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RIVOLUZIONI COLORATE: TUTTO SECONDO I PIANI

DI GIANLUCA FREDA
Blogghete!

Le rivolte in Nord africa e Medio Oriente divampate nel corso di questo mese si sono guadagnate l’attenzione del mondo e il consueto florilegio di commenti e interpretazioni di diverso e spesso opposto tenore. Molti vedono nelle rivolte un’ennesima applicazione dello strumento, ormai rodato, delle “rivoluzioni colorate” targate CIA e National Endowment for Democracy, attraverso le quali gli Stati Uniti tentano spesso di ricondurre nella propria orbita d’influenza governi non fedeli al “Washington Consensus” o titubanti sulla conservazione della fedeltà. Altri, come l’autorevole Maurizio Blondet, sembrano vedere nella rivolta dei popoli arabi una “ribellione spontanea della gente”, un tentativo di affrancamento delle tradizionali colonie arabe di USA e Israele dalla tirannia imposta dai fantocci governativi insediati al potere da queste nazioni internazionalmente o localmente dominanti. Dico come la penso, ben sapendo che la situazione è complessa ed in via di rapida evoluzione e dunque presta il fianco a possibili errori d’interpretazione che si dovranno eventualmente correggere sulla base dei nuovi sviluppi.

Da quel che ho visto fin qui, non mi sembra affatto che questa nuova ondata di “proteste” esuli dallo schema delle “rivoluzioni colorate” americane che abbiamo visto attuate (o tentate) in innumerevoli zone del globo, dalla Cina all’Europa dell’est, dalla Thailandia all’Iran. Naturalmente spero che abbia ragione Blondet e che queste rivoluzioni programmate e attuate con gran dispendio di strumenti d’intelligence dai servizi segreti americani finiscano – vuoi per improvvisa maturazione politica dei cittadini in rivolta, vuoi per l’intervento di una delle potenze economico/politiche attualmente in ascesa – per sfuggire di mano ai loro ideatori e per produrre quella “eterogenesi dei fini” che rappresenterebbe, per i piani americani e israeliani sul Medio Oriente, uno smacco colossale e forse definitivo. E’ già accaduto molte volte che queste operazioni fallissero o si trasformassero in un boomerang per i loro artefici. Basti pensare a quanto avvenne in Cina nell’89 o più recentemente nel tentato e miserevolmente abortito colpo di stato elettorale in Iran del 2009. Ma nulla di ciò che ho visto fino a questo momento mi lascia sperare che le cose vadano in questa direzione.

Prima di tutto, vorrei far notare che una regia dell’intelligence americana dietro queste sollevazioni appare indiscutibile. Per capirlo, basterebbe ascoltare le dichiarazioni di Obama e della Clinton degli ultimi giorni. Tali dichiarazioni sono tutte a favore del “popolo in armi” e seccamente contrarie alla permanenza al potere degli antichi e ormai decrepiti burattini atlantici. Non solo: la Clinton non si è limitata ad esprimere la propria simpatia verso il “desiderio di democrazia” di queste masse ribelli, ma ha utilizzato quanto avvenuto in Tunisia come strumento esplicito di minaccia e pressione politica sugli altri governi arabi. “Coloro che si aggrappano allo status quo, possono riuscire ad evitare il pieno impatto con i problemi dei loro paesi per qualche tempo, ma non in eterno” , aveva detto la Clinton in un intervento a Doha, in Qatar, il 13 gennaio di quest’anno, in piena rivolta tunisina. Se non è un “obbedite o guai a voi” ci somiglia molto. Perfino dopo l’intervento televisivo di Mubarak, che ha promesso di abbandonare il potere entro settembre prossimo, la reazione degli Stati Uniti è stata improntata all’impazienza e alla minaccia, con ripetuti inviti al presidente egiziano affinché abbandoni ad altri la poltrona senza porre ulteriori indugi.

Oltre a ciò, le rivolte presentano alcuni segnali inconfondibili di progettazione CIA: l’utilizzo di social network come Facebook e Twitter nell’organizzazione delle proteste, già visto in Iran e puntualmente ribadito in questa nuova infornata di sollevazioni popolari; i cartelli di protesta dei rivoltosi arabi con slogan scritti rigorosamente in inglese, affinché le plebi occidentali possano simpatizzare per via mediatica con i valorosi ribelli del Maghreb o dell’Egitto; l’utilizzo mediatico preliminare di “eroi” che si immolano per la causa, come la Neda iraniana o come il tunisino Mohamed Bouazizi (non voglio riaprire un nuovo “caso Neda”, ma anche sulla vita e sulla morte di Bouazizi esiste perlomeno un discreto numero di perplessità); il fatto che la maggior parte dei manifestanti non appartenga alla classe più povera, ma al ceto medio, l’unico, del resto, che può permettersi Facebook e Twitter; l’utilizzo, nel caso della ribellione tunisina, di una denominazione (“Rivoluzione dei Gelsomini”) che non solo richiama alla memoria altre operazioni floreali della CIA (la “Rivoluzione delle Rose” in Georgia o quella “dei Tulipani” in Kirghizistan), ma addirittura recupera dalla soffitta un termine identico a quello utilizzato nelle comunicazioni CIA del 1987, durante l’operazione che estromise Bourghiba dal potere tunisino per sostituirlo con l’allora più fedele Ben Ali; il fatto che siano stati utilizzati in Tunisia cecchini di origine straniera (in questo caso tedeschi e svedesi) per sparare sulla folla e farla inferocire; e varie altre cose.

Del resto, se la speranza dei manifestanti borghesi di Egitto e Tunisia era quella di migliorare le proprie condizioni economiche e quelle del proprio paese, forse la scelta migliore sarebbe stata quella di restarsene a casa. Moody’s, ad esempio, ha già ritoccato al negativo il rating del debito sovrano tunisino, a causa dell’instabilità politica del paese provocata dal rovesciamento del governo. Il tutto senza che il “cambio di regime” prodotto dalla sollevazione migliorasse minimamente le prospettive economiche o occupazionali del paese; che saranno anzi soggette ad indebolimento ulteriore non appena il balletto delle “elezioni democratiche” verrà messo in scena, con tutto il suo seguito di instabilità politica, incertezza degli investitori e frazionamento dell’azione politica di governo.

Molti sono perplessi sui motivi che avrebbero portato gli Stati Uniti ad estromettere dal potere uomini che loro stessi avevano insediato alla guida degli stati arabi e che erano considerati alleati di ferro. Per quale motivo gli Stati Uniti avrebbero dovuto organizzare e fomentare queste rivolte contro governanti ritenuti tra i più fedeli esecutori dell’agenda israelo-americana e abbondantemente foraggiati dall’impero con sostanziosi emolumenti annuali? Tali operazioni, in realtà, non sono affatto nuove, come ben dimostra la fine fatta fare dagli USA all’antico “alleato” Saddam Hussein. I quisling dell’Impero, col passare dei decenni, invecchiano, acquisiscono potere politico assoluto all’interno delle loro nazioni, si ritrovano privi di opposizione, progettano di dar vita a dinastie ereditarie che rendano perpetua la permanenza al potere del proprio entourage familiare, si arricchiscono attraverso commerci e soperchierie di vario genere, e la ricchezza li rende più disinvolti e liberi di tradire gli antichi padroni stipulando nuove alleanze. Ciò rende necessaria una loro periodica sostituzione con nuovi e più obbedienti esecutori.

Prendiamo Ben Ali: costui, nel 2000, si era smarcato da Israele rompendo ogni relazione diplomatica con l’entità sionista; nel 2003 aveva rifiutato ogni cooperazione con la “coalizione dei volonterosi” che aveva invaso e fatto a pezzi l’Iraq; nel 2009 (cosa più grave di tutte) aveva firmato accordi di cooperazione economica e di scambio tecnologico con la Cina; la sua abolizione delle barriere commerciali con l’Unione Europea, vivamente caldeggiata dagli USA, era stata poco più che un’operazione di facciata. Ben Ali, con la sua famiglia che deteneva il quasi totale monopolio degli appalti tunisini, era divenuto un alleato infido e pericoloso, pronto a smarcarsi dai vecchi referenti grazie a disinvolte alleanze con i paesi emergenti. Com’è evidente, andava sostituito al più presto. Possibilmente con una nuova classe di governo, non troppo lontana dalle linee della vecchia, che fosse però sufficientemente divisa, litigiosa e priva di ricchezza personale (dunque debole) da poter essere manipolata con facilità. Magari costringendola al rito delle solite “elezioni democratiche”, che sono lo strumento principe con cui gli americani hanno sempre fatto a brandelli la stabilità politica delle nazioni. Anche noi europei dovremmo saperne qualcosa. Il governo transitorio di Ghannouchi era l’ideale per far transitare il paese verso questo desiderabile (per gli USA) obiettivo, prodromo dell’asservimento definitivo della Tunisia ai diktat atlantici.

Prendiamo Mubarak: in apparenza – e non solo in apparenza – si tratta del più devoto e fedele servitore di Israele e Stati Uniti in un’area geopolitica d’immensa rilevanza strategica. E’ ben noto il fondamentale contributo dato da Mubarak alla segregazione dei palestinesi di Gaza. Col pretesto della sicurezza nazionale contro il terrorismo e il traffico di droga, Mubarak ha ampiamente coadiuvato gli israeliani nella vergognosa politica di ghettizzazione della Palestina, chiudendo le frontiere tra la Striscia e l’Egitto e arrivando perfino a costruire un muro sotterraneo, a oltre venti metri di profondità, per impedire ai palestinesi lo scavo di tunnel attraverso i quali sfuggire alla prigionia imposta dai sionisti. Per questo e altri tradimenti della causa araba, Mubarak è odiato dai popoli del Medio Oriente e dai suoi stessi cittadini. Eppure, in tempi recenti, Mubarak aveva dato pericolosi segni di smarcamento dalla sudditanza israelo-statunitense. Il ministro egiziano per l’irrigazione, Mohamed Nasr Eddin Allam, si era rifiutato, nel giugno scorso, di ottemperare alle richieste di Israele, il quale chiedeva di poter attingere all’acqua del Nilo per il proprio fabbisogno idrico (è noto che l’Egitto vanta un diritto di esclusività sull’utilizzo dell’acqua del Nilo). Le frontiere con Gaza, lungo il valico di Rafah, sono state aperte in più occasioni negli ultimi anni e i rapporti con Israele si sono fatti assai più tesi dopo l’aggressione alla Mavi Marmara e la decisione della Turchia di chiudere i propri spazi aerei ai voli militari israeliani, minacciando la rottura definitiva delle relazioni diplomatiche con lo stato ebraico. Il pericolo di un allineamento dell’Egitto alle posizioni di Turchia, Siria e Iran si era fatto negli ultimi tempi assai più temibile, viste le posizioni ambigue e non sempre ottemperanti assunte da Mubarak. L’incidente più grave è stato forse quello dello scorso 20 dicembre, quando due israeliani e diversi cittadini egiziani sono stati arrestati dalle autorità cairote con l’accusa di aver organizzato una rete di spionaggio al fine di attentare agli interessi del paese e destabilizzare la penisola del Sinai, punto di congiunzione strategico tra il Nord Africa e il Medio Oriente. La reazione dei servizi segreti israeliani non si è fatta attendere: 11 giorni dopo, ad Alessandria d’Egitto vi è stata la strage di cristiani copti (attribuita alla solita Al Qaeda (che tutti i governi fantoccio della regione sanno ormai essere un’organizzazione fondata e gestita congiuntamente dall’intelligence americana e israelia na), strage che rappresentava il primo, chiaro avvertimento.  a Mubarak. Venti giorni dopo, con l’inizio della rivolta, l’operazione di rimozione del vecchio e non più fedele maggiordomo è entrata nel vivo.

Da quel che si è visto fin qui, Mubarak verrà probabilmente sostituito da Omar Suleiman, capo del Jihāz al-Mukhābarāt al-Āmma, il più potente dei servizi d’intelligence egiziani. Suleiman è persona assai vicina alla CIA e gradita agli ambienti israelo-statunitensi. Ha ricevuto il suo addestramento all’inizio degli anni ’80 presso la scuola militare John F. Kennedy di Fort Bragg, in North Carolina. E’ lui che si è occupato, in questi anni, di trasformare l’Egitto nel “buco nero” in cui scomparivano i prigionieri catturati dalla CIA e deportati nel corso delle “extraordinary renditions”.

Una volta assicurato l’avvento di Suleiman ai vertici delle istituzioni egiziane – e scongiurata la successione alla presidenza del figlio di Mubarak, Gamal – la nobile rivoluzione egiziana è stata ricacciata nel nulla. Fantomatici gruppi di sostenitori del presidente sono comparsi nelle piazze del Cairo nell’arco di una notte, costringendo i manifestanti anti-Mubarak alla ritirata. Cecchini fantasma hanno iniziato a sparare a casaccio sulla folla, rendendo la permanenza nelle strade assai pericolosa. L’esercito ha avuto la sua fetta di torta, con la nomina a primo ministro di Ahmed Mohamed Shafiq, ex ministro dell’aviazione e persona assai gradita ai vertici militari. La stampa internazionale ha già iniziato a smorzare i riflettori sugli “epocali” eventi egiziani, che aveva tenuto in prima pagina durante il periodo necessario a garantire al popolo egiziano il sostegno internazionale che assicurasse il buon esito delle operazioni. Ora il popolo sovrano può tornarsene alle proprie case, in attesa della prossima chiamata alle armi via Twitter. Oppure in attesa delle future e probabili elezioni “democratiche”, nelle quali si fronteggeranno un fantoccio statunitense “di destra” (Suleiman) e un fantoccio statunitense “di sinistra” (El Baradei?), come avviene in tutti i più moderni e rinomati consessi di gente per bene. Arrivederci, caro popolo sovrano in lotta per la democrazia, e grazie di tutto.

La cosa curiosa è che i commentatori internazionali – guarda i casi della vita – non hanno avuto nessuna difficoltà a riconoscere le orde di “sostenitori del presidente” in azione al Cairo per ciò che realmente sono: movimenti organizzati e gestiti da poliziotti in borghese allo scopo di porre fine al teatrino della rivolta andato in onda in questi ultimi giorni. Quando però si tratta di avversatori del presidente, le capacità di discernimento dei media globali improvvisamente si appannano e tutto diventa “spontaneo”, “popolare”, “genuinamente rivoluzionario”. Neanche l’ombra di un sospetto che anche le rivolte antigovernative, esattamente come quelle filogovernative, possano essere fabbricate a tavolino. Così come si ignora volutamente che le proteste di queste giorni hanno portato in piazza una percentuale risibilmente minoritaria della popolazione egiziana (poche migliaia di persone, al massimo, nonostante le sparate dei media, che contano milioni al posto di unità), mentre la quasi totalità degli 80 milioni di persone che abitano ìl paese si è tenuta ben lontana dagli scontri e dal putiferio nelle principali città.

Anche se provo una certa ripugnanza nel dirlo, visto lo squallore morale e politico del personaggio, penso che la cosa migliore che in questo momento potrebbe capitare al popolo egiziano sarebbe un imprevisto e repentino contropiede di Mubarak, con il quale il decrepito presidente riuscisse a stroncare le rivolte, riprendersi la pienezza del potere, estromettere (e magari far giustiziare) i “collaboratori” imposti dalle potenze dominanti e recidere una volta per tutte i legami politici con queste ultime, rafforzando i contatti e gli scambi con i paesi politicamente vicini (almeno Siria e Turchia, essendo difficile pensare ad un avvicinamento all’Iran) e con le nuove potenze emergenti (Cina e Russia). Come insegna il proverbio, tutto ciò che non ammazza, ingrassa. Tutti i paesi che siano riusciti a reprimere le “rivoluzioni colorate” organizzate dalle ONG e dai servizi segreti di paesi ostili, hanno poi goduto di un avvenire economicamente florido, politicamente stabile e strategicamente autonomo.

La Cina, dopo la sanguinosa repressione dell’89 a Tian-an-Men, iniziò l’ascesa che l’ha portata a diventare la seconda potenza economica mondiale che è oggi (ma presto sarà la prima).

La Russia, ridotta in condizioni miserande dopo la rivoluzione “anticomunista” di Eltsin dell’estate 1991, è riuscita a riconquistare un ruolo internazionale di primo piano grazie all’ascesa di Vladimir Putin, che ha ripreso le redini del paese, facendo piazza pulita degli oligarchi filo-occidentali che stavano per fare a pezzi le risorse industriali ed energetiche del paese con la gioiosa collaborazione delle “democrazie” dominanti.
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L’Iran, dopo il fallito colpo di stato elettorale del 2009 ad opera del miserabile Mousawi, si è rafforzato sul piano politico, economico, militare, diplomatico e delle risorse energetiche, riuscendo a mandare in porto il programma nucleare tanto temuto da Israele e stringendo più stretti rapporti di cooperazione politica e commerciale con i paesi della SCO.

Qualcosa di simile si potrebbe dire per il tentato colpo di stato del 2002 contro Chavez, in Venezuela, in occasione del quale i media internazionali si fecero in quattro per presentare il nuovo golpista filoamericano, Pedro Carmona Estanga, come legittimo titolare del governo, tacendo sulle sue repressioni sanguinose e sulla ribellione popolare che riportò Chavez al potere nel giro di pochi giorni. Anche in questo caso, il fallimento del golpe portò ad un enorme miglioramento delle condizioni del paese.

Se Mubarak sopravvivesse, traendo le debite conclusioni da ciò che è accaduto ed elaborando per il futuro i necessari programmi di sganciamento dall’orbita israelo-statunitense, forse i manifestanti che in questi giorni hanno pianto e strillato in piazza la propria rabbia per il declino del paese – sotto l’attenta regia dei media e degli organizzatori della kermesse – potrebbero davvero ottenere il “salto verso lo sviluppo” che desiderano, sebbene nel più impensabile e insospettato dei modi.

Ma è assai improbabile che ciò avvenga. La “rivoluzione color merda” egiziana sembra aver funzionato come un orologio e proprio oggi Suleiman, novello dirigente dell’antica colonia, si è presentato in TV per avvertire la comunità internazionale – e in second’ordine il popolo egiziano – che è lui il nuovo tenutario della baracca, mentre Mubarak resterà al suo posto solo per un periodo limitato e con poteri puramente formali. Ha già provveduto a chiedere la formazione di un “governo tecnico”, entità immancabile quando, zittite le fanfare della “rivoluzione”,  si passa a svendere ai padroni ciò che rimane dell’impalcatura industriale ed economica di un paese. Noi italiani dovremmo saperne qualcosa, dopo “Mani Pulite” e lo scempio compiuto dai “governi tecnici” che ne seguirono. Ha anche provveduto a riunire un “comitato di saggi” composto da operatori dell’economia e dell’imprenditoria nazionale, cioè uno stormo di avvoltoi, probabili predatori della carcassa dell’economia nazionale nel nuovo Egitto di rinnovata fedeltà vassallatica. Il tempo rimasto per salvare l’Egitto dalla sorte ignominiosa di trasformarsi in una nuova, impotente “democrazia” non è molto e i giochi sembrano ormai pressoché conclusi. Certo, l’ultima parola sulla rivolta egiziana non è ancora stata scritta. Ma mi sembra improbabile che a scriverla possa essere il popolo egiziano, tanto pronto a strillare (con tutte le ragioni del mondo, s’intende) contro il dispotismo dei suoi governanti, quanto incapace di elaborare una strategia di lotta che gli impedisca di rendersi manipolabile e di cadere nelle grinfie di personaggi perfino più loschi di quelli che si agita per destituire. In questo ricorda molti altri popoli, alcuni di mia lunga e desolata conoscenza.

Gianluca Freda
Fonte: http://blogghete.altervista.org
Link: http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=769:gianluca-freda&catid=32:politica-internazionale&Itemid=47#comments
4.03.2011

Pubblicato da Davide

  • Rossa_primavera

    Articolo condivisibile anche se forse un po’ pessimista nel finale:credo
    che la cacciata di Mubarak,un despota e un personaggio losco,comunque sia alla fine portera’ piu’ vantaggi che svantaggi al
    popolo egiziano e credo anche di riflesso ai palestinesi di Gaza.

  • martiusmarcus

    E’ interessante quello che accade “on the borderline”: sui confini dell’impero. Lo è sempre. E cosa accade, oggi? Buona parte della popolazione si ribella allo status quo. Al di là del pessimismo dietrologico di Freda (l’intelligenza, caro Gianluca, può diventare una condanna alla disperazione permanente: intesa proprio etimologicamente “intus-ligere” (leggere dentro)), mi pare ovvio che quella gente che materialmente urla e si espone alla violenza di chi invece difende lo status quo non debba essere considerata come massa di manovra di una programmazione CIA. E’ vero però anche il contrario: all’interno della risultante di ciò che poi accade sarebbe da imbecilli non considerare, non uno, ma almeno venti servizi segreti all’opera… Ma quello che a me interessa – in casi come questi etichettabili come: “gente che si ribella” – è proprio la comprensione di ciò che determina lo scatto tra il solo “pensare di ribellarsi” e l'”atto concreto di ribellarsi”. E come a me, – suppongo – il quesito dovrebbe interessare l’enorme massa di “ribelli potenziali” che affolla corridoi e strapuntini del treno “comedonchisciotte”. Si sa che in questo, come in altri blog similari, la domanda all’ordine del giorno è la seguente: “perché NESSUNO SI RIBELLA?”. Ovviamente preceduta da “ma qui è uno schifo, non si può andare avanti, ma in questo paese di merda… con questi governanti di merda, eccetera”. Nonostante le continue cantilene di questo tipo, l’unica “ribellione” che in italia siamo riusciti a partorire è quella dei baroni&co. che si sono auto-occupati i tetti dei “loro” diplomifici universitari…
    Perché dunque LA’ ci si ribella, e perché QUA invece, NON ci si ribella?
    Qualcuno dice: “non ci abbiamo le palle”. E pur essendo una quasi tautologia, in qualche modo si avvicina alla realtà. Siamo demograficamente obsolescenti – qui sta il punto – e l’unico sangue che ci salva dallo shock ipovolemico proviene da oltreconfine. Il fatto è che mi pare dimostrato che le ribellioni, o le rivoluzioni, spesso non siamo determinate dall’invivibilità dello status quo che si vuole rovesciare, bensì da una sovrabbondanza di “energia” da mettere in campo, come un eccesso di libido da impiegare, da convogliare da qualche parte. Le rivolte a cui ho assistito, non è un caso, sono messe in atto in situazioni demograficamente in “attivo”, cioè da “gioventù in esubero”. L’altro dato importante è proprio il luogo, e cioè il confine fra zona sviluppata con merci in sovra-abbondanza e zona in-fase-di-sviluppo (nella quale comincia ad arrivare, si intravede, l’abbondanza delle merci. Il sessantotto italiano ed europeo ne è quasi un paradigma.

  • geopardy

    Alcune considerazioni personali non prese in considerazione nell’articolo.

    Nelle cosiddette rivoluzioni colorate non sono stati i governanti contestati e loro stretti collaboratori a dettare l’agenda, quindi, se non altro questa cosa sarebbe anomala, guardando al caso Egitto.

    Rivoluzione dei “gelsomini” in Tunisia è stato un termine affibbiatogli da fuori, come a voler mettere un forzato cappello sugli eventi o a dare un nome secondo le mode colorate, non mi risulta che il popolo tunisinio scenda in strada con gelsomini in mano o usi vestirsi in un determinato modo o colore (come in altre situazioni ben note).

    In Tunisia hanno tentato, politicamente, la stessa cosa che sta facendo Suleiman, poi, bocciata dalle piazze.

    Gli eventi sono in pieno svolgimento e le dinamiche potrebbero essere imprevedibili ed ogni volta dovremmo riaggiornare i nostri pareri e interpretazioni negli interventi.

    In facebook e twitter ci viaggia tutto ed il contrario di tutto, quindi, non è possibile stabilire con certezza un pilotaggio attraverso questi networks e più in generale attraverso internet (ci scriviamo pure noi).
    Se questi networks si negassero per certe occasioni, magari sgradite ai ” potenti”, sarebbe la fine sul nascere della loro funzione sociale.

    Gli eventi tolgono il marchio di “terroristi” ai mussulmani, cosa non da poco, vista la politica con cui si è inaugurato il nuovo millennio.
    Sembra proprio un grande riscatto dei popoli islamici (almeno per ora quelli della parte araba, gli iraniani hanno già dato ed altri staremo a vedere), sicuramente un cambio epocale e devastante per le politiche su cui si basano gli interventi Usa, secondo i quali la democrazia va imposta con le armi.

    Il modello di governo islamico turco, secondo me, ha sdoganato l’islam sunnita dall’anatema che democrazia ed islam siano incompatibili e colpisce alle viscere l’impostazione tanto cara ad Israele per cui l’unico sviluppo dell’islam politico si concretizzi in un “califfato” di binladiana memoria.

    Mi fermo qui, ma se come dice l’autore dell’articolo (ammesso e non concesso) la rivolta è pilotata (o innescata, che non è propriamente la stessa cosa) dai soliti noti, vuol dire che si sono resi conto dell’empasse (o impasse) in cui hanno cacciato il mondo nell’ultimo decennio, non mi sembra una cosa negativa.
    Se invece stiano prendendo atto che è inarrestabile e non possono che favorirla in questa fase, cercando di esercitarvi un controllo (per quanto possibile), il risultato sarà, rispetto alle enormi dinamiche innescate, il medesimo, lo sdoganamento delle masse arabe.

    Ritengo, sulla base delle poche considerazioni (ce ne saranno senz’atro di più), che la politica dei neocons americani (molto attivi durante la presidenza Bush) sia di fatto tramontata ed il mondo stia andando verso una forma multipolare e non più unipolare.
    Gli Usa, naturalmente, nel caso in cui considerino inevitabile una realtà multipolare, invece che innescare guerre i cui esiti sarebbero imprevedibili, cercherebbero di trarre il massimo vantaggio che la situazione possa permettere, in modo da avere, comunque, un ruolo importante, altrimenti avremmo visto, secondo me, migliaia di morti ed una feroce repressione, se non una vera guerra civile con relativo golpe militare e magari un coinvolgimento diretto della Us Army, devastante per la già compromessa immagine degli Usa.

    Aspettiamo, in ogni caso, l’evolvere degli eventi, prima di dare sentenze definitive.
    Ciao
    Geo

  • geopardy

    Considerazione mancante nel commento precedente.

    Anche l’impostazione Salafita (quella ispiratrice di Bin Laden) predominante in Arabia Saudita, mi sembra se ne vada a quel paese, se la rivolta araba andrà in senso turco (in maniera minore verso il tipo iraniano), come ritengo fondatamente possibile.

  • buran

    Confesso che anch’io, ammaestrato dall’esperienza di questi anni, ho guardato a queste “rivoluzioni” con occhio critico (e continuo a farlo). Della Tunisia non so molto, ma dell’Egitto posso dire per esperienza diretta che le ragioni di fondo per sollevazioni popolari ci sono eccome, soprattutto in una megalopoli come Il Cairo: migliaia di persone vivono letteralmente di spazzatura, decine di migliaia abitano negli immensi cimiteri (le cappelle di famiglia vengono “affittate” dai proprietari ai senza casa, trasformando questi luoghi dedicati ai morti in posti brulicanti di vita), canali urbani diventati fognoni a cielo aperto accolgono bambini che fanno il bagno accanto a carcasse di ciuchi morti e orrendamente gonfi, nel paese che ha il più grande fiume del mondo per bere senza prenderti una malattia (garantita) devi comprare l’acqua Nestlè (!!!)…Di tutti i paesi del Medio oriente che ho visitato l’Egitto (in particolare Il Cairo) è quello abbondantemente messo peggio: niente a che vedere, ad es., con la Siria o l’Iran dove il tessuto urbano e sociale dà comunque l’impressione di essere saldo anche nelle periferie delle città, non si notano situazioni di abbandono, là dove pure ci sono i casermoni le strade sono pulite, negozi e mercati sono aperti e frequentati etc. Questo per dire che, a mio attuale parere (e al di là delle mitologie sul ruolo di internet), la rivolta è “vera”, nel senso che le persone che vi partecipano non sono consapevolmente manovrate o prezzolate, e che non è organizzata neanche da forze di opposizione: sia i F. M. che le organizzazioni di tipo nasseriano o di sinistra sono stati presi in contropiede e si sono accodati dopo. Credo però che ci sia un tentativo, forte e ben organizzato con una regia esterna, di far sboccare questa protesta in un mero ricambio di gruppo dirigente, dando credibilità a certi soggetti e ponendoli artificialmente “alla testa” della protesta, nel ruolo di “portavoce” in realtà non delegati da nessuno. Insomma cambiare tutto perchè nulla cambi, soprattutto per quanto riguarda la collocazione internazionale dell’Egitto sostanzialmente a fianco dell’occidente e di Israele. Per me sarebbe opportuno che le forze di opposizione (anche se sono “cane e gatto” fra di loro) si dessero un programma minimo comune in chiave patriottica e popolare, per tentare di dare uno sbocco diverso e cercare di sganciare il paese dalla tutela dell’imperialismo.

  • geopardy

    La deifinizione data dall’autore di “rivoluzione color merda” la dice lunga circa le sue concezioni nei riguardi delle moltitudini.

    Ciao
    Geo

  • A

    Sono d’accordo. La mia modesta impressione, osservando le manovre “geostrategiche” degli ultimi 10 anni, è che gli USA tentino di prendere il controllo di qualcosa che gli è sfuggito di mano. Non vedo nessun punto in comune con le “rivoluzioni colorate” al contrario vedo differenze abissali…. Freda invece lo vede bene a farfalle….

  • vic

    L’Occidente tramite gli USA starebbe pilotando i moti del Cairo?
    Non la bevo. Gli USA sono talmente mal messi in casa loro, che probabilmente non sarebbero nemmeno capaci di pilotare dei moti che gli scoppiassero in casa.

    L’impressione e’ che stiano arrancando, cercando in qualche modo di agganciarsi a questi moti di piazza. Per me la verita’ e’ semplicissima: e’ il meccanismo della pentola. Se non gli dai uno sfogo decente prima o poi scoppia. Lo stesso e’ per i principi basilari dei diritti di una popolazione. I paesi messi meglio non per nulla sono quelli dove il popolo puo’ esprimersi in continuazione, anche in modo contrario alla politica del proprio governo. Sono i piccoli sfoghi che impediscono l’accumularsi della pressione. Poi ogni paese si sceglie il meccanismno che preferisce. Ci sono quelli che preferiscono una rivoluzione ogni tot decenni al posto di referendum popolari a getto continuo. Si vede che gli va bene cosi’.

    Questa gioventu’ Egiziana ha l’aria molto sveglia e molto coraggiosa. Liquidarli come dei pilotati mi sembra un insulto sottile, caro Freda.

    Noi siamo troppo lontani, non possiamno che formarci delle opinioni da “vista col cannocchiale”. Ognuna con il proprio motivo di esistere, per carita’, date le sensibilita’ diverse. Modestamente pero’ credo che disponiamo di cannocchiali migliori degli Stati Uniti, malgrado la sfilza di rapporti che ricevono dai loro collaboratori istituzionali. La storia ha inesorabilmente e continuamente dimostrato l’inabilita’ degli USA di capire gli altri. Perche’ mai dovrebbero capire meglio l’Egitto di oggi?

    Lo capiscono mille volte piu’ in fretta i giovani Egiziani, che oltre al cervello hanno una pelle: comprensione a pelle si chiama.

    Lasciamo perdere i complottismi. D’accordo, c’e’ senz’altro una componente che si rifa’ a servizi vari, ma non e’ quella decisiva, almeno per ora. Lo dicono le cifre, stimabili ad occhio, senza bisogno di analisti sopraffini che pensano di avere un cervello superiore a quello degli altri.

    Freda, sii un po’ piu’ modesto e limitati ad osservare senza dar troppi giudizi. La fase e’ troppo prematura.

  • Bellerofon

    Bellissimo e cristallino articolo, che condivido totalmente.
    Naturalmente, sottotraccia si intuisce il probabilissimo progetto riservato all’Italia. Che farà impallidire Mani Pulite.

  • miche1e

    Allora teniamoci Berlusconi, sperando che a turno faccia fare un po’ di Bunga Bunga a tutti.

  • anacrona

    Suona bene come idea …

  • Zarco

    Analisi lucidissima e chiara. Complimenti e grazie.

  • Bellerofon

    Ah, e cosa sarebbe il Bunga-Bunga, che ancora nessuno lo sa? Un “ayen hara” recitato col braccialetto kabbalah? 😀

  • vimana2

    Per il momento non sono daccordo, contraddire Freda però è un bel problema, nn ne sbaglia una, ci azzecca sempre.
    Vedremo fra qualche mese intanto però faccio notare che sono proprio i programmi del FMI e BM ad avere messo sul lastrico quei regimi ed è quindi normale il cambio di politica di Mubarak e Ben Alì, cambio cmq leggero….

  • nomorelie

    sinceramente, dalle immagini quasi no-stop trasmesse da press tv e al-jazheera, non mi è sembrato di intuire o osservare che la massa che protesta faccia parte della parte agiata della popolazione.
    ho visto più “straccioni” che “fighetti”.
    l’afflusso dei partecipanti mi è pure sembrato notevole sebbene ciò non renda esattamente quanto può accadere nelle altre maggiori città egiziane.
    la cartellonistica mi è sembrata grandemente incomprensibile, pochissimi erano i messaggi espressi in inglese.
    e stando alle stesse emittenti sopra citate non sembra che le proteste siano in fase calante dopo 13 giorni senza sosta di presidi.
    ed ancora è alta la protesta per le mancate dimissioni di mubarak.

  • regixx

    Secondo me Freda ha ragione solo in parte, è infatti sicuramente vero che dietro le manifestazioni c’è stata una regia, “cosa fatta capo ha” recita un vecchio detto, ma è pur vero che in questi paesi lo stipendio medio raggiunge la strabiliante cifra di 18 euro mensili, mentre Mubarak dicono abbia proprietà immobiliari sparse in tutto il globo per 50 mld di euro, e d’un tratto Freda me lo vuole promuovere a paladino del bene comune? difensore dei più deboli? Ricordo a Freda che finora ci sono stati 300 morti ammazzati, ma non è bastato per placare gli animi, questo significa che, quella gente, del cambiamento di Mubarak di cui Freda parla, non se n’è accorta per nulla. Sankara in 4 anni è riuscito a mantenere la promessa di 3 pasti al giorno e tot litri d’acqua, poi lo hanno fatto fuori, Mubarak è da trent’anni al potere e si sveglia ora? la gente non lo crede troppe volte hanno creduto e altrettante volte sono stati delusi.

  • regixx

    Sono d’accordo, la manifestazione è stata sicuramente promossa da qualcuno, ma quando butti un cerino in una polveriera da quel momento all’esplosione è un attimo, e così è stato.

  • nettuno

    Condivido un pienol’analisi di Fini. Per le cose che sappiamo e sulla esperienza delle rivolte colorate il discorso calza..

  • magnesia

    La sommossa è nata spontaneamente, un bel casino per USA&Co a cui non piacciono gli imprevisti. Ovviamente come in ogni situazione dove il popolo sfugge al controllo, si innesta il pilota automatico della propaganda e controinformazione. Siamo già alla fase in cui al bianco occidentale devi far credere che la deriva fondamentalista islamicista è imminente… e balle varie. Se il dittatore Mubarak sta prendendo tempo è solo per mettere in piedi nuovi scenari di cartapesta e cellule di terrore bendato, tra militari in missione deviata speciale e morti di fame da sacrificare in cerca di macchine nuove. Spero sia un flop colossale visto che in genere ci mettono anni anche per organizzare balle di serie B, ma che purtroppo funzionano benissimo, chissà com’è…