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Reddito di cittadinanza: se ne parla oramai ovunque, ma…(prima parte)

DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.it

Ogni volta che qualcuno dice di non credere alle fate, una Fata muore.”

James Matthew Barrie – Peter Pan – 1902

Se ne parla, si scrive, si dibatte, si litiga…ma ciascuno per proprio conto, avendo un’idea del reddito di cittadinanza diversa dagli altri, senza una vera base sulla quale confrontarsi.

Cercherò, se ne sarò in grado, di fornire qualche indicazione in merito avendo come “faro” per questa analisi gli scritti di Domenico de Simone e le analisi del prof. Fumagalli dell’Università di Pavia. Gli unici, a mio avviso, ad aver centrato in pieno il problema, ossia che non si tratta di creare un nuovo assegno di disoccupazione, né una pensione riveduta e corretta.

Per questa ragione, partiamo da lontano.

Qualche riferimento storico

Se spiccassimo un salto nella Mezzaluna Fertile – circa 10.000 anni or sono – siamo certi di quel che incontreremmo: una albero di mele, selvatiche, poiché all’epoca non esisteva ancora la tecnica degli innesti.

C’erano, anzi, più alberi di mele…e poi pere, susine, ciliegie…e tutto il resto, che era a disposizione di chiunque le raccogliesse: forse c’era una rudimentale forma di proprietà? Non importa, perché gli alberi di mele (o simili) abbondavano, ed erano superiori alle possibilità umane di raccolta. Quando non lo furono più, si meditò come migliorarle: secondo Jared Diamond – Armi, acciaio e malattie – i primordi delle tecniche di miglioramento genetico presero vita nei cessi a cielo aperto dei villaggi. Ognuno cercava, per sé, i migliori frutti, le più rigogliose piantine da trapiantare: ecco la prima base della selezione genetica. In ogni modo, era disponibile un patrimonio di frutti per puro diritto di nascita: bastava raccoglierli.

Saltiamo a piè pari qualche millennio ed atterriamo nelle Pianure Centrali nord-americane nell’anno 1.500 D.C., cosa troviamo? Un popolo, i Nativi, che cacciano il bisonte a piedi (il cavallo fu introdotto, anzi, probabilmente re-introdotto, dagli europei) con l’arco e raccolgono verdure e frutta selvatiche. Una bella fatica, certo, ma le risorse erano a disposizione di tutti e superiori al possibile consumo.

Di qua dell’Atlantico, invece, i contadini potevano servirsi delle terre comuni, dove raccogliere verdure selvatiche, frutta, miele selvatico, funghi e legna. Al tempo del leggendario Robin Hood, ad esempio, i ribelli (veri) s’installarono proprio nelle terre comuni, che i feudatari dell’epoca non potevano controllare per mancanza…di controllori!

Appena la nobiltà si riorganizzò – siamo sotto Luigi XIV – presero il via le cartolarizzazioni, vale a dire la compravendita di patenti di nobiltà sulla base di cessione (vere o presunte) di terre: è facilmente comprensibile dove i feudatari andarono a scovare nuovi territori – le nuove colonie erano ancora lontane – ossia nelle terre comuni. Fine della proprietà comune di terre e beni agricoli: circa 4 secoli or sono. Le terre comuni furono lo stesso denominatore per le rivoluzioni inglese e francese.

Da quel momento in poi, ogni forma di proprietà comune è stata perseguitata e/o derisa: da ultimo, abbiamo subito un furto colossale, che ha riguardato le cosiddette “privatizzazioni”, ossia centinaia di miliardi di euro rapinati alla proprietà industriale pubblica e finiti in mano private. La crisi economica? Cercate (anche) da quelle parti (1).

Oggi, non è più possibile avere proprietà che non appartengano a qualcuno: per pura curiosità, all’isola di Tristan da Cunha (corona britannica) la proprietà privata è stata istituita nel 1999, senza che nessuno ne avvertisse il bisogno.

Anche ogni forma d’autosufficienza è ostacolata, almeno per ciò che riguarda lo “staccarsi” dalle comuni reti di rifornimento di beni: personalmente, coltivo l’orto, le olive per l’olio, raccolgo frutti da alberi abbandonati, funghi nel bosco, faccio il sapone con l’olio esausto ed ho costruito, da solo, un impianto per l’acqua calda ma non per questo posso dirmi autosufficiente.

I prelievi che lo Stato compie – spesso in cambio di nulla – sono eccessivi e moltiplicati da amministrazioni locali fameliche: non m’interessa fornire cifre sulla tassazione, perché sono tutte fasulle, basti pensare che ogni bene è gravato da imposte indirette per più del 20%.

In questo scenario, parlare di reddito di cittadinanza sembra una nota stonata: “chi non lavora non mangia” è un detto antico che sembra incontrovertibile. Per avvicinarci a questo concetto dobbiamo fare sforzi immani, per non convincerci – da soli – che stiamo progettando una pazzia. Eppure, non lo è – come vedremo in seguito – anzi, può essere la salvezza per questo mondo veramente pazzo.

Il dilemma di un diritto

Se desideriamo cercare nel diritto qualcosa che giustifichi il reddito di cittadinanza, per prima cosa dobbiamo pensare alla nostra nascita: siamo venuti al mondo senza sapere un perché – per volere di un Dio o per la legge del karma, non importa – ma la prima domanda che, probabilmente, ci siamo posti è stata: “Qual è la mia parte di tutto questo?” Io, sono arrivato a 49 anni per avere una casa di proprietà: beninteso, col mutuo da pagare fino alla pensione.

Qual è il senso di giustizia di una simile situazione? Che differenza c’è fra chi nasce con dieci case e chi con nessuna? Nel reparto di Maternità sembravamo tutti uguali.

Eppure, la discriminante della nascita ha posto un confine, un limite: e quando il limite era insuperabile? Non sei nobile? Peccato…una vita di m…ti aspetta. Confida in Dio o nella prossima vita.

Non si tratta, qui, di riscrivere il dibattito filosofico di 25 secoli, ma di estrapolare un nuovo mezzo che consenta un ulteriore passo in avanti (o la sopravvivenza) della nostra civiltà: dopo aver abolito i privilegi del sangue, riflettiamo su come far essere, almeno, garantiti quei neonati del reparto di Maternità.

Nei fatti, oggi, già lo sono: nessuno, in Italia, muore di fame e nemmeno mancano i soldi per la ricarica del telefono o per le sigarette: gran parte di questo compito spetta, ora, alle famiglie che non ce la fanno più a reggere il peso di una società che produce tantissimo e non ha mezzi per acquistare gli stessi beni. Difatti, dove non c’è una famiglia alle spalle, per molti non rimane che la Caritas ed i cartoni per opporsi al gelo.

Il guaio è epocale: per parecchi decenni tutti gli incrementi di produttività sono stati incassati dai capitalisti, i quali – oggi – constatano una nuova crisi dei consumi, come avvenne nel 1929. “Acceso” il fuoco sotto la “caldaia” cinese, incassati profitti e dividendi, ora che anche il mondo sembra andare stretto per l’espansionismo economico cinese, non si sa far altro che proclamare ai quattro venti lo scoppio di una crisi. Non dovrebbe essere il compito dell’economia quello di risolverle?

Sapevamo da almeno un secolo che le macchine avrebbero centuplicato ogni prodotto con facilità, eppure siamo rimasti legati ad un concetto medievale: “chi non lavora non mangia”, piuttosto si butta via il cibo, come fanno ogni giorno i supermercati italiani.

La Costituzione che abbiamo appena difeso, all’art. 4 recita:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Come si nota, l’articolo è suddiviso in due sezioni: la prima dove si parla chiaramente di lavoro, mentre nella seconda i concetti sono più sfumati: “attività”, “funzione” che concorrano al “progresso materiale o spirituale”.

La prima parte richiederebbe una riflessione: oggi, la Repubblica non è in grado di riconoscere quel diritto, né riesce a “promuoverlo”.

Il motivo è semplice: siamo in mezzo a lupi famelici, che s’arrabattano con qualsiasi boccone per calmare la loro fame. Prova ne sia che, recentemente, persino la Corte di Cassazione ha dichiarato legittimo un licenziamento soltanto perché consentiva all’azienda “più profitti”.

Molti nemici, poco onorevoli

La miscela esplosiva dei “nemici” è composta dai membri dei consigli d’amministrazione industriali, bancari, assicurativi, ecc – gente che ha molto potere sui media – e, nonostante non siano in numero esorbitante, trovano nel denaro uno strumento per “languire” le coscienze univoco e determinante.

Difatti, la più comune obiezione al reddito di cittadinanza è sempre “nessuno più lavorerebbe” oppure (Elsa Fornero dixit) “gli italiani si farebbero solo più dei grandi piatti di pastasciutta”: messaggi semplici ed intuitivi, contro argomentazioni che passano dalla filosofia all’economia, che necessitano di un pubblico attento e responsabile.

Vorremmo chiedere a questa gente “dove” troveranno posti di lavoro quando una sola fabbrica con – poniamo – cento dipendenti passerà dal produrre 10.000 telefonini il mese a sfornarne 100.000 grazie a nuove macchine (Marx ha dimostrato che non tutti andranno a costruire nuove macchine: solo una piccola parte, è scritto nella storia stessa del capitalismo). Sono in grado d’assicurarci un incremento dei posti di lavoro pari a 10 volte? Eppure, questa è la storia del fordismo, delle macchine, lo sappiamo bene.

Il grande ostacolo, prima che tecnico od economico, si chiama “etica del lavoro”, come immaginarsi di parlare di abolizione della schiavitù in un mercato dell’antica Roma: le sassate erano certe.

Il senso comune di etica del lavoro risale a Marx ed Heidegger, mentre De Simone ne dà una lettura diversa, direi più “mediatica”, ossia l’esaltazione del lavoro come forma nobile di risposta alle avversità del mondo naturale, qualcosa a metà fra Stakanov che forgia l’acciaio e Mussolini che miete il grano: notate che le due figure sono molto simili, portano identico messaggio “lavorare è giusto e bello”. Appartengono, inoltre, agli stessi anni, quando i rispettivi regimi mostravano nel lavoro la risposta ai vari nemici esterni ed interni.

Perché nessuno ripropone, oggi, simili esempi? Perché sarebbero degli insuccessi pubblicitari, garantito.

Eppure, il lavoro ci mostra anche oggi la sua forma etica (o di esaltazione) nell’uomo con il casco giallo in testa che avvita un bullone in una torre di trivellazione, oppure in una donna in camice bianco che osserva una provetta…cambiano i modelli, gli schemi seguono i tempi, ma lo scopo è il medesimo.

Il lavoro ha bisogno di pubblicità per sopravvivere, giacché il lavoro obbligatorio è una sorta di pena, con “fine pena” intorno, oramai, ai settant’anni: come recepiscono il lavoro a voucher i giovani? Come una dannazione, una pena necessaria per vivere. Non è certo questo il lavoro immaginato in Costituzione, e ci confortano i Latini che usavano due termini distinti: labor ed opus.

Gran parte delle responsabilità di tutto ciò risiedono nella “vendita” di loro stessi che hanno preferito operare i sindacati, per i succosi “trenta denari” che ben conosciamo. Per questa ragione, non ci si deve infilare nei ragionamenti sindacati/confindustria/finanza – né immaginare sussidi di disoccupazione – perché questi mezzi sono viziati all’origine da una scelta obbligata, quella del lavoro. Bisogna rilanciare, perché ne abbiamo tutto il diritto: non è facile comprenderlo.

Anzitutto, dal fordismo in poi, cosa è cambiato? Con l’invenzione del telaio meccanico, della pressa, del tornio…cosa è mutato?

L’ingegno umano ha creato macchine che sostituivano, meglio e più in fretta, parte del lavoro manuale. Chi ne è stato l’artefice?

E’ quasi impossibile fornire questa risposta, l’unica che abbia senso è “le generazioni precedenti”, senza distinzione fra lavoro e capitale.

Oggi, questa eredità, a chi appartiene?

Ai successori: a noi, ai nostri figli e nipoti, non al Fondo d’investimenti di Vattelapesca, il quale sta alla finestra, osserva chi genera i più succosi profitti, investe i suoi capitali (frutto di un’anomala e sbilanciata ripartizione fra profitti e salari) e soddisfa, così, i propri “adepti”, che ringraziano con Rolex d’Oro e sontuose prebende chi s’adopera per questo mercimonio.

Perché, ragazzi cari, per ogni fondo che s’arricchisce c’è un intero quartiere che precipita nella povertà: questa è gente che non fa assolutamente nulla – dei veri mangiapane a tradimento – come la giuria di Miss Italia, solo lì per misurare fianchi e petti, nient’altro!

L’indice di Gini cresce sempre, ci racconta che la sperequazione dei redditi aumenta ogni giorno che passa, eppure parlare di una misura che porterebbe maggior equità sociale, consumi più “livellati” su beni necessari e meno spreco è vista come la peste. Per loro, indubbio: per questa ragione lo accusano d’ogni male!

Conclusioni (prima parte)

Qualcuno obietterà che ho sprecato tempo e spazio per dei concetti ovvi: buon per lui se questa è la sua opinione, ma non sono certo che le cose fossero così chiare per tutti. Il reddito di cittadinanza è un diritto dovuto, per l’incapacità degli economisti ad indicare un’alternativa, valida nel tempo, alla spirale impazzita automazione-produzione-consumo-rifiuti.

La sola via d’uscita per la società umana è una re-distribuzione dei redditi: ogni altro “rimedio” conduce inevitabilmente a guerre, sangue e disastri infiniti.

Quando lo capiranno?

Mai, risponde qualcuno. Non sarei così certo.

La notizia che la Cina sta spostando l’obiettivo del proprio apparato produttivo verso il mercato interno significa solo una cosa: le esportazioni languono rispetto ai “tempi d’oro”, quando qualsiasi bene veniva acquistato, in Occidente, solo per i bassissimi prezzi d’acquisto. E’ un segnale (per qualcuno) preoccupante, non certo per i disastrati europei ed americani, ai quali – detto fuori dai denti – di quanto e come mangiano i cinesi non importa una mazza.

Per questa ragione anche gli apparati iniziano ad interessarsi, ad introdurre nel dibattito sui media la nuova parola, il nuovo termine “Reddito di cittadinanza”, a non considerarlo più un tabù, anche se gli studi ed i dibattiti datano oramai da almeno un secolo, mentre la codificazione ufficiale nella storia dell’economia è del 1795.

Hanno paura, una paura dannata che i rendimenti dei fondi d’investimento precipitino per mancanza di domanda: allora abbozzano, chinano la testa, soltanto un pochino. E’ solo carità pelosa: non illudiamoci.

Nella seconda parte proseguiremo, ampliando i concetti qui espressi ed “incrociandoli” con le varie proposte e le indicazioni in merito di economisti, politici, giornalisti, scrittori, ecc.

Non cediamo, però, ricordiamo che non si può monetizzare il diritto alla sopravvivenza: è un nostro diritto, non una carità dello Stato. Anzi, dovrebbe essere il suo compito primario.

 

Carlo Bertani

Fonte: http://carlobertani.blogspot.it

Link: http://carlobertani.blogspot.it/2017/01/reddito-di-cittadinanza-se-ne-parla.html

31.01.2017

 

(1) https://comedonchisciotte.org/lo-stato-delle-privatizzazioni/

Pubblicato da Davide

  • NeriChiaramantesi

    a proposito delle possibili forme di reddito di cittadinanza segnalo questo interessantissimo link di yanis varoufakis in cui si propone qualcosa che va oltre

    concepire il profitto in generale come proprieta’ comune di cui tutti sono detentori di una quota
    questo perche’ siamo nell’epoca dell’automazione e naturalmente come e’ evidente se fra qualche tempo la maggior parte delle attività produttive sara’ affidata ai robot non chi si comprera’ le merci
    visto che poi si dovrebbero spendere un sacco di soldi per programmare i robot in modo che vadano al suoermercato a fare la spesa

    quindi l’economista greco introduce un tema che probabilmente diventera’ sempre piu’ di attualita’ cioe’ qual e’ il vero scopo e la dovuta destinazione del profitto

    molti segnali indicano che il vecchio capitalismo della proprieta’ privata e del profitto individuale si avvia alla obsolescenza

    https://yanisvaroufakis.eu/2017/02/01/the-west-needs-a-new-deal/

    • Roberto Giuffrè

      Se si avvererà ciò che dice Samir Amin, un bel po’ di persone saranno gasate. Molte altre sterilizzate.
      Le oligarchie europee hanno affermato che a loro servono solo il 25% degli attuali cittadini europei. Degli altri non sanno che farsene. Fonte (prof. Alain Parguez).

      Eppure già nell’immediato sarebbe così facile accontentare tutti rimodulando il valore del denaro, e permettendo a tutti di arrivare a fine mese lavorando 24 ore al max, 3 giorni. E gli altri 3 lavora un’altra persona. Entrambi avrebbero 4 giorni per la propria vita, famiglia, interessi.
      E col tempo ridurle ancora di più o inventare impieghi realmente utili. Nessuna anziano o donna incinta oggi in Italia ha aiuto. Dagli uno studente, una ragazza che li aiuti nei lavori in casa.
      E il rinnovamento di tutte le strade e le infrastrutture?
      E la formazione ed educazione perpetua?
      Io sto studiando neuroscienze a quasi 45 anni, ma tanti altri vorrebbero poter studiare cose nuove.

      La gente che ci governa è composta da psicopatici. Stanno male loro dentro, e gli darebbe fastidio vederci felici.
      Quando stai male, intorno vuoi solo persone che stanno peggio, per poterti sentire normale.

  • SanPap

    dal Sito del Comune di Roma
    Costruire il nuovo Piano Sociale Cittadino attraverso la partecipazione e la consultazione dei romani, su tutti i territori. E’ questo l’obiettivo di #RomaAscoltaRoma, la campagna lanciata dal Campidoglio per giungere alla redazione di un Piano che manca nella capitale da 13 anni. L’Assessora alla Persona, Scuola e Comunità solidale Laura Baldassarre ha partecipato ieri al primo appuntamento a Ostia, presso la Sala Consiliare del X Municipio in piazza della Stazione Vecchia, 2.
    Quindici incontri pubblici per scrivere il programma di azione dell’amministrazione capitolina a favore dei soggetti più fragili e discutere dei temi su cui deve svilupparsi una comunità solidale: povertà, inclusione, questione Rom, politiche educative e scolastiche, violenze, disabilità, dipendenze patologiche, casa, gravi marginalità, minori, famiglie, anziani.
    Il presupposto è che il benessere della collettività non vada misurato in termini esclusivamente economici, ma debba essere declinato in relazione alla qualità della vita dei cittadini che l’amministrazione pubblica ha il dovere di promuovere.
    Pertanto saranno i romani stessi a farsi interpreti dei bisogni e delle richieste della comunità, mediante le ‘Azioni di consultAzione’ che Roma Capitale metterà a disposizione:
    Incontri di ascolto: per la prima volta verranno coinvolti cittadini e associazioni nella scrittura del Piano Sociale Cittadino, con l’organizzazione di 15 incontri pubblici.
    Ogni incontro sarà dedicato a una specifica tematica e ospitato a rotazione da uno dei 15 Municipi …..
    Incontri nelle strutture capitoline: in concomitanza degli incontri pubblici di ascolto nei Municipi, l’assessora alla Persona, Scuola e Comunità solidale Laura Baldassarre visiterà
    i luoghi di accoglienza sostenuti dal Comune, accompagnata da una delegazione di adolescenti impegnati in progetti meritevoli di nota; …..
    ———————————————————————————————————–
    La Baldassarre ha illustrato prima il programma di ascolto delle necessità “provenienti dal
    basso” poi le attività che saranno intraprese per risolvere i problemi emersi.
    E’ stato subito chiaro che non ci saranno fondi per tutti e che comunque occorrerà mettere a punto un scala delle priorità; un palpabile malcontento ha inziato a serpeggiare tra chi
    era venuto a sentire (tanti, molti hanno ascoltato l’intervento in piedi, dentro e fuori la sala consiliare). Quando ha parlato di assegnazioni di abitazioni agli immigrati, ai rifugiati, ai rom gli animi si sono decisamente scaldati: gli assegnatari pagheranno l’affitto ? e i servizi acqua, luce, gas, riscaldamento saranno gratis ? Qualcuno ha ventilato l’ipotesi che lo saranno ( e non è stato smentito), e gli ascoltatori schiumavano di rabbia. Poi un nucleo familiare italiano ha preso la parola e ha raccontato le sue problematiche; composto da 5 persone, alcune adulte altre minorenni, una disabile, vivono in 5 stanze di 5 appartamenti diversi non potendosi permettere altro; hanno chiesto più volte alle varie amministrazioni capitoline un intervento che risolvesse questa situazione irreale; inutile dire la presentazione è piombata nel caos; qualcuno non ha trovato di meglio da dire che “State zitti, non siamo venuti per ascoltare voi”. Di contro lo staff della Baldassarre ha precipitosamente fissato loro un appuntamento.

    Cosa c’entra tutto questo con il reddito di cittadinanza: ho la sensazione, la certezza, che politiche che distribuiscano aiuti “a te si, a lui no” incrementino la sensazione di vivere in una società insanabilmente ingiusta, che acuiscano la rabbia sociale e risolvano quasi nulla.
    Forse il reddito di cittadinanza può alleviare questa diffusa e inestricabile ingiustizia sociale, questa aporia distruttrice. Vale la pena di prenderlo in considerazione molto attentamente.

  • clausneghe

    Non ho bisogno di partire dalla “mezzaluna fertile” per capire quello che mi è capitato, da ormai lunghi anni, ossia perdere il lavoro, ero tornitore meccanico manutentore di 5 livello (specializzato) quando l’azienda dove lavoravo ha chiuso i battenti, come si dice.
    Soprattutto capire che nè il sindacato nè lo stato (volutamente minuscolo) hanno o avrebbero mosso un dito, per me. Infatti sono anni che tiro avanti, con sempre maggiore fatica, devo dire, dividendo il magro stipendio di mia moglie e integrandolo, quando va bene con lavoretti estemporanei, tipo giardiniere, imbianchino e via dicendo, mi vendo a sette euro l’ora..che un posto di lavoro serio è introvabile come una chimera, per me che non sono una “risorsa” della Bodlracca.
    Ma per dignità non chiedo nulla ai farabutti dei servizi sociali, non faccio scenate e non minaccio suicidio. Mi arrangio e “tire inanc” nel contempo accrescendo il mio odio contro lo stato e tutti i suoi servi, fino all’ultimo burocrate comunale, a volte fantasticando sul quando e come potrò ucciderli, altro che resa. Ho sessanta anni, si noti, con ventisette anni di contributi versati,che sarebbero soldi miei, ma che lo stato non mi restituisce.
    Devo aspettare i 65 se mai ci arriverò, per poter accedere a una seppur misera pensione e intanto….campa cavallo che l’erba cresce..

    • Giuliano D’Ambrosi

      Forza, coraggio e dignità: si và avanti. Io di anni ne ho 64, ex imprenditore al quale lo stato (minuscolo, come il tuo) non ha restituito un credito IVA di circa 300 ML di vecchie lire, determinando la chiusura dell’attività (fornitori pagati, dipendenti pagati, banche … beh, non tutte). L’unica differenza è che io mi svendo, per i tuoi stessi lavoretti, per qualche eur/ora in più, differenza che viene compensata da qualche misero che, alla fine, non paga il lavoro. Tieni duro, chissà che un domani prossimo non si vada a tirare qualche sasso, così, tra “vecchietti”.

      • clausneghe

        Mi hai fatto ridere, con i sassi e i vecchietti..E ti ringrazio per questo..
        Ma mi piacerebbe tirare qualcosa di più pesante, che so, bombole di gas caricate a tnt, o meglio ancora qualche Grad o Smerch…
        Ma andrebbero bene anche i mortai da 152mm
        Scherzo, ovviamente, ma non troppo..Ciao.

        • SanPap

          Vengo anch’io, se mi accettate.
          Consiglio però il cecchinaggio, da più soddisfazione, uno alla volta con calma e metodo.
          Mi hanno buttato fuori dal lavoro inviandomi la lettera di licenziamento tramite un Pony Express; avevo mia moglie in preda ad una endometriosi, perdeva sangue come una fontana, non poteva sedersi senza macchiare di sangue la sedia; l’emorragia si è fermata solo quando l’hanno messa in menopausa farmacologica. Naturalmente nessuno ci ha aiutato. Una sedia impagliata macchiata di sangue l’ho conservata; quando vedo qualcuno che la osserva con fare interrogativo spiego, mentendo, che si tratta cioccolata che ci è caduta.
          In fronte uno alla volta con calma e metodo.

          • Giuliano D’Ambrosi

            E vai, già siamo in tre, ognuno specializzato in un metodo speciale di “derattizzazione”. Credo che ci sarebbero molti volontari, se solo si aprissero gli arruolamenti.

          • Leo Pistone

            Il sistema può essere a piacere.
            Credo più essenziale la destinazione del materiale così ricavato.
            Agghindare con esso alberi e lampioni, a mo di pendenti natalizi, gioverebbe all’arredo urbano e sarebbe un monito di significato inequivocabile.
            Risolta la pratica di fantocci e maggiordomi, non credo che certi personaggi agirebbero in prima persona.

    • Tonguessy

      eccoli qui gli italiani che mandano in rovina lo stato (minuscolo per concordanza di intenti) con i lavoretti in nero. Ma lo sapete che il lavoro nero è l’autentico flagello del nuovo millennio, e che finalmente verrà debellato con l’introduzione della moneta virtuale (cahless)? Mi dicono che se tutti pagassimo le tasse il mondo sarebbe meraviglioso, invece che merdaviglioso com’è adesso.
      Meditate, gente!

      PS: per i duri di comprendonio: l’intervento è assolutamente sarcastico. Auguro ai vigilantes del lavoro nero di trovarsi nelle condizioni descritte dagli amici qui sopra.

  • L’etica del lavoro è finita da molto tempo, ma un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, da solo, non basta; esso va accompagnato ad una fiscaliità monetaria, in uno stato sovrano. Un conto corrente per ogni codice fiscale. Le idee di Auriti e di Bellìa, oltre a quelle di De Simone, sono da studiare e valutare, ma le idee di Fumagalli e Gallino non sembra escano dal solito paradigma del lavoro. Io che ho perso il lavoro da alcuni anni, con diciassette anni di contributi che l’Inps ha usato per pagare i contratti di solidarietà ai cassintegrati, con tanti sacriici ho comprato un pezzo di terra che coltivo a grano, cereali, olive, mandorle, legumi. Un reddito di cittadinanza universale ed incondizionato mi permetterebbe di sviluppare la mia attività, acquistare alberelli da piantare, concimi, ecc. E invece devo trascinare i piedi in cerca di voucher. Ma quando penso a certe risoluzioni strategiche….

  • PietroGE

    Da quello che si legge tra le righe uno potrebbe pensare al comunismo che ritorna con altro nome e altre bandiere. Socializzare il profitto già lo si fa con le tasse e il sussidio di disoccupazione esiste in tutti i Paesi industrializzati europei. In Italia il problema è il lavoro nero per cui la gente prenderebbe il sussidio e poi andrebbe a lavorare in nero. La diminuzione dell’orario di lavoro con lo slogan : ‘lavorare meno, lavorare tutti’ la si è tentata negli anni ’90 ed è fallita. Il tema aumento enorme della produttività tramite automazione, computer AI ecc. con conseguente diminuzione del lavoro e quindi del reddito è un tema ristretto ad una classe di Paesi industrializzati che coprono sì e o il 10% della popolazione mondiale e che è già oggi sotto assedio da parte dei milioni che vorrebbero una parte di quella ricchezza. Voglio vedere cosa dice Bertani nella seconda parte prima di commentare.

    • clausneghe

      Ehi, amico, chi lo ha mai visto il sussidio di disoccupazione? Io no di certo. Informati meglio e scoprirai che non esiste più da anni, il sussidio per i disoccupati.
      Altrimenti perchè si dovrebbe chiedere il reddito di cittadinanza?
      E poi è inutile che ragioni per statistiche, io questa cosa la vivo sulla mia pelle, non in teoria..

      • PietroGE

        Il sussidio di disoccupazione esiste in tutti i Paesi europei avanzati con varie clausole, esempio : obbligo di accettare il lavoro offerto limite del sussidio a 3 mesi ecc. ecc. In Italia non c’è perché non ci sono i soldi e perché con la diffusione del lavoro nero molti prenderebbero il sussidio e andrebbero a lavorare in nero.

        • clausneghe

          Non ci sono i soldi.. Questa l’ho già sentita..Però per dare 20 mld ai banchieri ci sono, però…Oppure per mandare quattro coglioni stellettati in Lituania a difenderci da Putin ci sono, però..Oppure per dare i 30 euro al giorno ai Somali o ai Gambiesi, ci sono,però..E potrei continuare, la lista è lunga.
          Argomenta diversamente, se vuoi essere più credibile, Pietro..

        • Leo Pistone

          Giustissimo, siccome abbiamo paura del babau, ecco pronto il pretesto migliore affinché si possano lasciar morire di stenti centinaia di milioni di persone.
          A quelli come voi i nazisti, che almeno riconoscevano la propria natura e la rendevano evidente, fanno un baffo.

        • Pedro colobi

          Non ci sono i soldi? Come mai non ci sono i soldi?

    • Leo Pistone

      Quindi siccome è solo il 10%, che muoia pure di fame e di stenti e trascini con sé i cari di ognuno, che siano forzati a condividerne il destino oppure costretti a osservarne le conseguenze. .
      Del resto si tratta solo di 700 milioni di persone più le rispettive famiglie.
      Logica inattaccabile.

  • Bugiardo1975

    Se, come afferma la teoria di olduvai, la civiltà industriale durerà meno di 100 anni, dal 1930 al 2030, per esaurimento del petrolio, il reddito di cittadinanza sarebbe un ottimo modo, non da solo ovviamente, insieme ad altre misure sociopolitiche, per transitare in maniera relativamente indolore al nuovo medioevo. In mancanza, medioevo sarà ugualmente, ma tra sangue e tribolazioni.

    • Pedro colobi

      La teoria del petrolio che finisce è una teoria vecchia e superata. Di petrolio ne potremo disporre finchè durerà la terra.

      • Bugiardo1975

        Per favore, le fonti di ciò che affermi.

        • Pedro colobi

          Prova a vedere su wikipedia ” origine abiotica del petrolio”
          Il petrolio non ha origine biologica ma viene generato nel mantello terrestre dalle alte pressioni e dalle alte temperature ,poi sale dove la roccia e porosa e crea le sacche di petrolio dalle quali noi lo pompiamo. La teoria del petrolio che finisce è usata per speculare con il prezzo.

          • Bugiardo1975

            Interessante, ma cambia poco. Se, forte di riserve ingenti formatesi in milioni di anni, costruisci un mondo la cui voracità supera la capacità di rigenerazione dei giacimenti, esaurita le riserve il collasso lo hai lo stesso. Fino al livello di sostenibilità.

          • Tizio8020

            Mah, è dagli anni ’70 che si parla di “fine del petrolio”, “riserve calate” etc.
            Eppure ogni anno scoprono nuovi giacimenti,e per parecchio tempo il prezzo è stato basso.
            Fosse veramente vicino a finire, costerebbe molto di più!

          • Bugiardo1975

            Il prezzo del petrolio risente solo in parte della disponibilità. Vedi qualche anno fa che era salito a 120,00 € al barile per poi riscendere a 20,00 €, è anzi oggetto di manovre speculative di carattere geopolitico. In questo periodo in particolare, con prezzi bassi si vuole mettere fuori mercato la Russia.

  • GioCo

    Il problema secondo me è un po’ diverso. Il lavoro possiamo tranquillamente crearlo, non è necessario che ci piova addosso dal cielo. Ma per crearlo devono esserci i presupposti che sono quelli di una collettività che difende le ragioni e il diritto al lavoro. Lavoro che non è necessariamente timbrare il cartellino, creare una apparecchiatura per il riscaldamento dove in effetti non è possibile l’acquisto, non è diverso da coltivare insalata nel proprio orto e non è che non sia “lavoro”, se l’attività non è ad uso esclusivo del nostro beneficio.
    Cioè se volge a favore della comunità.
    Il fatto che sia pagato, per noi ha una dimensione sola: denaro. Questo è satanico, non è mai, mai prima di quest’era infernale, stato così, che se non vieni pagato allora non è un lavoro. Il principio di solidarietà è cruciale per ogni collettività ed è subordinato all’adesione di un progetto, che il singolo fa proprio per salvaguardare il bene collettivo come e più della sua vita perché è la garanzia di un futuro suo e della sua collettività, questo e solo questo segna il passaggio all’età adulta. La sfiducia nella collettività è esattamente l’accettazione che il denaro sia la sola forma lecita di restituzione per un lavoro. Ma quello è un dogma per i servi. Solo i servi si fanno pagare, perchè questo permette di lavorare senza che la loro stirpe si mescoli a quella dei padroni. Non sempre possiamo evitare di essere servi di qualcuno, ma porca merda almeno ammettiamo che è la forma di pagamento più vile e rozza che si possa concepire!
    Sennò poi ci tocca ripetere che “l’uomo è cattivo per natura” o stupidate del genere, che sono vere ma solo se aggiungiamo che “l’occasione fa l’uomo ladro”, non che “l’uomo cerca di essere ladro” come di solito si traduce la cattiveria che portiamo dentro.

  • Piramis

    Ogni volta che si discute di Reddito di Cittadinanza, rispolvero il mio progetto di Reddito di Cittadinanza Universale, erogato a tutti i cittadini e finanziato da una moneta complementare creata ad hoc.
    Specialmente in questo periodo, in cui nel breve/medio termine, l’euro farà seppuku, potrebbe fare, oltre che da salvavita, anche da ammortizzatore per alleviare la botta che ci sarà del passaggio tra le prossime monete.
    Per chi fosse interessato ad approfondire il discorso, la bozza di progetto è sempre scaricabile da qui https://www.dropbox.com/s/btyqve9ij6fux6t/Reddito-di-Cittadinanza-e-Moneta-Complementare-Lirae-ultima-versione.pdf o dal sito http://www.lirae.it (in allestimento)

  • natascia

    Non credo al reddito di cittadinanza. In u mondo finito con risorse finite si tratta solo di un rubinetto regolabile della voglie dei pesci più grossi. In un mondo dalle risorse limitate si devono individuare le risorse mondiali e gestirle. Il reddito di cittadinanza è un’altra delle illusioni tossiche della democrazia. Un democrazia fraintesa che ci sta uccidendo tutti e che si trova imprigionata ed elusa proprio a causa di una mentalità sbagliata .

    • natascia

      Si è vero, enuncio senza argomentare. Anch’io, da docile schiavo moderno, posto e commento senza avere il tempo di dimostrare le mie tesi per me chiare e condivisibili. Il tempo……bene prezioso, soggetto a furto costante.

      • cdcuser

        Il tempo……bene prezioso, soggetto a furto costante.
        infatti lo “vendono” le banche 🙂

  • gianlu

    Bisognerebbe mettere un tetto alla ricchezza. Tutto il superfluo redistribuirlo. Questo secondo me sarebbe un buon punto di partenza.

    • Gino

      Credo che bisognerebbe semplicemente mettere un tetto alla povertà! Cioè una comunità garantisce a chi ne fa parte il minimo indispensabile per esistere:istruzione gratuita fino alla laurea, sanità gratis, una casa, del cibo.
      TUtto questo è fattibile e chi continua a dire che i soldi non ci sono si leggesse mezzo lbro di economia per capire che non è assolutamente vero! Il problema non sono mai i soldi. I soldi non crescono sugli alberi e non ci può essere penuria di soldi ma solo di materie prime. I soldi sono un mezzo per gli scambi, una convenzione. Se mancano, qualcosa nel sistema non funziona!

  • natascia

    Non puoi sapere quanto ti capisco.

    • clausneghe

      Grazie Natascia!

  • Gino

    Il reddito di cittadinanza, ovvero garantire a tutti un minimo per sopravvivere dignitosamente E’ CIVILTA’.
    Altro discorso è rendere il reddito di cittadinanza un guinzaglio con cui tenere incatenata la gente, ricattarla e costringelr a lavori sottopagati con il risultato di abbassare i salari anche degli altri lavoratori.
    NOn fate al solito di mettervi PRO o CONTRO una cosa ma la chiave è come viene applicata realmente la cosa!
    Quello che fanno e faranno i media anche su questa questione è proprio questo dividere in due fazioni ottuse e inconciliabili. Siate saggi e statene fuori pensando con la vostra testa.

  • Ronte

    Le discussioni intorno al reddito sganciato dal lavoro hanno un secolo di storia.
    Discorsi però narcotizzanti che fanno presa anche nell’Italia delle grandi intese, ma che in realtà hanno lo scopo di allontanare le masse dall’insostituibile ‘diritto al lavoro’: ‘abbandonate ogni speranza o voi che entrate’.
    Data poi la crisi in cui viviamo e nella quale il capitale non ha nulla da offrire ma tutto da togliere, il massimo della concessione si ancorerebbe molto probabilmente in ‘un’elemosina sociale’ del tipo della vergognosa ‘social card’ di epoca berlusconiana.
    La soluzione (come condizione iniziale) potrebbe essere invece quella della diminuzione generalizzata e per contratto dell’orario di lavoro a parità di salario, fino al raggiungimento totale della disoccupazione. Nessuno sarebbe escluso, nessuno sentirebbe il peso di essere assistito. Ma per ottenere ciò resta indispensabile la volontà e la coscienza di raggiungere quell’obbiettivo attraverso la lotta.

    • Gino

      “‘diritto al lavoro’ “.
      ma siete proprio certi???
      Mi sa di “frase” proveniente dal condizionamento della propaganda!

      • Ronte

        Se il ‘diritto al lavoro’ si intende come condizionamento della propaganda, significa che l’uomo non ha diritto alla vita. Non sarebbe male invece uscire dall’ipnotismo…

        • Leo Pistone

          Diritto al lavoro per fare cosa, inondare ancora di più di oggetti inutili un mercato ormai saturo in ogni suo settore, in un mondo che si dibatte da oltre un decennio in una crisi di domanda irreversibile?
          Con quali conseguenze, non solo per l’ambiente?

          E’ ora di cambiare paradigma, soprattutto da parte di certo sinistrismo che, a forza di aderire ai dogmi capitalistici, diventa sempre più sinistrato.

          • Leo Pistone

            Senza dimenticare che ancora non è stato definito il limite che separa il diritto al lavoro dall’obbligo al lavoro forzato.
            Sempre in nome del ricatto dell’esistenza, che accomuna sotto un’unica bandiera il capitalismo e i suoi sedicenti avversari, che infatti al momento opportuno si sono sempre schierati dalla sua parte.

        • Gino

          Vedi in una società sana il problema del lavoro non esiste. E dunque nemmeno il diritto al lavoro. Ci sono tante cose da fare e ci sara sempre lavoro da fare in cambio di qualcosa (soldi o natura) . Quando il lavoro e dunque la disoccupazione sono usati come strumento di controllo sia sociale sia finanziario/economico, si inizia a parlare di diritto al lavoro. Forse mi sbaglio ma il problems disoccupazione inizia col capitalismo.

    • Tizio8020

      Ovviamente intendevi “eliminazione totale della disoccupazione”, non “fino al raggiungimento totale della dissoccupazione” .

  • Leo Pistone

    Perfetto. Da espulso in via permanente dal mercato delle vacche… ops del lavoro, cerco di realizzare apparecchiature e accessori ad esse legati che hanno dimostrato di funzionare come e meglio da quanto offerto sul mercato ufficiale. Per realizzarle devo strappare letteralmente il pane dalla bocca mia e della persona che condivide il mio destino.
    Se avessi un reddito, potrei realizzare oggetti migliori e con meno difficoltà.
    Ma poi nel settore vi sarebbe un concorrente in più, che potrebbe dare fastidio a qualcuno.
    Ecco quindi la risposta a tante domande riguardo all’RdC.

  • MarioG

    Il reddito di cittadinanza fu ampiamente praticato a Roma due millenni fa. Non e’ che quell’esperimento mi susciti grande rimpianto…

  • Antonello S.

    Per come la vedo io, più che un reddito di cittadinanza, sarebbe più opportuno pensare ad una cosa che gli assomigli, ma che venga affrancata quell’alea pietosa di obolo geneticamente modificato che si nasconde dietro il termine tanto caro ai 5s.

    Di lavoro, di cose da fare c’è ne sono tante, basti pensare alla comune manutenzione, delle strade, delle aree verdi, alla messa in sicurezza dei versanti, dei fiumi, alla bonifica dei siti inquinati, alla gestione della sicurezza nei luoghi a rischio, allo smaltimento dell’amianto, alla cura e sorveglianza del patrimonio artistico ecc.ecc.

    Quindi se uno Stato è disposto a stanziare o stampare (in base alle vostre credenze economiche) decine di miliardi per finanziare il reddito di cittadinanza, potrà fare altrettanto per offrire lavoro stabile e sicuro, da impiegare in quelle situazioni su indicate.

    Tale lavoro sarà commisurato, come livello reddituale, al grado di impegno e capacità mostrata dal salariato, ma garantirà sempre un minimo dignitoso e soprattutto stabile e sicuro, almeno fino a quando il soggetto interessato non troverà un occupazione, magari privata, che lo potrà soddisfare meglio.

    • MarioG

      Concordo. Infatti e’ assurdo sostenere che ormai il reddito di cittadinanza e’ inevitabile a causa del fatto che ci sono le macchine a sostituire tutto il lavoro umano.
      Tradotto: mancano le cose da fare.
      (Mentre ciascuno ne potrebbe immaginare a iosa, senza sforzo).
      Forse non si capisce che non cambiano solo i mezzi di produzione, cambiano anche i bisogni. Per un uomo di due secoli fa, la produttivita’ odierna, rapportata ai suoi bisogni, avrebbe significato (secondo una tale logica) il reddito di cittadinanza gia’ da decadi e decadi fa, senza aspettare la robotizzazione integrale di un piu’ o meno prossimo futuro.

  • Ronte

    Rispondo a Gino e Pistone.
    ‘Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto quello che si vuole; ma essi cominciano a distinguersi dagli animali allorchè cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza…Producendo questi gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale. L’uomo crea dunque secondo ‘natura’ attraverso il lavoro, cioè un rapporto attivo con la natura. La sua essenza non risiede nell’interiorità o nella coscienza, ma nell’esteriorità di lavoro e produzione come mediazione con la natura e costruzione di società. Nel lavoro si realizza o la libertà dell’uomo o la sua alienazione sociale e politica (Marx).
    Ed è ovvio che sotto il capitalismo (sfruttamento sfrenato dell’uomo e delle risorse della natura) il lavoratore divente merce a sua volta, per cui sottopagato e oppresso, impossibilitato a rispondere al prodotto da lui stesso creato. Da qui il problema essenziale della crisi:’ La sovrapproduzione’. E allora? Allora ridistribuzione equa del lavoro e della ricchezza (in Italia il 10% delle persone si prendono metà del tutto), nel mondo anche peggio. E poi, vogliamo rispondere alle domande: Come, per Cosa e per Chi produrre?

    • Gino

      Tralasciando l’essenza dell’uomo altrimenti entriamo nel metafisico…

      Anche gli animali “producono” i loro mezzi di sussistenza.
      In un comunità (o gruppo) si dividono le mansioni ma la comunità stessa aiuta ogni membro e se ne prende cura (altrimenti non è una comunità evoluta). In una comunità ci sono sempre mansioni (lavori) da svolgere ma è assurdo che la possibilità di esistere all’interno della stessa sia legata alla possibilità di svolgere una qualsiasi mansione pena l’esclusione sociale o addirittura la fame.
      Quando per un motivo o per un altro non posso svolgere alcuna mansione o le mansioni per le quai sono adatto sono “sospese” la comunità deve includermi e darmi i mezzi di sussistenza. Non inventarsi mansioni inutili pur di darmi la sussistenza in cambio di qualcosa.
      Quando il problema della sussistenza minima è risolto dalla comunità l’uomo diventa diverso dall’animale e può dedicarsi a fare lavori senza l’ansia di doverli fare per forza. Quando si iniziano ad accumulare risorse l’uomo si emancipa dal lavoro forzato e inizia a “pensare” e “studiare”. Così si è evoluto.
      Siamo talmente avanti nella tecnologia che spariscono alcuni lavori e molti bisogni sono soddisfatti senza bisogno di sforzo? BENE! Una gran massa di persone saranno liberate dal lavoro e potranno evolversi studiando, creando, progettando, sognando. Questa è la base dello sviluppo di una società. Se pi c’è qualcuno che non ha voglia e preferisce oziare (o creare sdraiato su un divano e comporre magari opere o scrivere libri) mentre gli altri si rendono utili in maniera piu pratica, pazienza non fa del male a nessuno (tranne agli invidiosi incapaci di oziare e che devono per forza avere qualcosa da fare ma che vorrebbero riuscirci).

    • Leo Pistone

      Facile non rispondere a domande precise proprio perché per esse non si hanno risposte, pensando di cavarsela con altre domande e credendo che nessuno se ne accorga.
      E soprattutto con riferimenti a pensatori che per quanto geniali hanno prodotto idee valide ma oggi superate dallo svolgersi e dal progredire degli eventi.
      Come ha detto Gallino, siamo passati da una fase di penuria a una di sovrabbondanza. Da una in cui il lavoro dell’uomo era essenziale a una in cui liberandosi della dipendenza da esso, si pone il problema della distribuzione di tale abbondanza. O meglio, del come riuscire a non distribuirla, elemento fondamentale per il mantenimento e il perfezionamento dell’ordine capitalistico.
      Il cambio di paradigma comporta una totale rivoluzione dell’assetto sociale, proprio perché chi controlla il lavoro e le tecnologie ad esso correlate rischia di perdere il proprio potere, enorme, dato che fino a oggi gli ha attribuito la facoltà di vita o di morte sugli altri suoi simili.
      Costui oggi usa quel potere essenzialmente per prolungarne il più a lungo possibile l’esercizio. Scaricandone i costi sulle fasce sociali, sempre più ampie, escluse dal mercato di un lavoro che in virtù delle tecnologie va sempre più diradandosi.

      Ecco perché è indispensabile che il progresso sociale vada di pari passo con quello tecnologico.

      Nella situazione attuale, invece, essi si muovono in direzioni opposte secondo un moto esponenzialmente accelerato. Di qui squilibri che con il passare del tempo diventano sempre più insostenibili e nel momento in cui verrà oltrepassato il limite di elasticità del contesto in cui si verificano, esso non potrà che deflagrare.

      Ancora una volta vediamo che l’ostinarsi a non vedere cose tanto evidenti e a non volersi adeguare alla realtà, preferendo per comodità e pigrizia mentale (s)ragionare secondo i termini di un passato morto e sepolto, sono tratti tipici del sinistrismo, che allo scopo non esita a ricorrere a un volontario strabismo, se non accecandosi del tutto, in modo tale da aggravare e velocizzare la propria metamorfosi in sinistrato.