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RIPRESA E OTTIMISMO ? C'E' CHI DICE NO…

DI MAURO BOTTARELLI
ilsussidiario.net

Ci mancava solo il timore per una pandemia globale di influenza suina a deprimere ulteriormente le Borse e i mercati, spaventati dal fatto che questa emergenza sanitaria possa rivelarsi un terrificante volano per le incertezze che ancora regnano sovrane rispetto alle cifre e allo stato di salute reale di istituzioni finanziarie e governi.

Già, perché se il Fondo Monetario Internazionale ha detto molto, bisogna ammettere che non ha detto tutto. Ci ha detto, ad esempio, che le perdite totale dovute all’infezione di subprime e assets tossici vari toccheranno i 4mila miliardi di dollari (dopo stime iniziali che parlavano di 300, poi 600, poi timidamente 1000 e via in un crescendo quasi da rabdomante). Bene, ammesso che quella cifra non debba essere ulteriormente rivista al rialzo.
Non ci dice, però, che un fondo speculativo di prim’ordine come Hayman Advisers sta scommettendo proprio in questi giorni – e pesantemente, molto pesantemente – su un’ondata di bancarotte e ristrutturazioni di Stati come non si vedeva dal 1934, quasi tutte concentrate in Europa, il vero fulcro del leverage dissennato e dei conti fuori controllo. A rischio sono quegli Stati che non possono stampare moneta, che non hanno una moneta propria (l’Irlanda in testa, ma anche il disastrato Club Med di cui fa parte anche l’Italia) e l’Europa dell’Est, aree in cui si sono concentrate in massa i prestiti dei paesi dell’eurozona.

Per la divisione studi di Commerzbank, «ogni asta di bond in Europa si sta tramutando in un evento a rischio». D’altronde lo Stato dell’arte globale è sotto gli occhi di tutti, anche se il Fmi tende a nascondere certe cifre scomode. Gli assetti sono cambiati, Cina, Russia, i paesi produttori di petrolio e gli emerging markets asiatici non hanno più – come avevano negli anni della bolla – 1.3 miliardi di dollari di riserve da riciclare in buoni del tesoro Usa o bond europei.

Le banche centrali hanno perso 248 miliardi di reserve scendendo a quota 6.7 trilioni negli ultimi sei mesi. Il Venezuela, da solo, ha visto dimezzare le proprie reserve di un terzo a causa del crollo del prezzo del petrolio. La Cina, poi, ha deciso di investire il suo surplus mensile di 40 miliardi di dollari in infrastrutture interne pesanti – leggi miniere – invece che nell’enorme mercato del debito Usa.

Insomma, qualcuno vorrebbe danzare al ritmo della musica di sempre anche se questa è cambiata trasformandosi da un walzer e un de profundis. A New York si scommette sui default e si punta il dito sul cocktail formato da alto debito pubblico e dalle debolezze ancora da emergere di istituti come Royal Bank of Scotland, Hypo Real e Fortis, sigle che vedono giacere nei propri libri prestiti sovrani di ultima istanza.

Insomma, c’è ben poco da stare allegri. Tanto più che nel silenzio pressoché generale in America ben 20 banche non hanno superato gli stress-test imposti dalla Fed e anche le grandi istituzioni che invece lo hanno fatto non hanno messo a disposizione del pubblico alcuni particolari interessati riguardo reale leva di leverage, contenuto nei book, assets diversificati e – come nel caso di Goldman Sachs – il fatto di aver cambiato regime fiscale essendosi tramutata in banca ordinaria e non più d’affari quindi legittimata a non ascrivere a bilancio le perdite pregresse.

Insomma, occorre tenere gli occhi aperti e informarsi il più possibile attraverso fonti indipendenti. Le migliori sembrano essere gli ex economisti del Fmi, i quali sono diventati tali proprio perché tendevano a non mascherare o imbellettare le cifre e dire la verità. Uno di questi è Ken Rogoff, ex economista del Fondo, secondo il quale siamo alla vigilia di «uno spasmo di default» ciclico, quasi schumpeteriano, dovuto alla perdita totale di fiducia dei detentori di bond: fu così nel 1830, fu così nel 1930. Insomma, per molti analisti non a libro paga di istituzioni statali o finanziarie siamo alla vigilia di una bancarotta globale che cambiare del tutto gli equilibri, come quella di Filippo II di Spagna che spianò la strada al potere finanziario olandese e orangista.

Nessuno però sembra dare troppo credito a questa interpretazione e ancora si eccita con i piani di Obama, le promesse ridicole del G20 o l’euforia isterica della Borsa: attenzione, perché il mondo rischia di trasformarsi in un G2 formato da Usa e Cina e questo duopolio appare pacifico solo per convenienza reciproca nel breve termine. Poi sarà Guerra. Senza esclusione di colpi, da nessuna delle due parti. Ormai, la crisi è geopolitica.

Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=18425
28.04.2009

Pubblicato da Davide

  • Gioacchino_Murat

    Dal momento che molti economisti russi e dell’America latina prevedono
    la disintegrazione degli Stati Uniti dopo una guerra civile nel giro di un
    anno,si prospetta dunque che il G2 formato da Usa e Cina di cui si parla nell’articolo diventi addirittura un G1 con la Cina come unico ed incontrastato
    leader dell’economia mondiale.Mi domando allora che ruolo potrebbe
    avere l’Europa in uno scenario e in un contesto simili,in altre parole
    trarrebbe piu’ vantaggio o svantaggio in termini economici da questa situazione?Forse non tutti i male vengono per nuocere.

  • LonanHista

    a questo tizio interessa solo come fare i soldi giocando….e non si rende conto che il gioco è finito, che non è la pandemia a bloccare le borse i quali rialzi o le scommesse dei fondi sono solo gli ultimi rantoli dei polli da spennare, per far spendere le ultime lire o cent!

    IL GIOCO è FINITO…e ora magari una mano può essere quella dei farmaceutici, e sono daccordo,sicuro di puntare anche sulle armi.

    in ogni modo, sono proprio quelli non pagati dalle varie goldman a dire la verità.

    http://jec.senate.gov/index.cfm?FuseAction=Hearings.HearingsCalendar&ContentRecord_id=c89b185b-5056-8059-7670-0ce56df64713

  • LonanHista

    a parte le opinioni, questo tizio non ha assolutamente cognizione di quello che succede fuori dal suo orticello, cioè questo:

    IL RITORNO DEI FURBETTI – A WALL ST. È GIÀ PERIODO DI VACCHE GRASSE – GRAZIE AGLI ARTIFICI CONTABILI OBAMIANI, IL 2009 VEDRÀ GUADAGNI STREPITOSI PER L’OLIGARCHIA FINANZIARIA USA – CHI CI HA RIMESSO? SOLO QUADRI BASSI E INTERMEDI – E IL PRESIDENTE TACE…
    MARCELLO FOA PER “IL GIORNALE”
    È bastato un mese di bel tempo (borsistico) per far tornare tutto come prima. Soprattutto a Wall Street, avvilendo chi si era illuso che da questa crisi potesse nascere se non un mondo migliore, perlomeno un capitalismo di nuovo giusto e responsabile. La casta dei banchieri sta vincendo di nuovo. E alla grande. Mentre il mondo continua a lottare contro la crisi economica e migliaia di persone perdono il posto di lavoro, i membri dell’oligarchia finanziaria statunitense vedono profilarsi un 2009 di guadagni strepitosi, pari o addirittura superiore al 2007, l’anno dei record.
    barack obama
    E non è solo un’impressione, parlano le cifre. Nei primi tre mesi dell’anno le sei principali banche americane hanno accantonato la bellezza di 36 miliardi di dollari sotto la voce bonus e stipendi. Sono gli stessi istituti che a febbraio sembravano moribondi e che hanno ricevuto dallo Stato aiuti miliardari; poi, però, è successo qualcosa. Il G20? Non proprio. O meglio: mentre l’attenzione del mondo era focalizzata sul drammatico summit londinese, a Washington l’Amministrazione Obama ne ha approfittato per cambiare le regole contabili, modificando il mark-to-market, che obbligava le banche a contabilizzare ogni giorno i debiti a valore di mercato; e siccome quelli tossici valevano zero gli istituti erano costretti a riportare perdite gigantesche.
    Secondo la nuova norma, invece, sono loro stessi a decidere il valore di questi titoli. Ad esempio: se l’istituto X ha un debito tossico che a valore di mercato vale 1, può stabilire autonomamente che valga 5 o 6 perché questo è il valore ipotizzato fra uno o due anni. Di certo le trimestrali di bilancio non rispecchiano il valore reale delle banche, che però, così, possono vantare utili insperati e addirittura permettersi di restituire in tutto o in parte le sovvenzioni ricevute, sottraendosi pertanto al tetto ai bonus imposto dal governo per le aziende salvate dallo Stato.
    Geithner Timoty
    Chi lavora nel dipartimento trading e investimenti bancari di JPMorgan Chase assapora già, per l’anno in corso, un reddito medio pro capite di 509mila dollari, mentre nell’ultima annata senza eccessi, il 2006, era stato di 345mila dollari. La Goldman Sachs ha già messo a bilancio 4,7 miliardi per i propri dipendenti, pari a 569mila dollari a testa, praticamente la stessa cifra dell’indimenticabile 2007.
    Persino i pochi istituti ancora in rosso sono riusciti ad aumentare gli stipendi, come Morgan Stanley, che ha chiuso il trimestre con una perdita di 578 milioni di dollari, ma ha già contabilizzato stipendi per 2 miliardi. Come dire: per ogni dollaro di perdita procurata alla società, i suoi salariati ne ottengono quattro, per meriti evidenti. Niente male. La logica è sempre la stessa e con beneficiari ultimi i soliti noti.
    Logo “Citigroup”
    Le banche si difendono evidenziando come, per far fronte alla crisi, siano state costrette a ridurre gli organici. Ma a ricevere lettere di licenziamento sono stati soprattutto i quadri inferiori: piccoli dirigenti, impiegati, segretarie. E quando si è trattato di assumere, gli istituti hanno optato per l’outsourcing, anziché privilegiare il mercato del lavoro nazionale. Bank of America ha ingaggiato 15mila persone in India, Bank of New York Mellon 1300, sempre in India, Citigroup 1000 nelle Filippine. Così, tanto per ringraziare il contribuente. E Obama? Tace. Anzi, si prodiga per rafforzare l’impressione di una rinascita del sistema finanziario, mentre la sua promessa di cambiamento appare sempre più retorica.

    [28-04-2009]
    http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/articolo-5595.htm

    ecco, stronzetti del genere stanno bene con i loro simili, e non provocare in questo sito.