Home / ComeDonChisciotte / REPUBBLICA ISTIGA ALLA GUERRA FRA POVERI

REPUBBLICA ISTIGA ALLA GUERRA FRA POVERI

DI MARCO CEDOLIN
ilcorrosivo.blogspot.com

Nessuno avrebbe potuto nutrire qualche dubbio in merito al sostegno offerto dal quotidiano Repubblica al decreto sulle liberalizzazioni, dal momento che il giornale di De Benedetti  riveste il ruolo di supporter mediatico dell’usuraio Mario Monti, vero e proprio capofila del giornalismo d’accatto al servizio delle banche e della finanza.
A stupire pertanto non è la vile condiscendenza con cui sulle sue pagine viene trattato l’argomento, bensì  il vero e proprio linciaggio mediatico al quale sono stati sottoposti  stamane i tassisti che protestano nel tentativo di difendere il proprio posto di lavoro, che la stampa politicamente corretta è usa definire privilegio.
Sul sito web del quotidiano campeggiano titoli come “Rivolta selvaggia” e “Violenze contro le auto circolanti”…….

mentre viene dato il massimo risalto ai disagi (a detta dei vari pennivendoli drammatici) ai quali sono andati incontro gli sventurati clienti.  E al contempo viene pubblicizzata una fantomatica protesta degli utenti su twitter, costituita dalle discussioni nate sul social network fra clienti scontenti e tassisti arrabbiati, riportando i testi delle discussioni più utili a fomentare una guerra fra poveri.

Proprio la guerra fra poveri e l’ormai abituale (accadde già ai tempi del decreto Bersani) criminalizzazione dei tassisti sembrano  essere i veri obiettivi di Repubblica, che per l’occasione sputa veleno in quantità industriale.

Ogni genere di protesta sociale, dal NO al TAV, agli operai in fase di licenziamento, ai cittadini che verranno asfissiati dall’inceneritore, ai tassisti che saranno costretti a dare da mangiare pane e Monti alla propria famiglia, determina un qualche tipo di disagio.
E non potrebbe essere altrimenti, dal momento che in questo disgraziato paese, dove i cittadini che cercano di fare valere i propri diritti ricevono sistematicamente manganellate e lacrimogeni in faccia, l’unica “strada” rimasta per far sentire la propria voce è quella del blocco della circolazione (diretto o indiretto che sia) con conseguenti disagi per tutti gli altri cittadini.
Proprio all’interno di questo contesto, i pennivendoli di esperienza sanno come muoversi, affinché le fiamme della guerra fra poveri spengano ogni vagito di ribellione.

Cittadini criminali senza cuore quando scioperano o bloccano una strada per difendere il loro futuro, e cittadini assurti al ruolo di eroi quando protestano perché costretti a perdere tempo prezioso imbottigliati nel traffico. Eroi fino a quando? Senza dubbio fino a quando non accadrà anche a loro di dover difendere il proprio posto di lavoro o la propria salute, nel qual caso trasmuteranno in un battibaleno allo status di criminali senza cuore che vivono di solo egoismo.

Ma dal momento che l’istigazione alla guerra fra poveri non può limitarsi a produrre solamente indignazione momentanea e oltretutto i clienti dei taxi sono in fin dei conti una parte minimale della popolazione, Repubblica offre altre perle, finalizzate a fomentarla in un ambito più ampio ed articolato.
Le liberalizzazioni, stando ai titoli del quotidiano al servizio dell’usura, garantiranno l’aumento di un punto e mezzo di Pil (cosa aspettate a fare la ola?) e un risparmio di 900 euro l’anno. Il tutto certificato da Ezio Mauro, statene certi, il bengodi del futuro sta arrivando ad alta velocità, avete già comprato il biglietto?

Marco Cedolin
Fonte: http://ilcorrosivo.blogspot.com
Link: http://ilcorrosivo.blogspot.com/2012/01/repubblica-istiga-alla-guerra-fra.html
13.01.2012

Pubblicato da Davide

  • Nauseato

    Nota generale, non sarò io a difendere Repubblica.., però tanto per capirci vorrei sfidare il corrosivo signor Cedolin a trovarmi un qualsiasi quotidiano o spazio “informativo” che non manipoli a suo proprio piacimento una qualsiasi notizia, fatto, avvenimento e via discorrendo …

  • cardisem

    Ah! Repubblica….
    Si anche i maggiori quotidiani non sono granche…
    Andrebbe fatta questa pubblicità:
    NON COMPRATE – NON COMPRIAMO più i giornali di Regime!

  • marcello1991

    PER DIMOSTRARE QUANTO LE PRATICHE NEOLIBERALI NON SOLO SONO LONTANE DAI REALI BISOGNI DELLE PERSONE MA NE MINANO ALLA RADICE LE STRUTTURE SOCIALI NECESSARIE AD UNA VITA “SICURA” .

    ESTRATTI DA :
    LA SOLITUDINE DEL CITTADINO GLOBALE DI ZYGMUNT BAUMAN
    Zygmunt Bauman è professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia.
    Tra le sue opere recenti tradotte in italiano: “Modernità e Olocausto” (1992), “Il teatro

    dell’immortalità. Mortalità, immortalità e altre strategie di vita” (1995), “Le sfide dell’etica”

    (1996), “La società dell’incertezza” (1999), “Dentro la globalizzazione. Le conseguenze

    sulle persone” (1999).

    PRATICHE NEOLIBERALI

    In effetti, Pierre Bourdieu ha recentemente definito l’essenza delle teorie e delle pratiche
    neoliberali come un programma per distruggere le strutture collettive capaci di
    contrapporsi alla logica del ‘mercato puro’. (17) Oggi, spiega Bourdieu, il discorso
    neoliberale ha assunto tutte le caratteristiche del ‘discorso forte’ goffmaniano, quasi
    impossibile da controbattere e il cui ‘realismo’ è difficile da mettere in dubbio, perché –
    lungi dall’essere soltanto un’esortazione a compiere certi passi invece di altri – rappresenta
    le azioni coordinate di tutte le forze che contano, di tutte le forze che contribuiscono a far
    diventare la realtà quella che è; il ‘discorso forte’ del neoliberalismo ha superato la ‘prova
    della realtà’ ‘orientando le scelte economiche di chi domina i rapporti economici e
    aggiungendo al rapporto emerso tra le diverse forze la propria forza, propriamente
    simbolica’.
    Il discorso neoliberale diviene più ‘forte’ via via che procede la deregolamentazione, la
    quale priva del loro potere le istituzioni politiche che potrebbero, in teoria, prendere
    posizione contro il libero movimento del capitale e della finanza. Un altro passo
    fondamentale in direzione del suo dominio pressoché incontrastato è stato compiuto con
    la recente sottoscrizione dell’Accordo multilaterale sugli investimenti, che lega di fatto le
    mani ai governi nazionali e le slega alle imprese extraterritoriali. Uno per uno, vengono
    rimossi tutti gli ostacoli reali e potenziali alla libera circolazione del capitale:
    “gli stati-nazione, il cui margine di manovra si restringe sempre più; i gruppi di lavoro, per
    esempio con l’individualizzazione dei salari e delle carriere sulla base delle competenze
    individuali, e la conseguente atomizzazione dei dipendenti; i collettivi di difesa dei diritti dei
    lavoratori: sindacati, associazioni, cooperative; e la stessa famiglia che, in seguito alla
    ristrutturazione dei mercati per fasce d’età, ha perso gran parte del controllo sul consumo”.
    Il risultato comune degli assalti disparati ma convergenti alle linee difensive è il ‘dominio
    assoluto della flessibilità’ teso alla ‘precarizzazione’, e quindi alla neutralizzazione, delle
    persone attestate sulla sponda nemica, potenziale testa di ponte della resistenza. Sul
    piano sociale e psicologico, l’impatto più profondo della flessibilità consiste nel rendere
    precaria la posizione delle persone prese di mira e nel mantenerle precarie, con l’adozione
    di misure quali la sostituzione dei contratti a tempo indeterminato e garantiti dalla legge
    con assunzioni a termine o collaborazioni temporanee, che permettono il licenziamento
    immediato; la proroga dei contratti e l’offerta di un tipo di impiego che mina il principio dei
    diritti acquisiti accumulati con l’arma della valutazione permanente, che fa dipendere la
    remunerazione dei singoli lavoratori dai risultati conseguiti individualmente; la spinta alla
    competizione tra settori e rami della stessa impresa, che priva di ogni razionalità la
    posizione unitaria dei dipendenti. Tutte tecniche di assoggettamento che, nel complesso,
    producono una situazione di incertezza endemica e permanente. Nel mondo darwiniano
    della lotta di tutti contro tutti, la cieca esecuzione dei compiti fissati dalle imprese si radica
    in questo senso di incertezza annichilente, nella paura, nello stress e nell’ansia generati
    dall’incertezza. E poi c’è l’arma decisiva: la minaccia costante, a tutti i livelli della
    gerarchia, del licenziamento, e quindi della perdita dei mezzi di sussistenza, dei diritti
    acquisiti, di un posto nella società e della dignità umana che esso comporta: ‘Il
    fondamento ultimo di tutti i regimi economici che si pongono sotto il segno della libertà è
    perciò la “violenza strutturale” della disoccupazione, della precarietà e dell’implicita
    minaccia di licenziamento’.
    In tutte le società, la solidarietà (o, piuttosto, la fitta rete di solidarietà, grandi o piccole,
    sovrapposte o incrociate) è servita da protezione e da garanzia di certezza (per quanto
    imperfette), instillando la fiducia, la sicurezza di sé e il coraggio indispensabili all’esercizio
    della libertà e alla sperimentazione. La vittima principale della teoria e della pratica
    neoliberali è stata proprio quella solidarietà. ‘Non esiste una cosa come la società,’ fu
    l’infelice dichiarazione con cui Margaret Thatcher riassunse il credo neoliberale. Esistono,
    disse, singoli uomini e singole donne, ed esistono le famiglie (18).
    A dire il vero, citare le famiglie in questo contesto non ha senso; oggi ci si aspetta che le
    famiglie, come tutte le altre collettività, operino strettamente entro i limiti stabiliti dal
    mercato, e seguano al loro interno e nel mondo esterno le regole della sua razionalità. Alla
    luce di tale aspettativa, il concetto di famiglia appare profondamente contraddittorio. Dopo
    tutto, l’atto più importante e, in un certo senso, ‘fondativo’ del mercato – come sostiene
    Stuart Hall – è quello di ‘sciogliere i vincoli della socialità e della reciprocità. Esso mette
    seriamente in pericolo la natura stessa dell’obbligazione sociale’. Ma stringere, mantenere
    e rafforzare i vincoli della socialità e della reciprocità, alimentando proprio l’impulso
    all’obbligazione sociale, è la linfa vitale della famiglia: è quest’attività che pone in essere e
    mantiene in vita la famiglia. Il principio costitutivo dell’individualismo dilagante che permea
    da cima a fondo la ‘non-società’ neoliberale non può non incidere sulla famiglia. ‘Il nuovo
    spirito manageriale,’ spiega Hall, ha avuto a che fare con ‘il modo in cui queste idee sono
    state insinuate nei vari settori istituzionali, uno dopo l’altro’. Tutti i settori dovevano essere
    (e in realtà sono stati) ‘trasformati a immagine del mercato. Non solo con la [loro]
    ‘mercificazione’ o privatizzazione, ma facendo[ne] un’imitazione del mercato, come se
    esistesse un solo tipo di domande da porre riguardo a ciò. Le domande stabilite dalle forze
    del mercato’ (19).
    Questo è il motivo per cui gli appelli neoliberali a serrare i ranghi delle famiglie suonano
    falsi, se non decisamente ipocriti. Se l’obiettivo che si pongono è davvero quello di attutire
    o controbilanciare i colpi inferti dal ‘rude individualismo’, di offrire alle vittime di una
    concorrenza spietata un ammortizzatore nel caso inciampino e cadano, essi non fanno
    che documentare l’ignoranza di chi predica e pratica la fede neoliberale per ciò che
    riguarda la contraddizione insita nell’idea del dissolvimento della società; in altre parole,
    nell’idea di una società che si sbarazza di se stessa per dare mano libera a individui non
    sociali; di un corpo che si fa a brandelli per consentire alle singole cellule, o almeno a
    quelle più vitali, di vivere autonomamente.
    Contrariamente a quanto suggerisce il supporto metafisico della ‘mano invisibile’, il
    mercato non persegue la certezza, né può evocarla, e tanto meno garantirla. Il mercato
    prospera sull’incertezza (chiamata, di volta in volta, competitività, deregolamentazione,
    flessibilità eccetera), e ne produce sempre più per il proprio nutrimento. Lungi dall’essere
    la rovina di una razionalità forgiata sul mercato, l’incertezza ne è una condizione
    necessaria e un prodotto inevitabile. L’unica uguaglianza favorita dal mercato è una
    condizione identica o quasi identica di incertezza esistenziale, condivisa tanto dai vincitori
    (sempre, per definizione, tali ‘fino a ulteriore avviso’) quanto dai vinti.

    NAZIONE E MORTALITA’
    Le immagini della nazione hanno saputo mettere insieme necessità e scelta, essere e
    fare, immortalità e vita mortale, durevolezza e transitorietà come poche altre invenzioni
    moderne. Come sostenevano i predicatori più espliciti del nazionalismo moderno, per
    esempio Fichte e Barrès, la vita di un tedesco deriva il proprio significato dal suo esseretedesco,
    proprio come la vita di un francese è dotata di significato grazie al suo esserefrancese.
    Il significato è l’opportunità ereditata da chiunque nasca tedesco o francese, ma
    deve ancora essere accolto con gratitudine, rispettato, celebrato e coltivato con amore,
    perché trae la propria linfa vitale, la propria vitalità e la propria resistenza dal fatto di
    essere massivamente e ripetutamente accolto, rispettato e coltivato, generazione dopo
    generazione. “Essere” tedesco significa “diventare” tedesco e “agire” secondo la natura
    della germanità; essere francese significa diventare francese e comportarsi da francese. In
    questo modo, transitorietà e durevolezza si fondono. Il fatto assurdo della mortalità
    individuale non è più un tormento grazie all’immortalità della nazione, alla quale tutte le
    vite mortali contribuiscono. Il retaggio dell’immortalità derivato dall’appartenenza nazionale
    dota la vita mortale di significato, ma il perpetuarsi di quell’immortalità conferisce agli atti
    mortali un valore aggiunto di trascendenza. E’ l’appartenenza nazionale che offre agli
    esseri mortali la loro opportunità di sopravvivere alla propria morte individuale e di entrare
    nell’eternità, ma l’unico modo per godere di quella opportunità è dedicare la propria vita
    alla sopravvivenza e alla prosperità della nazione.
    Possiamo supporre che la spinta a costruire la nazione – lo sforzo di fondere e mescolare
    comunità e tradizioni organizzate su base locale e direttamente accessibili per trasformarle
    in entità immaginate, sovralocali e remote -, una spinta che ha segnato l’età moderna,
    fosse dovuta alla necessità urgente di sostituire la forma premoderna di strategia
    eteronoma, ormai logora e impotente, con una forma nuova, più adatta alle condizioni
    moderne e più in sintonia con lo spirito moderno, che ha rappresentato una delle cause
    principali della sua affermazione. In quanto totalità astratte, immaginate, le nazioni erano
    l’ideale: la loro immagine sovrastava il mondo dell’esperienza immediata, diretta e
    personale, per cui restavano ben pochi dubbi sulla loro natura sovraindividuale. Contro la
    mortalità delle vite individuali, le immagini della nazione potevano schierare la perennità
    senza tempo dei simboli.
    Come cura preventiva per la devastazione psichica che la consapevolezza della mortalità
    avrebbe inevitabilmente compiuto, l’appartenenza nazionale aveva l’importante vantaggio
    di essere a disposizione di tutti, senza distinzione; non si richiedevano doti speciali, sforzi
    straordinari, larghezza di vedute o intelligenza vigorosa: bastavano le risorse più comuni,
    quelle cui può effettivamente attingere qualunque essere umano. L’immortalità procurata
    dall’appartenenza nazionale era tagliata su misura per l’uomo comune, non per gli eroi o
    per le personalità comunque eccezionali, senza uguali o superiori. Per essere efficace, la
    medicina aveva bisogno di conformismo, non di audacia; del rispetto delle regole, non
    della loro trasgressione; dell’osservanza dei limiti, non del loro superamento per aprire
    nuove vie. Si trattava dunque di una medicina popolare e populista, adatta a un uso
    comune, frequente e continuo. Gli stessi vantaggi privilegiarono un’altra totalità decisiva
    per la moderna strategia eteronoma/autonoma: la famiglia.
    La famiglia esibisce ancor più chiaramente della nazione, sempre manovrata, la dialettica
    tipicamente moderna fra transitorietà e durevolezza, mortalità individuale e immortalità
    collettiva. E’ nell’istituzione della famiglia che tutti gli aspetti ossessivamente contraddittori
    dell’esistenza umana – il mortale e l’immortale, l’agire e il subire, il determinare e l’essere
    determinato, il creare e l’essere creatosi integrano e danno vita al gioco infinito del loro
    reciproco alimentarsi e rinvigorirsi. Ogni individuo nasce da una famiglia, e ogni individuo
    può (dovrebbe, è chiamato a) contribuire alla nascita di una famiglia. La famiglia di cui si è
    un prodotto e la famiglia che si vorrebbe costruire sono gli anelli di una lunga catena di
    parentela/affinità che precede la nascita e sopravviverà alla morte di ogni individuo che ha
    contenuto e conterrà; ma per durare essa ha bisogno del contributo entusiastico
    dell’individuo. La famiglia porta in scena il dramma dell’immortalità costituito dagli atti di
    creature mortali, affinché tutti assistano e partecipino allo spettacolo.
    L’interpretazione comune dell’attenzione moderna per il ruolo genitoriale, per i figli e per la
    continuità della famiglia in termini di considerazioni economiche, e soprattutto di interessi
    legati alla successione ereditaria, non sembra cogliere nel segno: perlomeno, è solo una
    spiegazione parziale. Se mai, è vero il contrario: accadeva soprattutto nella società
    premoderna e precapitalistica che la ricchezza, nonché i privilegi e i diritti acquisiti che ne
    derivavano fossero prima di tutto una questione di famiglia e di diritto all’eredità.
    Ricostruire le genealogie, prestare grande attenzione ai vincoli di parentela stretti con il
    matrimonio e tener fede ai relativi criteri di esclusività era a quel tempo la preoccupazione
    dell’aristocrazia e degli strati superiori della classe mercantile: le sole categorie che
    collegavano la propria trascendenza del tempo all’eredità familiare. Con l’avvento della
    modernità, la centralità della famiglia nella vita individuale venne, per così dire,
    democratizzata; essa si trasformò in un precetto culturale rivolto a tutti gli individui,
    indipendentemente dalla presenza o dall’assenza di un patrimonio di famiglia da
    trasmettere alle generazioni future. Gli interessi economici non potevano avere tanta
    importanza in quella fase decisiva, perché non era mai stata avviata una
    democratizzazione parallela della ricchezza di famiglia.
    Dev’esserci qualcos’altro che spiega l’importanza acquisita dalla famiglia, e in particolare il
    diffondersi in tutte le classi della società moderna di costruzioni culturali come la fedeltà
    coniugale, l’amore paterno e materno e la cura dei figli (e l’infanzia stessa come fase della
    vita particolarmente vulnerabile e bisognosa di cure). Questo qualcos’altro è, con ogni
    probabilità, il nuovo ruolo che la famiglia si trovava a svolgere, in considerazione
    dell’evidente fallimento dei mezzi premoderni di dotare la vita mortale di un significato
    immortale. Mentre altri ponti per l’eternità andavano in rovina e diventavano impraticabili,
    toccava alla famiglia sopportare un carico che non si sarebbe mai pensato potesse
    portare. Ora era soprattutto mediante la ‘formazione di una famiglia’ che gli individui venuti
    al mondo grazie ad altri che avevano preso prima di loro una simile decisione potevano
    seriamente aspirare a lasciare una traccia nel mondo, una traccia che sarebbe rimasta
    anche dopo la loro morte.
    Sia la nazione sia la famiglia sono soluzioni “collettive” ai tormenti della mortalità
    “individuale”. I loro messaggi sono simili: la mia vita, per quanto breve, non è stata inutile
    né priva di significato, se nel suo piccolo ha contribuito a perpetuare un’entità più ampia di
    me stesso (o di qualsiasi altro individuo come me), la quale precede e supererà in durata
    l’arco di tempo della mia stessa vita, per quanto a lungo io possa vivere; è quel contributo
    ad assegnare un ruolo immortale alla vita mortale. Una volta passato questo messaggio,
    la domanda: ‘Che cosa succede dopo la “mia” morte?’ suona meno sinistra: io morirò, ma
    la mia nazione, la mia famiglia, continueranno a vivere, e ciò sarà anche perché io ho fatto
    la mia parte. Invece di accettare passivamente la difficile condizione della mia mortalità, ho
    fatto qualcosa (e non soltanto qualcosa, ma qualcosa che conta veramente) per superarla.
    Ho fatto della mia mortalità individuale uno strumento di immortalità collettiva. Quando
    morirò, lascerò qualcosa dietro di me, e questo qualcosa sarà la sopravvivenza (e, perché
    no?, forse proprio la vita eterna) di qualcosa di più grande e più importante della mia
    stessa fugace esistenza.
    La strategia eteronoma/autonoma ha disinnescato gli effetti potenzialmente devastanti
    della consapevolezza della propria mortalità facendo derivare il senso della vita da
    collettività rese immortali dalla forza della speranza, e inserendo la vita mortale degli
    individui nello sforzo collettivo della produzione di immortalità. All’individuo veniva così
    risparmiata l’agonia del confronto con l’assurdità di una vita-perla-morte endemicamente
    vulnerabile. La terrificante verità di un’esistenza personale irrimediabilmente fragile e
    precaria era stata offuscata, se non negata, e il danno che poteva causare era stato
    limitato, se non del tutto eliminato, dalla preoccupazione compensativa per la
    sopravvivenza del gruppo. Le paure generate dalla consapevolezza della propria morte
    furono incanalate, almeno in parte, verso le preoccupazioni per la sopravvivenza di più
    ampie totalità, da cui veniva derivato il significato della vita individuale, breve e fragile
    com’era, ma che, diversamente dall’individuo mortale, offrivano una vera opportunità di
    sconfiggere la morte.
    Oggi, peraltro, sono queste totalità ad andare gradualmente e inesorabilmente in pezzi, a
    sembrare tutto fuorché immuni da rischi, e men che meno immortali; e così la loro capacità
    di attribuire senso diminuisce, e forse sparirà del tutto.
    Con il suo avvento, la modernità ha privato la morte del suo significato trascendentale (ed
    eteronomo). Ma nel suo cammino fino allo stadio attuale essa ha negato alla morte anche
    il suo significato comunitario (rendendo meno attuabile la strategia eteronoma/autonoma).
    Durkheim sosteneva che Dio fosse dall’inizio nient’altro che la comunità sotto mentite
    spoglie; ma oggi la comunità – grande o piccola, immaginata o concreta – è troppo debole
    per recitare la parte di Dio. Essendo a sua volta vulnerabile, erratica e palesemente di
    breve durata, non può più rivendicare la propria eternità in modo minimamente credibile.
    Soltanto adesso la morte sta diventando pienamente e veramente insignificante. Secondo
    Robert Johnson, la morte è considerata semplicemente la fine della vita individuale come
    noi la conosciamo. Alcuni capi religiosi riconoscono pienamente questo fatto: ‘Un morto è
    un morto’ ha affermato il rabbino Terry Bard, direttore dei servizi pastorali al Beth Israel
    Hospital di Boston. (22) Albert Camus, nello “Straniero”, anticipò la desolante realtà di
    questa condizione, con tutto ciò che ne consegue. Egli sapeva che, alla fine, ciascuno di
    noi è solo in questo mondo e che la vita – la vita nella sua interezza, senza parti residue –
    finisce con la morte; ora nulla si interpone tra l’individuo mortale e la ‘benigna indifferenza
    dell’universo’. (23) I ponti costruiti collettivamente fra la transitorietà e l’eternità sono andati
    in pezzi e l’individuo è rimasto faccia a faccia con l’autentica, assoluta precarietà della
    propria esistenza. Ora si dà per scontato che affronti le conseguenze con le proprie forze.
    Non c’è ragione di contare sul sostegno o sul soccorso di ‘interi più ampi delle somme
    delle loro parti’: oggi, le totalità un tempo solide come la roccia appaiono esposte ai
    pericoli e destinate alla morte tanto quanto le vite individuali. Esse vanno e vengono, e
    finché rimangono visibili sembrano incapaci di raggiungere la sicurezza della stabilità;
    sono dubbiose rispetto al loro operato, incerte sulla bontà della loro condizione, ignare del
    loro futuro e sfiduciate. Sembrano calcolare il tempo in giorni invece che in anni, come se
    recassero delle etichette con le scritte: ‘da consumarsi entro il…’ e ‘non conservare nel
    congelatore’. Una cosa è certa: non sono qualcosa da cui poter estrapolare l’idea di
    eternità…
    La sovranità politica degli stati, un tempo garanzia di vita eterna, non è più un riparo sicuro
    per le nazioni. Quella sovranità non è più la stessa; le gambe dell’autosufficienza – quasi
    dell’autarchia – economica, militare e culturale su cui si reggeva un tempo sono state tutte
    spezzate, una dopo l’altra; la sovranità cammina con le grucce: zoppa e traballante com’è,
    affronta a tentoni tutte le prove di buona salute che viene chiamata a superare, fallendo
    ogni volta. Le autorità statali non fingono nemmeno di sapere e voler garantire la sicurezza
    di coloro di cui sono responsabili; i politici di ogni colore dicono chiaro e tondo che, data la
    forte richiesta di competitività, efficienza e flessibilità, ‘non possiamo più permetterci’ reti di
    sicurezza collettive. I politici promettono di modernizzare gli schemi terreni in cui si
    inscrivono le vite dei loro governati, ma queste promesse lasciano presagire una maggiore
    incertezza, una più profonda insicurezza e meno garanzie contro i capricci del destino.
    Come si è recentemente espresso Eric Hobsbawm riassumendo i risultati complessivi dei
    processi discontinui e asincroni di globalizzazione, ‘la struttura di base dell’economia
    globale è sempre più indipendente dalla struttura politica del mondo e ne viola sempre più
    spesso i confini’. Le ripercussioni sulle risorse a disposizione degli stati-nazione per
    costruire l’identità sono enormi: ‘Diversamente dallo stato, che ha un territorio e un potere
    propri, altri elementi della nazione possono essere e sono facilmente travolti dal
    globalismo dell’economia: è il caso, per esempio, dell’appartenenza etnica e del
    linguaggio. Se si toglie potere e forza coercitiva allo stato, la loro relativa insignificanza
    diventa evidente’ (24).
    Più lo stato traballa, più i suoi portavoce si affannano a spiegare quanto sia necessario,
    doveroso, restituirgli la fiducia in se stesso, contare solo sulle proprie risorse, fare da sé i
    propri bilanci dei guadagni e delle perdite: in breve, camminare con le proprie gambe.
    Come sostiene Bernard Cassen in un articolo di commento alle idee di Pierre-André
    Taguieff, la brutale distruzione delle solidarietà sociali, e con esse delle ‘strutture durevoli’
    che si perpetuano ‘al di là della vita individuale’, ha lasciato ‘l’individuo isolato nella sua
    paura della propria ineluttabile scomparsa’. (25) In qualche punto, lungo la via che
    conduce al liberoscambismo, la comunità nazionale ha perso la funzione di attribuire
    senso, e gli individui sono rimasti lì a leccarsi le ferite e a esorcizzare le loro paure, soli e
    isolati.
    Oggi la famiglia si trova in una condizione altrettanto sfavorevole; essa fa pensare a tutto
    fuorché a un porto sicuro in cui poter sostare all’infinito, in cui poter gettare l’ancora della
    propria esistenza vulnerabile e indubbiamente transitoria. Per la facilità con cui nasce e
    muore, per la facilità con cui si forma e si disgrega, la famiglia non offre più la garanzia di
    sopravvivere a coloro che l’hanno creata. Quel ponte per l’eternità non è meno fragile e
    instabile delle persone che l’attraversano, e forse durerà meno del loro passaggio. Ormai
    emancipata dalla sua funzione riproduttiva, l’unione sessuale non dà più la sensazione di
    una via per l’eternità già tracciata dalla natura, di uno strumento per costruire la comunità
    o di un modo per sfuggire alla solitudine, ma una sensazione diversa, tanto piacevole
    quanto fugace, destinata a essere consumata in un istante insieme ad altre sensazioni nel
    succedersi degli episodi che scandiscono la vita del solitario collezionista di sensazioni.
    Fin dalla prima infanzia, gli individui apprendono da un’esperienza ampiamente condivisa
    che le probabilità di sopravvivere alla propria famiglia sono molto esigue. Predire a una
    famiglia che durerà finché marito e moglie si sentiranno appagati (e non oltre) non può
    funzionare come stratagemma per farla in barba alla crudele e terrificante potenza della
    mortalità individuale.
    Non è che gli individui tardomoderni o postmoderni che hanno scelto l’isolamento abbiano
    perso entusiasmo per qualunque cosa duri più a lungo del proprio appagamento
    individuale; piuttosto, gli individui tardomoderni o postmoderni isolati per volere del destino
    trovano nel mondo che esplorano pochi o nessun elemento che potrebbe rendere la loro
    passione realistica e il loro sforzo credibile; e pochi o nessun riparo per la loro fiducia nella
    longevità. Ma sia che si tratti di una scelta o di una condizione non scelta e non voluta, gli
    effetti sulla strategia di vita degli individui tardomoderni o postmoderni sono praticamente
    gli stessi. Come ha scritto John Carroll, facendo riferimento alla celebre frase di Jung
    secondo cui gli dei, una volta uccisi, tendono a rinascere come malattie,
    “gli individui senza fede, per dar senso alle cose che fanno e al modo in cui vivono, si
    ripiegano su se stessi, finendo intrappolati in coazioni, depressioni e ansie: la
    psicopatologia come forma moderna della malattia. In realtà, lo stesso termine
    ‘psicopatologia’ significa in greco antico sofferenza dell’anima, ma nell’uso moderno
    ‘anima’ ha lasciato il posto a ‘personalità’, praticamente l’ego”.

  • MartinV

    La Repubblica traghetta la gente di sinistra moderata verso posizioni ultra-liberiste… un po’ quel che fece fini che traghettò il voto protestatario dei missini verso la destra liberista…

    ed infatti basta guardare la propaganda spudorata durante l’aggressione alla Libia per rendersi conto che quel quotidiano fu di sinistra…

    I dipendenti de La Repubblica (tipo il sig. Zucconi) danno dei venduti agli altri giornalisti, solo perché il padrone è un altro…

  • senzaesclusiva

    …ma scusate un attimo ….
    qualcuno di voi sta usando ancora Repubblica come mezzo di informazione?
    Io ho smesso sia di comprarlo che di consultarlo online; troppo caro come carta igienica.E troppo prono ai poteri forti per non considerarlo un becero strumento di propaganda.
    Mi chiedo solo come facciano le bieche p*****ne che ci lavorano dentro a considerarsi giornalisti.
    Ahhhh…ovvio…non sono giornalisti-giornalisti,ma giornalisti-impiegati ..claro…

  • tamerlano

    È una vita che traghettano, prima gli antagonisti verso la sinistra moderata, poi la sinistra moderata verso il neoliberismo.

    Domani chissà? Il neoliberismo verso il neofeudalesimo? 😀
  • tamerlano

    Illeggibile! Mo’ ora me lo copioincollo, lo reimpagino e poi me lo leggo…

    Ciao.
  • tamerlano

    Letto, bello, triste e angosciante…

  • supervice

    In effetti, Pierre Bourdieu ha recentemente definito l’essenza delle teorie e delle pratiche neoliberali come un programma per distruggere le strutture collettive capaci di contrapporsi alla logica del ‘mercato puro’. (17) Oggi, spiega Bourdieu, il discorso neoliberale ha assunto tutte le caratteristiche del ‘discorso forte’ goffmaniano, quasi impossibile da controbattere e il cui ‘realismo’ è difficile da mettere in dubbio, perché –
    lungi dall’essere soltanto un’esortazione a compiere certi passi invece di altri – rappresenta le azioni coordinate di tutte le forze che contano, di tutte le forze che contribuiscono a far diventare la realtà quella che è; il ‘discorso forte’ del neoliberalismo ha superato la ‘prova della realtà’ ‘orientando le scelte economiche di chi domina i rapporti economici e
    aggiungendo al rapporto emerso tra le diverse forze la propria forza, propriamente simbolica’.

    Il discorso neoliberale diviene più ‘forte’ via via che procede la deregolamentazione, la quale priva del loro potere le istituzioni politiche che potrebbero, in teoria, prendere posizione contro il libero movimento del capitale e della finanza. Un altro passo fondamentale in direzione del suo dominio pressoché incontrastato è stato compiuto con la recente sottoscrizione dell’Accordo multilaterale sugli investimenti, che lega di fatto le mani ai governi nazionali e le slega alle imprese extraterritoriali.

    Uno per uno, vengono rimossi tutti gli ostacoli reali e potenziali alla libera circolazione del capitale:

    “gli stati-nazione, il cui margine di manovra si restringe sempre più; i gruppi di lavoro, per esempio con l’individualizzazione dei salari e delle carriere sulla base delle competenze individuali, e la conseguente atomizzazione dei dipendenti;

    i collettivi di difesa dei diritti dei lavoratori: sindacati, associazioni, cooperative; e la stessa famiglia che, in seguito alla ristrutturazione dei mercati per fasce d’età, ha perso gran parte del controllo su consumo”.

    Il risultato comune degli assalti disparati ma convergenti alle linee difensive è il ‘dominio assoluto della flessibilità’ teso alla ‘precarizzazione’, e quindi alla neutralizzazione, delle persone attestate sulla sponda nemica, potenziale testa di ponte della resistenza. Sul
    piano sociale e psicologico, l’impatto più profondo della flessibilità consiste nel rendere precaria la posizione delle persone prese di mira e nel mantenerle precarie, con l’adozione di misure quali la sostituzione dei contratti a tempo indeterminato e garantiti dalla legge con assunzioni a termine o collaborazioni temporanee, che permettono il licenziamento
    immediato; la proroga dei contratti e l’offerta di un tipo di impiego che mina il principio dei diritti acquisiti accumulati con l’arma della alutazione permanente, che fa dipendere la remunerazione dei singoli lavoratori dai risultati conseguiti individualmente; la spinta alla competizione tra settori e rami della stessa impresa, che priva di ogni razionalità la posizione unitaria dei dipendenti. Tutte tecniche di assoggettamento che, nel complesso, producono una situazione di incertezza endemica e permanente.

    Nel mondo darwiniano della lotta di tutti contro tutti, la cieca esecuzione dei compiti fissati dalle imprese si radica in questo senso di incertezza annichilente, nella paura, nello stress e nell’ansia generati
    dall’incertezza. E poi c’è l’arma decisiva: la minaccia costante, a tutti i livelli della gerarchia, del licenziamento, e quindi della perdita dei mezzi di sussistenza, dei diritti acquisiti, di un posto nella società e della dignità umana che esso comporta: ‘Il fondamento ultimo di tutti i regimi economici che si pongono sotto il segno della libertà è
    perciò la “violenza strutturale” della disoccupazione, della precarietà e dell’implicita minaccia di licenziamento’.

    In tutte le società, la solidarietà (o, piuttosto, la fitta rete di solidarietà, grandi o piccole, sovrapposte o incrociate) è servita da protezione e da garanzia di certezza (per quanto imperfette), instillando la fiducia, la sicurezza di sé e il coraggio indispensabili all’esercizio della libertà e alla sperimentazione. La vittima principale della teoria e della pratica
    neoliberali è stata proprio quella solidarietà. ‘Non esiste una cosa come la società,’ fu ‘infelice dichiarazione con cui Margaret Thatcher riassunse il credo neoliberale. Esistono, disse, singoli uomini e singole donne, ed esistono le famiglie (18).

    A dire il vero, citare le famiglie in questo contesto non ha senso; oggi ci si aspetta che le famiglie, come tutte le altre collettività, operino strettamente entro i limiti stabiliti dal mercato, e seguano al loro interno e nel mondo esterno le regole della sua razionalità. Alla luce di tale aspettativa, il concetto di famiglia appare profondamente contraddittorio. Dopo tutto, l’atto più importante e, in un certo senso, ‘fondativo’ del mercato – come sostiene Stuart Hall – è quello di ‘sciogliere i vincoli della socialità e della reciprocità. Esso mette
    seriamente in pericolo la natura stessa dell’obbligazione sociale’. Ma stringere, mantenere
    e rafforzare i vincoli della socialità e della reciprocità, alimentando proprio l’impulso
    all’obbligazione sociale, è la linfa vitale della famiglia: è quest’attività che pone in essere e
    mantiene in vita la famiglia. Il principio costitutivo dell’individualismo dilagante che permea
    da cima a fondo la ‘non-società’ neoliberale non può non incidere sulla famiglia. ‘Il nuovo
    spirito manageriale,’ spiega Hall, ha avuto a che fare con ‘il modo in cui queste idee sono
    state insinuate nei vari settori istituzionali, uno dopo l’altro’. Tutti i settori dovevano essere
    (e in realtà sono stati) ‘trasformati a immagine del mercato. Non solo con la [loro]
    ‘mercificazione’ o privatizzazione, ma facendo[ne] un’imitazione del mercato, come se
    esistesse un solo tipo di domande da porre riguardo a ciò. Le domande stabilite dalle forze
    del mercato’ (19).

    Questo è il motivo per cui gli appelli neoliberali a serrare i ranghi delle famiglie suonano
    falsi, se non decissamente ipocriti. Se l’obiettivo che si pongono è davvero quello di attutire
    o controbilanciare i colpi inferti dal ‘rude individualismo’, di offrire alle vittime di una
    concorrenza spietata un ammortizzatore nel caso inciampino e cadano, essi non fanno
    che documentare l’ignoranza di chi predica e pratica la fede neoliberale per ciò che
    riguarda la contraddizione insita nell’idea del dissolvimento della società; in altre parole,
    nell’idea di una società che si sbarazza di se stessa per dare mano libera a individui non
    sociali; di un corpo che si fa a brandelli per consentire alle singole cellule, o almeno a
    quelle più vitali, di vivere autonomamente.

    Contrariamente a quanto suggerisce il supporto metafisico della ‘mano invisibile’, il mercato non persegue la certezza, né può evocarla, e tanto meno garantirla. Il mercato prospera sull’incertezza (chiamata, di volta in volta, competitività, deregolamentazione, flessibilità eccetera), e ne produce sempre più per il proprio nutrimento. Lungi dall’essere la rovina di una razionalità forgiata sul mercato, l’incertezza ne è una condizione
    necessaria e un prodotto inevitabile. L’unica uguaglianza favorita dal mercato è una condizione identica o quasi identica di incertezza esistenziale, condivisa tanto dai vincitori (sempre, per definizione, tali ‘fino a ulteriore avviso’) quanto dai vinti.

    NAZIONE E MORTALITA’

    Le immagini della nazione hanno saputo mettere insieme necessità e scelta, essere e fare, immortalità e vita mortale, durevolezza e transitorietà come poche altre invenzioni moderne. Come sostenevano i predicatori più espliciti del nazionalismo moderno, per esempio Fichte e Barrès, la vita di un tedesco deriva il proprio significato dal suo esseretedesco, proprio come la vita di un francese è dotata di significato grazie al suo esserefrancese. Il significato è l’opportunità ereditata da chiunque nasca tedesco o francese, ma deve ancora essere accolto con gratitudine, rispettato, celebrato e coltivato con amore, perché trae la propria linfa vitale, la propria vitalità e la propria resistenza dal fatto di essere massivamente e ripetutamente accolto, rispettato e coltivato, generazione dopo generazione. “Essere” tedesco significa “diventare” tedesco e “agire” secondo la natura della germanità; essere francese significa diventare francese e comportarsi da francese. In questo modo, transitorietà e durevolezza si fondono. Il fatto assurdo della mortalità individuale non è più un tormento grazie all’immortalità della nazione, alla quale tutte le vite mortali contribuiscono. Il retaggio dell’immortalità derivato dall’appartenenza nazionale dota la vita mortale di significato, ma il perpetuarsi di quell’immortalità conferisce agli atti mortali un valore aggiunto di trascendenza. E’ l’appartenenza nazionale che offre agli esseri mortali la loro opportunità di sopravvivere alla propria morte individuale e di entrare nell’eternità, ma l’unico modo per godere di quella opportunità è dedicare la propria vita alla sopravvivenza e alla prosperità della nazione.

    Possiamo supporre che la spinta a costruire la nazione – lo sforzo di fondere e mescolare comunità e tradizioni organizzate su base locale e direttamente accessibili per trasformarle in entità immaginate, sovralocali e remote -, una spinta che ha segnato l’età moderna, fosse dovuta alla necessità urgente di sostituire la forma premoderna di strategia eteronoma, ormai logora e impotente, con una forma nuova, più adatta alle condizioni moderne e più in sintonia con lo spirito moderno, che ha rappresentato una delle cause principali della sua affermazione. In quanto totalità astratte, immaginate, le nazioni erano l’ideale: la loro immagine sovrastava il mondo dell’esperienza immediata, diretta e personale, per cui restavano ben pochi dubbi sulla loro natura sovraindividuale. Contro la mortalità delle vite individuali, le immagini della nazione potevano schierare la perennità senza tempo dei simboli.

    Come cura preventiva per la devastazione psichica che la consapevolezza della mortalità avrebbe inevitabilmente compiuto, l’appartenenza nazionale aveva l’importante vantaggio di essere a disposizione di tutti, senza distinzione; non si richiedevano doti speciali, sforzi straordinari, larghezza di vedute o intelligenza vigorosa: bastavano le risorse più comuni, quelle cui può effettivamente attingere qualunque essere umano. L’immortalità procurata dall’appartenenza nazionale era tagliata su misura per l’uomo comune, non per gli eroi o per le personalità comunque eccezionali, senza uguali o superiori. Per essere efficace, la medicina aveva bisogno di conformismo, non di audacia; del rispetto delle regole, non della loro trasgressione; dell’osservanza dei limiti, non del loro superamento per aprire nuove vie. Si trattava dunque di una medicina popolare e populista, adatta a un uso comune, frequente e continuo. Gli stessi vantaggi privilegiarono un’altra totalità decisiva per la moderna strategia eteronoma/autonoma: la famiglia.

    La famiglia esibisce ancor più chiaramente della nazione, sempre manovrata, la dialettica tipicamente moderna fra transitorietà e durevolezza, mortalità individuale e immortalità collettiva. E’ nell’istituzione della famiglia che tutti gli aspetti ossessivamente contraddittori dell’esistenza umana – il mortale e l’immortale, l’agire e il subire, il determinare e l’essere determinato, il creare e l’essere creatosi integrano e danno vita al gioco infinito del loro reciproco alimentarsi e rinvigorirsi. Ogni individuo nasce da una famiglia, e ogni individuo può (dovrebbe, è chiamato a) contribuire alla nascita di una famiglia. La famiglia di cui si è un prodotto e la famiglia che si vorrebbe costruire sono gli anelli di una lunga catena di parentela/affinità che precede la nascita e sopravviverà alla morte di ogni individuo che ha contenuto e conterrà; ma per durare essa ha bisogno del contributo entusiastico dell’individuo. La famiglia porta in scena il dramma dell’immortalità costituito dagli atti di creature mortali, affinché tutti assistano e partecipino allo spettacolo.

    L’interpretazione comune dell’attenzione moderna per il ruolo genitoriale, per i figli e per la continuità della famiglia in termini di considerazioni economiche, e soprattutto di interessi legati alla successione ereditaria, non sembra cogliere nel segno: perlomeno, è solo una spiegazione parziale. Se mai, è vero il contrario: accadeva soprattutto nella società premoderna e precapitalistica che la ricchezza, nonché i privilegi e i diritti acquisiti che ne derivavano fossero prima di tutto una questione di famiglia e di diritto all’eredità. Ricostruire le genealogie, prestare grande attenzione ai vincoli di parentela stretti con il matrimonio e tener fede ai relativi criteri di esclusività era a quel tempo la preoccupazione dell’aristocrazia e degli strati superiori della classe mercantile: le sole categorie che collegavano la propria trascendenza del tempo all’eredità familiare. Con l’avvento della modernità, la centralità della famiglia nella vita individuale venne, per così dire, democratizzata; essa si trasformò in un precetto culturale rivolto a tutti gli individui, indipendentemente dalla presenza o dall’assenza di un patrimonio di famiglia da trasmettere alle generazioni future. Gli interessi economici non potevano avere tanta importanza in quella fase decisiva, perché non era mai stata avviata una democratizzazione parallela della ricchezza di famiglia.

    Dev’esserci qualcos’altro che spiega l’importanza acquisita dalla famiglia, e in particolare il diffondersi in tutte le classi della società moderna di costruzioni culturali come la fedeltà coniugale, l’amore paterno e materno e la cura dei figli (e l’infanzia stessa come fase della vita particolarmente vulnerabile e bisognosa di cure). Questo qualcos’altro è, con ogni probabilità, il nuovo ruolo che la famiglia si trovava a svolgere, in considerazione dell’evidente fallimento dei mezzi premoderni di dotare la vita mortale di un significato immortale. Mentre altri ponti per l’eternità andavano in rovina e diventavano impraticabili, toccava alla famiglia sopportare un carico che non si sarebbe mai pensato potesse portare. Ora era soprattutto mediante la ‘formazione di una famiglia’ che gli individui venuti al mondo grazie ad altri che avevano preso prima di loro una simile decisione potevano seriamente aspirare a lasciare una traccia nel mondo, una traccia che sarebbe rimasta anche dopo la loro morte.

    Sia la nazione sia la famiglia sono soluzioni “collettive” ai tormenti della mortalità “individuale”. I loro messaggi sono simili: la mia vita, per quanto breve, non è stata inutile né priva di significato, se nel suo piccolo ha contribuito a perpetuare un’entità più ampia di me stesso (o di qualsiasi altro individuo come me), la quale precede e supererà in durata l’arco di tempo della mia stessa vita, per quanto a lungo io possa vivere; è quel contributo ad assegnare un ruolo immortale alla vita mortale. Una volta passato questo messaggio, la domanda: ‘Che cosa succede dopo la “mia” morte?’ suona meno sinistra: io morirò, ma la mia nazione, la mia famiglia, continueranno a vivere, e ciò sarà anche perché io ho fatto la mia parte. Invece di accettare passivamente la difficile condizione della mia mortalità, ho fatto qualcosa (e non soltanto qualcosa, ma qualcosa che conta veramente) per superarla. Ho fatto della mia mortalità individuale uno strumento di immortalità collettiva. Quando morirò, lascerò qualcosa dietro di me, e questo qualcosa sarà la sopravvivenza (e, perché no?, forse proprio la vita eterna) di qualcosa di più grande e più importante della mia stessa fugace esistenza.

    La strategia eteronoma/autonoma ha disinnescato gli effetti potenzialmente devastanti della consapevolezza della propria mortalità facendo derivare il senso della vita da collettività rese immortali dalla forza della speranza, e inserendo la vita mortale degli individui nello sforzo collettivo della produzione di immortalità. All’individuo veniva così risparmiata l’agonia del confronto con l’assurdità di una vita-perla-morte endemicamente vulnerabile. La terrificante verità di un’esistenza personale irrimediabilmente fragile e precaria era stata offuscata, se non negata, e il danno che poteva causare era stato limitato, se non del tutto eliminato, dalla preoccupazione compensativa per la sopravvivenza del gruppo. Le paure generate dalla consapevolezza della propria morte furono incanalate, almeno in parte, verso le preoccupazioni per la sopravvivenza di più ampie totalità, da cui veniva derivato il significato della vita individuale, breve e fragile com’era, ma che, diversamente dall’individuo mortale, offrivano una vera opportunità di sconfiggere la morte.

    Oggi, peraltro, sono queste totalità ad andare gradualmente e inesorabilmente in pezzi, a sembrare tutto fuorché immuni da rischi, e men che meno immortali; e così la loro capacità di attribuire senso diminuisce, e forse sparirà del tutto.

    Con il suo avvento, la modernità ha privato la morte del suo significato trascendentale (ed eteronomo). Ma nel suo cammino fino allo stadio attuale essa ha negato alla morte anche il suo significato comunitario (rendendo meno attuabile la strategia eteronoma/autonoma). Durkheim sosteneva che Dio fosse dall’inizio nient’altro che la comunità sotto mentite spoglie; ma oggi la comunità – grande o piccola, immaginata o concreta – è troppo debole per recitare la parte di Dio. Essendo a sua volta vulnerabile, erratica e palesemente di breve durata, non può più rivendicare la propria eternità in modo minimamente credibile. Soltanto adesso la morte sta diventando pienamente e veramente insignificante. Secondo Robert Johnson, la morte è considerata semplicemente la fine della vita individuale come noi la conosciamo. Alcuni capi religiosi riconoscono pienamente questo fatto: ‘Un morto è un morto’ ha affermato il rabbino Terry Bard, direttore dei servizi pastorali al Beth Israel Hospital di Boston (22).

    Albert Camus, nello “Straniero”, anticipò la desolante realtà di questa condizione, con tutto ciò che ne consegue. Egli sapeva che, alla fine, ciascuno di noi è solo in questo mondo e che la vita – la vita nella sua interezza, senza parti residue – finisce con la morte; ora nulla si interpone tra l’individuo mortale e la ‘benigna indifferenza dell’universo’. (23) I ponti costruiti collettivamente fra la transitorietà e l’eternità sono andati in pezzi e l’individuo è rimasto faccia a faccia con l’autentica, assoluta precarietà della propria esistenza. Ora si dà per scontato che affronti le conseguenze con le proprie forze. Non c’è ragione di contare sul sostegno o sul soccorso di ‘interi più ampi delle somme delle loro parti’: oggi, le totalità un tempo solide come la roccia appaiono esposte ai pericoli e destinate alla morte tanto quanto le vite individuali. Esse vanno e vengono, e finché rimangono visibili sembrano incapaci di raggiungere la sicurezza della stabilità; sono dubbiose rispetto al loro operato, incerte sulla bontà della loro condizione, ignare del loro futuro e sfiduciate. Sembrano calcolare il tempo in giorni invece che in anni, come se recassero delle etichette con le scritte: ‘da consumarsi entro il…’ e ‘non conservare nel congelatore’. Una cosa è certa: non sono qualcosa da cui poter estrapolare l’idea di eternità…

    La sovranità politica degli stati, un tempo garanzia di vita eterna, non è più un riparo sicuro per le nazioni. Quella sovranità non è più la stessa; le gambe dell’autosufficienza – quasi dell’autarchia – economica, militare e culturale su cui si reggeva un tempo sono state tutte spezzate, una dopo l’altra; la sovranità cammina con le grucce: zoppa e traballante com’è, affronta a tentoni tutte le prove di buona salute che viene chiamata a superare, fallendo ogni volta. Le autorità statali non fingono nemmeno di sapere e voler garantire la sicurezza di coloro di cui sono responsabili; i politici di ogni colore dicono chiaro e tondo che, data la forte richiesta di competitività, efficienza e flessibilità, ‘non possiamo più permetterci’ reti di sicurezza collettive. I politici promettono di modernizzare gli schemi terreni in cui si inscrivono le vite dei loro governati, ma queste promesse lasciano presagire una maggiore incertezza, una più profonda insicurezza e meno garanzie contro i capricci del destino.

    Come si è recentemente espresso Eric Hobsbawm riassumendo i risultati complessivi dei processi discontinui e asincroni di globalizzazione, ‘la struttura di base dell’economia globale è sempre più indipendente dalla struttura politica del mondo e ne viola sempre più spesso i confini’. Le ripercussioni sulle risorse a disposizione degli stati-nazione per costruire l’identità sono enormi: ‘Diversamente dallo stato, che ha un territorio e un potere propri, altri elementi della nazione possono essere e sono facilmente travolti dal globalismo dell’economia: è il caso, per esempio, dell’appartenenza etnica e del linguaggio. Se si toglie potere e forza coercitiva allo stato, la loro relativa insignificanza diventa evidente’ (24). Più lo stato traballa, più i suoi portavoce si affannano a spiegare quanto sia necessario, doveroso, restituirgli la fiducia in se stesso, contare solo sulle proprie risorse, fare da sé i propri bilanci dei guadagni e delle perdite: in breve, camminare con le proprie gambe.

    Come sostiene Bernard Cassen in un articolo di commento alle idee di Pierre-André Taguieff, la brutale distruzione delle solidarietà sociali, e con esse delle ‘strutture durevoli’ che si perpetuano ‘al di là della vita individuale’, ha lasciato ‘l’individuo isolato nella sua paura della propria ineluttabile scomparsa’. (25) In qualche punto, lungo la via che conduce al liberoscambismo, la comunità nazionale ha perso la funzione di attribuire senso, e gli individui sono rimasti lì a leccarsi le ferite e a esorcizzare le loro paure, soli e isolati. Oggi la famiglia si trova in una condizione altrettanto sfavorevole; essa fa pensare a tutto fuorché a un porto sicuro in cui poter sostare all’infinito, in cui poter gettare l’ancora della propria esistenza vulnerabile e indubbiamente transitoria.

    Per la facilità con cui nasce e muore, per la facilità con cui si forma e si disgrega, la famiglia non offre più la garanzia di sopravvivere a coloro che l’hanno creata. Quel ponte per l’eternità non è meno fragile e instabile delle persone che l’attraversano, e forse durerà meno del loro passaggio. Ormai emancipata dalla sua funzione riproduttiva, l’unione sessuale non dà più la sensazione di una via per l’eternità già tracciata dalla natura, di uno strumento per costruire la comunità o di un modo per sfuggire alla solitudine, ma una sensazione diversa, tanto piacevole quanto fugace, destinata a essere consumata in un istante insieme ad altre sensazioni nel succedersi degli episodi che scandiscono la vita del solitario collezionista di sensazioni. Fin dalla prima infanzia, gli individui apprendono da un’esperienza ampiamente condivisa che le probabilità di sopravvivere alla propria famiglia sono molto esigue. Predire a una famiglia che durerà finché marito e moglie si sentiranno appagati (e non oltre) non può funzionare come stratagemma per farla in barba alla crudele e terrificante potenza della mortalità individuale. Non è che gli individui tardomoderni o postmoderni che hanno scelto l’isolamento abbiano perso entusiasmo per qualunque cosa duri più a lungo del proprio appagamento individuale; piuttosto, gli individui tardomoderni o postmoderni isolati per volere del destino trovano nel mondo che esplorano pochi o nessun elemento che potrebbe rendere la loro passione realistica e il loro sforzo credibile; e pochi o nessun riparo per la loro fiducia nella longevità. Ma sia che si tratti di una scelta o di una condizione non scelta e non voluta, gli effetti sulla strategia di vita degli individui tardomoderni o postmoderni sono praticamente gli stessi. Come ha scritto John Carroll, facendo riferimento alla celebre frase di Jung secondo cui gli dei, una volta uccisi, tendono a rinascere come malattie, “gli individui senza fede, per dar senso alle cose che fanno e al modo in cui vivono, si ripiegano su se stessi, finendo intrappolati in coazioni, depressioni e ansie: la psicopatologia come forma moderna della malattia. In realtà, lo stesso termine ‘psicopatologia’ significa in greco antico sofferenza dell’anima, ma nell’uso moderno ‘anima’ ha lasciato il posto a ‘personalità’, praticamente l’ego”.

  • MartinV

    piuttosto come mezzo di disinformazione… sono i migliori, i più subdoli… ed è fondamentale spere quali argomenti propagandano…

    ovviamente solo on line…

  • Giancarlo54

    Quanto a carta igienica, Repubblica non va bene nemmeno per quell’uso. Ti consiglio il Corrierone, molto più morbido……..