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RAZZA DI TRADITORI

FONTE: FREE ANIMALS (BLOG)

La catena si spezzò e il maiale cadde pesantemente a terra. Il norcino e i suoi aiutanti subito gli si gettarono addosso ma, nonostante la zavorra alla zampa, la grossa scrofa attraversò di corsa il cortile, strillando, e salì le scale esterne del casolare trovando in cima la porta chiusa.

Dall’altra parte della porta stava, impietrita dal dolore e dal rimorso e con le mani a coprirsi la faccia, la vecchia padrona di casa, combattuta tra l’istinto materno verso un animale che aveva cresciuto fin da piccolo e la dura legge della natura – e del mondo agreste – secondo cui le bestie sono bestie e il Signore le ha create per il nostro sostentamento.La donna aveva commesso l’errore di affezionarsi al maiale, errore che, se si ascoltano le storie di campagna, sembra sia abbastanza diffuso fra i contadini, almeno quelli di una volta, se è vero che, quando portavano via la Bianchina, o la Nerina, il padrone di casa se ne stava triste e taciturno per tre giorni, inutilmente confortato dalla moglie.

Poiché è assodato che gli animali abbiano un’anima, mi sono sempre chiesto cosa deve aver pensato quella scrofa allevata come un figlio mentre cercava rifugio presso sua madre adottiva e supplicava inutilmente che le aprissero. I norcini, poi, inutile dirlo, fecero il loro squallido lavoro.

Se c’è un motivo per cui gli esseri umani dovrebbero provare una vergogna infinita è proprio quando tradiscono la fiducia dei piccoli, siano essi bambini o animali. Certo, per la maggior parte delle persone è facile; non vedono gli animali come bambini e quindi il problema non si pone, ma c’è anche una minoranza di depravati che non vedono nemmeno i bambini come bambini (si chiamano pedofili) e allora sì, che il problema si pone e l’opinione pubblica leva alti lai, prima di levare lo sguardo e guardare da un’altra parte.

E’ forse proprio perché abbiamo costruito una barriera mentale tra l’uomo e gli altri animali, attribuendo solo al primo valore morale ed escludendo i secondi, che ci troviamo ad avere a che fare con un Homo sapiens feroce con i propri simili. Le nostre guide religiose hanno voluto imporre una schizofrenica condotta etica, da applicarsi in maniera mirata a seconda del numero di zampe, della presenza o meno di coda e della villosità del corpo. E ora ne stiamo scontando il fallimento. Un fallimento millenario.

Ponendo artificialmente il confine etico tra gli aventi diritto al rispetto e i non aventi diritto, ci siamo dati la zappa sui piedi, dimostrando platealmente la nostra incapacità di discriminare adeguatamente. Le leggi hanno tentato di porre un argine, ma la realtà sociale, sia in tempi di pace che soprattutto in tempo di guerra, si è incaricata di smentire il nostro consolidato e dogmatico teorema dell’antropocentrismo. Se escludiamo gli altri animali dalla considerazione etica, ci sarà sempre qualcuno che escluderà temporaneamente una razza, un gruppo o un singolo individuo dalla stessa considerazione, finendo per rivolgere ad esso (singolo, gruppo o razza) lo stesso trattamento normalmente riservato agli animali.

La notizia di cronaca che mi ha dato spunto per scrivere il presente articolo è questa:

Fra le moltitudini di bovini condotti al macello, ce n’è uno ogni tanto che rifiuta il proprio destino, forse perché, volendo credere alla metempsicosi, è abitato da un’anima ribelle, magari quella di Spartaco o di uno dei suoi compagni. Un’anima che non ha ancora raggiunto il Nirvana, ma che è sulla strada per farlo. Ecco che si scuote di dosso le catene e le funi, scappa, inutilmente inseguito, crea scompiglio nel borgo, spaventa donne e bambini, mette in allerta le forze dell’ordine, fa squillare i telefoni dei vigili del fuoco e infine, arrivato di fronte a un’enorme distesa d’acqua, che i suoi miopi occhi avevano forse visto in passato, di sfuggita, si getta in mare e nuota.

Dov’è diretto? Dove vanno i lemming che si gettano nei fiordi norvegesi nuotando fino a morire di sfinimento? Dove voleva andare quella mucca siciliana immersasi nelle acque tra Scilla e Cariddi?

Si noti l’uso strumentale delle parole: arrivano i soccorritori (leggasi aguzzini). L’animale viene portato in salvo (leggasi viene riportato sulla strada del mattatoio). Una volta a terra si rivolta contro i suoi salvatori, cercando di incornarli: che ingrato!

Tutto a posto. Tutto sotto controllo. La cena è salva! L’ordine è stato ristabilito. Quando ci sarà il governo unico mondiale, non ci riserveranno tali delicati trattamenti, ma ci elimineranno senza tante storie, a noi ribelli. A meno che sotto il NWO non diventi regola l’antropofagia; allora ci riporteranno nelle aziende da ingrasso, in attesa del nostro turno di essere macellati.

Maya e Aztechi lo facevano: allevavano prigionieri per ingrassarli e le loro stirpi sono passate alla storia come civiltà evolute. Chi ci garantisce che un tabù come quello del cannibalismo, una volta acquisito, non possa anche essere disfatto e rinnegato? Gli attuali nostri governanti, che sono solo misere pedine di occulti burattinai, non tradiscono la nostra fiducia, già adesso, giorno dopo giorno? Impoverendoci e avvelenandoci.

La mucca ribelle mi fa venire in mente altre storie di mucche. Quelle che durante la prima ondata di mucca pazza varcarono più volte il Mediterraneo da una sponda all’altra e la loro odissea, rinchiuse nella stiva di un mercantile, durò più di un mese. Nessuno dei porti del nord Africa dove erano dirette diede l’autorizzazione di sbarco, a causa del timore che le loro carni fossero contaminate. I ristoranti per turisti bianchi di Egitto, Tunisia e Libia non le vollero accettare e le rimandarono indietro, con il capitano della nave che non sapeva dove dirigersi. Anche il Pireo, Malta e Cipro le respinsero, e solo dopo lunghe trattative arrivarono, mezze morte, a Istanbul.

Mi ricordo che presentai un esposto alla capitaneria di Porto di Trieste, nell’ingenua speranza che le autorità italiane potessero alleviare la loro sofferenza. Ricordo perfettamente lo sguardo allibito dei funzionari triestini: come se avessero visto un alieno. E’ uno sguardo che conosco molto bene.

Quante mucche si lasciano docilmente condurre, con o senza stimolazioni elettriche, verso recinti, camion e macelli? Mucche silenziose che non fanno notizia; le disprezziamo per la loro ignavia, ma non disdegniamo le loro carni. Solo i ribelli suscitano in noi un moto di stima, solo le mucche che si gettano in mare verso l’isola che non c’è, verso il regno dell’utopia e della libertà assoluta fanno notizia. Solo il dissenziente gode del rispetto del tiranno, per un breve tempo, finché le fiamme del rogo non l’hanno completamente avvolto.

Altri bovini si buttano in acqua, ma questa volta è previsto. Succede in Spagna, durante la festa del “toro embolado”. Prima si legano stracci incatramati alla punta delle corna dell’animale e poi si dà loro fuoco. L’animale, una volta liberato dalle funi, impazzisce dal terrore, corre come un forsennato con le gocce di catrame bollente che gli colano negli occhi e, a volte, finisce nelle acque del porto, portandosi dietro magari uno o due di quei galantuomini che lo hanno costretto a tanto. La festa si tiene in estate, affinché un eventuale bagno imprevisto non procuri malanni polmonari agli aguzzini.

Ancora più barbara era e forse è ancora la consuetudine di offrire un sacrificio a Yemanja, la dea del mare e madre di tutti gli dèi, nata in Brasile o forse importata dall’Africa insieme al Voodoo e ad altre superstizioni. Si portano alcuni vecchi ronzini sulla riva del mare; li si acceca tra canti e balli e li si porta al largo su barche. Indi, li si getta in mare in mezzo a ghirlande di fiori e si lascia a Yemanja il compito di carpirli quando deciderà che le loro forze siano venute meno. Il sacrificio porterà prosperità agli abitanti di tutto il comprensorio.

Anche in questo caso, dotati come sono di anima, cosa penseranno quei cavalli che, servito umilmente per tutta la vita il loro padrone, vengono gettati in mare da costui o da altri, a nuotare in cerchio, alla cieca, fino allo sfinimento?

Quanti tradimenti gli uomini hanno compiuto, compiono e compiranno senza che la nostra consapevolezza lo venga mai a sapere? Possiamo solo immaginarlo.

Quanta ingiustizia, sofferenza, indegnità e immoralità c’è nel boccone di bistecca che ci portiamo alla bocca? Come un gesto normale. Ripetuto migliaia di volte.

E non possiamo nemmeno dire che il tradimento della fiducia si verifichi solo con gli animali domestici, giacché con quelli che non sono caduti sotto la scure della domesticazione va anche peggio.

Voglio riportare un brano tratto da “Il mondo degli animali”, di Marston Bates (1963): “Le alche impenni avevano un aspetto strano e non avevano timore di nessun animale terrestre; quando compariva una nave, andavano in gran numero sulla costa a curiosare e se ne stavano in mezzo ai marinai, mentre questi le ammazzavano una per una”.

A me questo trafiletto fa venire i brividi. Siamo una razza di bastardi traditori. Non abbiamo rispetto per niente e per nessuno, specie per coloro che sono alla nostra mercè. Io mi vergogno profondamente di appartenere alla nostra specie. All’epoca in cui le alche esistevano ancora, i marinai facevano la stessa cosa anche con gli indigeni e a volte gli indigeni facevano la stessa cosa con i marinai. Oggi la situazione non è molto cambiata. L’essere umano tradisce la fiducia del prossimo spesso e volentieri e gli uomini si tradiscono l’un l’altro. Nessuno ne è esente: singoli, gruppi, partiti, corporazioni, classi, etnie, popoli e nazioni.

Siamo una razza di traditori e i primi ad essere traditi sono gli animali.

Fonte: http://freeanimals-freeanimals.blogspot.com
Link: http://freeanimals-freeanimals.blogspot.com/2011/05/razza-di-traditori.html
20.05.2011

Pubblicato da Davide

10 Commenti

  1. a sessntanni ho capito che occorre avere rispetto per la vita degli animali e che è possibile non mangiare carne e vivere bene ugualmente .. Anna Oxa: mangia
    pasta e ceci a colazione e canta benissimo . Fate ricerche su internet e vedrete che essere carnivori e latto consumatori favorisce la malattia…

  2. si, siamo proprio una razzaccia.

  3. Siamo animali anche noi, e in natura esiste da sempre il principio della catena alimentare: ogni essere vivente si nutre e vive di altri esseri viventi, animali e/o vegetali. Non possiamo dire di essere “bastardi dentro” per il fatto di mangiare una mucca quanto non lo è un leone che mangia la gazzella. Il problema è un altro, si chiama RISPETTO. La mancanza di rispetto è il vero tradimento, sia della fiducia altrui sia di noi stessi, della nostra stessa natura nella parte che ci differenzia dagli altri animali, quella riconosciuta come la più “nobile”. L’industria dell’allevamento e della relativa macellazione, proprio in quanto industria, è l’emblema del tradimento di noi stessi, della nostra coscienza di esseri umani, il tradimento del principio stesso del rispetto.

  4. Ecco, il problema è che il leone mangia la gazzella quando ne ha bisogno, perchè altrimenti muore di fame.
    Noi, oltre a poter mangiare cose diverse dalla carne e sopravvivere ugualmente (anzi, meglio), abbiamo fatto del “cibo” un fatto culturale, anzichè un mero fatto di sopravvivenza.

  5. Alberto, il fatto è che siamo animali quando ci fa comodo. Il tuo ragionamento avrebbe avuto senso se pronunciato 100.000 anni fa, ovvero quando facevamo ancora parte dell’ecosistema: mangiavamo e venivamo mangiati.
    Poi la civilizzazione ci ha portato sempre più lontano dalla natura; abbiamo ancora un organismo biologico che obbedisce alle leggi naturali, ma ci siamo dotati di una coscienza che ci obbliga a seguire le leggi dello spirito, che a grandi linee significano amore (rispetto), fratellanza, solidarietà, compassione, empatia e altre che sto tralasciando.
    Visto che la nostra evoluzione ci ha portato in tale direzione (e forse non è ancora finita visto che si parla addirittura di transumanismo: http://freeanimals-freeanimals.blogspot.com/2011/05/il-cavallo-di-troia-per-il.html) non ha senso paragonarci al leone o agli altri carnivori. Gli animali restano nostri fratelli, ma siamo condannati a vivere in luoghi metafisici diversi: gli animali a casa loro e noi a casa nostra. Sono sicuro che tu non vivi in una savana, ma in un contesto sociale che ha poco di naturale. Quegli esseri umani che ancora vivono nella savana vorrebbero vivere in città, tranne i vecchi, segno che la tendenza è quella di acquisire le maggiori comodità che un ambiente urbano può dare.
    Il contadino che macella una bestia con le sue mani dopo averle fornito una vita di relativo benessere, non è molto diverso dall’allevatore industriale che ha sfruttato fino al midollo un animale e lo uccide con un macchinario. Dove vedi il rispetto nel primo caso? Non è sempre l’uomo tiranno che decide arbitrariamente della vita e della morte di altre creature? Chi gli ha dato tale diritto? Non è che magari se l’è arrogato di sua iniziativa, chiamando in causa un Dio (inesistente) per avallare il suo sopruso?

  6. Leggete __http://valdovaccaro.blogspot.com/2010/04/lavvelenamento-e-il-doping-da-carne.html

  7. “Il contadino che macella una bestia con le sue mani dopo averle fornito una vita di relativo benessere, non è molto diverso dall’allevatore industriale che ha sfruttato fino al midollo un animale e lo uccide con un macchinario.” — Mi meraviglia che una persona sensibile ai diritti naturali degli animali dica una cosa simile, che ritengo inesatta nella misura in cui non si conoscono le pratiche “industriali”. Ci potranno poi essere contadini crudeli e industriali misericordiosi, ma in generale le efferatezze commesse, per numero e intensità, da un sistema motivato unicamente dal profitto monetario sono veramente intollerabili da qualunque essere umano, se solo le conoscesse. Se uno si sente veramente “animalista” dovrebbe a mio avviso schiaffare davanti agli occhi del “consumatore” queste realtà quotidiane, nude e crude. Sarebbe un esercizio disgustoso, un esibizione pornografica della violenza allo stato puro, ma proprio per questo molto efficace nel far cambiare abitudini alimentari, le vere responsabili dei crimini commessi.

    A questo punto mi sembra doverosa una precisazione sul senso del rispetto, verso se stessi innanzitutto. Senza empatia infatti non ci sarebbe alcun argine alla crudeltà moltiplicata all’infinito dalla potenza della tecnologia. Ma cos’è l’empatia se non il riconoscere se stesso nell’altro, simile o animale che sia? “non fate agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi stessi” da una parte; l’ipocrisia del non voler sapere vivendo in un mondo virtuale di favole alla “mulino bianco” dall’altro. Mettere in comunicazione queste due facce di una stessa medaglia, far emergere la contraddizione in tutta la sua forza logica, questo si dovrebbe fare, fino ad ottenere risultati pratici rilevanti. Ma guai a cedere, anche solo in parte, alla forza deviante di questa stessa ipocrisia, come ad es. il negare che un po’ di canini in bocca ci sono ancora rimasti.

  8. Egregio Alberto, conosco molto bene la realtà dell’allevamento industriale e cerco di divulgarne la brutalità, tutte le volte che me lo lasciano fare. Tuttavia, i contadini che conosco io, come mentalità, non sono dissimili dagli allevatori più spietati, giacché in entrambi i casi è all’opera quell’antropocentrismo che ci è stato inculcato fin dall’infanzia. L’allevamento moderno è solo lo sviluppo dell’antica cultura agreste del nutrirsi di animali allevati. Sono la stessa cosa, ma in grado diverso: dilettanti e professionisti, artigiani e industriali. Io li condanno entrambi e non mi lascio incantare da scene bucoliche che ormai esistono solo nei libri di Fabio Tombari.
    Quanto all’ipocrisia, ci sarebbe molto da dire e la presenza dei canini nel nostro cavo orale non significa automaticamente che siamo carnivori: anche i gorilla li hanno, molto più grossi dei nostri, ma sono vegetariani al 100 %. Se l’alimentazione, nell’uomo, è un fatto culturale, la si può cambiare con uno sforzo di volontà, prima ancora che di conoscenza.
    E’ questo il punto. La gente ha la volontà di cambiare cattive abitudini?

  9. Aggiungo a quanto già precisato da Freeanimals riguardo alla presenza dei canini nella nostra bocca, che essi sono per i carnivori non uno strumento masticatorio ma un’arma che serve per vibrare il colpo mortale alla preda, e di conseguenza assumono dimensioni e robustezza enormemente superiori a quelli dell’uomo, le risibili dimensioni dei quali non gli pemetterebbero evidentemente di uccidere un bel niente. Altri sono i denti con funzione prettamente nutritiva che “marchiano” inconfodibilmente la bocca degli autentici carnivori e sono i carnassiali – detti anche “ferini”, e non a caso… – usati per strappare la carne dalle ossa, nonché per spezzare e triturare, con l’ausilio di altri molari, le ossa stesse. E naturalmente di quelli nella bocca dell’uomo non v’è traccia.

    Saluti