QUELL'INUTILE DIFESA DI (QUESTO) LAVORO NOVECENTESCO

QUELL'INUTILE DIFESA DI (QUESTO) LAVORO NOVECENTESCO

DI VALERIO LO MONACO

ilribelle.com

Maurizio Landini si batte come un leone, bisogna ammetterlo. Con capacità e convinzione. E con efficacia mediatica fuori dal comune. Non come la moscissima Camusso, praticamente incapace di suscitare la benché minima scintilla in chicchessia tanto in piazza quanto, soprattutto, in televisione.

Landini invece il suo mestiere lo sa fare benissimo. Il punto è che si tratta di un mestiere in rottamazione, tanto quello del lavoratore. Che quasi non c’è più.

Beninteso, la Fiom riguarda i metalmeccanici, e il suo primo esponente fa il suo mestiere, sempre attento a non sgarrare di un millimetro rispetto al suo mandato (anche se sono in molti, ad augurarselo, nella classe lavoratrice, sperando in quel “Partito Landini” di cui si parla sempre più insistentemente). La difesa dei metalmeccanici da parte della Fiom è certamente più evidente rispetto a quella dei sindacati di qualsiasi altro settore lavorativo. E Landini si guarda bene, come è giusto che sia, dal far percepire con nettezza il successivo passo politico che pure molti si aspettano.

Senonché ad ascoltarlo, cercando di ragionare più a fondo del particolare nel pure quale si cimenta, si è facilmente preda dello sconforto. Perché se da una parte ci sono le sacrosante rivendicazioni degli operai, e dall’altra quelle rapaci delle industrie che delocalizzano e riducono la forza lavoro per aumentare i profitti e i dividendi degli azionisti, sopra ogni altra cosa è con il mondo che ci troviamo di fronte che tanto gli uni quanto gli altri si devono confrontare. E quel mondo ci dice - da tempo - che è proprio il lavoro a essere agli sgoccioli. Soprattutto quel lavoro manuale che appare oggi la contesa della scontro.

È almeno un decennio ormai che le “fabbriche” non producono utili in modo persistente, che i lavoratori vengono emarginati e resi più poveri e che la spirale discendente di quel sistema, in altri tempi si sarebbe detto del fordismo, si avvita sempre più indistricabilmente su se stessa.

Oggi dove ci sono i macchinari, gli investimenti materiali e la necessità della forza lavoro ci sono i debiti. Dove nel business regna il virtuale e la finanza, dunque nulla di materiale, ci sono gli utili. Tanto che gli imprenditori che possono quanto meno diversificano i propri settori di intervento smantellando il più possibile il regno materiale per lanciarsi nella speculazione di quello virtuale.

Così da una parte abbiamo governi (e quello di Renzi ne è un fulgido esempio) che operano per facilitare tale smantellamento, e dall’altra i lavoratori di una classe in via di estinzione che combattono per perdere meno terreno possibile, ma sopra a tutto c’è l’inesorabile cambiamento del mondo del lavoro e della produzione nel suo complesso che non lascia scampo a battaglie di sorta. Perché il risultato finale è già scritto nella pietra.

Per intenderci: non è licenziando i lavoratori che si può indurre le fabbriche a produrre di più e non è lottando per tenere un posto di lavoro in più che si può arginare l’emorragia di senso e il funzionamento di una società dei consumi in decadenza irreversibile. Naturalmente è superfluo sottolineare che una società che licenzia e precarizza pone le basi per la sua assoluta impossibilità di riprendere a funzionare, altro che ripresa.

Il labirinto di inutilità all’interno del quale si muove l’attuale diatriba sul lavoro ha come unico effetto, pertanto, quello di non lasciare tempo né spazio mentale per cercare di immaginare come potrebbe essere quella “nuova società”, quel “nuovo paradigma” che è invece indispensabile inventare, tentare, sperimentare e promuovere. Così il tutto si risolve in una classe lavoratrice asserragliata in trincea, la quale perde terreno passo passo inesorabilmente, e la classe imprenditoriale di vecchio stampo che avanza: sul deserto. Perché se è vero che i lavoratori diventano sempre più schiavi, è vero altresì che qualunque industriale i suoi prodotti, realizzati a costi inferiori quanto si vuole, con lavoratori-schiavi quanto si riesce, a qualcuno dovrà pur venderli, poi. E vendere nel deserto non è certo possibile.

Landini, per tornare a chi più di altri appare in grado di proporre qualcosa che valga la pena di essere ascoltata, ci prova. Ma in una direzione che non porta da nessuna parte. Perché posto che il sistema della merce è agli sgoccioli, di lavoro, di occupazioni, la nostra società ha e avrà comunque bisogno. Ed è di nuovi lavori, di nuove occupazioni (cioè di una nuova società) che è indispensabile discutere, non di come trattenere i lavoratori all’interno di un sistema che ha già ampiamente dimostrato di non riuscire più a funzionare.

Un solo esempio: che senso ha continuare a lottare per 200 o 500 posti di lavoro in più o in meno in una fabbrica di automobili che nessuno vuole più e neanche riesce a comperare ove ancora le volesse? Non sarebbe forse il caso di lottare affinché gli stabilimenti che una volta producevano automobili oggi si convertano nel produrre qualcosa di cui oggi c’è (e ci sarà) effettivo bisogno?

Di materia e di oggetti, di meccanismi e di tecnologia, a meno di ritornare all’età della pietra, nel mondo ci sarà sempre bisogno. Anche Leonardo era ingegnere e meccanico. Il punto è capire su quale settore valga la pena puntare. Quale sia necessario portare avanti. Quale sia indispensabile inventare del tutto. E quale vada abbandonato.

Non è di un nuovo modello di automobile che abbiamo bisogno. O di un nuovo telefonino o di un televisore a 4 o 5D, ma di servizi e opere che magari puntino al recupero, alla messa in sicurezza dell’esistente, alla riduzione dei consumi, degli sprechi e degli scarti. Non abbiamo bisogno di aggrapparci all’ultima catena di montaggio che produce marmitte per automobili che poi restano invendute. Bisognerebbe riconvertire i lavoratori in occupazioni delle quali c’è realmente bisogno. Solo al caso italiano abbiamo un Paese che crolla pezzo a pezzo dal punto di vista idrogeologico, abbiamo un Paese che cade in frantumi dal punto di vista urbanistico e che dipende energeticamente dagli altri. E che accumula scorie che nessuno ha ancora trovato il modo di eliminare e soprattutto di non produrre.

È un Paese, il nostro, che potrebbe sopravvivere quasi solo di vento e di sole, e di turismo quasi in ogni borgo. E allora è nell’energia che non produce scorie che le “industrie” dovrebbero investire, e nelle tecnologie che potrebbero usufruirne. È nel ripristino di strade e collegamenti per far raggiungere ai turisti i posti più incantevoli (disseminati ovunque) che si dovrebbe puntare. Non esiste quasi altro Paese al mondo dove vi sia una così alta concentrazione di paesaggi, di cultura, di storia, dove vi sia clima tanto favorevole e cultura alimentare che tutto il mondo ci invidiano, dove in luogo di puntare ancora a testa bassa al mondo delle merci sia invece possibile virare decisamente verso un futuro con meno oggetti ma con più servizi funzionanti, con più bellezza, con più benessere. Non parliamo naturalmente di cementificazione, quanto di riqualificazione dell’esistente. Che è enorme e ha altissimo valore. Attraverso il quale fare dell’ospitalità e del buon vivere la occupazione non alienante, non inquinante e non distruttiva per dare un lavoro a tutti.

Ma questo necessita di visione, di prospettiva e di volontà. Tutti aspetti dei quali la nostra classe di intellettuali, di imprenditori e di politici appare del tutto priva.

Valerio Lo Monaco

Fonte: www.ilribelle.com

Link: http://www.ilribelle.com/la-voce-del-ribelle/2014/10/28/quellinutile-difesa-di-questo-lavoro-novecentesco.html

28.10.2014



Commenti (25)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. GiovanniMayer 30 ottobre 2014

      Un solo esempio: che senso ha continuare a lottare per 200 o 500 posti di lavoro in più o in meno in una fabbrica di automobili che nessuno vuole più e neanche riesce a comperare ove ancora le volesse? Non sarebbe forse il caso di lottare affinché gli stabilimenti che una volta producevano automobili oggi si convertano nel produrre qualcosa di cui oggi c’è (e ci sarà) effettivo bisogno?
      Il problema si potrebbe risolvere interpretando in una certa maniera l'articolo 43 della Costituzione:

      COSTITUZIONE
      ART.43

      A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante ESPROPRIAZIONE e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

    1. gaia 29 ottobre 2014

      Simpaticone!

      Quale miglior lorica di una tastiera?

    1. MarioG 29 ottobre 2014

      Se butta via il socialismo reale, resta solo l'Utopia.

    1. MarioG 29 ottobre 2014

      Lo confesso: sono sterile!

    1. MarioG 29 ottobre 2014

      Grazie per le delucidazioni

    1. gaia 29 ottobre 2014

      Da nessuna parte.

      La critica resta sterile commento o non.

      Non mi permetterei mai di farla centro di una simile offesa. :)

    1. Jor-el 29 ottobre 2014

      No, perché il lavoro necessario alla produzione della macchina è già stato pagato dal Capitalista che l'ha comprata. Da quel momento la macchina non produce più nuovo valore è, come si dice, Capitale Costante. La manutenzione e i pezzi di ricambio sono anch'essi Capitale Costante. Macchine, muri, impianto elettrico, riscaldamento = Capitale Costante. Operai, impiegati, collaboratori esterni, interni, precari o meno = forza-lavoro = Capitale Variabile. Perché il Capitale Costante si chiama Costante? perché non crea nuovo valore. La macchina trasferisce il suo valore nei prodotti.
      Al contrario la forza-lavoro - che infatti è Capitale Variabile - crea nuovo valore, del quale una parte viene usata dal lavoratore per integrare la forza-lavoro spesa durante l'orario di lavoro, e il resto costituisce il surplus, il plusvalore, che viene prelevato dal Capitalista e concorre all'accumulazione e alla valorizzazione del Capitale.
      Bisogna comprendere che al capitalista non interessa produrre nulla, se non denaro. Dal punto di vista del Capitalista i muri, le macchine, i computer, le scrivanie degli uffici, non sono altro che trappole per ingabbiare forza-lavoro e sfruttarla al fine di ottenere più denaro di quello speso.
    1. MarioG 29 ottobre 2014

      Perche' dice che dalle macchine non e' possibile estrarre plusvalore? Se la quantita' di lavoro svolto dalle macchine supera il lavoro necessario alla produzione della macchina, non possiamo dire di avere un plusvalore?

    1. Ercole 29 ottobre 2014

      Riflessione ineccepibile .

    1. Ercole 29 ottobre 2014

      Da sempre gli operai lottano contro il lavoro salariato, perchè mai dovremmo difenderlo significa legare la nostra schiavitù ai capitalisti e a tutti coloro che hanno interesse a mantenere in vita questo sistema . La vera questione da porre è se questo sistema sociale non è più in grado di soddisfare i bisogni dell'umanità va cancellato dalla storia. E di conseguenza la produzione sociale deve essere basata sui bisogni e non più sul profitto non esisteranno più crisi cicliche di sovrapproduzione, non ci saranno più guerre , e grazie alla tecnologia lavoreremo tutti e molto meno liberandoci dall'alienazione del lavoro e soprattutto ne gioveremo in tempo libero :si chiama SOCIALISMO che non fa rima con lo Stalinismo o con il capitalismo di stato altro inganno storico che ha illuso milioni di proletari.

    1. MarioG 28 ottobre 2014

      Dove sta scritto che un commento deve contenere una proposta? Mi ha preso per un grillino?

    1. gaia 28 ottobre 2014

      Mi sono spremuta le meningi, Mario, ma non sono stata capace di estrarre la proposta dalle sue molte critiche. prosit!

    1. Ultor 28 ottobre 2014

      bravo Landini, ma col jobs act e con gli strumenti attuativi susseguenti praticamente si sancisce la fine dei sindacati come noi li conosciamo, saranno depotenziati come i partiti lo sono adesso, percependo soldi pubblici senza funzioni efficaci sull'azione di governo

    1. SanPap 28 ottobre 2014

      Perché scegliere se si possono realizzare tutti gli scenari ?

      Metterei al primo posto il punto 3, al secondo il punto 1, in fine il 2 in base alla loro "facilità" di realizzazione.

      E' già successo con la caduta dell'impero romano, a cui è seguito l'umanesimo.


    1. SanPap 28 ottobre 2014

      Magari ci lasciassero vivere di "sole, vento e turismo", neanche quello temo.

      All'inizio dell'anno Zingaretti ha fatto una serie di conferenze, una in ciascuna provincia del Lazio e ha invitato gli interessati a presentare dei progetti da finanziare con i fondi europei. Ne avevo uno pronto nel cassetto ( lo avevo preparato quando ancora avevo voglia di fare ) sull'agro alimentare, basato su reti d'imprese che producono in qualità e il coinvolgimento di Università operanti nel settore agricolo (il bollino blu non guasta); decido di approfondire la possibilità di presentarlo; fisso un appuntamento con un funzionario della società della regione che eroga i fondi; porto la documentazione; il colloquio va splendidamente, il funzionario mi dice che è uno dei migliori progetti che gli sono stati proposti e mi invita a presentarlo ufficialmente come startup innovativa; era tutto finanziato e finanziabile; non credevo alle mie orecchie; poi è arrivato l'inghippo (per me, ovviamente): i soci della startup dovevano essere la regione, uno o più finanziatori, io ed eventuali altri miei partners; il finaziamento sarebbe durato 5 anni alla fine dei quali la startup sarebbe stata messa in vendita; poiché è impensabile che in 5 anni potessi accumulare un capitale tale da soddisfare le richieste degli altri soci, è chiaro che la startup mi sarebbe stata tolta; insomma per 5 anni mi sarei dovuto fare un #### pazzesco, con problemi di tutti i tipi, e poi avrei dovuto consegnare il tutto a chi non aveva fatto nulla o aveva semplicemente messo capitali (finti: loro mettono in gioco numeri scritti in un archivio, io li tramuto in ricchezza reale con il mio lavoro).

      Chiudo qui perché non riesco a trattenere un commento scurrile.

    1. Jor-el 28 ottobre 2014

      Non hai torto. Considerando il mondo nella sua interezza, non ci sono mai stati tanti operai come adesso, 2014, in tutta la storia dell'umanità. L'automazione che sostituisce il lavoro umano è una favola, non ci sarà MAI nel Capitalismo. Il Capitalismo è il dominio di una classe - i Capitalisti - sulle altre. Per esistere il Capitalismo ha necessità che esistano i lavoratori umani, le famose fabbriche del sudore, perché dalle macchine - per definizione- non è possibile estrarre plusvalore. Per cui le fabbriche del sudore esisteranno sempre, che siano in India, che siano in Cina, che siano all'Inferno o in Paradiso. Per sostituire veramente il lavoro umano con le macchine bisogna ELIMINARE i Capitalisti.

    1. Jor-el 28 ottobre 2014

      Un esempio di politica industriale? Leggi qui:


      http://www.lastampa.it/Page/Id/2.0.3831436225

      Si capisce anche perché c'è la guerra in Ucraina e perché gli USA non ci molleranno MAI.

    1. giannis 28 ottobre 2014

      concordo su tutto , per la maggior parte degli italiani dico di prepararsi a diventare poveri

    1. giannis 28 ottobre 2014

      e finita anche la voglia di lavorare , in tutti i settori , intendo lavoro del mondo di oggi moderno industrializzato

    1. Chiloe12 28 ottobre 2014

      "Perché se da una parte ci sono le sacrosante rivendicazioni degli operai, e dall’altra quelle rapaci delle industrie che delocalizzano e riducono la forza lavoro per aumentare i profitti e i dividendi degli azionisti",..


      Intanto non è assolutamente vero che le imprese delocalizzano per ridurre il personale mai semmai perché nel nuovo Paese il salario è di molto inferiore a quello precedente, così pure diritti, sindacati sono "meno rapaci" e quindi più alti profitti.


      È almeno un decennio ormai che le “fabbriche” non producono utili in modo persistente"...


      Ma allora mi si deve spiegare ad esempio dove trovano i capitali per costruire nuovi fabbricati, impianti, macchinari, tecnologie le imprese che delocalizzano?


      "Oggi dove ci sono i macchinari, gli investimenti materiali e la necessità della forza lavoro ci sono i debiti. Dove nel business regna il virtuale e la finanza, dunque nulla di materiale, ci sono gli utili. Tanto che gli imprenditori che possono quanto meno diversificano i propri settori di intervento smantellando il più possibile il regno materiale per lanciarsi nella speculazione di quello virtuale."


      Mi chiedo ma questo cosiddetto mondo del "business regna il virtuale e la finanza" avrà anche una base materiale cioè ci sarà pur qualcuno che dovrà produrre le strumentazioni, elettroniche, informatiche, di comunicazione, invio trasmissione dati, satellitare, ecc...L'ammasso di strumentazione richiede produzione materiale, scientifica, tecnica, richiede una massa di persone che lavorando producono la base materiale, elettronica, strumentale per far funzionare il virtuale, la finanza. Ma in fin dei conti questo modo di produrre non è forse simile(quello che cambia ovviamente è l'attuale forma di organizzazione produttiva, il nuovo strumento prodotto che è più avanzato del precedente..)al lavoro novecentesco? Entrambi hanno in comune che è lavoro salariato, che produce valore, profitto.

      Inoltre nella finanza ci sono i dipendenti che lavorano ai terminali o in altro settore, ma che sono stipendiati e che comunque producono un profitto. Ma l'attività finanziaria in sè non produce profitto ma rendita e il più delle volte è attività speculativa, che arriva al massimo del vertice con le "bolle", con enormi guadagni fin quando il settore interessato sale di valore finché ad un certo punto si arriva al massimo, con il crollo e le perdite.


      "Un solo esempio: che senso ha continuare a lottare per 200 o 500 posti di lavoro in più o in meno in una fabbrica di automobili che nessuno vuole più"..


      In Europa, Italia c'è un crollo degli acquisti di auto perché aumentano le persone senza un lavoro, senza un reddito, mentre in Asia, Cina c'è un aumento di acquisti di auto perché aumentano le persone che lavorano ed aumenta la loro capacità di acquisto. E non è forse vero che la produzione di auto è crollata ma è aumentata la quota di auto prodotta all'estero ed importata?


      "Non è di un nuovo modello di automobile che abbiamo bisogno. O di un nuovo telefonino o di un televisore a 4 o 5D, ma di servizi e opere che magari puntino al recupero, alla messa in sicurezza dell’esistente, alla riduzione dei consumi, degli sprechi e degli scarti."


      Le più grandi economie Germania e Giappone, escluso la Cina e gli stati Uniti, hanno al centro della loro produzioni elettronica(Tv, Pc, Cellulari, Smartphon,..) industria dell'auto (Toyota, Volkswagen, Nissan,..) ed altro. Noi invece dovremmo puntare su servizi ed opere, si ma non tutti possono essere impiegati al recupero edilizio, ai lavori di salvaguardia del territorio.

      Invece riguardo al turismo ben poco c'è da riqualificare in quanto la cementificazione ha fatto TABULA RASA di tanti tratti costieri dello “stivale” e per far ritornare milioni di turisti bisognerebbe abbassare di molto i prezzi specialmente quelli che vengono praticati nei cosiddetti "luoghi di cultura".

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