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RAPPORTO DELLA CIA: SUPREMAZIA GLOBALE USA POTREBBE FINIRE IN 15 ANNI

Il rapporto del Consiglio per le Informazioni di interesse Nazionale (NIC) Usa tratteggia un mondo dove sempre meno persone guardano agli Usa come un modello di alcunché.

DI FRED KAPLAN

29 gennaio 2005

Chi sarà il primo politico abbastanza coraggioso da dichiarare
pubblicamente che gli Usa sono un potere in declino e che i suoi leader devono urgentemente discutere cosa fare in proposito?
Questa prognosi di declino viene non (o non solo) da studiosi di sinistra che tifano per il crollo dell’imperialismo, ma dal Consiglio per le Informazioni di interesse Nazionale (NIC) – il “centro per il pensiero strategico” all’interno della comunità Usa per l’ acquisizione delle informazioni.
Le conclusioni del NIC vengono presentate integralmente in un nuovo documento di 119 pagine, dal titolo “Disegnare la mappa del futuro globale: Rapporto del progetto 2020 del Consiglio per le Informazioni di interesse Nazionale.”

Il documento non è classificato ed è disponibile
sul sito Web della CIA. Il rapporto ha ricevuto modesta attenzione dalla stampa nelle ultime due settimane, principalmente a causa della sua previsione che nell’anno 2020 “l’Islam politico” sarà ancora “una
forza potente.” Solo pochi articoli o colonne di giornale hanno preso nota della sua conclusione centrale:
“Il probabile emergere della Cina e dell’India … nella veste di nuovi maggiori protagonisti globali – simile all’avvento della Germania unita nel 19.o secolo e dei potenti Usa all’inizio del 20.o secolo – trasformerà il panorama geopolitico con impatti potenzialmente altrettanto drammatici di quelli avvenuti nei due secoli precedenti.” In questo nuovo mondo, appena 15 anni avanti a noi, gli Usa rimarranno “un importante modellatore dell’ordine internazionale” – probabilmente la singola nazione più potente – ma la sua “posizione di potere relativo” sarà “erosa”. I nuovi “poteri arrivisti” – non solo la Cina
e l’India, ma anche Brasile, Indonesia e forse altri – accelereranno questa erosione, perseguendo “strategie disegnate per escludere o isolare gli Usa”, allo scopo di “forzare o lusingare” noi ad agire secondo le loro regole.

L’attuale politica estera Usa sta incoraggiando questa tendenza, ha concluso il NIC. “La preoccupazione Usa per la guerra al terrorismo è largamente irrilevante per la problematica relativa alla sicurezza della maggioranza degli Asiatici” – dichiara il rapporto. Gli autori non sminuiscono l’importanza della guerra al terrore – lontano da ciò.
Ma essi scrivono che una “questione fondamentale” per il futuro del potere e dell’influenza Usa è se i politici Usa “possono offrire agli stati asiatici una visione attraente di sicurezza e di ordine regionali, capace di competere e magari superare quella offerta dalla Cina”. Se ciò non è, “il disimpegno Usa da quello che veramente interessa ai
suoi alleati Asiatici aumenterebbe la probabilità che essi possano in futuro salire sul carro di Pechino e consentire alla Cina di creare il proprio sistema di sicurezza regionale, che escluda gli Usa”.
Nella misura in cui questi nuovi poteri cercano altri da emulare, essi potrebbero guardare all’Unione Europea , non agli Usa, come “un modello di governo globale e regionale”.

Questo cambiamento in un mondo multipolare “non sarà senza dolore” – prosegue il rapporto – “e colpirà in modo particolare le classi medie del mondo sviluppato”, con ulteriori dislocazioni all’estero di posti di lavoro e deflusso di capitale d’investimento. In breve, la previsione del NIC comporta non solo una ricalibrazione nella bilancia
del potere mondiale, ma anche – mentre queste cose avvengono – una perdita di ricchezza, di reddito e di sicurezza, in tutti i significati della parola.

La tendenze dovrebbero già apparire evidenti a chiunque legga un quotidiano. Non passa giorno senza un’altra storia di come stiamo ipotecando il nostro futuro presso le banche centrali di Cina e
Giappone. Il deficit pubblico annuo Usa, che si avvicina ai 500 miliardi (mezzo trilione) di dollari, è finanziato dai loro acquisti di Titoli di Stato Usa. Il deficit commerciale Usa – la gran parte del quale realizzato a causa degli acquisti di beni fabbricati in Cina – ora supera i 3 trilioni (3 mila miliardi) di dollari. Nel frattempo la Cina sta soppiantando gli Usa in tutta l’Asia – nel commercio, negli investimenti, nell’istruzione, nella cultura e nel turismo. Si sta anche
appropriando di parte dei mercati dell’ America Latina. (La Cina è ora il mercato d’esportazione numero 1 del Cile ed il partner commerciale numero 2 del Brasile.) Gli studenti di ingegneria asiatici, che una volta
avrebbero potuto andare al MIT o all’Istituto Californiano di
Tecnologia (Cal Tech), ora vanno alle Università di Pechino.
Nel frattempo, mentre l’Unione Europea diventa un’entità coesa, il valore del dollaro contro l’euro è precipitato di un terzo negli ultimi 2 anni (un ottavo dal solo settembre 2004). Mentre il tasso di rendimento del dollaro declina, gli investitori in valuta – compresi quelli che sinora hanno finanziato il nostro deficit – cominciano a diversificare i loro investimenti. In Cina, Giappone, Russia e nel Medio
Oriente i banchieri centrali hanno scaricato i dollari a favore degli euro. Le politiche di Bush, che hanno approfondito il nostro debito, hanno altresì messo in pericolo la condizione del dollaro quale valuta mondiale di riserva.

Cosa sta facendo il governo Bush per contrastare il declino o almeno attenuare il colpo? Difficile da dire. Durante l’audizione di conferma
di Condoleezza Rice la settimana scorsa, il Senatore Paul Sarbanes, Democratico del Maryland, le ha posto alcune domande a proposito del nesso tra andamento dell’economia internazionale e potere politico
(n.d.t.: se, cioè, non fossero le azioni di politica estera Usa a
danneggiarne le relazioni economiche con il mondo).

La Rice lo ha rimandato per informazioni al segretario del tesoro.
Il NIC ha pubblicato il rapporto poche settimane prima del discorso inaugurale di Bush, ma esso serve a buttare ancora più acqua fredda sulla altezzosa fantasia che gli Usa stanno portando la libertà a popoli oppressi in quale che sia posto. In Asia – riferisce il rapporto –
“i leader presenti e futuri non prendono posizione sulla questione della democrazia e sono più interessati allo sviluppo di quello che essi possono percepire come il modello di governo più efficace”. Se il
presidente realmente volesse diffondere libertà e democrazia per il pianeta, egli avrebbe bisogno (tra le altre cose) di presentare gli stessi Usa come quel “modello di governo”, per mostrare al mondo, secondo il suo esempio, che le libere democrazie hanno successo ed è conveniente emularle. Invece il rapporto NIC tratteggia un mondo in cui
sempre meno persone guardano agli Usa come un modello di alcunchè.
Non possiamo vendere la libertà, se non possiamo vendere noi stessi.

Fred Kaplan
Fred Kaplan scrive la colonna “War Stories (storie di guerra)”
per Slate (n.d.t.: e’ il web-magazine, o web-zine, di proprieta’
della Microsoft, nato nel 1996).
Egli puo’ essere contattato presso [email protected]
Fonte: http://www.iraq-war.ru/
30.01.05
Da: http://francescocaselli.blogspot.com/
Traduzione Francesco Caselli

Pubblicato da Davide