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RIDERE DI TE

DI ANNAMARIA MANZONI
Liberazione

Zoo, circhi, sagre, sono contesti in cui gli animali vengono tenuti imprigionati, costretti in condizioni incompatibili con la loro natura, obbligati a performances estranee alle loro inclinazioni, allo scopo esclusivo di divertire il pubblico. Il fenomeno non è di poco conto se si considera che in Italia i circhi sono circa 300, che gli zoo vanno aumentando pur nelle forme di zooparchi, che hanno ancora luogo annualmente un migliaio di sagre di Paese dove, ad un certo punto, la folla per divertirsi maltratta quache animale.

Non possiamo fingere di non sapere che gli orsi in bicicletta, le tigri che attraversano cerchi infuocati, i leoni seduti sugli sgabelli, gli elefanti che danzano a ritmo di musica nei circhi sono il risultato di tecniche di ammaestramento crudelissime. Un percorso che ha sempre il suo prologo con un rapimento, la sottrazione forzata di questi animali dai loro luoghi di origine con l’inevitabile uccisione di molti esemplari e la morte accidentale di tanti altri. Una sottomissione che prosegue poi con metodi per indebolire la volontà degli animali prigionieri. Con la privazione di acqua e cibo, con gli ordini impartiti alle povere bestie percosse con fruste, bastoni e ferri roventi. Non hanno difficoltà ad ammetterlo gli stessi circensi, i “domatori” secondo cui la libertà e la bellezza della natura sono sacrificabili al gusto di un addomesticamento forzato.Nessun animale non umano è poi al riparo dalle violenze che vengono perpetrate nelle sagre. Asini, buoi, capre, piccioni, oche, rane (solo per citarne alcuni) vengono sottoposti a crudeltà e abusi, sdoganati da quella sorta di salvacondotto che è il richiamo a «cultura e tradizione». Questi termini legittimano, per esempio, che dei buoi vengano costretti a correre per ore trascinando pesi inammissibili; che anatre e galli vengano spinti terrorizzati per le strade; che ragazzini bendati si sfidino a colpire con una scopa un maialino atterrito e sconvolto, che, chiuso in un recinto, tenta vanamente di sottrarsi agli abusi.

Il valore culturale di queste manifestazioni deriva dalle loro origini lontane nel tempo. Bisogna di fatto risalire agli egizi, i primi ad ammaestrare animali e a raccoglierli in parchi che furono gli antesignani degli attuali zoo. Poi fu la volta dei greci, che insegnarono a leoni, orsi, cavalli a danzare, inchinarsi e fare giochi di abilità, e inventarono i primi serragli itineranti, precursori degli attuali circhi.
Roma invece raggiunse l’apoteosi della carneficina degli animali non umani (oltre che di quelli umani) al Circo Massimo, dove le lotte e le uccisioni tra animali “feroci” affiancavano quelle tra i gladiatori. In occasione dell’inaugurazione del Colosseo il pubblico si entusiasmò davanti all’uccisione di alcune migliaia di animali, per poi festeggiare i successi militari dell’imperatore Traiano con una carneficina di 11mila vite: l’abitudine e l’attrazione per sangue e morte, alimentata nel corso delle guerre, celebrava se stessa.

L’avvento della cristianità, ma soprattutto il lento esaurirsi di “materie prime”, indussero ad un progressiva limitazione dello spargimento di sangue, ma non dello sfruttamento degli animali che, non più uccisi in pubblico, cominciarono ad essere ridicolizzati e umiliati a tutto beneficio degli spettatori. L’odierno uso degli animali nei circhi, nelle sagre, negli zoo discende proprio da quelle antiche manifestazioni, che oggi trovano il loro denominatore comune nell’assenza di una qualsiasi utilità, nella ricerca del coinvolgimento della folla presente, nella sottomissione della creatura più debole.
Tutto ciò sopravvive nonostante stiano progressivamente mutando la considerazione e l’atteggiamento verso gli animali. Sempre di più le persone stigmatizzino la violenza su di loro; quella immane degli allevamenti, dei macelli e dei laboratori di vivisezione, favorita dalla inaccessibilità dei luoghi dove viene perpetrata.
Non è tuttavia da sottovalutare il fatto che si tratti di contesti che hanno come pubblico privilegiato i bambini, accompagnati dagli adulti ad assistere, quando non a partecipare attivamente, al tormento dell’animale. Bambini che, a seconda dell’ età, tenderanno a fare una sovrapposizione tra ciò che vedono e l’atmosfera di festa che respirano. Impareranno che tutto ciò che succede è lecito e divertente. Si abitueranno a non a cogliere la sofferenza degli animali, misconoscendo i loro segnali disperati di irrequietezza, sofferenza e terrore.
Se le naturali emozioni di disagio, speculari a quelle provate dall’animale, si scontrano con l’allegra superficialità dell’adulto, sarà gioco forza per un bambino non dare loro diritto di cittadinanza e adeguarsi allo stato mentale che gli viene richiesto. Risultato inevitabile è un’educazione all’insensibilità, a non riconoscere nell’altro essere vivente i segnali di dolore, a ritenere normali le manifestazioni di dominio del più forte sul più debole: il percorso, in una parola, va in direzione opposta all’educazione all’empatia.

L’empatia è una componente essenziale del comportamento prosociale e dell’intelligenza emotiva. Permette di capire quello che l’altro prova, grazie a meccanismi di risonanza interna, che rispecchiano il vissuto di chi abbiamo di fronte: siccome induce a strutturare il proprio comportamento nel rispetto dell’altro, porta ad inibire comportamenti aggressivi.
Gli animali sono esseri viventi, a noi accomunati da un analogo destino esistenziale di nascita, di vita e di morte. Per molti versi non ci somigliano: capirli, decodificare i loro messaggi e le loro emozioni è necessario corollario del rispetto loro dovuto ed è contemporaneamente training per imparare a mettersi dal punto di vista dell’altro, chiunque esso sia. Nel fare ciò, è fondamentale che i bambini siano aiutati dagli adulti ad interpretare il linguaggio del corpo, i suoni con cui gli animali domestici e non domestici segnalano i loro stati emotivi: devono essere resi consapevoli che anche loro amano, soffrono, chiedono aiuto, cercano la gioia o il riposo.

Sul versante opposto, la mancanza di empatia verso gli animali nella sua forma estrema di maltrattamento, tortura, uccisione è correlata ad altre forme di violenza intraspecifica, tanto che tra i criteri diagnostici dei disturbi della condotta e dei disturbi antisociali di personalità trova posto proprio la crudeltà contro gli animali. Può sembrare eccessivo, ma non è inutile ricordare che, nella biografia di persone affette da disturbi della condotta, e, in un crescendo di gravità e violenza, di psicopatici e di serial killer, è tutt’altro che raro imbattersi in episodi ripetuti e gravi di violenza contro gli animali.

Nella nostra società è quanto mai attuale una piramide gerarchica che vede alla propria base tante persone deboli e umiliate, e, un gradino ancora più sotto, gli altri animali: prendersi cura di loro, percependo il comune destino che lega umani e non umani e si allarga ad un atteggiamento di rispetto nei riguardi della natura in generale. Significa anche affrontare alle radici il problema della violenza. Questa violenza, invece, i bambini imparano a legittimarla quando sono sollecitati a divertirsi nel vedere animali resi indifesi, che vengono sottomessi e maltrattati, nel rispetto di un unica logica: quella del più forte.

In Italia la legge ancora legittima e addirittura sovvenziona lautamente i circhi con uso di animali, a differenza di quanto già avviene in altri paesi europei. Gli zoo sopravvivono e solo alcune città hanno deciso di rinunciare a sfruttare gli animali nelle manifestazioni culturali, a fronte delle molte retroguardie arroccate sulla difesa di una «tradizione» insensibile alla necessità del rispetto per ogni essere vivente. Tuttavia già il fatto che queste poche città esistano è prova che il cambiamento preme ed è possibile oltre che doveroso. Di tale cambiamento, richiesto a gran voce dalle istanze più sensibili della popolazione, i legislatori non dovrebbero essere spettatori inerti, ma promotori, alla luce delle riflessioni, delle osservazioni, delle conoscenze, che devono indurre a ripensare dalle fondamenta il rapporto tra l’uomo e gli altri animali.

Quegli animali che Jim Mason, nel suo libro che non a caso si intitola “Un mondo sbagliato”, definisce «l’anima e la commozione della natura»: è arrivato il momento di porre fine a tutte quelle convinzioni, abitudini, tradizioni, che legittimano e supportano il loro sfruttamento e la loro sottomissione da parte nostra. E finalmente, con le parole di Gino Ditadi (“I filosofi e gli animali”) «di prendere sul serio quei sogni in cui è evocato un mondo conciliato: una rivisitazione del rapporto tra l’uomo e l’animale diventa allora un appello all’intelligenza, alla memoria, al sentimento».

Annamaria Manzoni
Fonte: http://www.liberazione.it/
17/07/2008

Pubblicato da Davide

  • emid

    soltanto quando non faremo del male a un animale..potremmo amare anche gli esseri umani!

    un bambino ke vede uccidere un pollo o un maiale davanti ai suoi occhi oppure lo mangia come se nulla fosse…be quel ragazzo avrà un rispetto x la vita molto relativo…e nn mi stupisco ke poi violenti qualke essere umano!

    gli animali non devono essere sottomessi all’uomo…siamo persone civili…oltre a nn essere fondamentale x la vita cibarsi di animali!

    se tutti fossimo vegetariani il mondo sarebbe diverso!

  • Gariznator

    Senti sbagli tutto secondo me, vedere uccidere e macellare l’animale che mangi può fare solo bene, impari a rispettare ciò che mangi. Il rispetto della vita non viene dal non mangiare carne… Sia chiaro che anche io sono contro la violenza gratuita sugli animali e soprattutto lo scarso rispetto che c’è per gli animali che poi mangiamo. Non avrei commentato questo articolo se non avessi visto la generalizzazione che hai fatto…