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QUESTO NON E’ UN PAESE PER GIOVANI

DI MCSILVAN
Rekombinant

Pur particolarmente refrattario ad ogni genere di commissione, mi trovo ad analizzare dei curriculum. E s’è c’è una lettura istruttiva di biografie personali, dove si legano mancanza di esperienza reale e presenza di titoli, è proprio l’analisi del curriculum.

Nella nostra società l’esperienza o è una possibilità mancata o è una realtà che deve lasciare il passo all’accumulo disordinato dei titoli. In ogni caso, l’entrata nel mondo del lavoro precario e discontinuo presuppone la negazione dell’esperienza in nome del protocollo curriculare.

Esperienza che nei curriculum rientra in modo periferico nelle voci aggiunte del tipo “dotata di forte empatia personale” o “particolarmente propenso ai lavori di relazione con il pubblico”. Allo stesso tempo la varietà di embrioni di differenti specializzazioni, presenti nella maggior parte di laureati e dottori di ricerca, indica l’enorme difficoltà a specializzarsi realmente in un definito settore di lavoro. Si procede per tentativi, in tanti percorsi curriculari non c’è l’itinerario irregolare di una creatività che cerca se stessa ma solo quello dettato dalla paura.

In questo modo nè l’esperienza reale nè i tentativi di specializzazione professionale servono per stare sul mercato: è il circolo vizioso del lavoro professionalizzato italiano. Ci sono persone che nei curriculum che mostrano comunque un grado di specializzazione, e di varietà di competenze, di gran lunga maggiore della generazione dei loro genitori. Non basterà loro per garantirsi un tipo di reddito che all’epoca dei loro genitori sarebbe spettato ai casi di marginalità sociale rientrati nella norma dopo anni di devianza e quindi di specializzazione mancata. Decisamente, questo non è un paese per giovani.

Ed è una frase che mi circola tra i neuroni al momento in cui, in qualche commissione di tesi, vedo persone abbracciare i propri genitori all’avvenuta proclamazione di una laurea tra la disattenzione dei commissari e il fatto che il certificato ottenuto si inflaziona sempre più in modo simile ad un biglietto da un marco durante la repubblica di Weimar.
Devo dire che quando mi laureai il mio professore mi mise antropologicamente sul piede di guerra: “la tesi non è più un rito di passaggio” disse ” dopo la funzione dall’altra parte non c’è un cambiamento di stato, praticamente c’è solo il nulla”.

In questi anni se si può parlare ancora di rito di passaggio possiamo dire che questo, nella società italiana, è invertito di segno. Il primo antropologo che ha parlato di riti di passaggio, Van Gennep all’inizio del ‘900, rimarcava come questo genere di rito fosse connesso alla mutazione di status dell’iniziato, al suo acquisire nuove facoltà da spendere in un nuovo ruolo.

Ebbene, il rito di passaggio della tesi, ma vale anche per i successivi riti di specializzazione, nella società italiana consegna all’iniziato un ruolo sempre più incerto del precedente proprio per chi ha acquisito delle facoltà maggiori grazie al rito iniziatico. Se c’è quindi un contributo al nichilismo delle generazioni più giovani viene proprio dal carattere non più iniziatico, o inversamente iniziatico, del mercato del lavoro. Il rito della professionalizzazione si compie comunque ma a differenza del passato, termina con la riduzione ad impotenza dell’iniziato non con un suo accrescimento delle facoltà.

Allo stesso tempo, lo stato di instabilità del mercato del lavoro, e delle sue forme di garanzia, è talmente elevato che per molti nella piena maturità lavorativa c’ è il rischio di un improvviso ritorno a condizioni professionali tipiche dell’incertezza dello stato iniziatico.
Non c’è quindi da stupirsi se una società spoliticizzata come quella italiana, incapace cioè di darsi risposte sul piano delle strutture collettive, questa situazione di incertezza, questa riduzione all’impotenza delle migliori energie giovanili generi il desiderio di dispositivi espiatori.

Classicamente il rito espiatorio è di tipo mimetico, rappresenta sempre qualcosa d’altro rispetto al soggetto scelto per la cerimonia di espiazione. Non a caso il rito espiatorio viene analizzato a partire dal capro che viene rivestito di differenti abiti simbolici a seconda delle società, e dei momenti storici, che lo applicano.
E qui bisogna ricordare che i Rom e gli zingari di oggi rappresentano l’abito simbolico del rito espiatorio dell’instabilità del mercato del lavoro. Nel colpire il Rom concreto, si mette in scena il rito della distruzione simbolica dell’instabilità che permea nelle metropoli grazie alle caratteristiche attuali del mercato del lavoro.

Visto come nomade, portatore di insicurezza e di incertezza il Rom assume su di sè queste caratteristiche che sono anche del mercato del lavoro. Ma l’ideologia della indiscutibilità del mercato porta a trasferire il desiderio di riti di espiazione nei confronti di figure concrete, come i Rom, che se uccise simbolicamente devono trascinare con sè anche la condanna trasfigurata e sublimata dell’incertezza generata dal mercato.

In The Origin of Language un girardiano critico come Gans descrive il rito espiatorio come un processo in cui i partecipanti si dividono il corpo della vittima come reliquia della crisi risolta. Impossibile non ricordare immediatamente l’assalto dei campi Rom a Napoli dove, successivamente al rito espiatorio delle bottiglie molotov, i partecipanti si sono divisi i beni rimasti sul campo come a simbolizzare proprio la risoluzione della crisi. Le stesse istituzioni, che smembrano i campi Rom a Milano o a Roma, partecipano direttamente a questo rito nella stessa operazione di simbolizzazione della crisi risolta tramite l’appropriazione di elementi significativi appartenenti al corpo della vittima (le baracche, le roulotte, gli effetti personali).

Nella società italiana l’inversione di senso del rito di passaggio genera quindi la necessità di riti espiatori. Che sono riti di stabilizzazione e risoluzione delle crisi e quindi di conservazione di una società. Decisamente un qualcosa che non è per giovani anche se le stesse fasce giovanili sono spesso consenzienti, quando non sono indifferenti, verso questi processi di espiazione.

Per quanto tutto questo sia raggelante non dobbiamo attenderci niente di differente finchè la composizione sociale del lavoro è frammentata. E in Italia ad una frammentazione sociale del lavoro caratterizzata da una color line (tra nativi ed extracomunitari) se ne aggiunge una di tipo generazionale, dove persino a parità di mansioni, la forza lavoro più giovane è separata da quella di differente età.
Così tra la paura che attraversa la forza lavoro e la ricerca di fantasmi da uccidere, ci avviamo ad un “compiuto processo di riforme” almeno così dice il linguaggio della politica ufficiale

mcsilvan
Fonte: www.rekombinant.org/
Link: http://groups.google.com/group/rekombinant/msg/31784b1459801f0e
17.05.08

Pubblicato da Davide

  • melina

    Era da tempo che non leggevo un pezzo così. Finalmente un po’ di creatività, ironia e cultura contestualmente, me ne ero perfino dimenticata che si potesse esternare più argomenti contemporaneamente, in qualsiasi campo “specializzato”: nel leggere e scrivere , e nel lavoro ,mentre si chiedono idee o si discute in ufficio. Non si riscontra più questo tipo di linguaggio. E devo dire che questo trend a cui ci si è abituati, e cioè quello di essere incapaci di spaziare mentre si argomenta, non solo indica ignoranza e ottusità, ma è di una noia mortale; in effetti esiste un unico trend nello scrivere, nel lavoro, e soprattutto nel pensare, quello della superficialità totale. Una volta si chiamava questo tipo di linguaggio inesistente: “rapa dalla quale non si estrae sangue”. Non ricordo come fa il proverbio. Tendenzialmente comunque quel tipo di linguaggio al quale mi riferisco negli ambienti di lavoro vari sfocia, mai come oggi, nell’ astratto.

    Una volta si sarebbe arguito che la scelta di un master fosse frutto di una scelta in base ad un’ esperienza fatta. Esperienza acquisita che portava a un individuazione di talento personale, perchè no? di vita. Diciamo un indicazione ad una passione, un segnale del soggetto che si sta selezionando. L’unico vero interrogativo invece oggi per l’assumere qualcuno è, tra te e te: “ma questo, sarà capace di vendere il mio prodotto?”
    E quel prodotto è qualsiasi cosa.

  • 21grammi

    Non so se ho compreso appieno il senso del testo, oggi effettivamente c’è tanta specializzazione, tanti titoli, tanta teoria e poca esperienza pratica. Non potrebbe essere altrimenti visto che nella nostra società si da più importanza al titolo che all’esperienza… di conseguenza quando i titolati sono troppi il lavoro per loro scarseggia e non hanno l’occasione di fare pratica lavorando davvero. Gente come me alla fine un lavoraccio lo trova ed ha l’occasione di fare molta esperienza ma comunque continuerà a non contare un bel niente e a fare lavori poco gratificanti che in verità sono la maggioranza.
    C’è da fare una scelta: se si prende un titolo, una specializzazione oggi bisogna aspettarsi che non abbia lo stesso valore di un tempo, occorrerebbe quindi adattarsi a fare lavori di livello più basso e tenersi titolo e lavoraccio sperando in tempi migliori. Altrimenti si rinuncia all'”ing.” “dott.” ecc e si fa un lavoraccio sapendo di non poter sperare in tempi migliori.
    Quello che cambia quindi è la possibilità, o meglio, il diritto a sperare (e non è poco).

    Ciao

    http://orgasmachine.ilcannocchiale.it/