più forte, la sua società multietnica più dinamica… Abbiamo contenuto una minaccia mondiale che pesava sulle economie di mercato. Ora, dobbiamo cercare di ampliare la loro portata. Quanto deve seguire alla dottrina del contenimento è la strategia dello straripamento.”

In altri termini, questo significa una espansione della sfera del capitalismo mondiale sotto l’ombrello militar-strategico USA. I nemici principali di questo nuovo ordine mondiale erano caratterizzati da Lake come “Stati del ritorno al bastone”, soprattutto l’Iraq e l’Iran. L’insistenza di Lake, all’inizio dell’era Clinton, su di una “grande strategia di ampliamento” per gli USA è stata realizzata oggi dall’ampliamento del ruolo dei militari USA non soltanto in Asia centrale e in Medio Oriente ma anche in Africa. [21]

La grande strategia imperiale USA è meno il prodotto di una politica definita a Washington da questa o quella ala della classe dominante USA che il risultato inevitabile della posizione di potenza in cui il capitalismo USA si ritrova in questo inizio di XXI secolo. La forza economica USA (con quella dei suoi alleati più vicini) conosce un declino costante. Le grandi potenze non sono suscettibili di avere gli stessi rapporti economici tra loro come quelle esistenti due decenni or sono. Parallelamente, la potenza militare USA è aumentata relativamente con la sparizione dell’Unione sovietica. Gli Usa contribuiscono all’incirca alla metà di tutte le spese militari del pianeta, una proporzione due volte superiore alla loro parte della produzione mondiale.

Lo scopo della nuova grande strategia imperiale USA è di utilizzare questa forza militare senza precedenti per prevenire l’emergere di nuove forze storiche creando una sfera di dominio di ampio raggio tale, e che ora ingloba tutti i continenti, che nessun rivale potenziale sarà mai in grado di sfidare gli USA per decenni. Si tratta di una guerra contro i popoli della periferia del mondo capitalista e per l’espansione del capitalismo mondiale, in particolar modo di quello USA. Ma è anche una guerra per assicurare il “Nuovo secolo americano”, in cui le nazioni del terzo mondo sono viste come delle “risorse strategiche” nel quadro di una lotta geopolitica più vasta.

Le lezioni della storia sono chiare: i tentativi per ottenere il dominio sul mondo attraverso mezzi militari, benché inevitabili sotto il capitalismo, sono destinati a fallire e non possono che condurre a guerre nuove e più vaste. È alla responsabilità di coloro che sono impegnati per la pace mondiale di resistere alla nuova grande strategia imperiale USA rimettendo in causa l’imperialismo e la sua radice economica: il capitalismo stesso.

John Bellamy Foster
Fonte: www.mondialization.ca
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13 marzo 2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org di MASSIMO CARDELLINI

NOTE

1. La visione di Haass è studiata da John Bellamy Foster in: Imperial America and War, Monthly Review, 55, n°1 (maggio 2003), pagine 1-10; Project for the New American Century, Rebuilding America’s Defenses (September 2000), http://www.newamericancentury.org/.
2. Stephen Peter Rosen, The Future of War and the American Military, Harvard Magazine 104, n°5 (Maggio-giugno 2002): 29–31.
3. John Lewis Gaddis, A Grand Strategy of Trasformation, Foreign Policy (novembre/Dicembre 2002): 50-57.
4. Clausewitz citato in Paul Kennedy, a cura di , Grand Strategies in War and Peace, (New Haven: Yale University Press, 1991), 1.
5. Edwin R. Earle, a cura di, Makers of modern Strategy, Princeton University Press, 1948; B. H. Liddel Hart, Strategy, New York, Praeger, 1967; Kennedy, curatore, Grand Strategy: 1-4.
6. James J. Hentz, a cura di., The Obligation of Empire: United States ’ Grand Strategy for a New Century, Lexington , Kentucky : University of Kentucky Press, 2004.
7. Ivo H. Daalder & James M. Lindsay, America Unbound, Hoboken , New Jersey : John Wiley and Sons, 2005, 4–5; 40–41: 194.
8. V. I. Lenin, Imperialism, the Highest Stage of Capitalism, New York, International Publishers, 1939, 119. Tr. it.: Imperialismo, fase suprema del capitalismo, Editori Riuniti-Edizioni Progress, Mosca, s.d. ma inizio anni 70, pagina 507. Ecco precisamente il passo citato da Foster: “I capitalisti si spartiscono il mondo non per la loro speciale malvagità, bensì perché il grado raggiunto dalla concentrazione li costringe a battere questa via, se vogliono ottenere dei profitti. E la spartizione si compie ‘proporzionalmente al capitale’, ‘in proporzione alla forza’, poiché in regime di produzione mercantile e di capitalismo non è possibile alcun altro sistema di spartizione. Ma la forza muta per il mutare dello sviluppo economico e politico” (Nota del traduttore)
9. Richard B. Du Boff, “U.S Empire,” Monthly Review 55, no. 7 (December 2003): 1–2; Dominic Wilson & Roopa Purshothaman, “Dreaming with BRICs,” Goldman Sachs Global Economics Paper, no. 99 (October 1, 2003), 4, http://www.gs.com/.
10. Robert J. Art, A Grand Strategy for America, Ithaca, Cornell University Press, 2003, 1–11.
11. Noam Chomsky, Failed States, New York, Metropolitan Books, 2006, 254–55; Lutz Kleveman, The New Great Game, New York : Grove Press, 2004.
12. Vedere Pierre Abramovici, United States: The New Scramble for Africa, Le Monde Diplomatique (Edizione inglese), Luglio 2004; Revealed: The New Scramble for Africa, The Guardian, 1o Giugno 2005.
13. Fred Kempe, Africa Emerges as a Strategic Battlefield, Wall Street Journal, 25 Aprile 2006.
14. Council on Foreign Relations, More Than Humanitarianism: A Strategic U.S. Approach Toward Africa, 2006, XIII.
15. Council on Foreign Relations, More Than Humanitarianism, 59.
16. Center for Strategic and International Studies, A Strategic U.S. Approach to Governance and Security in the Gulf of Guinea, Luglio 2005, 3.
17. Council on Foreign Relations, More Than Humanitarianism, 24, 133; Jeffrey Taylor, Worse Than Iraq?, Atlantic Monthly , Aprile 2006, 33–34.
18. Council on Foreign Relations, More Than Humanitarianism, 40.
19. Council on Foreign Relations, More Than Humanitarianism, 52–53, 131
20. Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard (New York: Basic Books, 1997), 3.
21. Anthony Lake , “From Containment to Enlargement,” speech to School of Advanced International Studies , Johns Hopkins University , September 21, 2003, http://www.mtholyoke.ed/

Titolo originale: A Warning to Africa: The New U.S. Imperial Grand Strategy
Fonte: http://www.monthlyreview.org/0606jbf.htm

John Bellamy Foster è professore di sociologia all’Università dell’Oregon, autore di Marx’s Ecology e di Ecology Against Capitalism, e co-redattore in capo della Monthly Review. Il suo ultimo libro è Naked Imperialism: The U.S. Pursuit of Global Dominance, New York, Monthly Review Press, 2006, (Imperialismo nudo: la ricerca del dominio mondiale degli USA).
Il presente testo è una versione ampliata e rivista di un discorso al Forum sociale mondiale di Bamako, Mali, tenuto il 20 gennaio 2006.
© Copyright John Bellamy Foster, Monthly Review, 2007

Pubblicato da Truman