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REFERENDUM: QUATTRO SI’, E VI SPIEGO PERCHE’

DI ALESSANDRA COLLA
alessandracolla.net

I referendum si avvicinano, e qualcuno mi ha chiesto ragione dei quattro “sì” che campeggiano nel mio nuovissimo avatar su facebook.

È presto detto: due sono per l’acqua, bene pubblico e vitale — perché non mi piace l’idea che qualcuno voglia seriamente lucrare sopra sor Aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. In buona sostanza, il punto centrale dei referendum sull’acqua è l’interrogativo su quale sia la gestione migliore delle risorse idriche — pubblica o privata? — fermo restando il mantenimento per l’acqua dello status di “bene comune”, ovvero la sua reale accessibilità da parte di tutti. Ciò che, in una dinamica di concorrenza delle imprese, potrebbe non verificarsi.
Personalmente, di fronte allo spettacolo desolante di quello che potrei definire mercantilismo familista (definizione che, essendo tutta mia ed estemporanea, è suscettibile di ogni e qualsivoglia discussione in merito), mi ritrovo a pensare che vorrei “più Stato nell’economia” — esattamente il contrario di quello che dice Emma Marcegaglia, la quale invece vuole “meno Stato e più mercato”.
So benissimo che statalizzazione comporta burocratizzazione; ma so anche meglio che l’andamento della nostra società segue sempre più lo schema della tetrade di McLuhan [niente link, perché gli unici validi in rete sono in inglese e non tutti sono anglofoni; un giro in biblioteca è meglio] , e finché non irromperà il divino Caos a salvarci non vedo molte vie d’uscita — o di fuga.

Quanto agli altri due, il discorso è un po’ più lungo ma ugualmente semplice.

Nucleare. A dirla tutta, non sono completamente contraria all’utilizzo dell’energia nucleare. Anzi, sull’argomento riesco perfino a mettere da parte le convinzioni metafisiche (e forse anche etiche, hai visto mai?) sulla necessità, che definisco sacrale, di mantenere intatto il mistero intorno a ciò che sta alla radice ultima della materia.

Non riesco invece, perché la memoria fa strani scherzi, a dimenticare — per esempio — che nella notte del 10 ottobre 1963 il paese di Longarone fu letteralmente spazzato via dal crollo della diga del Vajont. Perché quel «capolavoro perfino dal lato estetico» (come ebbe a scrivere un po’ avventatamente Dino Buzzati all’indomani della sciagura) che fu la diga era stato costruito sulla sabbia metaforica della fretta, dell’approssimazione e della corruzione. E non parlo degli anni Sessanta, del boom, dell’entusiasmo del dopoguerra o dei guadagni facili della ditta SADE (ha detto tutto e come meglio non si potrebbe Marco Paolini): parlo di qualcosa che risale agli anni Quaranta, in piena seconda guerra mondiale. Ma facciamo il classico passo indietro, e precisamente fino al 1928: è di quest’anno, infatti, la prima relazione del geologo Giorgio Dal Piaz per l’individuazione della zona in cui costruire un bacino artificiale, attraverso l’edificazione di una diga destinata ad essere progettata dall’ingegner Carlo Semenza per conto della SADE — la Società Adriatica di Elettricità di proprietà di Giuseppe Volpi (che, per dubbi meriti acquisiti durante il regime fascista, diventerà conte di Misurata). Scopo dell’opera, la produzione di energia elettrica utile alla comunità nazionale; luogo prescelto, la valle del torrente Vajont. La relazione però non soddisfa, e il progetto resta dormire fino al 22 giugno 1940, quando con scarso tempismo il conte Volpi di Misurata (diventato nel frattempo presidente della Confederazione fascista degli industriali) chiede al ministero dei Lavori Pubblici, per conto della SADE, “di utilizzare i deflussi del Piave, degli affluenti Boite, Vajont e altri minori per scopi idroelettrici”. La richiesta prevede, fra l’altro, “l’utilizzazione dei deflussi regolati da un serbatoio della capacità di 50 milioni di metri cubi, creato mediante la costruzione, nel Vajont, di una diga alta 200 metri sottendente un bacino imbrifero di 52 chilometri quadrati”. Ma l’Italia è in guerra da meno di due settimane, e anche se la propaganda suggerisce che si tratterà di un Blitzkrieg nessuno se la sente di pensare alle grandi opere. Volpi di Misurata non demorde: attende paziente il momento opportuno per tornare alla carica, e lo fa il 15 ottobre 1943, quando si riunisce la quarta sezione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici con sole 13 presenze su 34 — l’estate è stata caldissima: prima il 25 luglio, poi l’8 settembre. Nel caos politico e amministrativo che sta travolgendo l’Italia la SADE cioè Volpi ottiene l’approvazione del progetto del Vajont: manca il numero legale richiesto per legge, e il progetto della diga del Vajont viene varato in virtù di una decisione illegale. Questo peccato originale verrà in qualche modo redento il 21 marzo 1948, con una sanatoria firmata dal Presidente della repubblica Luigi Einaudi. Il resto della vicenda è, più che cronaca, storia.

Del pari, nemmeno riesco a dimenticare che alcuni anni fa il giudice Luca Tescaroli (nel suo Perché fu ucciso Giovanni Falcone, Rubbettino Editore 2001) scriveva testualmente: «In Cosa nostra sussisteva la preoccupazione che Falcone potesse imprimere, diventando Procuratore Nazionale Antimafia, un impulso alle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti» (pag. 16); ancora Falcone, poi, «attraverso questo tipo di investigazioni […] aveva la possibilità di indagare, oltre che nel settore economico, nei confronti degli imprenditori e dei politici con i quali i primi “andavano a trattare”. In tal modo, poteva intervenire sui contatti che l’organizzazione poteva, per tale via, instaurare con appartenenti alle Istituzioni. Specificatamente, il dott. Falcone aveva contribuito a bloccare il progetto, che l’organizzazione aveva in cantiere proprio nel 1991, programma che mirava per l’appunto proprio ad impostare nuovi collegamenti istituzionali per il tramite di strutture imprenditoriali» (pag. 16).

E figuratevi che non riesco a dimenticare neppure quello che mi disse anni fa con nonchalance una giovane professionista milanese dall’insospettabile passato simil-rivoluzionario (ovviamente questa è la mia parola, passibile di smentita da parte della diretta interessata: ma ricordo perfettamente la circostanza e potrei sostenere la mia versione in qualunque momento): mi raccontò, appunto, che all’epoca stava lavorando in uno studio vicino agli interessi di un noto gruppo imprenditoriale milanese, per conto del quale aveva dovuto recarsi più volte a trattare con gli amministratori pubblici di alcuni comuni lombardi al fine di aggirare l’ostacolo delle restrizioni edilizie locali — “insomma hai capito, no? gli diamo dei soldi e loro ci fanno costruire dove non si potrebbe”.

Ora, poiché i problemi principali relativi all’utilizzo e alla gestione del nucleare riguardano la sicurezza degli impianti e dello stoccaggio/smaltimento delle scorie, non ho difficoltà a dire che il nucleare, in questa Italia degli appalti truccati e della corruzione come prassi, mi preoccupa.
Se e quando dovessero cambiare le cose a livello di rapporti fra politica e criminalità organizzata; se e quando dovessero cambiare la politica ambientale e le modalità di assegnazione dei ministeri, affidandoli a tecnici onesti e competenti; se e quando dovesse prendere piede una sensibilità ecologista sincera e profonda; se e quando si dovesse affermare una coscienza civile ben radicata e testimoniata nel vivere quotidiano da governanti e governati — allora e soltanto allora potrei riconsiderare le mie posizioni in merito. Non prima.

Legittimo impedimento. Delle ragioni del “sì”, dirò dopo: adesso m’interessano le ragioni del “no”, che suonano piuttosto bizzarre. A parte i sostenitori conclamati di Berlusconi, che ovviamente voteranno “no”, sono parecchi coloro che ritengono questa faccenda del legittimo impedimento un pilastro portante della dinamica berlusconismo/antiberlusconismo alla quale si dichiarano estranei e sulla quale non vogliono esprimersi. Ora, se c’è un caso a fronte del quale veramente tertium non datur, è esattamente questo: al di là delle ideologie e delle simpatie politiche (relative al suo entourage, perché Berlusconi di politica non s’è mai occupato), gli eventi occorsi negli ultimi due anni hanno fatto sì che gli italiani fossero obbligati a prendere posizione, una volta per tutte, a favore o contro il premier. E pronunciarsi contro non significa in nessun caso essere schierati con i diretti avversari del Cavaliere: al contrario, indica l’esigenza di ritornare a contemplare una dimensione politica seriamente sollecita del bene comune e in cui l’attrazione per il bel sesso si riduca a una debolezza marginale e perciò accettabile — tutto il contrario, insomma, del cabaret di questi ultimi anni, in cui le parole chiave sono state “egolatria” e “satiriasi” . Sostenere, in quest’Italia odierna, di essere al di fuori della dinamica berlusconismo/antiberlusconismo è lecito soltanto al Grande Puffo.
Coloro che voteranno “sì” (ed io fra quelli) sostengono, in estrema sintesi, che nel caso di specie il legittimo impedimento costituisce un grave vulnus alla democrazia (come sempre, non entro qui nel merito della bontà o meno della democrazia moderna: siccome vivo in una repubblica democratica, mi adeguo). Brevemente e in generale, il “legittimo impedimento” altro non è che l’istituto giuridico in base al quale l’imputato può, in alcuni casi (tipicamente, una malattia), giustificare la propria assenza in aula. Ma il legittimo impedimento di cui si tratta nel referendum concerne precisamente l’eventualità che un cittadino qualunque che sia, casualmente, anche presidente del consiglio o ministro, possa in quanto tale rinviare la propria presenza ad un processo per un periodo di 6 mesi. Ora, basta dare una scorsa ai giornali dell’ultimo anno per capire che se c’è una legge ad personam, signori miei, è questa. Quando ci sentiamo dire che la legge è uguale per tutti, vorremmo che lo fosse davvero — anche e soprattutto per chi ci rappresenta e dovrebbe dare il buon esempio (non sono più i tempi di Catone il Censore, lo so benissimo, ma mi accontenterei di molto meno); e quando non solo la legge ma anche la sua applicazione diventano ineguali, vuol dire che la democrazia è in sofferenza. Quando qualcuno è accusato di un crimine, non importa quanto grave, ha il diritto/dovere di difendersi: e il luogo per farlo è il processo. Quando ci si mette in gioco assumendo cariche pubbliche (e qui stiamo parlando della quarta carica dello Stato) se ne assumono gli òneri insieme agli onori: il potere comporta grandi responsabilità, non grande impunità.

Così, questi sono i motivi precisi dei miei personalissimi quattro “sì”. Ma, a differenza delle elezioni politico-amministrative con le loro zavorre ideologiche e clientelari, i referendum sono il luogo della libertà di pensiero e di coscienza: massimi privilegi da esercitare nel chiuso del seggio. Ognuno, quindi, voti come crede — ma VOTI.

Alessandra Colla
Fonte: www.alessandracolla.net
Link: http://www.alessandracolla.net/2011/06/07/referendum-quattro-si-e-vi-spiego-perche/
8.06.2011

Pubblicato da Davide

  • Iacopo67

    La Marcegaglia vuole “meno stato e più mercato”, che è un motto neoliberista. Per chi ancora non lo sapesse, le politiche neoliberiste sono quelle politiche pensate specificamente per arricchire la corporatocrazia e gettare il popolo nella miseria.
    Voterò SI perchè l’acqua rimanga pubblica, gli speculatori rivolgano altrove i loro appetiti.

    Voglio ringraziare quelle persone che un pò di tempo fa hanno elogiato su questo sito Naomi Klein, perchè mi hanno indotto a comprare il suo libro “Shock economy”, che ho appena finito di leggere, ed è veramente un testo eccellente, scritto superbamente, molto chiaro, ordinato, e ricco di informazioni. Ho imparato molte cose che non sapevo su questa ideologia così incredibilmente devastante e criminale, eppure poco conosciuta dalla gente, chiamata NEOLIBERISMO.

  • nettuno

    Brevi cenni sul referendum del 12 giugno. (quesito sull’acqua)

    I quesiti attuali sono un bufala ? Vediamo Sinteticamente:

    – Il quesito sull’acqua non riguarda in realtà solo l’acqua, ma l’affidamento di tutti i servizi pubblici locali.
    Abrogata la norma resta la possibilità per lo stato di emanare una norma di contenuto non uguale ma identico (nel prossimo capitolo voglio fare un esempio specifico di quel che intendo; ora sorvolo per non appesantire il discorso e rendere questo articolo leggibile a chiunque).

    Piccolo esempio di presa per il culo giuridica. Il quesito sui servizi pubblici.

    Il primo quesito riguarda l’abrogazione di questo articolo (da notare che è più lungo l’articolo di legge di tutto l’articolo che ho scritto fin qua):

    ————–

    Articolo 23 bis Dl 112-2008

    Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza, di libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione di servizi di interesse generale in ambito locale, nonché di garantire il diritto di tutti gli utenti alla universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettere e) e m), della Costituzione, assicurando un adeguato livello di tutela degli utenti, secondo i principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione. Le disposizioni contenute nel presente articolo si applicano a tutti i servizi pubblici locali e prevalgono sulle relative discipline di settore con esse incompatibili. Sono fatte salve le disposizioni del decreto legislativo 23 maggio 2000, n. 164, e dell’articolo 46-bis del decreto-legge 1° ottobre 2007, n. 159, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 novembre 2007, n. 222, in materia di distribuzione di gas naturale, le disposizioni del decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, e della legge 23 agosto 2004, n. 239, in materia di distribuzione di energia elettrica, nonche’ quelle del decreto legislativo 19 novembre 1997, n. 422, relativamente alla disciplina del trasporto ferroviario regionale. Gli ambiti territoriali minimi di cui al comma 2 del citato articolo 46-bis sono determinati dal Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro per i rapporti con le regioni, sentite la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, e l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, tenendo anche conto delle interconnessioni degli impianti di distribuzione e con riferimento alle specificità territoriali e al numero dei clienti finali. In ogni caso l’ambito non può essere inferiore al territorio comunale.

    2. Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria:

    a) a favore di imprenditori o di societa’ in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi del Trattato che istituisce la Comunita’ europea e dei principi generali relativi ai contratti pubblici e, in particolare, dei principi di economicita’, efficacia, imparzialita’, trasparenza, adeguata pubblicita’, non discriminazione, parita’ di trattamento, mutuo riconoscimento e proporzionalita’;

    b) a societa’ a partecipazione mista pubblica e privata, a condizione che la selezione del socio avvenga mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di cui alla lettera a), le quali abbiano ad oggetto, al tempo stesso, la qualita’ di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio e che al socio sia attribuita una partecipazione non inferiore al 40 per cento.

    3. In deroga alle modalita’ di affidamento ordinario di cui al comma 2, per situazioni eccezionali che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l’affidamento puo’ avvenire a favore di societa’ a capitale interamente pubblico, partecipata dall’ente locale, che abbia i requisiti richiesti dall’ordinamento comunitario per la gestione cosiddetta “in house” e, comunque, nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria in materia di controllo analogo sulla societa’ e di prevalenza dell’attivita’ svolta dalla stessa con l’ente o gli enti pubblici che la controllano.

    4. Nei casi di cui al comma 3, l’ente affidante deve dare adeguata pubblicita’ alla scelta, motivandola in base ad un’analisi del mercato e contestualmente trasmettere una relazione contenente gli esiti della predetta verifica all’Autorita’ garante della concorrenza e del mercato per l’espressione di un parere preventivo, da rendere entro sessanta giorni dalla ricezione della predetta relazione.

    Decorso il termine, il parere, se non reso, si intende espresso in senso favorevole.
    4-bis. I regolamenti di cui al comma 10 definiscono le soglie oltre le quali gli affidamenti di servizi pubblici locali assumono rilevanza ai fini dell’espressione del parere di cui al comma 4.

    5. Ferma restando la proprieta’ pubblica delle reti, la loro gestione puo’ essere affidata a soggetti privati.

    6. E’ consentito l’affidamento simultaneo con gara di una pluralita’ di servizi pubblici locali nei casi in cui possa essere dimostrato che tale scelta sia economicamente vantaggiosa. In questo caso la durata dell’affidamento, unica per tutti i servizi, non puo’ essere superiore alla media calcolata sulla base della durata degli affidamenti indicata dalle discipline di settore.

    7. Le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle rispettive competenze e d’intesa con la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, possono definire, nel rispetto delle normative settoriali, i bacini di gara per i diversi servizi, in maniera da consentire lo sfruttamento delle economie di scala e di scopo e favorire una maggiore efficienza ed efficacia nell’espletamento dei servizi, nonche’ l’integrazione di servizi a domanda debole nel quadro di servizi piu’ redditizi, garantendo il raggiungimento della dimensione minima efficiente a livello di impianto per piu’ soggetti gestori e la copertura degli obblighi di servizio universale.

    8. Il regime transitorio degli affidamenti non conformi a quanto stabilito ai commi 2 e 3 e’ il seguente:

    a) le gestioni in essere alla data del 22 agosto 2008 affidate conformemente ai principi comunitari in materia di cosiddetta “in house” cessano, improrogabilmente e senza necessita’ di deliberazione da parte dell’ente affidante, alla data del 31 dicembre 2011;

    b) le gestioni affidate direttamente a societa’ a partecipazione mista pubblica e privata, qualora la selezione del socio sia avvenuta mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di cui alla lettera a) del comma 2, le quali non abbiano avuto ad oggetto, al tempo stesso, la qualita’ di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio, cessano, improrogabilmente e senza necessita’ di apposita deliberazione dell’ente affidante, alla data del 31 dicembre 2011;

    c) le gestioni affidate direttamente a societa’ a partecipazione mista pubblica e privata, qualora la selezione del socio sia avvenuta mediante procedure competitive ad evidenza pubblica, nel rispetto dei principi di cui alla lettera a) del comma 2, le quali abbiano avuto ad oggetto, al tempo stesso, la qualita’ di socio e l’attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio, cessano alla scadenza prevista nel contratto di servizio;

    d) gli affidamenti diretti assentiti alla data del 1° ottobre 2003 a societa’ a partecipazione pubblica gia’ quotate in borsa a tale data e a quelle da esse controllate ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile, cessano alla scadenza prevista nel contratto di servizio, a condizione che la partecipazione pubblica, si riduca anche progressivamente, attraverso procedure ad evidenza pubblica ovvero forme di collocamento privato presso investitori qualificati e operatori industriali, ad una quota non superiore al 30 per cento entro il 31 dicembre 2012; ove siffatta condizione non si verifichi, gli affidamenti cessano, improrogabilmente e senza necessita’ di apposita deliberazione dell’ente affidante, alla data del 31 dicembre 2012;

    e) le gestioni affidate che non rientrano nei casi di cui alle lettere da a) a d) cessano comunque entro e non oltre la data del 31 dicembre 2010, senza necessita’ di apposita deliberazione dell’ente affidante.

    9. Le societa’, le loro controllate, controllanti e controllate da una medesima controllante, anche non appartenenti a Stati membri dell’Unione europea, che, in Italia o all’estero, gestiscono di fatto o per disposizioni di legge, di atto amministrativo o per contratto servizi pubblici locali in virtu’ di affidamento diretto, di una procedura non ad evidenza pubblica ovvero ai sensi del comma 2, lettera b), nonche’ i soggetti cui e’ affidata la gestione delle reti, degli impianti e delle altre dotazioni patrimoniali degli enti locali, qualora separata dall’attivita’ di erogazione dei servizi, non possono acquisire la gestione di servizi ulteriori ovvero in ambiti territoriali diversi, ne’ svolgere servizi o attivita’ per altri enti pubblici o privati, ne’ direttamente, ne’ tramite loro controllanti o altre societa’ che siano da essi controllate o partecipate, ne’ partecipando a gare. Il divieto di cui al primo periodo opera per tutta la durata della gestione e non si applica alle societa’ quotate in mercati regolamentati. I soggetti affidatari diretti di servizi pubblici locali possono comunque concorrere alla prima gara svolta per l’affidamento, mediante procedura competitiva ad evidenza pubblica, dello specifico servizio gia’ a loro affidato.
    10. Il Governo, su proposta del Ministro per i rapporti con le regioni ed entro il 31 dicembre 2009, sentita la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, nonche’ le competenti Commissioni parlamentari, emana uno o piu’ regolamenti, ai sensi dell’articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, al fine di:

    a) prevedere l’assoggettamento dei soggetti affidatari cosiddetti in house di servizi pubblici locali al patto di stabilita’ interno, tenendo conto delle scadenze fissate al comma 8, e l’osservanza da parte delle societa’ in house e delle societa’ a partecipazione mista pubblica e privata di procedure ad evidenza pubblica per l’acquisto di beni e servizi e l’assunzione di personale;

    b) prevedere, in attuazione dei principi di proporzionalita’ e di adeguatezza di cui all’articolo 118 della Costituzione, che i comuni con un limitato numero di residenti possano svolgere le funzioni relative alla gestione dei servizi pubblici locali in forma associata;

    c) prevedere una netta distinzione tra le funzioni di regolazione e le funzioni di gestione dei servizi pubblici locali, anche attraverso la revisione della disciplina sulle incompatibilita’;

    d) armonizzare la nuova disciplina e quella di settore applicabile ai diversi servizi pubblici locali, individuando le norme applicabili in via generale per l’affidamento di tutti i servizi pubblici locali di rilevanza economica in materia di rifiuti, trasporti, energia elettrica e gas, nonche’ in materia di acqua;

    [e) disciplinare, per i settori diversi da quello idrico, fermo restando il limite massimo stabilito dall’ordinamento di ciascun settore per la cessazione degli affidamenti effettuati con procedure diverse dall’evidenza pubblica o da quella di cui al comma 3, la fase transitoria, ai fini del progressivo allineamento delle gestioni in essere alle disposizioni di cui al presente articolo, prevedendo tempi differenziati e che gli affidamenti diretti in essere debbano cessare alla scadenza, con esclusione di ogni proroga o rinnovo;]

    f) prevedere l’applicazione del principio di reciprocita’ ai fini dell’ammissione alle gare di imprese estere;

    g) limitare, secondo criteri di proporzionalita’, sussidiarieta’ orizzontale e razionalita’ economica, i casi di gestione in regime d’esclusiva dei servizi pubblici locali, liberalizzando le altre attivita’ economiche di prestazione di servizi di interesse generale in ambito locale compatibili con le garanzie di universalita’ ed accessibilita’ del servizio pubblico locale;

    h) prevedere nella disciplina degli affidamenti idonee forme di ammortamento degli investimenti e una durata degli affidamenti strettamente proporzionale e mai superiore ai tempi di recupero degli investimenti;

    i) disciplinare, in ogni caso di subentro, la cessione dei beni, di proprieta’ del precedente gestore, necessari per la prosecuzione del servizio;

    l) prevedere adeguati strumenti di tutela non giurisdizionale anche con riguardo agli utenti dei servizi;

    m) individuare espressamente le norme abrogate ai sensi del presente articolo.

    11. L’articolo 113 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive modificazioni, e’ abrogato nelle parti incompatibili con le disposizioni di cui al presente articolo.

    12. Restano salve le procedure di affidamento gia’ avviate alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto )

    ————–

    Cosa succede se l’articolo viene abrogato?
    Le possibilità sono due:

    1) Torna in vigore l’articolo 113 del TU degli enti locali, che permette la gestione dei servizi pubblici anche a soggetti privati (sia pure in collaborazione col soggetto pubblico). Quindi la situazione è identica a prima.
    2) Succede che occorre emanare una nuova normativa ad hoc, che però dovrà rispettare i principi comunitari.

    Commento finale.

    Ora a questo punto arriva la bidonata finale. Non è l’Italia che vuole la privatizzazione dell’acqua, ma l’Europa, che con varie direttive ha previsto che i servizi locali debbano essere svolti in regime di “concorrenza” (ovvero: debbano essere privatizzati per fottere il cittadino alla grande).
    E, ovviamente, non esiste la possibilità di abrogare per referendum una legge europea.
    La privatizzazione dell’acqua, in altre parole, è un fenomeno che diventerà nei prossimi anni sempre più smaccato, ma non per colpa dell’Italia, bensì per colpa dell’Europa.

    Paolo Franceschetti