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QUESTA E' LA MENTE OPERATIVA DIETRO L'ALCOA.

LA STESSA AZIENDA CHE L’11 SETTEMBRE DIEDE VITA AL GOLPE IN CILE

DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI
Libero pensiero

Lasciamo perdere le commemorazioni e le piatte rimembranze retoriche e passiamo subito al sodo che ci interessa, oggi e a casa nostra.

Parliamo dunque dell’Alcoa e di Portovesme in Sardegna.
Di conseguenza, parliamo di scelte strategiche militari e di investimenti di speculazione finanziaria sui derivati nelle commodities del settore minerario.
Quella che si sta combattendo in Sardegna è guerra vera, ma non lo dicono.
Quando parlo di “guerra vera” intendo dire carri armati, bombardieri, ecc.
E di un flusso di cassa permanente di soldi per la criminalità organizzata.
Una brevissima pausa tanto per ricordare quel martedì atroce dell’11 settembre.
Non quello delle torri gemelle nel 2001.

Bensì quello del 1973, quando la Alcoa, la Enron, la ITT e la Citicorp diedero il via definitivo ai fascisti cileni per impossessarsi del potere in Sudamerica con la violenza

Avevano bisogno del controllo economico e finanziario di tutta la produzione estrattiva delle miniere di rame in Cile, del controllo della produzione di alluminio, carbone e zinco nella zona tra Il Cile, il Perù, l’Uruguay e il Paraguay. Fu quella la ragione e il motivo.

39 anni dopo la Alcoa sta di nuovo in prima fila nella gestione del riassestamento strategico delle sue aziende.
L’ufficio operativo marketing europeo nacque e si costituì a Milano, nel 1967, e da lì, grazie all’appoggio dei ceti più conservatori della politica italiana, iniziarono a tessere le fila per il golpe in Sudamerica nei primi anni’70, come tonnellate di documenti hanno ampiamente provato da decenni.
Ho ritenuto opportuno, oggi, quindi, spiegare chi sia la Alcoa.
Chi la dirige, chi la gestisce. Chi c’è dietro.
Per comprendere che non si tratta di una “normale” battaglia sindacale.
Si tratta del nuovo scenario dell’oligarchia finanziaria planetaria da applicare all’Azienda Italia per affossare definitivamente il paese.
Dietro l’Alcoa c’è la Citicorp che ne gestisce la finanza in un fondo creativo il cui management operativo è affidato al nucleo di Black Rock Investment, garantito da Royal Bank of Scotland e amministrato, in ultima istanza, dal quartiere generale di Goldman Sachs (è tutta robbetta ricavata da files pubblici gentilmente offerti nel 2010 e nel 2011 dalla ditta wikileaks di Julian Assange) che in questo 2012 sovrintendono, gestiscono e stabiliscono gli investimenti produttivi nel settore energetico nel pianeta.
Ecuador, Bolivia, Uruguay, Islanda, Australia, Spagna, Italia.
Queste sono le nazioni “strategicamente” più interessanti per Alcoa negli ultimi 10 anni.
Queste sono le nazioni nelle quali, nell’ultimo triennio, Alcoa ha avuto dei seri guai (oltre che perdere ingenti profitti ai quali erano abituati).
Nelle prime quattro nazioni il problema è stato risolto dai governi locali e vi spiegherò come. In Australia è stato affrontato e risolto dal Commonwealth in 36 ore tra il 28 e il 29 giugno del 2012, evitando una pericolosa crisi politica britannica venti giorni prima dell’inizio delle olimpiadi. In Spagna e in Italia (considerate ormai in tutto il mondo le due nazioni più conservatrici, più arrese, più arretrate dal punto di vista politico, completamente commissariate dai colossi finanziari) è stata scelta la linea colonialista, sapendo che in Italia e Spagna, in questo momento, è possibile fare tutto ciò che si vuole perché non esiste nessuna opposizione reale, avendo cancellato l’esercizio dell’informazione giornalistica.

Nessuno spiega chi è Alcoa, che cosa fanno, che cosa vogliono da noi, e perché se ne vanno via, dove, come, a fare che.

La prima botta per Alcoa è venuta dall’Islanda.
I guai per Alcoa (si fa per dire) iniziano in Islanda, agli inizi del 2007, quando un esponente del partito socialista islandese, membro della commissione salute e sanità del parlamento islandese, Helgi Hjorvar, fa una interpellanza parlamentare contro Alcoa sostenendo che “sta ottenendo sovvenzioni statali grazie alle quali ha assunto il totale controllo dell’erogazione di energia elettrica nella nostra isola praticando un prezzo ai consumatori dell’850% superiore a quelli di mercato e a quelli praticati in altre nazioni”. Da lì nasce una tremenda querelle che porterà poi Alcoa, prima a scusarsi, poi a patteggiare e infine, travolta dallo scandalo di corruzione delle multinazionali emerso in seguito al default islandese, a pagare un dazio e poi scappare via.
Ma pochi mesi dopo, alla fine del 2008 arriva la botta dell’Ecuador. Il nuovo governo di Rafael Correa fa arrestare l’intero management di Petroecuador attaccando per corruzione internazionale la società svizzera Glencore, sì proprio quella che la cupola mediatica italiana sostiene oggi sui media blaterando “c’è un cliente interessato all’acquisto”, è proprio quella che –toh guarda caso- è però la stessa azienda; perché, attraverso incroci azionari, rispondono entrambe all’interesse della Citicorp di New York. Fernando Villavicencio, esperto sudamericano a Quito di analisi finanziarie, rivela come e perché l’azienda locale di Alcoa e Glencore, a Quito, sia stata nazionalizzata e l’azienda buttata fuori dal marketing operativo. Il tutto dopo che in data 9 Febbraio 2007, in Bolivia, il presidente Evo Morales aveva dichiarato “insostenibile” il monopolio di Glencore e Alcoa nel settore argento, oro, zinco, alluminio attraverso la “Empresa metalurgica Vinto” nella regione di Oruro e la Sinchi Wayra (capitale finanziario Deutsche Bank e Citicorp) grazie alla corruttela dei precedenti governi, i cui esponenti sono finiti in galera. Nella stessa data, il parlamento boliviano vara un decreto legge in virtù del quale confisca le aziende di Alcoa e Glencore senza alcun indennizzo, nazionalizza le dodici aziende minerarie, e le espelle entrambe dal paese vietandone l’accesso al mercato. Da notare che il presidente della Glencore (uno degli uomini più ricchi al mondo) Marc Rich, è stato indagato in Usa per truffa, aggiotaggio, riciclaggio, sottoposto ad auditing davanti al Senato Usa nel febbraio del 2001 in diretta televisiva, processo concluso in maniera negativa sia per Rich che per la Glencore che per la Alcoa, ritenute colpevoli. La sentenza definitiva venne stabilita per il successivo aprile. Ventiquattro ore prima della notifica, il presidente George Bush intervenne personalmente (potendolo legalmente fare) chiedendo, pretendendo e ottenendo un “perdono giuridico del Congresso” in quanto tali aziende erano costrette a non rivelare la “vera natura del proprio business operativo essendo coinvolte in attività di natura strategica militare coperte dal segreto di Stato”. Il presidente garantì per loro. Nel 2005 l’interpol fa arrestare l’intero management di Glencore, di Alcoa e di African United Mines company nella Repubblica del Congo per riciclaggio internazionale di capitali, aggiotaggio e associazione con membri della criminalità organizzata legata ai cartelli narcos colombiani. E’ tuttora aperta la vicenda nella Repubblica dello Zambia, nella regione di Mopani, dove, approfittando della corruzione dei governanti locali le miniere vengono gestite senza rispettare alcuna norma di sicurezza o di rispetto ambientale. Come l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rivelato in un documento ufficiale presentato a Ginevra da Greenpeace in data 2010, in Zambia, “nella zona prospiciente la regione di Mopani, cinque milioni di persone rischiano la vita in seguito a piogge acide, all’avvelenamento di tutta la falda acquifera dato che la popolazione beve acqua non sapendo che essa non è potabile perché contiene una percentuale di piombo e alluminio superiore del 6.000% al livello massimo di rischio: sono tutte condannate a morte”. L’inchiesta è ancora lì.
In Paraguay, il vescovo Lugo, in quanto presidente regolarmente eletto, in data marzo 2012 aveva annunciato che avrebbe confiscato le miniere di Glencore e di Alcoa nel giugno del 2012 dando loro la possibilità di iniziare un piano di disinvestimento progressivo. Un mese dopo c’è stato il suo defenestramento sostituito da un governo tecnico che ha abolito il decreto affidando alle due aziende il controllo delle miniere del paese.
E così nel 2012 la Alcoa stabilisce che il quadro internazionale sta cambiando e decide di “spostare strategicamente tutte le attività estrattive, produttive e commerciali dal Sudamerica, Europa e Australia nel libero territorio dell’Arabia Saudita” paese medioevale dove c’è la possibilità di avere a disposizione mano d’opera che lavora quasi gratuitamente. Secondo il management dell’Alcoa c’è la opportunità di concentrare tutta la produzione mondiale di minerali fossili in Arabia Saudita con un prezzo di produzione minimo in modo tale da poter avere il monopolio nel mondo. E quindi dettare legge.
In Spagna (dove si trova la più grande azienda in Europa) gli va di lusso. Attraverso le sue consociate finanziarie, il gruppo Citicorp possiede pacchetti azionari di Caixa Bank, Banco Santander, Bankia e Banco Hispanico e quindi controlla il sistema finanziario delle banche erogatrici di credito a tutto il comparto dell’indotto nella provincia dell’Andalusia. 50.000 famiglie finiscono tutte sul lastrico per la chiusura delle miniere, alle quali vanno aggiunte circa 2.000 micro aziende dipendenti, che porteranno la Andalusia a dichiarare default nell’agosto del 2012 chiedendo l’intervento dello stato centrale.
Ma è in Australia che gli va male, ragion per cui sceglie e opta per la chiusura in Italia.
Avviene tutto nel giugno del 2012 quando Alcoa decide di chiudere le miniere nel Queensland, licenziando 2.000 persone che coinvolgono altre 3.600 persone operative nell’indotto. E qui c’è la sorpresa, a dimostrazione che –quando esiste la volontà politica, l’informazione e l’intelligenza- c’è sempre una possibilità di uscita. La Alcoa comunica che chiude le sue miniere e si trasferisce in Sudafrica. 48 ore dopo, il gruppo wikileaks australiano di Julian Assange inonda la rete australiana con notizie, informazioni (e trascrizioni di conversazioni tra diplomatici americani, inglesi, arabo-sauditi, italiani) relative soprattutto all’attività di un tedesco considerato un grande genio, Klaus Kleinfeld, la mente dietro Alcoa, l’uomo la cui immagine vedete qui in bacheca. Nato nel 1957 si laurea a pieni voti nella prestigiosa università di Gottinga e poi prende anche un dottorato di ricerca nell’università di Wurzburg in “amministrazione gestionale di aziende multinazionali” e inizia presto la sua attività, prima come consulente finanziario per Goldman Sachs nei primissimi anni’80 e poi a Duisbrug, Wiesbaden e infine a Francoforte, come responsabile degli investimenti finanziari in Europa per conto del gigante statunitense Citicorp. A metà degli anni’90 entra in Alcoa diventando presidente dal 1996 al 2001, gestendo in prima persona “l’operazione Italia di Portovesme” (dal punto di vista finanziario) prima con l’accoppiata Romano Prodi/Massimo D’Alema nel 1996 e 1997 e poi con l’accoppiata Silvio Berlusconi/Ignazio La Russa nel 2001. Dopodichè viene inviato in Usa dove diventa amministratore delegato della Siemens tedesca, gigantesca multinazionale strategica in campo militare e delle telecomunicazioni. Ma in Germania iniziano le contestazioni contro di lui all’interno del mondo imprenditoriale per i suoi modi autoritari e per l’indecoroso trattamento degli impiegati e degli operai tedeschi nelle fabbriche tedesche. Per anni, Kleinfeld è al centro del mirino della stampa tedesca finché non finisce indagato, accusato di corruzione, abuso di potere e addirittura “atteggiamento autoritario e lesivo della dignità umana dei propri dipendenti” ed è costretto a dimettersi nel 2007, scomparendo nel nulla (ovvero, rientrando come consulente operativo finanziario dentro Citicorp).
Alcoa in Italia nasce nel 1967 a Milano quale ufficio di rappresentanza e commerciale per la gestione delle vendite di materiale di produzione statunitense ed europea alla clientela italiana e del Bacino Mediterraneo. Ma Kleinfeld gestisce, insieme a Citicorp e Goldman Sachs, l’acquisizione della ALUMIX (gruppo EFIM) di proprietà dell’Italia; un’operazione gestita da Prodi e D’Alema che consegnano nelle mani del consorzio Citicorp e Goldman Sachs un pezzo strategico fondamentale per la sovranità e l’indipendenza nazionale senza aver mai fornito dettagli sull’operazione. Alain Belda (personalmente scelto da George Bush, Dean Rumsfeld e Dick Cheney) nel 2001 diventa presidente della Alcoa e chiude un accordo con il governo italiano prima nel 2002 (Berlusconi/La Russa) poi di nuovo nel 2007 (Prodi/D’Alema) e infine il più succoso in assoluto quello del 2009 (Berlusconi/La Russa) che consente alla Alcoa di godere di sovvenzioni governative come “rimborso relativo all’uso dell’energia elettrica” per un totale di 2 miliardi di euro nel 2009, più 1 miliardo e mezzo nel 2010 che raggiungono i 4,5 miliardi di euro nel 2011, a condizione di “garantire l’occupazione permanente e il prosieguo dell’attività produttiva nel territorio sardo”. Quei soldi, in verità, sono finiti nella Citicorp, investiti nei derivati finanziari. Neanche lo vendono l’alluminio: lo producono, lo accatastano, lo immagazzinano e lo danno in garanzia per avere soldi da investire in derivati speculativi.
L’Italia è stata una pacchia per gli speculatori, soprattutto tra il 2007 e il 2011, perché attraverso la malleveria politica ogni multinazionale e grossa azienda –con scusanti varie- si è appropriata di ingenti risorse dello stato centrale (cioè i nostri soldi) per investirli poi a Londra, New York, Francoforte, Honk Kong.
Ma i profitti lucrati non sono mai rientrati in Italia.
Neppure un euro.
Come dicevo sopra, nel giugno del 2012 Alcoa decide di chiudere in Australia “rompendo” il consueto patto: mi dai sovvenzioni statali e io ti garantisco piena occupazione nel settore. Ma in Oceania, la manovra non passa. Fa da ariete Julian Assange (e wikileaks) da due giorni finito dentro l’ambasciata dell’Ecuador, e in Australia monta il dibattito su Alcoa. Perché sul web australiano, sui blogs e sulla stampa mainstream cominciano a comparire valanghe e fiumi di notizie sulla Alcoa, sulla Glencore e sulle loro attività finanziarie. Il primo ministro australiano interviene e risolve il tutto in tre giorni. Telefona alla regina Elisabetta e le dice “Maestà, se queste 4.000 famiglie verranno buttate in mezzo alla strada, riterrò politicamente responsabile la Corona d’Inghilterra e lei personalmente ne trarrà le conseguenze. Sulla base del nostro diritto io denuncio quindi la questione al Commonwealth, pretendendo un’aperta discussione anche all’interno del parlamento britannico a Londra”. Lo fa anche per iscritto. Invia una lettera a Elisabetta (bypassando David Cameron) ma la copia la invia anche ai responsabili del Partito Laburista Britannico (i partiti servono, eccome se servono; il problema non sono i partiti, in Italia, ma la qualità delle persone che li compongono, il che è un altro dire) i quali si incontrano con la regina e risolvono la questione in un semplice colloquio, peraltro informale. La Legge britannica obbliga la regina a non mettere bocca su quello che fa il suo primo ministro (a meno che lei non lo sfiduci) ma il primo ministro non si impiccia del Commonwealth che la Corona sovrintende (Canada, Australia, Bahamas, Bermudas, ecc.). Il ministro degli esteri inglesi viene avvertito e invitato a chiedere alla Merkel che intervenga; evento che si verifica. Kleinfeld viene raggiunto e viene chiuso un nuovo accordo. La Corona mette subito 40 milioni di sterline per pagare gli stipendi dei minatori per due mesi e nel frattempo garantisce che la Alcoa rimane lì e seguiterà a produrre, oppure, nel caso se ne voglia andare, restituisce i soldi che ha avuto e la Corona d’Inghilterra si fa garante, oltre a farsi carico della spesa di riconversione, assumendosi la responsabilità di avere a suo tempo dato il via all’operazione.
Trovate tutto il racconto sul sito (per gli amanti dei link) news.ninemsn.com.au
Perché non farlo anche in Italia?
L’Alcoa o rimane (e ringrazi il cielo) oppure deve restituire i soldi che ha avuto, li deve restituire subito, cash really cash, sufficienti a garantire la tenuta dell’occupazione e riconvertire con un abile piano industriale la zona rilanciando lavoro e occupazione. Si tratta di circa 8 miliardi di euro, praticamente una manovra economica.
Lo sapete che non esiste una fattura, un bilancio, una documentazione, una ricevuta di quei soldi?
Lo Stato italiano per anni ha dato i soldi dei contribuenti a un’azienda gestita da una pattuglia che rispondeva agli ordini di Dean Rumsfeld (ex ministro della Difesa Usa) uomo costretto alle dimissioni in Usa e scomparso nel nulla per pudore, e assiste passivo e silente dinanzi a ciò che sta accadendo?
Perché i sindacati non raccontano la storia vera di Alcoa?
Perché i sindacati non raccontano chi c’è e c’è stato dietro Alcoa?
Corrado Passera sostiene che c’è “un interesse” di Glencore. Ma questa è un’azienda finanziaria che si occupa di investimenti su derivati, l’uno è il braccio dell’altro: che cosa fanno? Un ufficio vende la propria azienda a un’altra stanza dello stesso ufficio?
Ci avete presi per deficienti cerebrolesi?
Il sole24 ore poi viaggia su un delirio da cupola mediatica: “c’è un forte interesse da parte di un’industria svizzera, la Klesh”.
Peccato che anche questa sia una società finanziaria della Citicorp, gestita da Goldman Sachs, già operativa dentro la Alcoa, ex socia di Halliburton, Enron e Pimco Pacific insieme al vice-presidente Usa Dick Cheney, gestita da un management “discutibile” dato che l’intero consiglio amministrativo è composto da individui indagati, denunciati, alcuni condannati per riciclaggio, aggiotaggio, violazione delle norme fiscali, retributive e associative, tra cui falso in bilancio, coinvolti in continui scandali finanziari.
In Sudamerica stanno cercando di liberarsi di questa gente. Quando e se possono, li sbattono fuori dal paese, o li mettono in galera.
In Australia, il governo è intervenuto subito coinvolgendo tutta la city di Londra, minacciando sfraceli. Ha ottenuto un risultato in 48 ore.
E in Italia?
I lavoratori della Alcoa hanno il sacrosanto diritto di combattere per la salvaguardia del loro posto di lavoro, che era stato garantito da accordi inter-governativi di tipo militare.
Ma hanno il dovere civico di chiedere ai sindacalisti “ragazzì….com’è sta storia della Alcoa?” e pretendere da loro che raccontino chi c’era dietro, quali accordi hanno stipulato, quali erano le garanzie reciproche, pretendere l’esibizione di tutta la regolare documentazione dello scambio tra Alcoa e governo, con nomi e cognomi, date e cifre. Se era legale, dovrebbe essere tutto documentato. Se non è documentato, allora vuol dire che non è legale e il Diritto consente di sequestrare gli impianti come si fa con la mafia.
Soprattutto pretendere che si sappia che cosa c’è dietro, oggi, adesso. Ora.
Nella Guerra Invisibile, la battaglia per il controllo delle risorse energetiche è fondamentale.
Gli operai sardi devono chiedere “Perché l’Alcoa chiude, adesso? Dove sono andati a finire i miliardi di euro che hanno ricevuto? Che cosa hanno dato in cambio?”
Ma soprattutto avere il coraggio civile, e civico, di chiedere “A chi hanno dato in cambio qualcosa? Quando? Come? Quanto?”.
Perché di questo si tratta.
Ecco il vero volto dell’attuale governo in carica: gestire e pilotare la crisi per spingere all’angolo della disperazione sociale chi lavora e poi presentarsi e dire: “o finite in mezzo alla strada oppure vi possiamo salvare vendendo questa azienda a Mr. Pinco Pallino perché noi siamo buoni” obbligando la gente (e le aziende) ad accogliere a braccia aperte Mr. Pinco Pallino senza sapere chi diavolo sia. Così entra la criminalità organizzata, e così penetrano le società finanziarie, il cui unico, dichiarato scopo, consiste nella de-industrializzazione delle nazioni.
Vogliamo sapere le condizioni di vendita all’Alcoa scritte nel 1996. Chi stabilì allora il prezzo? Quali parametri vennero usati e applicati?
Vogliamo sapere quali condizioni e postille e clausole c’erano negli accordi strategici sottoscritti dal governo nel 2001, nel 2007 e nel 2009.
Vogliamo sapere come sia possibile che l’Italia nel 1992 era tra le nazioni leader al mondo nella produzione di lingotti di alluminio e adesso è sparita dal mercato.
Coloro che hanno gestito queste manovre sono le stesse persone che oggi pretendono di guidare il presupposto cambiamento.
Stanno tutti in parlamento.
E voi vi fidate di gente così?

“Devono andare tutti alle isole Barbados”.

Sergio Di Cori Modigliani
Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it
Link: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2012/09/questa-e-la-mente-operativa-dietro.html
11.09.2012

Pubblicato da Davide

  • polidoro

    Bellissimo articolo.

    Quasi troppo denso di dati e storie ma meglio troppo che poco

    Il finale però ““Devono andare tutti alle isole Barbados”.” è assurdo.

    Le Barbados ? E che è, un premio ? Si son meritati un premio ?

    La SIBERIA La SIBERIA La SIBERIA La SIBERIA La SIBERIA

  • Truman

    @polidoro: in particolare la Jacuzia sarebbe il posto più adeguato (http://it.wikipedia.org/wiki/Sacha-Jacuzia).

  • Tanita

    A Guantanamo, a provare un po’ della propria medicina.

  • mincuo

    Non per rimarcare ma anche qui tutti i nominati della vicenda sono appartenenti alla premiata lobby Eletta.

    -Black Rock Investment (che poi è Goldman Sachs, che poi è Blankfein)
    -Glencore, (cioè March Rich quello con 52 capi di imputazione ma, MIRACOLO, perdonato da Clinton e non da Bush, come dice nell’articolo Modigliani, l’ultimo giorno del suo mandato alla Casa Bianca)
    -Alcoa (che poi è Kleinfeld) (Alain P. Belda che era il predecessore di Kleinsfeld idem)
    -Citicorp (cioè Rothschild)
    -Sinchi Wayra (idem, e in più attraverso DB)
    Poi Modigliani dice che Citicorp possiede pacchetti azionari di Caixa Bank, Banco Santander, Bankia e Banco Hispanico. Vero ma comunque per sicurezza ad esempio Santander casomai è Emilio Botin, sempre lobby.
    -Corrado Passera infine anche lui lobby.

    Per i curiosi la probabilità che sia casuale che i protagonisti siano tutti lobby si calcola così.

    Considerato generosamente questo gruppo lo 0,3% della popolazione mondiale si ha che la probabilità che siano tutti di quel gruppo in questa vicenda è 0,3% x 0,3% x 0,3% x 0,3% x 0,3% x 0,3%
    Trattasi di un fatto casuale perciò lo 0,0000000000000729% delle volte.
    Per paragone voi vincerete al Superenalotto lo
    0,000000159% delle volte cioè fare 6 al Superenalotto è circa 218 milioni di volte più probabile.

    Detta in altri termini o rilevi queste cose e allora sei un “complottista” o altrimenti sono casi normali solo che 218 milioni di volte più improbabili che fare 6 al Superenalotto.

  • Petrus

    Ma certo che è una coincidenza, sai bene quanto questi “Olandesi” siano fortunati col Superenalotto: hanno la cabala dalla loro parte… 😉

  • Gilgamesh
  • nuovaera89

    Questo articolo mi ha sconvolto, non sapevo che dietro a questa azienda ci potevano essere gruppi speculativi, denunce da tutti i continenti, e uomini con un curriculum alla Al Capone.
    Non ho più parole, e la cosa più sconvolgente non è solo la questione dei sindacati inesistenti e di uno stato criminale (quello ormai è sempre più provato), ma è la pericolosità dei media e della televisione, lasciano nella totale ignoranza non solo i poveri lavoratori della Alcoa, ma i milioni d’Italiani che li seguono, secondo voi quanti italiani sanno di una situazione del genere dietro alla Alcoa, tranne i responsabili diretti e qualche fottuto “complottista” informato??? ma ci rendiamo conto di che bomba sarebbe far sapere a milioni d’italiani quello che succede (e successo) dietro all’alcoa??
    Io sono stanco di farmi mangiar vivo, di farmi sfruttare, sodomizzare, rincoglionire, schiavizzare, e lobotomizzare da dei politici corrotti, da lobby di ogni genere, tecnocrati ecc, la mia carriera politica è iniziata appunto per quello, per un cambio radicale, sarò un c….e a crederci, sarò un ipocrita, dite quello che volete, ma ci voglio provare… COSTI QUEL CHE COSTI!

  • Stopgun

    Sto studiando, con difficolta’, la storia delle miniere siciliane, EMS, Verzotto, Guarrasi,Armistizio (Unconditional sur render=resa senza condizioni) di Cassibile,Zolfo per la Royal Navy, sbarco di Garibaldi,Mafia,Stato, ENI, Mattei,Gheddafi.

    Piu’ o meno e’ identica a questa.

  • Merio

    Ma secondo voi è possibile che una persona onesta e sana di mente possa gestire una multinazionale?? Oppure è necessario avere qualche turba psichica??

  • MM

    I fatti appaiono di non scarsa rilevanza clinica e propendono con decisione a favore della ipotesi, direi certezza, di una predominanza psichica di tipo patologico. Denaro, potere, agiscono come droghe pesanti, provocando dipendenza e assuefazione di grado elevato. Dovendo anche valutare il fatto che non poche di queste persone utilizzano droghe vere e proprie, sovente in non scarsa quantità. Si tratta di individui affetti da forti disturbi della personalità, alterazioni profonde che possono anche essere definite come “atipiche” ma aventi caratteristiche di forte pericolosità sociale. I risultati e le conseguenze sono chiari. Avidi, freddi, spietati, mistificatori.
    Esiste un profilo piuttosto preciso di tali caratteristiche sia sul DSM IV che sull’ICD 10.
    Per dirla in termini semplici, sono persone da chiudere in manicomio, forever.

  • lanzo

    Non sara’ che il governo australiano – in Queensland hanno introdotto pochi anni fa la fluorodizzazione dell’acqua, che e’ ormai una pratica sputtanata e che aiuta solo le industrie chimiche: il fluoro e’ uno scarto – guarda caso – della produzione di alluminio e la cosa e’ stata genialmente risolta facendo pagare ai governi lo smaltimento di un prodotto di scarto, magari dando assicurazioni di salvaguardare posti di lavoro, poi quando questo non e’ avvenuto, si sono incazzati ?

  • Tetris1917

    in un libro sulla “storia del movimento operaio negli stati uniti dal 1861 al 1955”. Si potra leggere che nel 1870 a causa di scioperi per aumenti salariali, fecero (l’azienda) sparare su operai e manifestanti, come era cosa normalissima all’epoca, nella nazione culla della “democrazia”.

  • Tetris1917

    errore: verificato, furono gli scioperi del 1893….data 1870 errrata

  • Merio

    quoto in toto quello che hai detto

  • Valdez

    Nefandezza per nefandezza:

    Il 15 gennaio 1898 il prezzo del pane viene portato da 45 a 50 centesimi al chilo. La reazione popolare non si fa attendere…

    Milano, 6-9 maggio 1898

    È il 6 maggio: verso mezzogiorno, alcuni agenti di polizia si infiltrano tra gli operai della Pirelli di via Galilei; approfittando della pausa pranzo, in fabbrica si aggirano dei propagandisti che distribuiscono i volantini di protesta, su cui fra l’altro sta scritto che è il governo il vero responsabile della carestia che travaglia il paese. La polizia arresta sindacalisti e operai, e deve muoversi Filippo Turati (deputato dal 1896) per farli rilasciare praticamente tutti: in questura ne resta solo uno. I lavoratori della Pirelli reclamano la liberazione del compagno, e la loro protesta riceve la solidarietà delle maestranze di altre fabbriche cittadine. La giornata volge al termine, ma non il braccio di ferro tra operai e polizia: verso sera, in risposta alla sassaiola di un gruppo di dimostranti, la polizia spara qualche colpo; una compagnia di soldati, che si stava recando sul luogo per presidiare la zona, accorre e senza neanche sapere cosa stia succedendo apre il fuoco. Il bilancio è di tre morti e numerosi feriti.

    La popolazione milanese reagisce compatta: per il giorno seguente, 7 maggio, viene proclamato uno sciopero generale di protesta al quale la cittadinanza aderisce in massa riversandosi nelle strade principali della città. Entra in azione la cavalleria, il cui effetto viene però vanificato dalle barricate prontamente erette e dalle tegole lanciate dai tetti delle abitazioni. Nel pomeriggio di quella stessa giornata, il governo, irremovibile nel vedere dietro i disordini una inesistente trama rivoluzionaria, decreta per Milano lo stato d’assedio, affidando i pieni poteri al generale Fiorenzo Bava Beccaris, che insedia sotto una tenda da campo, in piazza del Duomo, il suo quartier generale. L’8 maggio i cannoni entrano in azione contro le barricate e la folla, composta come sempre anche da donne, vecchi e bambini. L’ordine è di sparare ad alzo zero: restano uccise centinaia di persone, e accanto ai morti si potranno contare oltre un migliaio di feriti più o meno gravi. Il numero esatto delle vittime non è mai stato precisato, ma stime ragionevoli lo fanno risultare senza dubbio superiore a quello dei milanesi “caduti per la patria” durante le famose Cinque giornate del 1848 — circa 350 (le autorità di allora giocarono al ribasso, fissando in un centinaio i morti e in circa 400 i feriti).

    Va detto che nell’occasione il governo italiano si mostrò assai più efficiente di quello austriaco: a partire dal giorno successivo, 9 maggio, quando ormai l’”ordine” era stato pienamente ristabilito a Milano e nel resto del paese, il generale Bava Beccaris, appoggiato dal governo riconoscente e con la benedizione della Chiesa nella persona del cardinale di Milano, Ferrari, emanò una serie di decreti liberticidi e ormai del tutto ingiustificati – fece sciogliere associazioni e circoli “sovversivi” e cattolici, arrestare deputati e organizzatori socialisti, repubblicani, anarchici, nonché sopprimere la stampa d’opposizione. Lo stato d’assedio venne mantenuto anche quando i milanesi, allibiti, erano stati ormai ridotti in condizioni di non nuocere. La degna conclusione di questa desolante pagina di storia patria fu il conferimento al valoroso generale Bava Beccaris della croce di Grande Ufficiale dell’ordine militare di Savoia – come si premurò di telegrafargli da Roma il capo del governo, Di Rudinì: «Ella ha reso un grande servigio al Re e alla patria». E meno di un mese dopo, il 6 giugno 1898, alle ore 21,20 il Re in persona mandava al Bava Beccaris il seguente telegramma:

    «Ho preso in esame le proposte delle ricompense presentatemi dal ministro della guerra a favore delle truppe da lei dipendenti e col darvi la mia approvazione fui lieto e orgoglioso di onorare la virtù di disciplina, abnegazione e valore di cui esse offersero mirabile esempio. A lei poi personalmente volli offrire di motu proprio [sic] la Croce di Grand’Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia, per rimeritare il grande servizio che Ella rese alle istituzioni ed alla civiltà e perché Le attesti col mio affetto la riconoscenza mia e della patria. Umberto»

    Personaggi e interpreti:

    Fiorenzo Bava Beccaris (Fossano, Cuneo 1831 – Roma 1924)Fiorenzo Bava Beccaris (Fossano, Cuneo 1831 – Roma 1924). Nel maggio 1898, in occasione dei gravi tumulti milanesi, il governo guidato da Antonio di Rudinì proclamò lo stato d’assedio e il generale, in qualità di regio commissario straordinario, ordinò di sparare sulla folla. In segno di riconoscimento per l’azione, Bava Beccaris ricevette dal re Umberto I la gran croce dell’Ordine militare di Savoia, e il 16 giugno 1898 ottenne un seggio al Senato. Fu collocato a riposo nel 1902.

    Umberto I di Savoia (Torino 1844 – Monza 1900). Conferendo un alto riconoscimento al generale Bava Beccaris, il secondo re d’Italia firmò la propria condanna a morte — il 29 luglio del 1900, a Monza, verrà assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci, che dichiarerà esplicitamente di aver voluto vendicare i morti del maggio 1898.

    Fonte: http://www.alessandracolla.net/2007/07/11/a-milano-romba-il-cannone-maggio-1898-bava-beccaris-spara-sulla-folla

    Questi da sempre fanno cosi’.

    Vae Victis

    Questo vale per noi e vale anche per loro.

    Un giorno Mike Tyson ha detto: “Tutti hanno un piano. Fino a quando non gli arriva un pugno in faccia.”