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RIVOLTA GLOBALE CONTRO IL NEOLIBERISMO

DI VALERIO EVANGELISTI
carmillaonline.com

Dal Wisconsin al Nordafrica, passando per l’Europa: rivolta globale contro il neoliberismo

Sono state largamente ignorate, in Italia, le proteste esplose nel Wisconsin e nell’Ohio, dopo la decisione di due governatori reazionari di falcidiare i pubblici impiegati (dagli insegnanti agli infermieri) e di limitare i loro diritti sindacali. Nel Wisconsin, a fronte di provvedimenti che avrebbero condotto al licenziamento di migliaia di lavoratori, e lasciato il singolo senza uno straccio di contratto collettivo solo e inerme davanti al padrone, una folla ha occupato il Campidoglio di Madison, capitale dello Stato, defenestrando di fatto le autorità elette. Uno dei leader storici della sinistra americana, il reverendo Jesse Jackson, ha infiammato con i suoi discorsi decine di migliaia di persone. In Ohio i sindacati hanno radunato folle equivalenti (per tenersi informati, leggere The Nation o Mother Jones, organi storici della sinistra Usa).
Qui si era distratti da ciò che sta accadendo nell’area mediterranea, con le rivolte ancora inconcluse di Tunisia, Egitto, Libia, Bahrein, Algeria, Yemen, Oman ecc. C’è chi le legge come insurrezioni generazionali, chi le lega a Twitter e a Facebook, chi le vede come pure insorgenze democratiche. Dall’ “altra parte”, quella ostile ai moti, a destra c’è chi le interpreta alla luce dell’islamismo radicale; a “sinistra” chi vi scorge tracce di rivoluzioni “arancioni” manovrate dalla CIA, da Obama, da occulti centri di potere (si citano Castro e Chávez, senza considerare che i loro paesi assediati cercano alleati dovunque possono).

Con rarissime eccezioni, nessuno riesce a formulare un’analisi di classe. L’unica che potrebbe tenere insieme, in un medesimo quadro interpretativo, le rivolte del Missouri e dell’Ohio con quelle dell’Africa del Nord; e inoltre unirvi la protesta di massa greca, la ribellione – studentesca ma non solo – in Francia, Italia, Gran Bretagna. E mille altri episodi. Siamo in presenza di un nuovo 1967-68. Una ribellione mondiale contro le imposizioni capitalistiche. Il rischio è che, questa volta, nessuno ci faccia caso. Si sono estinte, o godono di minore fortuna, le grandi analisi. Si ripiega dunque su quelle sempliciste: dal puro democraticismo liberale (la rivolta è contro regimi oppressivi) ai deliri detti “geopolitici” cari sia alla sinistra perbene di Limes che ai rossobruni (strano mix politico tra fascisti e comunisti ultra ortodossi).
Eppure la verità è sotto gli occhi di tutti. Si è affermata, a furia di vittorie non solo teoriche, ma anche militari, una dottrina economica universale, il monetarismo. Colloca in posizione centrale il debito statale, che Keynes giudicava secondario rispetto alla produzione concreta e all’effettiva occupazione. Per rimediare al debito, e alla massa di interessi che genera costantemente, servono risparmi eternamente crescenti. Tagliare qui, tagliare là. Soprattutto nel welfare, che genera inflazione e il debito lo fa aumentare.
Prime vittime: i soggetti più deboli, i giovani e le donne (e i dipendenti pubblici, di norma docili ma troppo compatti). Il terzo soggetto debole, i vecchi: li si trattiene al lavoro per compensare la manodopera espulsa o esclusa. Tutto ciò comporterebbe un rischio nel caso che la forza-lavoro reale o potenziale sia organizzata. Per “fortuna” il potere ha il coltello dalla parte del manico. Sceglie gli interlocutori collettivi a seconda della docilità, esclude gli altri. Cancella, forte del suo dominio anche politico, ogni tipo di contrattazione generale. Vuole avere di fronte un lavoratore capace appena di vergare la sua firma sotto un contratto di arruolamento. Pieno di clausole tutte punitive, ma solo per il firmatario.
Il tutto in nome dell’adesione universale a una teoria economica che è anzitutto ideologica. Definire bisogni e ripartizioni di risorse attiene all’economia, designare beneficiari è compito della politica. Il monetarismo fece la sua scelta, trasformò l’economia politica (scienza in sé approssimativa) in ideologia. In economia al servizio della politica. E’ dall’alto che si sceglie chi castigare e chi premiare. Vittime sono le classi subalterne, da scompaginare e ricomporre (1). Sulla base di una teoria niente affatto scientifica, bensì ispirata a una visione gerarchica della società che farebbe rimpiangere l’antica aristocrazia.
Mettiamo dunque le mani su ogni diritto acquisito. L’istruzione, la cultura, il lavoro assicurato, l’ipotesi di una società grosso modo egualitaria, una qualche pensione facilmente calcolabile. Che non ne resti traccia.

Questo accade nel Wisconsin e accade in Italia. Ma che c’entra l’Africa del Nord? Chiaramente le forme dell’insubordinazione assumono aspetti aderenti alle caratteristiche locali, e tuttavia la matrice unificante è ben visibile, per chi la cerchi con un minimo di perspicacia.
Nel Nord Africa regimi tirannici hanno resistito finché non si sono piegati al liberismo, investiti dal vento occidentale. Da quel momento hanno spalancato le porte al capitale straniero, lasciato la forza lavoro in balia di se stessa (nell’immaginario alimentato ad arte appaiono ancora società semi-rurali, mentre il tasso di industrializzazione è altissimo), favorito processi di privatizzazione e di compartimentazione sociale.

Prendiamo il caso della Libia, tanto caro, per ragioni apparentemente opposte, sia alla democrazia borghese (anti Gheddafi) che alla sinistra che ha smarrito la bussola (pro Gheddafi). Se proprio vogliamo personalizzare, Gheddafi è colui che, per fare uscire la Libia dalla scomoda condizione di “Stato canaglia”, passò all’Inghilterra l’elenco dei militanti dell’IRA che si erano addestrati nel suo territorio; che lasciò, dopo il 2001 e soprattutto dal 2003, libero accesso alle risorse del suo paese a multinazionali e a consorzi di rapina bancaria; che si accordò con l’Italia per fare crepare nel deserto, o tenere provvisoriamente in vita, in sudice galere, i migranti dell’Africa continentale che provavano a raggiungere le coste europee. Valentino Parlato dice ora che il Libretto verde di Gheddafi “va letto”. Giusta esortazione: lo legga lui per primo. Poi dica cosa pensa di ciò che Gheddafi afferma delle donne – in pratica puri contenitori di figli futuri – o del cinema, strumento di corruzione in quanto fa vedere cose non vere (meglio il circo, dice il rais, pur con riserva). Parlato è uno dei tanti esempi di chi blatera di ciò che non conosce.
Ma personalizzare è la via peggiore. La Libia non differisce dalla Tunisia, dall’Egitto ecc. perché è la classe più colpita e penalizzata che si leva in piedi. Non islamisti oltranzisti, non nostalgici di regimi precedenti, non esponenti di minoranze tribali (queste componenti ci sono, ma non riflettono l’intero movimento). Si tratta invece di proletari, in maggioranza giovani o giovanissimi, che non riescono a scorgere un futuro possibile, nell’ambito del quadro economico neoliberista dominante. Il fatto che il regime elargisca elemosine, sotto forma di beni di sussistenza a prezzo politico, non li fa uscire dal binario morto in cui sono parcheggiati.
Vale ad Atene, a Parigi, a Roma, a Lisbona, a Tunisi o nel Wisconsin. Fare caso alle bandiere che agitano non serve a nulla: cercano il primo straccio che capita in mano, purché differente dal vessillo ufficiale. Arrivati a metà del guado, attendono una parola coerente per compiere il passo successivo. Non a caso, Stati Uniti, Unione Europea e Israele sono prodighi di consigli interessati. Arrivano a ventilare, almeno per la Libia, l’ennesimo “intervento umanitario”, per impadronirsi delle risorse altrui. Mandano spie e navi da guerra. Tentano un colpo di mano coloniale al minor prezzo possibile.

E’ difficile capire, al momento, come finirà questa lotta. Nascono forme transitorie di governo, oggetto di altre insurrezioni. Il pagliaccio che si è impadronito dello Stato italiano, dopo avere offerto a Gheddafi 500 fotomodelle per una lezione di Corano, ora chiede che si faccia da parte. Teme la ripetizione di ciò che si è visto. Centinaia di migliaia di persone, in piazza e nelle strade, sono capaci di fare cadere un regime. Funziona, gente, funziona.
CGIL, ti decidi o no a proclamare lo sciopero generale?

Valerio Evangelisti
Fonte: www.carmillaonline.com/
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2011/03/003812.html#003812
2.03.2011

(1) Noterella per capirci. Un operaio disoccupato non è meno “operaio” di quello che lavora in fabbrica. Uno studente senza prospettive non è meno proletario del giovane di quartiere. Un addetto al “lavoro immateriale” (ricerca, cultura, ecc.) opera in un settore industriale divenuto portante in varie zone del mondo. Il capitale rimodella di continuo le classi subalterne, a seconda delle necessità. L’essenziale è che diano plusvalore, diretto o indiretto, e non si riconoscano in un’unica compagine portatrice di rivendicazioni.

Pubblicato da Davide

  • ramoncastro

    …un altro sessantotto?Peccato che il sessantotto sia stato per l’occidente, soprattutto un mito di fondazione del capitalismo anonimo, post-moderno con una liberalizzazione di costumi post-borghesi fatta passare per rivoluzionamento sociale.In paesi come l’India o in sudamerica invece,la borghesia comunemente detta esiste ancora e produce ancora una cultura di classe identificabile e un arte borghese(Marquez e Rushdie).La cultura post borghese è invece destoricizzata . I film americani ci fanno vedere Troia come se parlassero di George Washington!Questa crisi inizia dagli anni ’70 e inizio ’80 (Thatcher-Reagan per intenderci), con il passaggio da un modello keynesiano legato dunque al mercato interno e alla sovranità monetaria nazionale, a un capitalismo globalizzato multinazionale in cui gli stati perdono il controllo sulla sovranità monetaria, rendendo impossibili le politiche sociali. Gli ultimi venti anni sono stati un orgia del capitale finanziario mondiale, liberato dalla presenza del comunismo novecentesco e dallo stato keynesiano. Questo ha portato a una finanziarizzazione dell’economia incredibile, il cui effetto principale è il lavoro flessibile e precario normale, la vera novità, perché non tocca più solo i vecchi artigiani, ma riguarda tutti; tutti sono esercito industriale di riserva.Quello che sta succedendo adesso, quando gli stati non riescono neppure a porre dei limiti ai bonus dei banchieri, è quasi incredibile, ma dimostra che la politica, in questa fase del capitalismo, ha perso ogni sovranità reale. Perciò questa crisi, è molto diversa dalla crisi del ’29, che produsse dei cambiamenti come il New Deal, anche se non bisogna dimenticare che la crisi fu superata solo con la Seconda Guerra mondiale e l’estensione dell’American way of life all’Europa. Il nuovo ciclo di sviluppo durò fino al ’73, l’anno in cui il potere d’acquisto dell’operaio specializzato statunitense cominciò a diminuire. Sono d’accordo che sia in atto una rivolta contro il neoliberismo(capitalismo assolutista) che affama i popoli ma…l’appello alla CGIL e’ ridicolo!Avendo cessato il movimento operaio e socialista e il proletariato come classe di effettuare una resistenza politica al capitalismo, siamo in una attraversata del deserto in cui ci sono solo i dominanti che si combattono fra di loro e i dominati sono effettivamente senza voce. Non disprezzo quando ci si muove con scioperi, manifestazioni e altro, però in questo momento non ci sono forze strategiche sistemiche e questo perché la sinistra non esiste più come alternativa ma solo come variante buonista alla politica imperiale. una forma di subordinazione e di interiorizzazione della collocazione della sinistra nell’impero americano(alla Walter Veltroni); per cui la sinistra vorrebbe un imperatore buono invece che cattivo.La sinistra non e’ neanche piu’ borderline,cioe’ a meta’ strada tra opposizione all’impero americano e attenzione a certi suoi aspetti piu’ progressisti e quindi del tuuto interna all’imperialismo occidentale. Pensi forse che il centro-sinistra sia in qualche modo meno allineato al neoliberismo rispetto al centro-destra?No ! Anzi e’ ancora piu’ appecorato ai Bilderberg!!!Mescolare antiberlusconismo e idee di sinistra,farli coincidere e’ cio’ che ha portato a questo “stallo politico” che in quasi vent’anni di consociativismo(tra berlusconiani e antiberlusconiani parlamentari)ha portato all’esclusione dal parlamento delle cosiddette forze radicali di sinistra(nonostante il ridicolo Bertinotti abbia contribuito notevolmente a cio’).Tutti coloro che sono in parlamento OGGI sono FUNZIONALI E FAVOREVOLI AL NEOLIBERISMO!!!(basta ricordarsi del Trattato di Lisbona firmato igniminiosamente da tutte le forze politiche).Il nordafrica ha una situazione completaente differente ma il filo conduttore da te sottolineato(il neoliberismo voluto e indicato dai Bilderberg)lo condivido.

  • dana74

    Evangelisti, che chiavica penosa, non hai capito nulla…fin dall’inizio dello scritto quando attribuisci ai relativi schieramenti destra/sinistra delle interpretazioni del maghreb…se non ti fossi accorto a sinistra il colore non lo vedono proprio (anche perché le difendono ed in italia si fanno portavoce del loro colore) ed è in ambienti di destra che sono emerse le particolareggiate connessioni con apparati atlantici (per questo la sinistra ha dovuto ripensarci, ma non solo era partita in quarta con gli eccidi e bla bla bla, ancora “fatica” a divulgare la verità) ma è tempo perso…poi come conclude? COnfida tutto in un magico sciopero generale indetto da Cgil…che dire…penoso e contiguo al sistema più di così.

    Un operaio disoccupato non è più operaio, è semplicemente disoccupato come un avvocato disoccupato che non fa l’avvocato.

    Bravo, continuiamo a dividere in classi sempre e comunque, vederne una unica da chiamare disoccupati è difficile eh? Già, ci si possono infilare meno sigle e siglette.

  • EmmeDiErre

    Il solito polpettone basato su un ragionamento capzioso. In Europa del Sud le cosiddette “rivolte” sono istigate dalla classe che più ha contribuito allo sfascio economico: i dipendenti pubblici, i quali non intendono mollare privilegi e prebende. Si strilla alla distruzione dell’università e non si tiene presente che l’università è già stata distrutta dal corpo docente feudale e sindacalizzato, e non c’è stato bisogno che la distruggesse Berlusconi o chi per lui. Che pena. Conosco ricercatori giovani e meno giovani costretti a emigrare all’estero perché i baroni (comuni al Nord come al Sud, in Italia) di turno si comportano come mafiosi? Colpa di Berlusconi (che peraltro è un grosso problema anche lui, ma derivato da tutti gli altri, non ne è il principio).

  • illupodeicieli

    Vorrei far presente che i “nostri” governanti, se ancora così posso definirli, invece che inviare “aiuti” oltremare, invece di spendere quattrini per le missioni pseudo umanitarie, dovrebbe inviare,o lascire, gli aiuti qui in casa, in patria. Da Obama al nostro, si sa che ,come scritto pure nell’articolo, i problemi non li hanno solo i proletari o le classi più deboli nordafricane, nè li hanno i greci o gli irlandesi, ma ci sono qui in Italia e negli Usa. E aggiungo che non ci sono solo gli operai o gli insegnanti nei casini, ma anche commercianti, artigiani,rappresentanti, venditori, che la grande distribuzione e le aziende che delocalizzano, continuano a stritolare e a marginalizzare. Quindi ben vengano i cambiamenti ma che non siano,come in una lotta (magari pure pilotata) tra poveri, dove si privilegiano alcuni a discapito di altri, dove ,come è avvenuto per colpa della sinistra, si vedano le altre categorie di lavoratori come fannulloni o ladri. In merito a queste ultime mie affermazioni e leggendo,ieri, le affermazioni ad esempio di Beppe Grillo, non trovo nessun cenno: ma neppure la sinistra o la destra ne parlano. Sembra, ma non voglio iniziare nessuna guerra ne diseppellire nessuna ascia, che siano importanti soltanto gli arrivi degli immigrati, i lavoratori che hanno perso il lavoro, ma non siano importanti coloro che lo hanno perso e non hanno nessun ammortizzatore sociale, come commercianti o artigiani o industriali, fallisce o come coloro che stanno per essere mandati a casa perchè le aziende delocalizzano o esternalizzano servizi e mansioni.

  • Truman

    Dice Evangelisti: Siamo in presenza di un nuovo 1967-68.
    Credo sia più corretto confrontare il tempo attuale con il 1848. Il ’68 è una robetta in confronto, un gioco da ragazzi.
    A parte questo, ho la sensazione che ci sia in ballo qualcosa di più grosso della lotta di classe. Il mondo si è richiuso, il capitalismo ha fallito e cerca di rinchiudere i popoli in una recita. Ma troppi cominciano a non credere più alla recita e ognuno si gioca le carte che ha, in un gioco dove tutti barano a più non posso.

  • Tao

    In un ampio e interessante articolo sul CarmillaOnLine Valerio Evangelisti (vedi sopra, ndr) proponeva ieri una lettura delle rivolte in Medio Oriente come una reazione popolare al fallito tentativo di stati autoritari di implementare politiche monetariste che integrassero pienamente quella parte del mondo nell’economia globale neoliberista. Non respingo questa tesi, ma faccio notare che la Libia sembra più una tipica economia petrolifera — simile a quelle della penisola arabica — in cui l’abbonanza della rendita da vendita di idrocarburi consente una certa redistribuzione del reddito. L’espressione “rivolta del pane” — adottata sia per laTunisia che per l’Egitto — non ha trovato applicazione nel caso della Libia, un paese che con i suoi 15.000 euro di reddito procapite, appare prospero nel confronto non solo con il continente africano ma anche con il resto del Medio Oriente. Questi meccanismi redistributivi della Libia invitano alla prudenza prima parlare di semplice fallimento delle politiche monetariste.

    Io vorrei comunque avanzare un’altra tesi, niente affatto in concorrenza con quella di Evangelisti. Osservando l’ampiezza geografica e non solo sociale dei movimenti di protesta mi chiedo se non stiamo assistendo al sorgere di un nuovo panarabismo post-nasseriano. Le differenze con l’epoca di Nasser sono notevoli. Il clima politico internazionale non è più caratterizzato da una prepotente spinta alla decolonizzazione dei paesi del Terzo Mondo, e dunque le masse in protesta non mostrano ostilità verso l’Europa e l’America. Al contrario l’Occidente, se non un modello, diventa almeno una pietra di paragone per rifondare il discorso politico arabo sui principi di democrazia e diritti umani. Di certo il giovane che si coordina con i suoi compagni via Internet per scendere nelle varie piazze Tahir del Medio Oriente, può ben sentirsi portatore di una forte identità araba, ma non l’avverte in termini antagonistici verso l’identità di un olandese, di un canadese, di uno statunitense, o di uno spagnolo… tutt’altro. Per lui, quando è connesso, il mondo arabo non è che la provincia di un cyberspazio cosmopolita di cui si sente positivamente cittadino a tutti gli effetti. Il desiderio di informare, coinvolgere, appassionare e far sentire partecipi i non arabi alle vicende arabe di queste settimane è assai forte.

    Inoltre lo strumento militare — a differenza dell’epoca nasseriana, dalla crisi di Suez alla guerra dello Yom Kippur — non è contemplato come via di affermazione di diritti nazionali. Questo apre anche l’interessante questione del rapporto con Israele. A me sembra che osservatori occidentali abbiano voluto dedurre troppo dall’assenza di bandiere israeliane bruciate nelle manifestazioni maghrebine, e cioè la disponibilità araba a recitare un mea culpa o a dimenticare la questione palestinese. Trovo verosimile che i giovani manifestanti arabi siano riluttanti ad immaginare un futuro in cui, godendo in casa propria di una situazione politica più evoluta grazie alle conquiste del loro attivismo, ricevano comunque dal passato un’eredità di tensioni e contrasti con Israele. Ma sono sicuro che questa non è e non sarà accondiscendenza. Al contrario è assai probabile che gli israeliani si trovino presto a rimpiangere il tempo in cui le controversie mediorientali si risolvevano con i carrarmati nel Sinai, o con i bombardieri su Gaza o sul Libano. Per l’Israele di oggi un mondo arabo democratico e pacifico — ma determinato nei suoi valori — è un brutto sogno. E un mondo arabo democratico è un brutto sogno anche per i mullah iraniani.

    Tutto questo per quanto riguarda le differenze con il nasserismo. Ma un orgoglio panarabo è tuttavia in formazione. L’Arabia Saudita è il terzo attore regionale che guarda a quanto avviene nel Maghreb con sospetto e timore. Eppure nei giorni delle manifestazioni oceaniche a piazza Tahir al Cairo un quotidiano saudita in lingua inglese scriveva a titoli di scatola in prima pagina: “It’s cool to be Arab again”. Qualcuno ha osservato che c’è anche un leader panarabo che ha preso il posto di Nasser: la tv satellitare al-Jazeera.

    Gianluca Bifolchi
    Fonte: http://subecumene.wordpress.com
    Link: http://subecumene.wordpress.com/2011/03/03/panarabismo-post-nasseriano/
    4.03.2011

  • kulma

    Che articolo penoso.
    A cominciare dalla solita tassonomia minimale di certa sinistra, complicata esclusivamente dalla recente scoperta da parte di Evangelisti dei “rosso-bruni”, nuova categoria in cui l’autore inserisce dozzinalmente i più svariati pensatori, movimenti e blog (come tutti sanno c’è anche CDC).
    Ad ogni categoria attribuisce poi una tesi, che superbamente liquida come “semplicista”, come ad intendere che ognuna di queste tesi sia dettata più dall’ideologia di appartenenza che dal ragionamento approfondito.
    E lui allora cosa propone? Una tesi nuova e originale, non schiava dell’ideologia marxista a cui l’autore si ispira esplicitamente: la lotta di classe! Wow! Che originalità! Grazie per l’illuminazione!
    Poi il paragone con il ’68: certa sinistra non riesce proprio a crescere, è bloccata lì, ci spera ancora.
    Per finire la ciliegina: l’appello alla CGIL per uno sciopero generale! Finalmente una proposta che prevede nuove forme di lotta con nuovi leader. Bravo Evangelisti! E’ proprio quello che ci vuole. L’avesse scritto all’inizio dell’articolo mi sarei risparmiato la fatica di leggerlo.

  • Gariznator

    Il sig. Evangelisti in un suo libro (scritto non tanto bene in vero) dipinse il futuro della mia terra in tinte fosche e populiste (seguendo tra le altre cose le preoccupazioni della Brambilla). Infatti immaginava la mia terra come un lazzaretto assediato da cani randagi famelici. Questa stessa superficialità si trova in tanti suoi articoli, mi dispiace solo che sia tanto seguito.

  • cavalea

    Tra le malefatte di Gheddafi, Evangeslisti enumera anche quella di aver costituito in qualche modo, una barriera alle bibliche migrazioni provenienti dall’Africa continentale con destinazione Europa.
    La Libia da lavoro a due milioni di immigrati provenienti dai paesi del Maghreb contribuendo a ridurre significativamente la forte disoccupazione di quei paesi.
    Ora il “tiranno” se ne andrà, e l’Europa e l’Italia in primis, avranno modo di accogliere integralmente la marea umana che si riverserà nel vecchio continente, nel bel mezzo di una favorevole congiuntura economica che vede la piena occupazione con un urgente bisogno di manodopera straniera.
    Che fortunata coincidenza.

  • geopardy

    Il dado sembra tratto anche in Arabia Saudita, dove è stato arrestato un imam sciita (lì sono milioni) che invitava i Saud a fare riforme per giungere ad 8una monarchia costituzionale, invece che assoluta.

    Gli sciiti stanno indicendo il giorno della collera.

    In Angola (il governo ha già detto che non permetterà alcuna manifestazione) e Zimbabwe, sono già all’opera gruppi per innescare proteste.
    Penso che la questione andrà ben oltre l’Islam e in qualche maniera, Evangelisti non sbagli.

    Ciao

    Geo

  • Iacopo67

    “Lotta di classe” rende l’idea, ma non è un termine proprio esatto, nel senso che, mentre le elite si danno da fare per sottomettere e sfruttare i popoli, i popoli, in gran parte inconsapevoli, per lo più non reagiscono, non sanno con chi prendersela, e la lotta la subiscono solamente.
    Soprattutto perchè i mezzi di disinformazione nascondono i veri nemici.
    Ho stralunato gli occhi (ma non troppo), quando ieri mattina Casini ha detto su RaiUno; ” I poteri finanziari, i cosiddetti Poteri Forti, non esistono, se non nella mente di gente rimasta trent’anni indietro con la propria cultura.”

  • stefanodandrea

    Molto buono.
    In Italia la liberarizzazione dei movimenti dei capitali è successiva. Se non erro è di derivazione comunitaria (ma è un ricordo che deve essere verificato) ed è datata fine anni ottanta. Successiva è anche la sostituzione del credito (al consumo e immobiliare) ai salari e ai redditi.
    Prima si era verificata soltanto l’attrazione per un modello: fu chiamato edonismo reganiano con una certa acutezza.
    Per il resto sono molto d’accordo, anche se il problema della sovranità non è soltanto monetario. Anche il diritto di dogana nazionale (anziché europea) p diventato un problema. La dogana unica c’era da tempo ma le condizioni storiche ed economiche del tempo attribuivano ad essa un certo senso. Ora è un suicidio.
    Alla prossima

  • stefanodandrea

    Condivido. Non so però se siamo già nel 1848 o ancora nel 1821 (o foerse 1828).
    Le lotte per l’indipendenza dei popoli mi sembrano piuttosto all’inizio e non direi che siano già a buon punto, come lo erano nel 1848. La differenza è che allora molti popoli dovevano ancora unirsi, oltre che liberarsi da imperi. Oggi oltre a liberarci dobbiamo restare uniti a causa di spinte cdentrifughe
    Né esiste una dottrina materialistica paragonabile a quella del 1848 e fissata nel manifesto del partito comunista.

  • consulfin

    sì, va bene ma non capisco come si faccia ad essere così sicuri delle proprie convinzioni. Per carità, la gente come Parlato non mi sta molto simpatica ma perché etichettarlo come chi non ha capito niente. E come si fa a capire chiaramente una realtà di un intero paese o, come in questo caso, di interi paesi? Come si fa a conoscere le ragioni che muovono quegli individui al punto da riuscire a sintetizzarle in una volontà collettiva della folla? Molti sociologi e psicologi si sono cimentati nell’analisi delle folle senza arrivare a concludere niente di definitivo. Io vivo in Italia ma mai potrei dire che ne conosco le dinamiche sociali alla perfezione. Conosco in parte quelle che mi coinvolgono ma non sono in grado di dire qualcosa di preciso su quelle che mi sono più lontane: i giochi di potere, le scaramucce tre le cd figure istituzionali, le orge di palazzo, i rapporti internazionali… Come fanno alcuni autori a sentirsi sicuri di ciò che affermano?

  • alex_the_big

    superficialità nei suoi romanzi?
    ma per favore!!

  • geopardy

    Mi sembra abbia vinto una cosa come 6-7 volte il premio Urania ed è molto letto in Europa (molto più che in Italia).

    L’ho conosciuto personalmente, ha una notevole cultura ed un’intelligenza molto penetrante.

    Ciao

    Geo

  • AlbertoConti

    populismo e vaffanculismo sono le risposte, opposte, che vanno per la maggiore, in un momento di transizione in cui la razionalità si scorna con la complessità sistemica. Eppure i fatti essenziali sono chiarissimi, ma il vero guaio, per ritrovare una coerenza propositiva, e che sono fatti che appartengono un po’ a tutti, nel bene e nel male, per quanto si allarghi la forbice tra minoranze privilegiate e maggioranze duramente colpite. Il “berlusconismo che è in te, in tutti noi” è l’icona di questo tempo nella vecchia europa, quella che avrebbe il patrimonio culturale per tracciare soluzioni vere, ma è invece ingessata e paralizzata dalla miriade di contraddizioni interne. Tutto il mondo si sta caricando come una molla, noi compresi, e quanto prima ne vedremo la conseguenza inevitabile.